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CDS 22/12/2003 - IL TRIENNIO PER L'INIZIO DEI LAVORI INIZIA A DECORRERE DALLA PU ANCHE SE PRECEDENTE ALLA VARIANTE

Variante al PRG e dichiarazione di PU sono due momenti procedimentali distinti: in ogni caso il termine triennale per l'inizio dei lavori ex art. 1.3 legge 1/78 decorre dalla dichiarazione di pubblica utilità



 


 


 


 


Variante al PRG e dichiarazione di PU sono due momenti procedimentali distinti: l’amministrazione comunale, prima dell’entrata in vigore del TU, aveva la possibilità di scegliere il modulo procedimentale ordinario per la variazione al piano, senza dover necessariamente ricorrere al quinto comma dell’articolo 1 della legge 1 del 1978. Ciò significava, tuttavia, che se anche la dichiarazione di PU aveva preceduto l’apposizione del vincolo espropriativo, il termine triennale per l’inizio dei lavori ex art. 1 comma 3 legge 1/78 era iniziato a decorrere dal provvedimento di dichiarazione della PU e non già dal successivo avverarsi dell’approvazione della variante. “In vero, nulla vieta all’amministrazione comunale, che voglia eseguire un’opera pubblica in un’area non destinata a servizi collettivi dal vigente strumento urbanistico, di procedere alla necessaria variazione di destinazione dell’area utilizzando il modulo ordinario e, successivamente all’approvazione di quest’ultima da parte del competente organo regionale, di porre in essere le procedure previste dalla normativa vigente per la dichiarazione di pubblica utilità dell’opera e la successiva espropriazione dei suoli privati sui quali realizzarla. In questo quadro, è esatta la tesi del comune sulla possibilità di scegliere, secondo un proprio insindacabile giudizio, il procedimento ordinario ovvero quello accelerato prefigurato dall’art. 1, comma 5, della legge 3 gennaio 1978, n. 1. A conferma di questa affermazione, si può osservare che la procedura accelerata è stabilita dalla legge da ultimo citata per apportare le necessarie modifiche allo strumento urbanistico vigente, e non per conferire all’opera la dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità e urgenza dei lavori, che costituisce un effetto legale derivante, per espressa previsione dell’art. 1, comma 1, della legge n. 1 del 1978, dall’approvazione del progetto. Resta fermo, ovviamente, che nel caso del procedimento ordinario, dopo l’approvazione della variante il comune è obbligato a porre in essere tutte le forme di pubblicità e di partecipazione dei privati interessati prima di procedere all’espropriazione delle aree interessate”.


 


 





 


 


CONS. STATO  IV  n. 8462 del 22/12/2003


(Stenio pres., Costantino est.)


 


 


F A T T O


 


Oggetto del presente appello è la sentenza del TAR per il Veneto (Sez. I) n. 2891 del 10 giugno 2002, con la quale sono stati accolti i seguenti quattro ricorsi proposti da Ernesto Di Broglio contro una serie di atti del Comune di Resana:


1). ricorso n. 281 del 1988 avverso: a) la deliberazione del Consiglio comunale di Resana n. 27 in data 14 aprile 1987, avente ad oggetto “Lavori di sistemazione e completamento del polisportivo del capoluogo e dell’impianto sportivo della frazione di Castelminio – Espropriazione delle aree necessarie”; b) la deliberazione del Consiglio comunale di Resana n. 37 in data 15 marzo 1985, concernente “riapprovazione di un progetto di sistemazione e completamento del polisportivo del capoluogo e dell’impianto sportivo della frazione di Castelminio”; c) la comunicazione n. 7709 del novembre 1987, concernente “notificazione di deposito di atti del procedimento espropriativo”;


2). ricorso n. 617 del 1988 avverso il decreto del Sindaco di Resana prot. n. 8877 del 28 dicembre 1987 di occupazione d’urgenza;


3). ricorso n. 1367 del 1988 avverso la deliberazione n. 4 in data 1 febbraio 1988, con la quale il Consiglio comunale di Resana ha prorogato di 36 mesi il termine, fissato nella deliberazione consiliare n. 37 del 1985, riguardante l’esecuzione dei lavori e il compimento delle espropriazioni relativamente al progetto suindicato;


4). ricorso n. 832 del 1989 avverso il decreto di espropriazione 11 gennaio 1989, n. 6/89, del Presidente della Provincia di Treviso.


Il Comune di Resana e la Provincia di Treviso resistevano ai ricorsi, per la parte di rispettiva pertinenza.


Il TAR, riuniti i quattro ricorsi, li accoglieva e annullava gli atti impugnati.


Contro la sentenza ha proposto appello il Comune di Resana, chiedendone l’integrale riforma.


L’originario ricorrente Di Broglio si è costituito in questo grado, replicando alle argomentazioni del comune e proponendo, mediante appello incidentale condizionato, le censure non esaminate dal giudice di primo grado.


Le parti hanno ulteriormente illustrato le proprie tesi difensive con apposite memorie e l’appello è stato trattenuto in decisione alla pubblica udienza del 6 maggio 2003.


 


D I R I T T O


 


1. Per una migliore comprensione della controversia, conviene ricordare che, secondo la ricostruzione della vicenda operata dal primo giudice e non contestata dalle parti, il Comune di Resana, con deliberazione consiliare n. 63 del 18 giugno 1984, approvò un progetto relativo alla sistemazione ed al completamento degli impianti sportivi del capoluogo e della frazione di Castelminio.


Successivamente, l’Amministrazione comunale, a seguito dell’entrata in vigore della legge regionale 16 agosto 1984, n. 42, che semplificava l’attività amministrativa relativa alle opere pubbliche, demandando i procedimenti all’autonomia degli enti locali esecutori dell’opera, riapprovò, con deliberazione consiliare n. 37 del 15 marzo 1985, il progetto relativo alle opere sopra menzionate per un importo complessivo di 550 milioni di lire, dichiarando l’opera di pubblica utilità ed i relativi lavori urgenti ed indifferibili, con contestuale fissazione dei termini, iniziale e finale, sia dei lavori sia delle espropriazioni, rispettivamente in sei e 36 mesi decorrenti dalla data della deliberazione in questione.


Con deliberazione consiliare 14 aprile 1987, n. 27, l’Amministrazione, costatata l’impossibilitata di acquisire in via bonaria le aree necessarie per l’esecuzione dei lavori, decise di procedere all’espropriazione, nonché all’occupazione d’urgenza, delle aree in questione, prorogando di 24 mesi i termini per l’esecuzione dei lavori ed il compimento delle espropriazioni, rispetto a quanto stabilito con la deliberazione n. 37/85 ed incaricando il Sindaco di emanare i provvedimenti conseguenti ai sensi della legge regionale n. 11 del 1981.


Le espropriazioni riguardavano aree per una superficie complessiva di circa 15.000 mq., di cui circa 7.400 mq. di proprietà del ricorrente il quale, con il ricorso n. 281 del 1988 e con due atti di motivi aggiunti, ha impugnato i provvedimenti e gli atti in epigrafe indicati alle lettere a), b) e c), deducendo otto censure con il ricorso introduttivo e sei con i motivi aggiunti.


Con decreto in data 28 dicembre 1987 il Sindaco disponeva l’occupazione d’urgenza, a favore del Comune di Resana, delle aree da espropriare per l’esecuzione dei lavori in argomento, fissando in tre anni la durata dell’occupazione, a decorrere dalla data della immissione nel possesso, stabilita per l’11 febbraio 1988.


Seguivano il decreto di occupazione d’urgenza che era impugnato con il ricorso n. 617 del 1988, la deliberazione consiliare 1 febbraio 1988, n. 4, recante proroga di 36 mesi dei termini per l’ultimazione dei lavori e delle espropriazioni, impugnata con il ricorso n. 1367 del 1988, il decreto di espropriazione emesso l’11 gennaio 1989 dal Presidente della Provincia di Treviso, impugnato con il ricorso n. 832 del 1989.


2. Il TAR ha accolto il secondo profilo del quarto motivo del ricorso n. 281 del 1988, diretto contro la deliberazione consiliare 15 marzo 1985, n. 37, di riapprovazione del progetto dell’opera, per la riconosciuta violazione dell’art. 1, comma 5, della legge 3 gennaio 1978, n. 1, secondo cui l’approvazione da parte del Comune di un progetto di opera pubblica localizzata su un’area non destinata dallo strumento urbanistico a pubblici servizi costituisce di per sé adozione di variante allo strumento medesimo, non necessita di preventiva autorizzazione, e deve essere approvata dalla regione, con l’osservanza della procedura prescritta dagli articoli 6 e seguenti della l. 18 aprile 1962, n. 167.


Nel caso in esame, alla data del 15 marzo 1985 di approvazione del progetto dell’opera, le aree di proprietà del ricorrente erano destinate, dal programma di fabbricazione (p. di f.), non a impianti sportivi ma a zona agricola, con conseguente obbligo a carico dell’amministrazione comunale di seguire la procedura prevista dall’art. 1, comma 5, della l. n. 1 del 1978, a nulla rilevando che, con deliberazione consiliare n. 39, anch’essa del 15 marzo 1985, il Consiglio comunale di Resana avesse adottato una variante al P. di F. relativa all’ampliamento della z.t.o. F ad impianti sportivi in Resana capoluogo, con cambio di destinazione d’uso da zona agricola a zona per servizi pubblici: variante che è stata approvata con delibera della Giunta regionale n. 1448 del 18 marzo 1986.


Difatti, nel momento in cui è stata adottata la deliberazione consiliare n. 37/85 di approvazione del progetto, lo strumento urbanistico vigente prevedeva la destinazione agricola per le aree in cui le opere sarebbero dovuto essere realizzate, posto che la deliberazione consiliare n. 39 del 1985, concernente la variante al P. di F. relativa all’ampliamento della z.t.o. F destinata ad impianti sportivi in Resana capoluogo, era stata solo adottata e non ancora approvata.


Inidonea a contrastare tale soluzione è stata ritenuta la tesi del comune, secondo cui la formale scissione tra la deliberazione di approvazione del progetto e quella di adozione della variante urbanistica, avrebbe, comunque, rispettato le prescrizioni del comma 5 del più volte citato art. 1, sia perché la citata variante è stata puntualmente trasmessa alla Regione per l’approvazione, sia perché, come risulta dalla delibera n. 27/87, le procedure espropriative e il decreto di occupazione d’urgenza sono state poste in essere solo in epoca successiva all’approvazione e pubblicazione della variante al P.di F. da parte della Regione.


Ad avviso del primo giudice, a parte che la legge n. 1 del 1978 fa riferimento alla approvazione del progetto di opera pubblica, equivalente alla dichiarazione di pubblica utilità, e che nella specie l’approvazione del progetto risale al 1985 (e non al 1987), la tesi del comune non considera che il richiamo contenuto nel comma 5 dell’art. 1 alle disposizioni della l. n. 167/1962 trova la sua ratio nell’esigenza di far partecipare i soggetti interessati al procedimento amministrativo di approvazione dell’opera dichiarata di pubblica utilità e della contestuale variante al vigente strumento urbanistico. L’art. 6 della legge 167/1962 prevede, infatti, che, a seguito della adozione del progetto (o del piano) da parte del Comune e del suo deposito nella segreteria comunale, dell’eseguito deposito è data immediata notizia al pubblico mediante avviso da affiggere nell’albo del Comune e da inserire nel foglio degli annunzi legali della provincia, nonché mediante manifesti, al fine di consentire agli interessati di presentare, entro venti giorni dalla data di inserzione nel foglio degli annunzi legali, le proprie opposizioni.


Ora, atteso che tali forme di pubblicità e partecipazione non sono previste nel procedimento di adozione ed approvazione del P. di F. e di sue varianti, disciplinato all’art. 36 della legge 17 agosto 1942, n. 1150, è da escludere che la variante al P. di F. vigente nel Comune di Resana possa considerarsi equipollente alla procedura da rispettare ai sensi dell’art. 1, comma 5, delle legge n. 1 del 1978.


Da qui la fondatezza del profilo di censura.


2.1. Ad avviso del Comune le conclusioni del primo giudice, secondo cui nel caso di dichiarazione di pubblica utilità “implicita” relativa ad aree non destinate ad attrezzature collettive, l’adozione della variante dovrebbe avvenire contestualmente e non solo contemporaneamente con atto separato, sarebbero erronee perché frutto di un’inversione del procedimento logico–giuridico di valutazione della legittimità degli atti.


Nella specie la variante al P. di F. vigente mediante procedimento ordinario non sarebbe consentita, perché il relativo iter non prevede le forme di pubblicità e partecipazione prescritte dall’art. 6 della legge 18 aprile 1962, n. 167, alle quali rinvia l’art. 1, comma 5, della legge 3 gennaio 1978, n. 1.


A sostegno della propria tesi, che nessuna norma vieta che l’approvazione del progetto di opera pubblica e l’adozione della variante urbanistica avvengano con atti separati, riflettendosi tale modalità procedimentale esclusivamente nell’inefficacia della dichiarazione “implicita” di pubblica utilità, fino al momento dell’entrata in vigore della variante urbanistica adottata con il modulo procedimentale ordinario, il comune di richiama a specifici precedenti della Sezione (Sez. IV, 7 settembre 2000, n. 4702; 11 febbraio 1999, n. 144; 23 febbraio 1998, n. 702), ribaditi anche di recente (Sez. IV, 1 marzo 2001, n. 1145), in base ai quali, nelle ipotesi del tipo di quella che ricorre nella specie, la delibera di approvazione del progetto non è invalida, ma solo inefficace ed entra in vigore solo quando la modifica della destinazione urbanistica viene approvata dalla regione, e solo da tale momento il progetto di opera acquista le qualità di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza.


Questa conclusione sarebbe confermata dalla considerazione che la procedura prevista dall’art. 1 della legge n. 1 del 1978, essendo finalizzata ad accelerare l’esecuzione delle opere pubbliche, lascia libera l’amministrazione di procedere all’adozione della variante mediante procedura accelerata o mediante il modulo procedimentale ordinario.


2.2. Il Collegio ritiene di condividere le tesi prospettate, anche alla luce della giurisprudenza invocata, che non ha motivo di mediature. In vero, nulla vieta all’amministrazione comunale, che voglia eseguire un’opera pubblica in un’area non destinata a servizi collettivi dal vigente strumento urbanistico, di procedere alla necessaria variazione di destinazione dell’area utilizzando il modulo ordinario e, successivamente all’approvazione di quest’ultima da parte del competente organo regionale, di porre in essere le procedure previste dalla normativa vigente per la dichiarazione di pubblica utilità dell’opera e la successiva espropriazione dei suoli privati sui quali realizzarla.


In questo quadro, è esatta la tesi del comune sulla possibilità di scegliere, secondo un proprio insindacabile giudizio, il procedimento ordinario ovvero quello accelerato prefigurato dall’art. 1, comma 5, della legge 3 gennaio 1978, n. 1.


A conferma di questa affermazione, si può osservare che la procedura accelerata è stabilita dalla legge da ultimo citata per apportare le necessarie modifiche allo strumento urbanistico vigente, e non per conferire all’opera la dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità e urgenza dei lavori, che costituisce un effetto legale derivante, per espressa previsione dell’art. 1, comma 1, della legge n. 1 del 1978, dall’approvazione del progetto.


Resta fermo, ovviamente, che nel caso del procedimento ordinario, dopo l’approvazione della variante il comune è obbligato a porre in essere tutte le forme di pubblicità e di partecipazione dei privati interessati prima di procedere all’espropriazione delle aree interessate: ciò che, nel caso in esame, si è puntualmente verificato, come si ricava dalla documentazione esibita.


Deriva dalle considerazioni svolte che la deliberazione n. 37 del 1985 non è, sotto questo particolare aspetto, illegittima, posto che, per la sua concreta esecuzione, il Comune ha atteso l’approvazione della variante da parte della Giunta regionale.


La fondatezza di tale motivo, non comporta, però, l’accoglimento dell’appello ed il conseguente rigetto del ricorso di primo grado, per la decisiva ragione che, come si chiarirà al punto successivo, la dichiarazione di pubblica utilità connessa all’approvazione del progetto di cui alla menzionata deliberazione n. 37 del 15 marzo 1985, è divenuta inefficace per scadenza del termine triennale di validità previsto dall’art. 1, comma 3, delle citata legge 3 gennaio 1978, n. 1.


A questo proposito, la tesi sottesa alle argomentazioni difensive del comune appellante – secondo cui, alla luce dei precedenti prima richiamati circa la situazione in cui versa la deliberazione di approvazione del progetto prima dell’approvazione della variante da parte della regione, il termine triennale dovrebbe iniziare a decorrere solo dopo l’approvazione della variante, da cui consegue la piena validità della delibera comunale “inefficace” – non può essere accolta.


E’ sufficiente opporre, al riguardo, che la dichiarazione di pubblica utilità consegue automaticamente dall’approvazione del progetto per esplicita previsione legislativa e il termine triennale decorre, sempre per esplicita previsione del legislatore (art. 1, comma legge n. 3/1978), dalla data di approvazione del progetto medesimo.


A tale chiaro ed inequivocabile argomento di ordine letterale, si può aggiungere la considerazione che, a seguire la tesi del comune, e, quindi, spostare la data di decorrenza del termine al momento dell’approvazione della variante, significherebbe dilatare, ben oltre l’espressa previsione normativa, il termine stabilito per il sacrificio del diritto di proprietà del privato.


Quanto al richiamo ai precedenti invocati è da escludere, ad avviso del Collegio, che i principi ivi enunciati autorizzino la conclusione cui perviene la difesa comunale, essendo evidente, alla luce delle precisazioni avanti svolte in tema di esplicite previsioni normative, che il differimento alla data di approvazione della variante per l’acquisto da parte del progetto delle qualità di pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità, implica solo che da tale ultimo momento, l’opera può essere portata ad esecuzione, e non, invece, che a tale momento debba essere differito anche l’inizio della decorrenza del termine triennale di validità della dichiarazione di pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità.


3. I rilievi formulati sotto i nn. 2, 3 e 4 dell’atto d’appello possono essere esaminati congiuntamente, perché rivolti a censurare le ragioni poste a base dell’accoglimento del terzo motivo del ricorso n. 281 del 1988, rivolto contro la deliberazione consiliare n. 27 del 14 aprile 1987, recante la proroga di 24 mesi dei termini iniziali e finali per l’esecuzione delle opere e il compimento delle espropriazioni.


Essi vanno tutti disattesi.


Il motivo di ricorso è stato accolto dal TAR sia per l’insussistenza di una “valida ragione giustificativa della proroga” (di 24 mesi) dei termini inizialmente stabiliti con la deliberazione n. 37 del 1985, sia perché la proroga non poteva essere disposta, essendo il termine di sei mesi per l’inizio dei lavori e delle espropriazioni, fissato nella precedente delibera del 15 marzo 1985, ampiamente scaduto alla data del 14 aprile 1987.


Quanto al primo profilo, il TAR, premesso che, ai sensi dell’art. 13, comma 2, della legge 25 giugno 1865, n. 2359, i termini entro i quali dovranno cominciarsi e compiersi le espropriazioni ed i lavori possono essere prorogati “per casi di forza maggiore o per altre cagioni indipendenti dalla volontà dei concessionari”, ha escluso che possa integrare un caso di forza maggiore o comunque un fatto indipendente dalla volontà dell’amministrazione, l’impossibilità di giungere all’acquisto in via bonaria delle aree necessarie alla esecuzione dei lavori.


Difatti, l’acquisto in via bonaria di aree già dichiarate espropriabili od occupabili in via d’urgenza dipende da una scelta discrezionale della P. A., scelta che può ritenersi riconducibile alla sola volontà di quest’ultima e non a ragioni di forza maggiore.


Il primo giudice ha, altresì, dichiarato inammissibili poiché si traducono in una non consentita integrazione della motivazione in sede giurisdizionale, le obiezioni della difesa comunale, secondo cui la proroga era giustificata anche con l’esigenza di ottenere il perfezionamento della pratica di finanziamento, conclusasi soltanto il 16 dicembre 1986, e con la necessità di avviare la procedura ablatoria soltanto una volta intervenuta l’approvazione regionale della variante urbanistica (marzo 1986).


Quanto al secondo profilo di censura, il primo giudice ha evidenziato che il Consiglio comunale, nel disporre con la deliberazione n. 27 del 14 aprile 1987 la proroga di 24 mesi dei termini per l’esecuzione delle opere ed il compimento delle espropriazioni rispetto a quelli già determinati con la deliberazione consiliare n. 37 del 15 marzo 1985, non ha considerato che il termine iniziale di sei mesi fissato in tale ultima delibera era già ampiamente scaduto, il che avrebbe comportato non la proroga dei termini ma la ripetizione, se del caso, della procedura di approvazione del progetto.


A tale esito, il TAR è pervenuto richiamandosi al principio generale, secondo cui il prolungamento dell’efficacia di un termine presuppone necessariamente che il termine da prorogare non sia ancora scaduto, per cui i termini fissati nella dichiarazione di pubblica utilità dall'art. 13 l. 25 giugno 1865, n. 2359, possono essere prorogati dall'amministrazione al fine di prolungare l'efficacia della dichiarazione di pubblica utilità stessa, a condizione che la proroga si perfezioni prima della scadenza del termine che si intende prorogare.


3.1. La Sezione ritiene che le considerazioni del giudice di primo grado siano corrette e debbano, pertanto, essere confermate.


Le critiche rivolte con i richiamati rilievi dell’appello non sono, infatti, in grado di condurre a conclusioni diverse.


In via del tutto preliminare, deve escludersi che la deliberazione n. 27 del 14 aprile 1987 contenga anche una riapprovazione; la formula inserita nel secondo periodo del punto 1 del dispositivo è del seguente tenore: “sono approvati gli atti tecnici, allegati in atti e in premessa elencati, preordinati all’esproprio”.


Come emerge dalla semplice lettura del menzionato atto deliberativo, gli atti tecnici richiamati sono solo quelli preordinati all’esproprio (relazione esplicativa dell’opera; planimetria degli espropri ed elenco delle ditte catastali interessate all’esproprio; stralcio dei piani urbanistici vigenti con la destinazione urbanistica delle zone interessate all’esproprio), senza alcuna specificazione degli elaborati progettuali relativi all’opera pubblica.


Ciò precisato, si deve concordare con l’affermazione del primo giudice circa la necessità che la proroga dei termini debba perfezionarsi prima della loro scadenza.


Trattasi, invero, di orientamento pacifico, costantemente seguito dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato e ribadito anche di recente (Cfr., Sez. VI, 10 ottobre 2002, n. 5443; Sez. IV, 18 ottobre 2002, n. 5753; TSAP, 5 marzo 2002, n. 28) e dal quale non si ravvisano ragioni per discostarsi.


L’appellante insiste nel sostenere che il termine iniziale ha natura meramente sollecitatoria, e di conseguenza la sua scadenza non si riflette in termini di illegittimità sulla dichiarazione di pubblica utilità.


Il Collegio osserva che, anche a condividere tale tesi, non per questo la statuizione del TAR potrebbe essere annullata.


Il motivo di ricorso è stato, infatti, accolto anche per l’ulteriore, autonoma, ragione connessa all’insussistenza dei presupposti oggettivi che giustificano la proroga dei termini.


Come esattamente rilevato dal primo giudice, l’impossibilità di giungere all’acquisto in via bonaria delle aree necessarie alla esecuzione dei lavori non integra né un caso di forza maggiore né un fatto indipendente dalla volontà dell’amministrazione, che sono le uniche condizioni in presenza delle quali l’art. 13 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, ammette la proroga dei termini.


Il tentativo di acquistare in via bonaria aree, per le quali è già stata avviata la procedura per la loro espropriazione ed occupazione d’urgenza, è frutto di una scelta discrezionale della P. A., riconducibile alla sola volontà di quest’ultima e non a ragioni di forza maggiore.


Anche su questo punto, l’affermazione del TAR è pienamente da condividere perché conforme a quella di questo Consiglio di Stato (cfr., Sez. IV, 18 ottobre 2002, n. 5755; TSAP, 5 marzo 2002, n. 28).


Né vale opporre che la proroga è stata giustificata anche con la necessità di perfezionare il finanziamento dell’opera deliberata e di attendere l’approvazione regionale della variante urbanistica.


Per confutare tali affermazioni, basta osservare che nelle premesse della medesima delibera n. 27 del 1987 si precisa che il mutuo con l’Istituto per il Credito Sportivo è stato perfezionato mediante contratto sottoscritto in data 16 dicembre 1986, e che la variante al P. di F., approvata con delibera della Giunta regionale 18 marzo 1986, n. 1448, è entrata in vigore in data 24 maggio 1986 (vedasi certificato Segretario comunale del 7 febbraio 1994, prot. 934, allegato 2 del fascicolo documenti depositato dalla difesa del comune presso il TAR in data 10 febbraio 1994).


Come si vede, sia il mutuo che la deliberazione di approvazione della variante si sono perfezionate in date ampiamente anteriori alla scadenza dei termini fissati nell’originaria deliberazione n. 37 del 1985, per cui anche sotto questo profilo non sembra che il ritardo sia loro imputabile.


Resta da esaminare la questione del ricorso n. 1367 del 1988, rivolto contro la deliberazione consiliare n. 4 (e non n. 930) del 1988, recante ulteriore proroga di 36 mesi dei termini fissati nella deliberazione n. 37 del 1985, gravame accolto dal TAR senza alcuna motivazione.


Il Collegio rileva, in primo luogo, che, diversamente da quanto assume il Comune appellante, la citata deliberazione non proroga tutti i termini, iniziali e finali, stabiliti con la deliberazione di approvazione del progetto, ma solo quelli finali per il compimento dei lavori e delle espropriazioni.


Essa, pertanto, non assorbe né sostituisce la precedente proroga di 24 mesi disposta con la deliberazione n. 27 del 1987.


In secondo luogo, la Sezione ritiene che la rilevata omissione di pronuncia è solo apparente, posto che l’annullamento della dichiarazione di pubblica utilità si ripercuote con effetto caducante su tutti i successivi atti del procedimento espropriativo e, quindi, anche sulla deliberazione di proroga prima citata (cfr. per il principio, Sez. V, 10 luglio 2002, n. 3833).


Con questa precisazione anche i rilievi contro questa parte della sentenza vanno disattesi.


4. L’ultimo motivo d’appello è rivolto contro la statuizione del giudice di primo grado, con cui  sono stati accolti l’ottavo motivo del ricorso n. 281 del 1988, il settimo del ricorso n. 617 del 1988, e il quarto del ricorso n. 832 del 1989, con riferimento alla omessa esatta individuazione delle aree da assoggettare a occupazione d’urgenza e da espropriare.


Con tali censure il ricorrente lamentava sostanzialmente che, né nella deliberazione di approvazione del progetto, né nel decreto di occupazione, né in quello di espropriazione, emergeva quale porzione dei mappali 171 e 688 – fg. 4, si intendesse effettivamente espropriare, posto che le particelle oggetto di espropriazione erano interessate alla procedura ablativa non totalmente, ma in parte, ma senza che fosse identificata la porzione da espropriare, se non per il numero approssimativo di metri quadri.


La circostanza che la procedura riguardava solo una parte delle particelle avrebbe imposto la specificazione dei confini dei terreni oggetto dell’occupazione e successiva espropriazione, al fine di evitare che la scelta fosse rimessa ad una valutazione assolutamente discrezionale della P. A., e che l’espropriato fosse privato senza limiti di tempo anche della residua proprietà non soggetta ad espropriazione.


Le censure sono state ritenute fondate dal primo giudice, il quale a questo proposito non ha condiviso né la tesi del comune, secondo cui “il piano particellare d’esproprio, allegato al decreto di occupazione d’urgenza indica, sia in termini grafici che numerici, la superficie oggetto di espropriazione”, e “la presunta indeterminatezza delle aree oggetto di esproprio (sarebbe) documentalmente smentita dal “frazionamento” allegato al decreto” di esproprio impugnato, né quella della Provincia (ricorso n. 832 del 1989), ad avviso della quale la legittimità del decreto di esproprio postula solo che le aree da espropriare siano individuate mediante l’indicazione dei dati catastali e la determinazione della superficie da espropriare.


Il TAR ha premesso che dalla nota prot. n. 7709, notificata al ricorrente in data 11 novembre 1987, ed avente ad oggetto “notificazione di deposito di atti del procedimento espropriativo”, e dalle planimetrie prodotte in giudizio, si ricavano: i numeri dei mappali, di proprietà del ricorrente, oggetto di espropriazione: (171 e 688 – fg. 4); la superficie totale dei mappali medesimi ((171: 6.567 mq.; 688-3930 mq.), e la superficie da espropriare, individuata in una porzione delle superfici catastali complessive (mappale 171: 4454 mq.; mappale 688: mq. 2950, peraltro diverse da quelle indicate nell’allegato al decreto di esproprio dell’11 gennaio 1989, dove le superfici sono specificate rispettivamente in mq. 4368 (mapp. 171) e in mq. 3075 (mapp. 688)).


Sulla base di tale premessa – che, cioè, i mappali 171 e 688 hanno una superficie maggiore di quella che si pretende di occupare in via d’urgenza e di espropriare – e della considerazione che la documentazione prodotta in giudizio non forniva alcun elemento utile per l’esatta individuazione ed ubicazione delle aree da occupare ed espropriare, non consentiva cioè di identificare le porzioni dei mappali 171 e 688, oggetto della procedura espropriativa, il giudice di primo grado ha concluso per l’illegittimità degli atti impugnati.


A tale esito, il TAR è pervenuto richiamandosi all’orientamento giurisprudenziale, secondo il quale, quando l’occupazione riguarda frazioni di particelle catastali, incombe all’Amministrazione l’obbligo di indicare esattamente le porzioni di area da occupare.


Il comune appellante, per confutare la tesi del TAR, osserva che la superficie oggetto dell’esproprio è stata graficamente individuata sin dall’inizio della procedura espropriativa, nel piano particellare d’esproprio, che contiene anche la rappresentazione grafica in planimetria della porzione oggetto della procedura ablativa, mentre la lieve divergenza tra superficie espropriata rispetto a quella originariamente prevista sarebbe da ricondurre alla “tolleranza” che necessariamente consegue alla restituzione in mappa delle superfici reali, per i noti effetti della “scala” di rappresentazione.


Il Collegio ritiene che le considerazioni del primo giudice siano da confermare, perché corrispondenti all’orientamento di questo Consiglio di Stato, ribadito anche di recente (Cfr., Sez. IV, n. 1545 del 2003).


In ogni caso, va precisato che l’effetto caducante che l’annullamento della dichiarazione di pubblica utilità dell’opera comporta per tutti gli atti del procedimento espropriativo, costituisce una ulteriore, autonoma, ragione per la conferma della sentenza appellata.


In conclusione l’appello deve essere respinto.




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D.P.R. 327/2001
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