C’era una volta il tempo in cui gli accordi in luogo dell’espropriazione erano considerati una peccaminosa contaminazione tra l’Autorità cedevole e il suddito maneggione. Ad esempio ancora secondo Cons. Stato, IV, 23.11.1988 n. 886, Riv. Giur. Ed., I, 1989, 132, il ricorso all’espropriazione, considerata lo strumento ordinario di approvvigionamento delle aree necessarie alla realizzazione dell’opera, non abbisognava di particolari motivazioni, occorrendo al contrario che fosse chiara e dimostrata la convenienza e l’opportunità dell’opzione negoziale privatistica." />
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TAR LIGURIA 17/01/2004 - L'ACCORDO PARAESPROPRIATIVO E' LEGITTIMO SE EFFICACE

C’era una volta il tempo in cui gli accordi in luogo dell’espropriazione erano considerati una peccaminosa contaminazione tra l’Autorità cedevole e il suddito maneggione. Ad esempio ancora secondo Cons. Stato, IV, 23.11.1988 n. 886, Riv. Giur. Ed., I, 1989, 132, il ricorso all’espropriazione, considerata lo strumento ordinario di approvvigionamento delle aree necessarie alla realizzazione dell’opera, non abbisognava di particolari motivazioni, occorrendo al contrario che fosse chiara e dimostrata la convenienza e l’opportunità dell’opzione negoziale privatistica.



 


 


 


PL - C’era una volta il tempo in cui gli accordi in luogo dell’espropriazione erano considerati una peccaminosa contaminazione tra l’Autorità cedevole  e il suddito maneggione. Ad esempio ancora secondo Cons. Stato, IV, 23.11.1988 n. 886, Riv. Giur. Ed., I, 1989, 132, il ricorso all’espropriazione, considerata lo strumento ordinario di approvvigionamento delle aree necessarie alla realizzazione dell’opera, non abbisognava di particolari motivazioni, occorrendo al contrario che fosse chiara e dimostrata la convenienza e l’opportunità dell’opzione negoziale privatistica. Dopo l’entrata in vigore della legge 241/90, che è stata soprattutto una legge di principi in ordine alla partecipazione al procedimento degli interessati, l’obbligo di dimostrare la convenienza dell’opzione contrattuale rispetto allo strumento pubblicistico è sfumato in un più blando obbligo di perseguire l’interesse pubblico, qualsiasi strumento amministrativo venga utilizzato. La stessa 241/90, infatti, prevede all’articolo 11 che l’Amministrazione, dietro richiesta degli interessati, possa concludere, senza pregiudizio dei diritti dei terzi, e in ogni caso nel perseguimento del pubblico interesse, accordi con gli interessati al fine di determinare il contenuto discrezionale del provvedimento finale. Il TAR in questione si attiene a questo genere di considerazioni: “Nessuna violazione dei principi d’interesse pubblico appare riconducibile a tale scelta del comune che utilizzando lo strumento degli accordi tra le parti (art. 11 l.n.24190) e i principi di efficacia dell’azione amministrativa ha evitato un contenzioso estenuante con la proprietà per espropriare le strisce di terreno necessarie a quell’allargamento (minimo) con un limitato pregiudizio della fruibilità della strada poiché l’accesso carraio è limitato al solo nucleo familiare dei donanti.”


 


L’unico problema (prescindendo ovviamente dal caso esaminato dal TAR qui proposto), è che spesso e volentieri le pubbliche amministrazioni – magari per ignoranza delle procedure - cercano di perseguire estenuanti accordi con i proprietari, quando una sana procedura espropriativa sarebbe più rapida e senza dubbio risolutiva. Morale: esproprio o accordo, vanno perseguite l’efficacia e la convenienza.


 


 


 





 


 


 


TAR LIGURIA, SEZ. II, 17 GENNAIO 2004 N. 40


(Arosio pres., Pupilella rel.)


 


ESPOSIZIONE DEL FATTO


 


Con il ricorso in epigrafe i ricorrenti, in qualità di proprietari o conduttori di immobili siti nel comune di S. Margherita, impugnano in via principale l’ordinanza sindacale avente ad oggetto il divieto di transito carrabile sul tratto di strada di collegamento tra via Piaggio e via Banchi in comune di S. Margherita Ligure.


 


Il ricorso è affidato a cinque motivi dei quali i primi quattro lamentano la violazione dell’art. 7 del D.Lvo n.28592 sotto i profili della incompetenza e dell’eccesso di potere per difetto dei presupposti, sviamento e contraddittorietà; il quinto motivo ed una parte del terzo lamentano invece la violazione delle norme di partecipazione ex artt. 7,8 9 e 10 della legge n.24190 e dell’art. 3 per difetto di motivazione.


 


Si costituivano in giudizio sia il comune intimato che i controinteressati che chiedevano il rigetto del ricorso in quanto infondato.


 


La causa passava in decisione all’udienza del 6112003.


 


MOTIVI  DELLA  DECISIONE


 


Il ricorso non è fondato.


 


La controversia riguarda un tratto della strada comunale di centouno metri da sempre riservata all’uso pedonale a causa della sua ristretta carreggiata.


 


La circostanza risulta pacifica in atti, ancorché il divieto, nel corso del tempo sia stato violato di fatto da alcuni utenti del tratto di strada e benché il difensore dei ricorrenti abbia segnalato al Collegio che sarebbe le affermazioni del tecnico comunale sarebbero state contestate attraverso un procedimento penale per falso di cui però non vi è traccia in atti.


 


L’amministrazione, con l’atto impugnato, confermò l’uso pedonale sempre esistito e appose una sbarra per consentire l’accesso pedonale solo ai mezzi dell’ANFFAS ed ai proprietari delle aree cedute per allargare il tratto di strada del quale si discute.


 


La soluzione prescelta fu dettata quindi proprio dalla necessità di evitare gli abusivi passaggi e stazionamenti di autovetture in passato verificatisi, che mettevano a repentaglio l’incolumità dei pedoni che utilizzavano la via e che impedivano il passaggio dei mezzi dell’ANFFAS che gestisce una comunità alloggio per disabili psichici al termine del tratto della strada in questione.


 


Dal punto di vista giuridico, pertanto l’uso legale del tratto contestato è sempre stato pedonale dalla originaria deliberazione comunale n.142 del 1955.


 


Tuttavia, ciò premesso il Collegio prescinde dalla eccezione d’inammissibilità avanzata dal resistente comune, risultando il ricorso infondato.


 


Vanno infatti innanzitutto rigettati i primi due motivi di ricorso poiché la ridotta dimensione della carreggiata del tratto di strada in questione conferma la legittimità della decisione del Sindaco di stabilire la limitazione del traffico carrabile ai sensi del combinato disposto degli artt. 6, c.4 e 7 c.1 del codice della strada, che consentono limitazioni alla circolazione anche permanenti per determinate categorie di utenti, in relazione alle caratteristiche strutturali delle strade.


 


Neppure fondato appare il terzo motivo di ricorso che lamenta la contraddittorietà della scelta amministrativa per aver consentito ai soggetti cedenti il terreno necessario per l’allargamento di transitare fino alla proprietà con i loro veicoli.


 


Nessuna violazione dei principi d’interesse pubblico appare riconducibile a tale scelta del comune che utilizzando lo strumento degli accordi tra le parti (art. 11 l.n.24190) e i principi di efficacia dell’azione amministrativa ha evitato un contenzioso estenuante con la proprietà per espropriare le strisce di terreno necessarie a quell’allargamento (minimo) con un limitato pregiudizio della fruibilità della strada poiché l’accesso carraio è limitato al solo nucleo familiare dei donanti.


 


Anche il quarto motivo di ricorso non è accoglibile.


 


La strada fin dal 1955 ha sempre avuto una destinazione pedonale, con eccezione di un diverso regime temporaneo che ne ha consentito l’uso carrabile dal 1121998 al settembre 99 previa espressa autorizzazione della polizia municipale che regolava quindi la disciplina limitando la carrabilità della strada.


 


D’altronde una diversa conclusione appare illogica prima che antigiuridica tenuto conto del fatto che i cento metri in contestazione hanno comunque una pendenza ed una larghezza che non consente il passaggio continuo né tantomeno la sosta dei veicoli.


 


L’uso indiscriminato e senza autorizzazione eventualmente invalso in quel tempo non può certo costituire una prassi contra legem, vietata dal nostro ordinamento, che possa sovrapporsi al regime giuridico del bene così come regolato dalle norme.


 


Infine nel caso di specie, trattandosi di un atto generale a tutela della circolazione non sono individuabili destinari determinati ed anche la suggestiva tesi di parte ricorrente, secondo la quale la necessità di comunicazione deriverebbe dalla precedente ordinanza del dicembre 1998, non è condivisibile poiché l’ordinanza in questione, come ricordato, non aveva introdotto un libero accesso alla via.


 


La disciplina allora prevista infatti imponeva di munirsi di una specifica autorizzazione preventiva che la polizia municipale avrebbe dovuto rilasciare per poter transitare con automezzi su quel tratto di strada.


 


Risulta in atti che solo uno dei ricorrenti si avvalse di tale procedura, mantenendo quindi inalterata la situazione di non utilizzabilità giuridica del tratto di strada.


 


Il ricorso va pertanto conclusivamente respinto.


 




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