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TAR CAMPANIA 16/12/2003 - OCCUPAZIONE ILLEGITTIMA: ORDINATA LA RIMOZIONE DELL'OPERA E LA RESTITUZIONE DELL'AREA AL PROPRIETARIO

In caso di occupazione usurpativa l'eccessiva onerosità per il debitore, ovvero il pregiudizio all'economia nazionale, inibitori alla restitutio in integrum, debbono essere dimostrati.



 


 


TAR CAMPANIA 16 DICEMBRE 2003 n. 15369. -  In caso di occupazione usurpativa l'eccessiva onerosità per il debitore, ovvero il pregiudizio all'economia nazionale, inibitori alla restitutio in integrum, debbono essere dimostrati.


Com’è noto quando manca o viene annullata la pubblica utilità non si verifica l’occupazione appropriativa, con il trasferimento del diritto in capo all’amministrazione proprietaria dell’opera, bensì la più grave fattispecie dell’occupazione usurpativa, “in cui il privato può sempre fruire dei rimedi reipersecutori a tutela della non perduta proprietà, nonché dell’azione esecutiva per conseguire il ripristino dello status quo ante” . Esistono due limiti alla restitutio in integrum: quello derivante dall’articolo 2933 secondo comma del codice civile, e cioè il pregiudizio all’economia nazionale derivante dalla distruzione del bene,  e quello derivante dall’articolo 2058 del codice civile, che riconosce al giudice il potere di “disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore”. Entrambe le circostanze debbono però essere – alternativamente - provate dall’amministrazione: nel caso di specie ciò non è avvenuto ed è stata ordinata la rimozione dell’opera (una discarica), e la restituzione del bene al legittimo proprietario, con tanto di risarcimento del danno pari al valore dei soprassuoli eliminati, maggiorato degli interessi dalla data dello spossessamento, il tutto rivalutato ISTAT dalla data della asportazione dei manufatti alla data della liquidazione del debito.


 


 





 


 


 


TAR CAMPANIA, sez. V Napoli, 16 dicembre 2003 n. 15369


(D’Alessandro pres., Arzillo est.)


 


                                                        FATTO   E    DIRITTO


 


1.       Il  ricorrente è proprietario, nell’ambito del territorio del Comune di Tufino, di un  fondo censito in catasto al Foglio 6, particelle 1, 2, 3, 4, 5, 9 e 112, nonché al Foglio 5, particelle  295, 337 e 338.


         Detto fondo è stato oggetto di una procedura espropriativa alla stregua della normativa vigente per la gestione dello stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella Regione Campania.


         I relativi atti, ed in particolare le ordinanze del Prefetto di Napoli in qualità di Commissario governativo, concernenti l'approvazione del progetto esecutivo per la realizzazione di una discarica di prima categoria in località Paenzano di Tufino, l'occupazione di urgenza delle aree di proprietà dell'odierno ricorrente, nonché  ulteriori adempimenti della procedura, sono state annullate da questo Tribunale con sentenza n. 1330  dell'11 maggio 2000 (passata in giudicato), su ricorso del proprietario.


Con il ricorso in epigrafe, notificato il 26.3.2002 e depositato il 3.4.2002, il medesimo proprietario chiede  la restituzione dei suoli in pristino stato e il risarcimento dei danni da occupazione e trasformazione abusiva di immobili di sua proprietà, nonché di ogni  altro diritto  e/o interesse conseguenzialmente  leso, a seguito dell'annullamento degli atti della  procedura espropriativa.


Si  sono costituiti in giudizio la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Prefetto  di Napoli nella qualità di Commissario  delegato ex art. 1 O.P.C.M. 7.10.1994, chiedendo il rigetto del ricorso.


All'udienza pubblica del  3 luglio  2003 il ricorso è stato chiamato per la discussione e quindi trattenuto in decisione.


2.       Occorre anzitutto esaminare la richiesta  di riduzione in pristino e conseguente restituzione dell’area, che riveste carattere prioritario, alla stregua delle conclusioni  formulate nel ricorso.


         Al riguardo va premesso che non risulta contestato, tra le parti, il passaggio in giudicato della sentenza di questo Tribunale che ha annullato gli atti della procedura ablatoria, facendo in tal modo venire meno, tra l'altro, la dichiarazione di pubblica utilità e urgenza contenuta  nell'ordinanza del Prefetto Delegato  prot. n.  P/36739/Dis  del  27  maggio  1998.


Si  verte pertanto in un'ipotesi di occupazione cd. "usurpativa"  in cui  il privato può  sempre fruire dei rimedi reipersecutori a tutela della non perduta proprietà, nonché dell’azione esecutiva per conseguire il ripristino dello status quo ante (Cass. civ., 18 febbraio 2000, n. 1814; T.A.R. Puglia Lecce, sez. I, 2 gennaio 2001, n. 3852).


2.1.    Secondo un orientamento rinvenibile nella giurisprudenza amministrativa, in applicazione   del  principio  generale dell'ordinamento  di  cui costituisce espressione l'art. 2933 comma 2 c.c. (per il quale non va ordinata  la  distruzione della  cosa  "se  la distruzione… è di pregiudizio   all'economia   nazionale"), il potere di disporre la distruzione di  un'opera pubblica  realizzata  senza titolo va esercitato tenendo conto   anche degli  interessi  pubblici (C.S. V, 12 luglio 1996, n. 874); di tale principio è stata fatta applicazione in giurisprudenza  con riferimento al problema della restituzione delle aree interessate dall’esecuzione dell’opera pubblica nelle ipotesi  di “occupazione usurpativa”, sottolineandosi la rilevanza dei criteri ricavabili dall’art. 2058 c.c. e dall’art. 2933 c.c. in presenza di opere pubbliche di rilevante importanza e di ingente valore economico (cfr. in particolare C.S. IV, 14 giugno 2001, n. 3169 e C.S. V, 18 marzo 2002, n. 1562; cfr. tuttavia in senso parzialmente diverso C. S. IV, 28 gennaio 2002, n. 450).


         Il Collegio ritiene, peraltro,  che l’applicazione di queste disposizioni non possa prescindere dall'applicazione dei principi processuali comuni (T.A.R. Campania  V, 11 giugno 2002, n. 3386).


         Quindi, per quanto attiene al secondo comma dell’art. 2058 c.c., che riconosce al giudice il potere di “disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore”, va osservato che, pur trattandosi di un potere esercitabile d’ufficio, esso va esercitato tenendo presente l’insegnamento della Corte di Cassazione, secondo cui, poiché il  giudice non  ha un  potere di  ricerca dei  fatti, il rilievo d'ufficio  delle questioni presuppone  che un fatto  sia già stato allegato  pur senza invocarne  gli effetti e si  riferisce alla produzione  degli effetti  costitutivi,  modificativi, estintivi  che discendono   dal  fatto   allegato (Cass. Civ., sez. I, 7 aprile 2000, n. 4392).


Per quanto attiene al limite fissato dall’art. 2933 c.c.,  per il caso  in cui  la distruzione  della cosa  risulti di  pregiudizio per l'economia  nazionale, va ricordato che trattasi di norma la cui applicazione presuppone che  il  concreto  verificarsi di  tale pregiudizio venga dedotto e dimostrato (Cass. Civ. sez. un., 16 gennaio 1986 n. 207).


Nella specie non si avrebbe alcuna demolizione di opera pubblica, ma tutt'al più la rimozione dei rifiuti sversati sul fondo ad opera dell'Amministrazione.


Si tratta di un'operazione che - non avendo l'Amministrazione fornito specifica prova in senso contrario - non può essere ritenuta né eccessivamente onerosa, né tantomeno dannosa per l'economia nazionale, comportando solamente delle ripercussioni gestibili a livello locale (cfr. C. S. IV, 28 gennaio 2002, n. 450).


         Deve conseguentemente essere accolta la domanda volta alla riduzione in pristino e alla restituzione dell’area occupata.


3.       Per quanto attiene alle domande risarcitorie, va preliminarmente rilevata la sussistenza dell'elemento soggettivo dell'illecito.


Si tratta infatti di una procedura posta in essere sulla base di un'attività  radicalmente illegittima, alla stregua della motivazione della sentenza di questo Tribunale che ha annullato i relativi provvedimenti. Come tale essa rivela l’imputabilità soggettiva dell'illecito in capo agli apparati amministrativi, non essendo nella specie individuabili specifici elementi che possano condurre ad escludere o ad attenuare la stessa.


4.   L'accoglimento della domanda di restituzione del suolo consente di non esaminare la domanda diretta a ottenere il risarcimento del danno, nella parte corrispondente al valore venale del fondo occupato e del relativo  sottosuolo, costituito da un "grosso banco tufaceo".


         Restano invece da esaminare i seguenti ulteriori capi in cui parte ricorrente ha articolato la domanda risarcitoria:


a) valore del soprassuolo;


b)  danni conseguenti al mancato godimento del fondo per il periodo di occupazione illegittima;


c) maggior danno, a titolo di danno emergente e lucro cessante conseguenti al mancato sfruttamento e successivo riempimento della cava, unitamente al valore dei cespiti aziendali posizionati sul suolo, ai costi per la redazione di studi e progetti finalizzati alla realizzazione dell'attività di smaltimento di rifiuti solidi  urbani, alla capitalizzazione dell'utile netto e al mancato reddito conseguibile dall'azienda nel futuro, con interessi e rivalutazione.


4.1     Per quanto concerne la domanda sub a), nonché la domanda sub c), nella parte relativa al valore dei cespiti aziendali situati sul suolo, il Collegio ritiene che la stessa vada accolta relativamente al valore  dei soli beni e manufatti censiti negli stati di consistenza e successivamente asportati o demoliti, restando conseguentemente esclusi i beni (macchinari, attrezzature) non riportati nei relativi verbali, attesa la valenza probatoria degli stessi. Detto valore andrà incrementato degli interessi legali a partire dalla data dello spossessamento; sulla somma risultante andrà applicata la rivalutazione, secondo indici Istat, a partire dalla data della asportazione o demolizione dei soprassuoli e fino alla data dell’effettiva liquidazione del debito (data in cui il debito di valore si trasforma in debito di valuta).


4.2     Con riferimento alla domanda di cui al punto  b), il Collegio ritiene che il danno derivante dalla temporanea indisponibilità dei suoli occupati debba essere risarcito  nella sola misura degli interessi legali sul valore  di mercato dei fondi medesimi, con decorrenza dalla data dello spossessamento. Non risulta infatti provata  la percezione in atto, al momento dell'occupazione, di ulteriori redditi derivanti da attività di smaltimento dei rifiuti.


4.3     Il danno di cui ai precedenti punti  4.1  e 4.2 va liquidato dall'Amministrazione ai sensi e per gli effetti dell'art. 35, comma 2 del D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 80. A tal fine il calcolo del valore di mercato dei fondi, dei beni e dei manufatti di andrà effettuato in contraddittorio con i ricorrenti, sulla base degli elementi in possesso della stessa amministrazione e di quelli che verranno forniti dalle controparti, nonché delle informazioni che potranno essere acquisite anche dagli uffici periferici dell'Agenzia delle entrate (avuto riguardo, in particolare, ad atti di cessione, a procedimenti relativi alla applicazione di imposte e tributi ovvero a procedimenti in sede giudiziaria, per beni ubicati nella zona ed aventi analoghe caratteristiche di destinazione urbanistica, di utilizzazione, di stato e conformazione dei luoghi).


4.4     Per quanto concerne la domanda sub  c), nella parte residua, concernente il lucro cessante in ordine al mancato sfruttamento della cava situata nel sottosuolo e al mancato flusso reddituale derivante dal successivo prospettato riempimento della cava stessa attraverso lo scarico di rifiuti, il Collegio ritiene che si tratti di una voce di danno non risarcibile a seguito dell'avvenuto accoglimento della domanda di restituzione del fondo in natura (in caso contrario, si avrebbe infatti la pratica duplicazione del risarcimento del valore risultante dalla capitalizzazione delle utilità inerenti allo svuotamento e al riempimento della cava: utilità che ineriscono oggettivamente al bene che torna nella disponibilità del ricorrente).


5.   Nei limiti delle suesposte considerazioni, il ricorso deve essere accolto.


                                      


 




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