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CASS 15559/2003 - LA GIURISDIZIONE DELLA CASSAZIONE IN AMBITO RISARCITORIO

Le controversie in corso davanti al giudice ordinario alla data del 30 giugno 1998 sono soggette in materia di risarcimento danni alla giurisdizione della Cassazione



 


 


CASS 15559/2003 - Le controversie risarcitorie in corso davanti al giudice ordinario alla data del 30 giugno 1998 sono soggette in materia di giurisdizione alla disciplina previgente al decreto legislativo n. 80 del 1998, e dunque all’articolo 5 c.p.c. come novellato dalla legge n. 353 del 1990 e successive modificazioni. La giurisdizione si determina dalla domanda (art. 386 c.p.c.), secondo il criterio del c.d. petitum sostanziale, che s'identifica in funzione dell'intrinseca natura della posizione soggettiva dedotta in giudizio. In ordine alla giurisdizione le sezioni unite della Corte di Cassazione sono giudice anche del fatto, potendo e dovendo procedere, in piena autonomia, all'apprezzamento diretto delle risultanze istruttorie.


 


 


 







 


 


Cassazione Civile, Sez. Unite, 17 ottobre 2003, n. 15559


(Giustiniani, Genghini pres., Criscuolo rel.)


 


Fatto


 


Con citazione notificata il 19 dicembre 1995 Nicola Sinisi convenne in giudizio davanti al Tribunale di Trani il Comune di Andria e l'Istituto autonomo per le case popolari della provincia di Bari (d'ora in avanti, per brevità, I.A.C.P.), esponendo:


che egli era proprietario di un fondo situato in agro di Andria, contrada S. Valentino, in catasto alla partita 18497, fol. 36, particella 441 (ex 279), esteso mq. 1.741;


che in data 12 novembre 1981 il sindaco del comune di Andria aveva emesso il decreto di occupazione temporanea in via di urgenza n. 78, notificato il 14 dicembre 1981, avente ad oggetto il menzionato fondo, per consentire l'esecuzione di opere di edilizia, economica e popolare da parte dell'I.A.C.P. di Bari;


che all'occupazione del fondo non aveva fatto seguito, nel termine di cinque anni previsto dal decreto, la procedura di espropriatone definitiva;


che, per giurisprudenza costante, in tema di procedimento espropriativo preordinato all'edificazione di case economiche e popolari, l'I.A.C.P. - il quale, al termine dell'occupazione legittima, non abbandoni il suolo del privato, ma, continuando ad occuparlo senza titolo, vi abbia costruito l'opera pubblica, consentendone l'acquisizione all'ente pubblico territoriale in collaborazione col quale è stato avviato il procedimento - è responsabile nei confronti del privato per il risarcimento del danno dovuto all'abusiva occupazione, nonché (in solido con l'ente territoriale) per il valore venale del bene sottratto al privato stesso per effetto dell'irreversibile incorporazione all'opera eseguita, valore da commisurare a quello di mercato e da rivalutare fino al giorno della liquidazione;


che, a seguito di richiesta del proprietario, il comune di Andria aveva comunicato che il fondo in questione era stato interessato da strade e costruzioni senza precisare la data d'inizio e ultimazione dei lavori;


che il valore del suolo andava stimato in circa lire 100. 000 a mq..


Su tali premesse l'attore chiese che, accertata l'occupazione senza titolo del fondo de quo, i convenuti fossero condannati in solido al risarcimento dei danni, nella misura di lire 171.400.000 o in quella diversa ritenuta di giustizia, oltre al risarcimento per i frutti non riscossi dal momento dell'occupazione fino all'irreversibile destinazione del fondo ad uso pubblico, con interessi legali e rivalutazione come per legge e con vittoria di spese.


Il comune di Andria e l'l.A.C.P. si costituirono per resistere alla domanda, sollevando eccezioni di rito e di merito.


All'esito dell'istruzione il Tribunale di Trani, con sentenza del 9 dicembre 1998, preso atto dell'annullamento da parte del Consiglio di Stato del piano di zona per l'edilizia economica e popolare (P.E.E.P.) nel quale il suolo in questione era stato incluso, dichiarò il difetto di giurisdizione a conoscere della domanda e compensò tra le parti le spese di causa.


Ad avviso del primo giudice l'annullamento del P.E.E.P. non estendeva i suoi effetti a favore dei proprietari (come il Sinisi) rimasti estranei al relativo procedimento, con la conseguenza che le posizioni di costoro mantenevano la consistenza di meri interessi legittimi e non erano tutelabili davanti al giudice ordinario.


Il Sinisi propose appello e gli appellati si costituirono per resistere al gravame, proponendo impugnazione incidentale in ordine al regolamento delle spese effettuato dal Tribunale.


La Corte di appello di Bari con sentenza depositata il 19 settembre 2001, in riforma della pronunzia impugnata dichiarò la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda proposta dal Sinisi, rimise la causa al primo giudice (competente per materia) e condannò il comune di Andria e l'I.A.C.P. di Bari al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.


La Corte territoriale rilevò che il Tribunale aveva dichiarato il difetto di giurisdizione ritenendo che il Sinisi - essendo rimasto estraneo al processo che aveva portato all'annullamento, da parte del Consiglio di Stato, del P.E.E.P. nel quale il terreno de quo era stato incluso - non poteva beneficiare degli effetti di tale annullamento e non aveva la titolarità del diritto soggettivo al risarcimento dei danni, da lui azionato.


Al riguardo la Corte di merito, accogliendo la censura mossa dall'appellante, osservò che il principio richiamato dal Tribunale (secondo cui gli atti di occupazione e di espropriazione emessi in base ad un P.E.E.P. poi annullato non erano da considerare emessi in carenza assoluta di potere, ma erano espressione di un potere esercitato dall' espropriante senza il rispetto della normativa che regola l'azione amministrativa, cui corrispondeva nei destinatari una posizione d'interesse legittimo) era stato affermato in giurisprudenza. Nel caso di specie, tuttavia, il riferimento a tale principio non era pertinente, perché il Sinisi chiedeva il risarcimento dei danni non già riportandosi all'illegittimità del decreto di espropriazione emesso in base al P.E.E.P. (decreto, peraltro, mai emanato), bensì adducendo il fatto che l'opera pubblica era stata realizzata senza la pronunzia del decreto di espropriazione .


Pertanto, in presenza di una domanda per risarcimento di danni da fatto illecito, risultava chiara la giurisdizione del giudice ordinario (con competenza per materia del tribunale).


La Corte di Bari, infine, affermò che l'accoglimento dell'appello principale rendeva superfluo l'esame degli appelli incidentali in quanto, per il principio della soccombenza, le spese giudiziali di entrambi i gradi dovevano essere poste a carico del comune di Andria e dell'l.A.C.P. di Bari.


Avverso tale sentenza il detto I.A.C.P., in persona del commissario straordinario legale rappresentante in carica, ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, illustrati con memoria.


Nicola Sinisi ha resistito con controricorso.


Il comune di Andria non ha svolto attività difensiva.


La causa, essendo addotti profili inerenti alla giurisdizione, è stata assegnata alle sezioni unite civili di questa Corte.


 


Diritto


 


Il ricorrente, con il primo mezzo di cassazione, denunzia "contraddittoria, errata ed irrazionale motivazione avverso l'incompetenza giurisdizionale affermata dal primo Giudice".


Richiamato il contenuto della sentenza impugnata, afferma che al Sinisi non sarebbe rimessa la "potestà di scegliere la connotazione da attribuire alla situazione oggettiva esistente cui è connessa la prevalente sussistenza dell'interesse legittimo". Sicché, se il decreto di occupazione temporanea era caducato quale conseguenza del successivo annullamento del P.E.E.P., così precludendo l'emissione del decreto definitivo, l'effetto sarebbe stato d'invalidare l'intera procedura espropriativa per essere venuto meno il presupposto.


A questa situazione oggettiva, esistente alla data d'instaurazione del giudizio, dovrebbe aversi riguardo ed essa dovrebbe "guidare la successiva disciplina, tutela ed esercizio dell'interesse legittimo, con mero riflesso sui diritti soggettivi, ma nel rispetto della priorità di tutela riconosciuta al primo e prescritta dalla vigente legislazione".


Il Sinisi non avrebbe la facoltà di obliterare l'annullamento del P.E.E.P. e i suoi effetti sugli atti amministrativi, e scegliere la causa petendi "da attribuire alla censura e alla rivendicazione per il mancato completamento della procedura espropriativa , divenuta inattuabile ab initio per essere venuta meno l'assoggettabilità dei suoli al P.E.E.P.".


E sarebbe errato affermare che l'atto amministrativo emesso in base ad un P.E.E.P. successivamente annullato non è inficiato da carenza di potere dell' espropriante ma è invece da qualificare, riduttivamente, come potere esercitato in violazione della normativa, trattandosi di espressione confusa e contraddittoria.


Nella specie l'atto (decreto di occupazione) sarebbe stato emesso allorché il piano di zona era vigente, onde all'epoca sarebbe stato legittimo, mentre sarebbe da attribuire al successivo annullamento del medesimo piano la caducazione dell'intero procedimento ablativo per essere venuta meno la potestà dell'ente di sottoporre quei suoli ad espropriazione per pubblica utilità.


Pertanto, sarebbe rimasto sussistente l'interesse legittimo riconosciuto dalla stessa Corte di merito, la quale però, in modo contraddittorio, avrebbe poi affermato la ritualità dell'esercizio del diritto soggettivo da parte dell'attore, così "vanificando la prioritaria tutela di quell'interesse legittimo appena riconosciuto sussistente".


Il ricorrente prosegue sostenendo che l'attore avrebbe fondato la sua domanda "esclusivamente sulla censura di mancato completamento della procedura ablativa nel termine prescritto dalla speciale normativa". Tale impostazione, però, sarebbe stata mutata dal Sinisi nel secondo grado del processo, nel quale il risarcimento del danno sarebbe divenuto conseguenza del permanere dell'occupazione e della trasformazione del fondo non più per il solo effetto della violazione delle norme preordinate a disciplina dell' espropriazione per p.u., bensì anche a causa dell'annullamento del piano di zona. Tuttavia, l'illiceità dell'occupazione troverebbe "origine e nesso di causalità" nella sentenza del Consiglio di Stato che annullò il piano di zona. Ma il Sinisi, non avendo partecipato al giudizio amministrativo, non potrebbe avvalersi degli effetti di quella pronunzia, "sicché egli allo stato è nella posizione del proprietario di un suolo non assoggettabile ad espropriazione ma che pur tuttavia è stato destinatario del provvedimento di esproprio del sindaco di Andria; provvedimento che, sebbene non abbia potuto avere seguito, continua a produrre i propri effetti sino a quando non verrà rimosso".


Il ricorrente, infine, richiama alcuni principi affermati in giurisprudenza in tema di piani di zona, di effetti del loro annullamento, di diritti soggettivi e interessi legittimi, concludendo per l'erroneità della sentenza impugnata che avrebbe seguito la "irrituale ed inammissibile trasformazione della causa petendi" operata dal Sinisi.


Le suddette censure non sono fondate.


Per chiarezza di esposizione vanno poste alcune premesse: a) si tratta di controversia in corso (davanti al giudice ordinario) alla data del 30 giugno 1998, sicché essa non è soggetta alla disciplina recata dal decreto legislativo n. 80 del 1998, né a quella della successiva legge n. 205 del 2000, bensì alla disciplina precedente, applicabile ai sensi dell'art. 5 c.p.c. (testo novellato dalla legge n. 353 del 1990 e successive modificazioni); b) la giurisdizione si determina dalla domanda (art. 386 e. p. c.), secondo il criterio del c.d. petitum sostanziale, che s'identifica non solo e non tanto in base alla concreta statuizione chiesta al giudice, ma anche e soprattutto in funzione della causa petendi, ossia dell'intrinseca natura della posizione soggettiva dedotta in giudizio (ex multis: Cass., sez. un., 11 ottobre 2002, n. 14529; 2 agosto 2002, n. 11626; 28 dicembre 2001, n. 16218); c) in ordine alla giurisdizione le sezioni unite di questa Corte sono giudice anche del fatto, potendo e dovendo procedere, in piena autonomia, all'apprezzamento diretto delle risultanze istruttorie e degli atti di causa (tra le più recenti: Cass., sez. un., 4 ottobre 2002, n. 14275; 22 luglio 2002, n. 10696; 27 giugno 2002, n. 9338).


Tanto premesso, si deve osservare che con la citazione introduttiva il Sinisi, dopo avere richiamato il decreto di occupazione d'urgenza emesso dal sindaco del comune di Andria, rilevò che all'occupazione temporanea del fondo non aveva fatto seguito (nel termine previsto dal relativo decreto) la procedura di espropriazione definitiva (la sentenza impugnata ha accertato che il decreto di esproprio non fu mai emanato e il dato non è controverso). L'attore, poi, si riportò alla giurisprudenza in tema di diritto del privato al risarcimento del danno per la sottrazione del bene conseguente all'irreversibile incorporazione di esso nell'opera pubblica, addusse che - secondo informazioni fornite dal comune di Andria - il fondo in questione "era stato interessato da strade e costruzioni" (citazione, pag. 3) e chiese la condanna solidale dei convenuti (comune di Andria e I.A.C.P. di Bari) al risarcimento dei danni.


La domanda del Sinisi, dunque, era chiara: con essa si adduceva un'ipotesi di occupazione c.d. acquisitiva, con conseguente ablazione di fatto, cioè un'ipotesi nella quale la giurisprudenza (ormai consolidata dopo la sentenza resa da questa Corte a sezioni unite il 26 febbraio 1983. n. 1464) ravvisa un illecito riconducibile nello schema dell'art. 2043 c.c., che abilita il privato (soggetto passivo dell'ablazione) a chiedere la condanna della P.A. cui l'illecito è imputabile al risarcimento del danno derivante dalla perdita della proprietà del bene, ormai definitivamente incorporato nell'opera pubblica.


In particolare, la domanda non investiva né il decreto di occupazione (i cui termini, del resto, erano ormai scaduti), né altri atti della procedura di espropriazione, né un (inesistente) decreto di esproprio. La situazione giuridica azionata era il diritto al risarcimento dei danni conseguente alla subita ablazione di fatto.


Dopo la sentenza di primo grado il Sinisi propose appello, richiamando il principio, più volte affermato da questa Corte, secondo cui la domanda con la quale il proprietario di un fondo, deducendo la perdita del suo diritto per effetto di accessione invertita derivante da irreversibile incorporazione del suolo in un'opera pubblica su di esso eseguita, faccia valere la pretesa al risarcimento dei danni, attiene ad un diritto soggettivo ed è, pertanto, soggetta alla giurisdizione del giudice ordinario, senza che si riveli idonea a fondare la giurisdizione amministrativa la deduzione dell'illegittimità di atti della procedura espropriativa seguita dalla pubblica amministrazione. Chiese, pertanto, che fosse dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario.


Anche in secondo grado, quindi, la situazione giuridica azionata è rimasta ferma e si risolve in un'azione di risarcimento del danno ex art. 2043 c.c. per l'illecita ablazione che il Sinisi afferma di avere subito (essendo poi rimessi al giudice del merito l'accertamento e la precisa qualificazione di tale azione). Essa rientrerebbe comunque nella competenza giurisdizionale del giudice ordinario, anche se la posizione giuridica soggettiva (la cui lesione è fonte di danno ingiusto) avesse consistenza d'interesse legittimo (cfr. Cass., sez. un., 22 luglio 1999, n. 500).


A maggior ragione vi rientra quando, come nel caso in esame, la posizione giuridica fatta valere ha consistenza di diritto soggettivo, tale dovendosi qualificare la lesione del diritto di proprietà che il Sinisi assume di avere subito (e il cui accertamento, come si è detto, attiene al merito).


In questo quadro, i ripetuti richiami del ricorrente all'annullamento, ad opera del Consiglio di Stato, del P.E.E.P. non hanno rilevanza, se non nella misura in cui confermano (come lo stesso ricorrente deduce: ricorso per cassazione, pag. 13) che "è da attribuire al successivo annullamento di quel P.E.E.P. dichiarato dal Consiglio di Stato la caducazione dell'intero iter procedimentale ablativo per essere venuta meno la potestà dell'ente di assoggettare quei suoli ad esproprio per pubblica utilità". Invero, se la potestà ablatoria dell'ente è venuta meno, l'irreversibile trasformazione del fondo - allegata dal Sinisi e non messa in discussione dall'I.A.C.P. - si è tradotta nell'illecito aquiliano dianzi menzionato, e sulla pretesa risarcitoria collegata a tale illecito la giurisdizione, per quanto sopra esposto, spetta al giudice ordinario.


Non è esatto, poi, che l'attore abbia mutato in secondo grado la "impostazione processuale" perché, dopo avere ancorato la domanda esclusivamente al mancato completamento della procedura ablativa, avrebbe successivamente chiesto il risarcimento del danno come "conseguenza del permanere dell'occupazione e della trasformazione del fondo non più per il solo effetto della violazione delle norme preordinate a disciplina dell' espropriazione per pubblica utilità, bensì anche a causa dell'annullamento del piano di zona nel quale è compreso il suolo di proprietà del Sinisi, esponendo un'alternanza di motivi di censura inammissibile per preclusione processuale anche perché ciascuna conduce ad effetti del tutto differenti" (ricorso per cassazione, pag. 15).


Basta porre a confronto l'atto di citazione in primo grado e l'atto di appello per constatare che l'attuale resistente sia in primo sia in secondo grado ha sempre addotto a fondamento della pretesa azionata l'accessione invertita, conseguente all'avvenuta realizzazione dell'opera pubblica (v. atto di appello, pag. 3), né i riferimenti all'intervenuto annullamento del P.E.E.P. hanno inciso sul contenuto sostanziale della domanda, diretta sempre ad ottenere il risarcimento del danno per la perdita del suolo conseguente all'ablazione senza titolo.


Infine, l'assunto del ricorrente - secondo il quale l'illiceità dell'occupazione troverebbe "origine e nesso di causalità in quella sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato il piano di zona" e della quale il Sinisi non potrebbe avvalersi, non avendo partecipato al relativo giudizio - non ha fondamento. L'illiceità (non della semplice occupazione ma) dell'ablazione discende dalla irreversibile trasformazione del bene compiuta in assenza di legittimo titolo espropriativo , e su tale situazione giuridica (il cui accertamento - si ripete - resta affidato al giudice del merito) la competenza giurisdizionale spetta al giudice ordinario, come correttamente ha statuito la sentenza impugnata.


Da quanto esposto consegue il rigetto del primo motivo, con dichiarazione della giurisdizione del giudice ordinario.


Col secondo mezzo di cassazione il ricorrente denunzia violazione dell'art. 112 c.p.c. sotto un duplice profilo: a) la Corte di appello sarebbe incorsa in vizio di ultrapetizione per avere attribuito alla causa petendi una qualificazione "assente dal libello introduttivo delimitatore dell'ambito della discussione"; b) ulteriore vizio di ultrapetizione sussisterebbe nella liquidazione, a favore dei Sinisi delle spese e delle competenze del giudizio di primo grado, che erano state compensate dal Tribunale con pronunzia non impugnata dallo stesso Sinisi.


Il motivo (che va esaminato in questa sede, per ragioni di economia processuale, essendo in parte connesso al primo mezzo) è infondato sotto entrambi i profili.


Quanto al punto sub a), è sufficiente rinviare alle considerazioni svolte trattando del primo motivo, che escludono la pretesa ultrapetizione.


Quanto al punto sub b), si deve osservare che, come questa Corte ha più volte affermato, il giudice di appello, mentre nel caso di rigetto del gravame non può, in mancanza di uno specifico motivo d'impugnazione, modificare la statuizione sulle spese processuali di primo grado, allorché riforma in tutto o in parte la sentenza impugnata ha il potere di provvedere di ufficio ad un nuovo regolamento di dette spese, quale conseguenza della pronunzia adottata, dovendo il relativo onere essere attribuito e ripartito in relazione all'esito complessivo della lite (cfr., tra le più recenti, Cass., 17 aprile 2002, n. 5497; 23 marzo 2001, n. 4229; 19 maggio 2000, n. 6540; 12 maggio 2000, n. 6540).


La Corte territoriale si è uniformata a tale principio (che il collegio condivide), sicché anche sotto questo aspetto la sentenza impugnata si sottrae alle censure del ricorrente.


Conclusivamente, il ricorso deve essere respinto e l'I.A.C.P. di Bari, per il principio della soccombenza, va condannato al pagamento, in favore del Sinisi delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, mentre nessuna pronunzia in ordine alle spese va emessa nei confronti del comune di Andria che in questa sede non ha svolto attività difensiva.




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