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CASS 16282/2003 - LA NATURA DEL GIUDIZIO IN CORTE D'APPELLO E LA FALCIDIA DEL 40%

La stima giudiziale non ha carattere impugnatorio della stima amministrativa. La falcidia del 40% presuppone un'offerta congrua e tempestiva.



 


 


 


CASS 16282/2003. - La mancata comunicazione della determinazione dell’indennità non fa venire meno la competenza della Corte d’Appello.


 


La determinazione giudiziale non ha natura impugnatoria rispetto alla stima amministrativa, ma introduce un ordinario giudizio di cognizione in unico grado, indipendente dalle stime amministrative. 


 


La falcidia del 40% nel meccanismo di calcolo dell’articolo 5 bis della legge 359/1992 è subordinato alla esistenza di una previa - valida, congrua e tempestiva - offerta del giusto indennizzo, da parte dell'espropriante, ed alla mancata, correlativa accettazione (e cessione volontaria del bene) da parte dell' espropriato.


 


 


 







 


 


Cassazione Civile, Sez. I, 29 ottobre 2003, n. 16282


(Grieco pres., Morelli rel.)


 


 


Diritto


 


1. I due ricorsi vanno preventivamente riuniti ai sensi dell'art. 335 c.p.c.


2. Preceda l'esame del ricorso del Comune, ancorché incidentale, per il carattere pregiudiziale delle due censure - di nullità della sentenza e del procedimento - in esso formulato, in ragione, rispettivamente, della eccepita incompetenza funzionale della Corte di appello a decidere un unico grado di domanda, secondo il Comune, "risarcitoria" e non oppositiva alla stima; e (in subordine) dell'ingiustificato (sempre secondo il Comune) e non adeguatamente motivato diniego di riunione, ad altro, del presento giudizio.


2.1 La prima di tali doglianze è manifestamente infondata, una volta che lo stesso Comune riconosce che oggetto dell'avversa pretesa era il conseguimento del "giusto indennizzo espropriativo ", in relazione ad una "rituale procedura" ablatoria. Nel contesto della quale, la circostanza che la proprietaria non avesse ricevuto comunicazione dell'indennità fissata dal comune non poteva certamente attribuire (come irragionevolmente si protende) connotati risarcitori alla domanda della indennità stessa.


Vale a dire che la mancanza o, come in questo caso, la mancata comunicazione della relazione di stima non fa venir meno la speciale competenza funzionale della Corte di appello, in ordine alla domanda, del proprietario espropriato , relativa al conseguimento del correlativo giusto indennizzo, quale prevista dall'art. 19 della L. 1971 n. 865. E ciò sia perché detta norma, con sentenza n. 67/90 della Corte costituzionale, è stata additivamente emendata proprio nel senso di consentire la richiesta della riferita indennità, una volta avvenuta l' espropriazione , anche prima, e indipendentemente, quindi, dall'adozione della relazione di stima, di cui ai precedenti artt.15 e 16 della stessa legge; sia perché la cd. "opposizione alla stima dell'indennità di espropriazione , ex art. 19 cit., non si configura come un giudizio di impugnazione dell'atto amministrativo (di cui sia, in tesi, necessaria, per tal profilo, la preesistenza), ma introduce un ordinario giudizio di cognizione, diretto, appunto, a stabilire il "quantum" dell'indennità effettivamente dovuto.


2. 2. Inammissibile è poi, a sua volta, la residua seconda censura del Comune, stante il carattere ordinatorio del provvedimento che disponga o, come in questo caso, neghi la riunione, ad altro, del giudizio in corso; la non incidenza del provvedimento stanno sulla validità degli atti e della decisione finale e la non sindacabilità, quindi, di questa, per tal profilo, in sodo di legittimità (cfr. n. 671/97, per tutte).


2. 3. Dal che il rigetto, dunque, del ricorso incidentale nel suo complesso.


3. Venendo al ricorso principale - e rilevata preliminarmente l'inammissibilità del suo terzo mezzo, in quanto volto ad ottenere un non consentito riesame del merito in punto di valutazione di mercato del suolo espropriato - ne risulta viceversa fondato il primo motivo, con il quale si denuncia violazione dell'art. 5 bis l. 359/92 per il profilo dell'applicazione della ulteriore decurtazione, ivi prevista, con conseguente assorbimento della residua seconda doglianza relativa alla misura della decurtazione stessa.


Pacifico in fatto che nella specie - per come del resto riportato in motivazione della stessa sentenza impugnata - l' espropriante non aveva fatto alla proprietaria alcuna comunicazione in ordine alla indennità offerta, così "privandola della facoltà di accettare tale offerta e di pervenire alla cessione volontaria del bene", ha effettivamente, quindi, errato la Corte territoriale nel decurtare poi ulteriormente il valore mediato del suolo (per altro del 60% e non del 40%), con ciò violando la norma di riferimento. Atteso che, per ormai consolidata esegesi giurisprudenziale del citato art. 5 bis l. 359/92, proprio alla esistenza di una previa - valida, congrua e tempestiva - offerta del giusto indennizzo, da parte dell' espropriante , ed alla mancata, correlativa accettazione (e cessione volontaria del bene) da parte dell' espropriato , è subordinata la decurtazione in questione.


La quale altrimenti - in difetto, cioè, di una siffatta offerta - non va operata in danno del proprietario (cfr. nn. 3833, 7107/01, per tutte).


4. La sentenza impugnata va, pertanto, cassata, in relazione e nei limiti della censura accolta.


5. La causa può decidersi nel merito ai sensi del novellato art. 384 c.p.c., riconoscendosi dovuta alla Salamone, in applicazione dell'enunciato principio di diritto, l'indennità di espropriazione nella misura di £ 107.586.025 - id est Euro 55.563,54 - quale determinata (secondo il criterio del valore venale mediato ex art. 5 bis l. 359/92) dalla Corte territoriale, senza l'ulteriore decurtazione erroneamente poi da quella somma, operata dagli stessi giudici.


6. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano, per l'intero giudizio, come in dispositivo.


 




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