Affinchè un'area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo. Affinché la PA possa esercitare l'azione possessoria, peraltro, è sufficiente la preesistenza di fatto dell'uso pubblico. " />
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TAR LIGURIA 25/11/2003, CDS 1/12/2003 - L'USUCAPIONE DELLA SERVITU' D'USO PUBBLICO E LA TUTELA RIPRISTINATORIA

Affinchè un'area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo. Affinché la PA possa esercitare l'azione possessoria, peraltro, è sufficiente la preesistenza di fatto dell'uso pubblico. 



 


 


 


TAR LIGURIA 25 novembre 2003: affinchè un'area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo.


 


CDS V 1 dicembre 2003: la semplice preesistenza di fatto dell'uso pubblico della strada e della sopravvenienza di un'alterazione dello stato dei luoghi tale da comprometterne l'utilizzazione da parte della collettività, costituiscono titolo per esercitare un'azione possessoria pubblica. L'uso pubblico della strada non si dimostra necessariamente con l'inclusione nell'elenco delle strade pubbliche. Il titolo valido ad affermare il diritto di uso pubblico può essere la sua protrazione ab immemorabili.


 


 





 


 


TAR LIGURIA, Sezione I, 25 novembre 2003 n. 1581


(Pres. Vivenzio, Rel. Caputo)


 


Fatto


 


La ricorrente, proprietaria di un’unità immobiliare sita in località Ferrari del Comune di Celle Ligure, ha impugnato il provvedimento con il quale l’amministrazione comunale resistente le ordinava di non dare corso all’esecuzione di lavori relativi alla DIA per la realizzazione di una recinzione.


Questi i motivi di censura:


I)e II)   Violazione dell’art. 7 l, n. 241 del 1990: l’ordine che preclude l’efficacia della DIA non è stato preceduto dalla comunicazione dell’avvio del procedimento con conseguente invalidità derivata del procedimento conseguente;


III)  L’esercizio del potere di interdire l’esecuzione dei lavori edilizi, non suscettibile di delega, è stato esercitato dal tecnico anziché dal titolare dell’ufficio;


IV)l’area oggetto di intervento è di proprietà ricorrente, non fa parte del demanio né del patrimonio del Comune non è inoltre soggetta ad uso pubblico;  sicchè non è consentito l’esercizio di alcun potere autoritativo di autotutela;


Altre censure riguardano gli atti conseguenti adottati del Comune anch’essi inficiati dai  vizi già dedotti.


Il TAR con ordinanza n. 757 del 2002 accoglieva la domanda incidentale di sospensione dell’efficacia del provvedimento interdittivo l’esecuzione dei lavori.


Con ricorso per motivi aggiunti la ricorrente ha impugnato   la nuova ordinanza  emessa dal comune di Celle Ligure di demolizione e remissione in pristino relativa alle opere strumentali per  l’esecuzione dei lavori oggetto della DIA.


 I motivi di censura si incentrano in principalità sull’invalidità derivata della nuova ordinanza, ribadendo la proprietà privata dell’area occupata circoscritta a quella  strettamente necessaria per l’esecuzione dei lavori.


Il Comune di Celle si è costituito, negando il titolo dominicale esclusivo in capo alla ricorrente, instando per l’accertamento giudiziale del diritto quanto meno di uso pubblico sulla c.d. piazza dei  Mosè.


Con ordinanza n. 203/03 il Tar ha disposto la sospensione sia dell’esecuzione dell’ingiunzione  di demolizione che di ulteriore prosecuzione dei lavori da parte della ricorrente.


Alla pubblica udienza del 10.07.03 la causa su richiesta delle parti è stata trattenuta in decisione.


 


DIRITTO


 


I provvedimenti impugnato hanno ad oggetto  l’esecuzione di lavori di recinzione di un’area  di cui è controversa la proprietà esclusiva: secondo la ricorrente infatti sia il provvedimento che interdice l’efficacia della DIA sia l’ingiunzione di demolizione muovono dal presupposto giuridico,   smentito - secondo lei -  da sentenze sia del giudice amministrativo che civile, di un uso pubblico del suolo che non consentirebbe i lavori ostativi al detto uso.


Il Comune resistente a tale riguardo chiede l’accertamento giudiziale del carattere di bene del  demanio dell’area in contesa: la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia urbanistica   consentirebbe, secondo l’amministrazione, l’esperimento di tutti i  mezzi probatori necessari per l’accertamento  in via principale del titolo  dominicale effettivo.


La questione merita un  chiarimento.


Costituisce infatti orientamento giuridico consolidato che la controversia volta a stabilire l’esistenza del diritto di uso pubblico sulle strade rientra nella giurisdizione del giudice ordinario (Cons. St., sez. V, 4 novembre 1999 n. 1809; ID., sez. V, 15 aprile 1999 n. 431).


In via incidentale  al giudice amministrativo è consentita invece la cognizione dei presupposti giuridici che legittimano l’esercizio di potestà autoritative: prima fra tutti, nel caso di impugnazione di provvedimenti auto-tutela di beni demaniali,  la natura del bene.


Tale è la situazione che ne occupa.


Non si tratta quindi di accertare in via principale la proprietà dell’area se  sia   pubblica o privata;  quanto piuttosto di verificare la legittimità dei provvedimenti che, assumendo a  presupposto giuridico la natura pubblica, ne traggono conseguente titolo.


Ovviamente qualora la questione controversa  abbia costituito oggetto di pronunce giurisdizionali passate in giudicato (richiamate da entrambe le parti in causa),  occorre verificare se si verta in ipotesi  in cui il c.d. giudicato esterno si rifletta nel giudizio a quo.


Nel caso che ne occupa la sentenza del Tribunale di Savona n. 424  del 2001 riguarda la controversia  avente ad oggetto la servitù di passo a favore dei condomini del civico n. 21 di via Ferrari, ed  ha negato la sussistenza della servitù.


Questo TAR con sentenza n. 1034 del 2001 ha precisato che la ricorrente è titolare (solo)  di servitù di accesso e parcheggio sull’area.


La sentenza del Tribunale civile  riguarda una controversia fra privati; quella del TAR concerne una situazione giuridica anteriore all’acquisto della proprietà dell’area con atto pubblico dell’1.03.02: nessuna delle pronunce pertanto ha efficacia di giudicato esterno sulla natura privata o pubblica dell’area.


La questione, da  trattare e risolvere incidenter tantum, assume peraltro rilievo centrale poichè i provvedimenti impugnati, come detto,  si fondano sulla qualificazione di area destinata all’uso pubblico o quale bene facente parte del demanio.


Il tema sollecita il richiamo degli orientamenti giurisprudenziali particolarmente conferenti.


Non si dubita affatto che la strada privata diventa pubblica quando concorrono due elementi: quello della destinazione pubblica, cui si accompagni l’altro relativo alla sussistenza di titolo giuridico idoneo al trasferimento della proprietà ( Cass, 20 giugno 1990 n. 6201).


Il primo deve risultare da una serie di indici inequivoci , non essendo sufficiente una mera utilizzazione da parte di soggetti secondo modalità di comportamento uti singuli, e non anche uti cives ( cfr. Cass. 29 agosto 1998 n. 8619).


Il secondo è integrato da un atto o fatto (convenzione, espropriazione, usucapione)  astrattamente idoneo al trasferimento della proprietà.


Quest’ultimo necessario requisito difetta nel caso che ne occupa.


Non è tale né  il coacervo di dichiarazioni rese da un gruppo di cittadini; né il prospettato atto che ha  enfaticamente donato la proprietà dell’area in una “manifestazione di piazza” senza il  corredo dell’ indefettibile atto pubblico.


Aggiungasi che l’amministrazione non ha dedotto nessun altro elemento, nemmeno di ordine indiziario, che consenta di affermare l’appartenenza dell’area all’ente  pubblico territoriale ( cfr, sul rilievo di tali elementi di fatto, da ultimo Cass. 10 aprile 2001 n. 5339).


In particolare né le risultanze catastali, né l’elenco delle strade comunali, la cui iscrizione pur avendo efficacia ricoginitiva integra comunque un elemento presuntivo di pubblicità,  depongono a favore del carattere pubblico o ad uso pubblico dell’area.


 Né va dimenticato, con perspicuo riferimento alla servitù di uso pubblico, che affinchè un area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo (Cass. 8 settembre 1986 n. 5468).


La planimetria in atti assevera una situazione di fatto antitetica a quella appena tracciata: l’area collega edifici privati ed è quindi  utilizzata da un numero circoscritto di soggetti privati.


Alla stregua di queste considerazioni deve essere accolto il quarto motivo di censura  che lamenta l’insussistenza del potere di autotutela  demaniale esercitato dal Comune resistente.


Per completezza va precisato che a diversa soluzione deve giungersi per quanto riguarda i primi due motivi di censura: la DIA costituisce pur sempre un’autocertificazione sulla quale la pubblica amministrazione svolge un’attività di controllo.


E’ quindi un procedimento ad istanza di parte  volto ad eccitare il potere di controllo che per essere esercitato non necessità di comunicazione dell’avvio del procedimento.


Anche il terzo motivo di censura  è infondato poiché risulta che il provvedimento interdittivo è stato comunque ratificato dal titolare della funzione.


Quanto ai motivi aggiunti con i quali è stato impugnato il provvedimento che ordina la demolizione  di quanto realizzato dalla ricorrente, va precisato che le opere hanno natura strumentale essendo preordinate alla recinzione del cantiere di lavoro;  che l’occupazione del suolo pubblico non è stata  verificata nel contraddittorio delle parti; che si dà per scontata la proprietà pubblica dell’area la cui affermazione  ha  invece  già inficiato il provvedimento impugnato con l’originario ricorso.


In ogni caso il principio di proporzionalità di matrice comunitaria, che  in forza della recente  modifica ed integrazione della tavola costituzionale, è direttamente applicabile nell’ordinamento interno, esige che nel perseguire gli interessi pubblici l’amministrazione  adotti i provvedimenti che incidano sul privato nella misura strettamente necessaria a non aggravare, pregiudicandoli definitivamente,  gli  interessi  di questi.


In altri termini se la recinzione del cantiere occupava parte del suolo pubblico bastava limitare l’ordinanza di rimozione alle sole  strutture che lo occupavano, senza adottare un generico ed immotivato  ordine di ripristino dei luoghi.


Da ultimo non va passato sotto silenzio che il proprietario ha il  diritto assoluto di chiudere il fondo ( cfr. art. 841 c.c.): la disciplina urbanistica ed edilizia conforma le modalità di esercizio non il contenuto del diritto; sicchè il relativo esercizio  rientra  a pieno titolo fra quelli oggetto di DIA;   e la realizzazione dell’intervento materiale,  lungi dal poter essere  impedito, deve  essere comparato (qualora effettivamente sussistenti)   con   le opposte esigenze di pubblica viabilità.


Conseguentemente anche il provvedimento oggetto di impugnazione con i motivi aggiunti  è illegittimo e deve essere annullato.


Le spese di causa seguono la soccombenza e vengono liquidati come in dispositivo.


 


P.Q.M.


 


il Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria, Sezione Prima, accoglie il ricorso ai sensi della motivazione.


Condanna il Comune di Celle Ligure  al pagamento delle spese processuali in favore della ricorrente  che si liquidano in complessivi 3000 euro.


Ordina che la presente sentenza sia eseguita dalla Autorità Amministrativa.


 







 


Cons. Stato, Sez. V, 01/12/2003 n. 7831


(Frascione pres., Allegretta est.)


 


FATTO


 


Il Comune di San Giorgio Piacentino impugna la sentenza n. 222 del 24 aprile 2002, con la quale il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia Romagna, Sezione di Parma, ha accolto il ricorso proposto dagli odierni appellati per l’annullamento dell’ordinanza sindacale n. 756 del 14 giugno 1997 che ingiungeva loro il ripristino della libera circolazione sulla strada vicinale “dei Balordi” e di rimuovere i cartelli ivi apposti con la dicitura “proprietà privata - divieto di accesso”.


A fondamento del gravame l’appellante deduce: 1) Violazione dell'art. 65 Reg. proc. 642/1907; illegittimità della pronunzia incidentale circa la natura vicinale della strada; violazione del principio del contraddittorio e dell'art. 112 cod. proc. civ.; 2) Violazione di norme e di principi giurisprudenziali circa l'ordinanza di ripristino del pubblico transito su strada vicinale non iscritta nei relativi elenchi; travisamento; motivazione erronea; omessa istruttoria e motivazione sotto vari profili; contraddittorietà e illogicità. Il giudice di primo grado sarebbe andato oltre la domanda e non avrebbe tenuto conto delle risultanze processuali, dalle quali risulta l’assoggettamento della strada in questione al pubblico transito.


In conclusione, si chiede che, in riforma dell’impugnata sentenza ed in accoglimento del ricorso in appello, sia rigettato il ricorso proposto in primo grado, con ogni conseguenziale effetto di legge, anche in ordine alle spese del doppio grado di giudizio.


Si sono costituiti in giudizio gli appellati i quali hanno controdedotto al gravame, concludendo per la sua reiezione perché infondato.


Accolta la domanda di sospensione della sentenza appellata con ordinanza n. 4619 del 22 ottobre 2002, la causa è stata trattata all’udienza pubblica del 29 aprile 2003, nella quale, sentiti i difensori presenti, il Collegio si è riservata la decisione.


 


DIRITTO


 


L’appello è fondato.


Il giudizio verte sul provvedimento n. 756 del 14 giugno 1997, con il quale il Sindaco del Comune di San Giorgio Piacentino ordinava il ripristino del pubblico transito su di un tratto della strada vicinale denominata “dei Balordi”, non iscritta nell'elenco delle strade comunali, interrotta dagli originari ricorrenti.


L’ordinanza sindacale risulta adottata ai sensi dell’art. 15 D.Lgt. 1 settembre 1918 n. 1446 e, pertanto, nell’esercizio del potere di tutela possessoria di diritto pubblico della predetta strada vicinale.


In materia, costante giurisprudenza ritiene legittimi presupposti per l’intervento ripristinatorio del sindaco l'accertata preesistenza di fatto dell'uso pubblico della strada (anche non da tempo immemorabile, presupposto questo necessario solo in sede petitoria innanzi all’Autorità giudiziaria ordinaria) e della sopravvenienza di un’alterazione dei luoghi che costituisca impedimento alla sua utilizzazione da parte della collettività (cfr., da ultimo, C.G.A.R.S., 18 giugno 2003 n. 244). Con la precisazione che, ai fini dell’accertamento di tale uso, non sono determinanti le risultanze catastali o l’inclusione nell'elenco delle strade pubbliche - la classificazione delle strade avendo, infatti, efficacia presuntiva e dichiarativa, non costitutiva - bensì le condizioni effettive in cui il bene si trova, atte a dimostrare la sussistenza dei requisiti del passaggio esercitato "iure servitutis publicae" da una collettività di persone qualificate dall'appartenenza ad una comunità territoriale, della concreta idoneità della strada a soddisfare (anche per collegamento con la pubblica via) esigenze di interesse generale, di un titolo valido ad affermare il diritto di uso pubblico (che può identificarsi anche nella protrazione dell'uso stesso da tempo immemorabile)" (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 24 ottobre 2000 n. 5692; id., Sez. IV, 2 marzo 2001 n. 1155).


Nel caso di specie, dell’accertamento positivo del pubblico transito da tempo immemorabile sul tratto di strada compreso nella proprietà degli appellati si dà conto diffusamente nel provvedimento impugnato facendo riferimento ai documenti ed alle dichiarazioni in esso indicati, secondo i quali il tratto di strada in argomento è stato sempre utilizzato dalla collettività per accedere all'area demaniale di un vicino torrente e per collegarsi con una frazione del Comune.


Si rivelano, pertanto, fondate le censure, formulate specificamente nel secondo mezzo di gravame, con le quali l’Amministrazione ricorrente lamenta, da parte del giudice di primo grado, l’omessa o incongrua considerazione degli accertamenti suddetti e delle risultanze processuali, nonché l’erronea interpretazione ed applicazione della disciplina della materia e dei principi giurisprudenziali sopra riferiti.


L’appello va, quindi, accolto e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, il ricorso proposto in primo grado deve essere respinto.


Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti in causa spese e competenze del presente grado di giudizio.


 


P.Q.M.


 


Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, accoglie l’appello in epigrafe e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso proposto in primo grado.


Compensa tra le parti spese e competenze del presente grado di giudizio.


Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.



 





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