1) danno patrimoniale subito per la perdita della proprietà delle aree in misura pari all’effettivo valore di mercato; 2) rivalutazione monetaria, secondo gli indici I.S.T.A.T., sino al deposito della sentenza; 3) interessi legali dalla maturazione al soddisfo; 4) rimborso delle spese sostenute per oneri tributari versati a seguito alla mancata tempestiva trascrizione e volturazione dell’atto di trasferimento della proprietà" />
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TAR VENETO 20/11/2003 - ACCESSIONE INVERTITA, RISARCIMENTO DEL DANNO, GIURISDIZIONE E DECRETO DI ESPROPRIO TARDIVO

1) danno patrimoniale subito per la perdita della proprietà delle aree in misura pari all’effettivo valore di mercato; 2) rivalutazione monetaria, secondo gli indici I.S.T.A.T., sino al deposito della sentenza; 3) interessi legali dalla maturazione al soddisfo; 4) rimborso delle spese sostenute per oneri tributari versati a seguito alla mancata tempestiva trascrizione e volturazione dell’atto di trasferimento della proprietà



 


 


 


Il TAR Veneto in commento ripercorre schemi consolidati in materia di giurisdizione e accessione invertita.


-  La materia espropriativa (connessa alle opere pubbliche che costituiscono attività di trasformazione del territorio) rientra nella materia urbanistica, e dunque le relative controversie sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell’articolo 34 del d.lgs. 80/1998, il quale può disporre il risarcimento del danno ai sensi dell’articolo 35 del d.lgs. cit. “e ciò, almeno, quando la domanda di reintegrazione acceda a quella d’annullamento dei relativi provvedimenti, ritenuti illegittimi, ovvero quando l'acquisizione del bene consegua a comportamenti tenuti dall’Amministrazione nell’ambito della realizzazione dell’opera, senza che sia richiesto il previo annullamento o la disapplicazione di atti amministrativi illegittimi”.


 


- L’occupazione appropriativa si verifica – in presenza di una valida dichiarazione di p.u. – al configurarsi della mancanza di un titolo formale di trasferimento della proprietà del bene intervenuto durante l’occupazione legittima, congiuntamente all’irreversibile trasformazione del fondo.


 


- Il decreto di esproprio emesso tardivamente è inutiliter datum.


 


- Il risarcimento dei danni va commisurato all’effettivo valore di mercato posseduto dall’area espropriata  all’epoca dell’avverarsi dell’accessione invertita. Il TAR ordina al debitore di effettuare un’offerta in tal senso, secondo i seguenti criteri: “1) risarcire ai ricorrenti il danno patrimoniale subito per la perdita della proprietà delle aree di che trattasi, aventi destinazione agricola, in misura pari all’effettivo valore di mercato posseduto dalle aree stesse alla suddetta data del 6 giugno 1997; 2) sulle somme liquidate ai sensi del precedente punto, che riguardando il risarcimento del danno consistono in un debito di valore, deve riconoscersi la rivalutazione monetaria, secondo gli indici I.S.T.A.T., dalla predetta data del 6 giugno 1997 sino a quella di deposito della presente sentenza (che segna il momento nel quale, per effetto della liquidazione giudiziale, il debito di valore si trasforma in debito di valuta); 3) gli interessi legali sulle somme dovute per le causali di cui sopra dalla maturazione al soddisfo; 4) una somma ulteriore, da quantificare in base ai conteggi forniti dai ricorrenti, a titolo di rimborso delle spese sostenute dai ricorrenti medesimi (a partire dal 6 giugno 1997) per oneri tributari di cui non è ipotizzabile la restituzione, versati a seguito alla mancata tempestiva trascrizione e volturazione dell’atto di trasferimento della proprietà in capo al soggetto espropriante.”


 


- Vengono condannati in solido il concedente e il concessionario.


 


Interessante in particolare è la negazione del carattere certo ed esigibile del credito risarcitorio, preteso dai ricorrenti per il fatto che pari importo fu depositato a titolo di indennizzo.


 


 





 


 


 


TAR VENETO, sez. I, n. 5799 del 20/11/2003


(De Zotti pres., rel.)


 


DIRITTO


 


(omissis) 2.1. L’art. 34, I comma, del d. lgs. 31 marzo 1998, n. 80, devolve, infatti, alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto gli atti, i provvedimenti ed i comportamenti delle amministrazioni pubbliche, e dei soggetti ad esse equiparati, in materia urbanistica, la quale “concerne tutti gli aspetti dell’uso del territorio” (art. 34, II comma); il seguente art. 35, a sua volta, prevede che il giudice amministrativo, nelle controversie rimesse alla sua giurisdizione esclusiva, dispone, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, il risarcimento del danno ingiusto.


Nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo rientrano dunque, almeno di massima, tutte le controversie obiettivamente connesse ad attività di trasformazione del territorio, riconducibili ad un’Amministrazione pubblica – ovvero ad altro soggetto a questa equiparato o che operi su sua delega – e, dunque, anche connesse alla realizzazione di opere pubbliche, se queste ultime abbiano un rilievo urbanistico (per l’affermazione che “la nozione di urbanistica di cui all’art. 34 comma 1 d. lgs. 31 marzo 1998, n. 80, abbraccia la totalità degli aspetti dell’uso del territorio, nessuno escluso”, e compresi, dunque, quelli normativi e gestionali, cfr. Cass. S.U., 14 luglio 2000, n. 494).


2.2. Appartengono quindi al giudice amministrativo (cfr. in termini, C.d.S. IV, 9 luglio 2002, n. 3819) le controversie afferenti l’avvenuta acquisizione di un immobile (o di un diritto reale sullo stesso), utilizzato per la realizzazione di un’opera pubblica, e spetta così a questo giudice, ex art. 35 cit. - oltre che ex art. 7, III comma, l. 6 dicembre 1971, n. 1034 – decidere anche sul risarcimento del danno in tale materia: e ciò, almeno, quando la domanda di reintegrazione acceda a quella d’annullamento dei relativi provvedimenti, ritenuti illegittimi, ovvero quando l'acquisizione del bene consegua a comportamenti tenuti dall’Amministrazione nell’ambito della realizzazione dell’opera, senza che sia richiesto il previo annullamento o la disapplicazione di atti amministrativi illegittimi.


2.3. Tale conclusione trova, del resto, ulteriore conferma nella previsione di cui al III comma del ripetuto art. 34, secondo cui nulla è innovato “in ordine alla giurisdizione del giudice ordinario per le controversie riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità in conseguenza dell’adozione di atti di natura espropriativa o ablativa”: invero, una siffatta riserva conduce a ritenere a contrario che non appartengano più al giudice ordinario tutte le altre controversie, anche risarcitorie, in materia espropriativa ed ablativa.


3. Tanto stabilito in ordine alla giurisdizione, va esaminata prioritariamente la domanda di condanna dell’A.N.A.S. e della Cooperativa Coopcostruttori, in solido tra loro, ex art. 186 bis c.p.c. o 186 ter c.p.c. al pagamento della somma di lire 340.850.000 (€ 170.030,00) oltre ad interessi.


Tale domanda muove dall’assunto che il danno subito dai ricorrenti in seguito all’ablazione del bene è certo sia nell’an e sia nel quantum, nel senso, meglio precisato, che esso discende dal fatto incontrovertibile della intervenuta occupazione acquisitiva e che il suo ammontare non può essere inferiore alla somma corrispondente all’indennità di espropriazione e di occupazione depositata presso la cassa depositi e prestiti: somma che oggi è tuttavia richiesta a titolo di risarcimento e non più a titolo di indennizzo.


3.1. La domanda, a giudizio del Collegio, è carente di presupposto e va respinta, in quanto non è esatta la premessa data per acquisita, che si tratti di somma non contestata.


Tanto l’ANAS che la Coopcostruttori negano, infatti, non solo la pretesa al risarcimento ma anche la circostanza che il valore del bene e dunque il risarcimento corrisponda alla cifra pretesa e sostengono, senza che in questa fase rilevi con quale fondamento, che non sussiste alcun debito e comunque che sino all’ammontare richiesto (340.850.000) la domanda è inammissibile poiché la somma è già stata messa a disposizione dei ricorrenti come indennità di esproprio e per tale rifiutata.


Ne consegue che allo stato non sussistono i presupposti per la pronuncia di una ordinanza ex art 186 bis c.p.c..


3.2. Né sussistono i presupposti pronunciare l’ingiunzione ex art. 186 ter c.p.c. poiché non si versa in alcuna delle ipotesi previste dall’art. 633 e 634 c.p.c. .


Come già osservato, non rileva neppure la circostanza che il credito si assuma certo per il fatto stesso che la somma è stata offerta a titolo di indennità di esproprio.


Infatti, nel giudizio avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità di una procedura espropriativa e la condanna dell'Amministrazione al risarcimento del danno conseguente all'illegittima occupazione ed irreversibile trasformazione dell'area, la domanda proposta ai sensi dell'art. 186 ter c.p.c. di ingiunzione di pagamento nei confronti dell'Amministrazione di somme (oggetto di offerta al privato a titolo di indennità di espropriazione ed occupazione non accettata) non può essere accolta, in quanto presupposto della liquidazione di tali somme da parte del Giudice a titolo di anticipazione è l’identità del titolo di imputazione del credito (ipotesi che nella fattispecie non ricorre in quanto l'indennità di espropriazione offerta trova presupposto nella procedura di espropriazione legittima, mentre la domanda risarcitoria presuppone la declaratoria di illegittimità della procedura e la sussistenza di responsabilità aquiliana (cfr. T.A.R. Sicilia Catania, sez. I, 28 gennaio 2002 n. 117).


4. Deve quindi procedersi alla disamina della domanda di risarcimento, che implica l’accertamento del suo presupposto, vale a dire l’intervenuto trasferimento della proprietà dell’area dei ricorrenti in capo all’ANAS a seguito di irreversibile trasformazione del bene per la realizzazione dell’opera pubblica.


4.1. La domanda è fondata.


Invero, secondo la prevalente e condivisibile giurisprudenza, l’occupazione appropriativa, con cui sorge il diritto del proprietario al risarcimento del danno, si realizza quando, in presenza di una valida dichiarazione di pubblica utilità – la cui esistenza non è contestata nella fattispecie – “vengano a concorrere la radicale ed irreversibile trasformazione del terreno e l’assenza di un titolo che la giustifichi, per l’originaria mancanza o la sopravvenuta inefficacia del decreto autorizzativo dell’occupazione temporanea e per l’assenza di provvedimento espropriativo” (Cass. 19 luglio 2002, n. 10531), mentre è “irrilevante a tal fine che l’opera sia stata compiuta durante l’occupazione legittima o venga realizzata successivamente, perché l’accessione consegue al concorrere delle tre condizioni indicate, indipendentemente dall’ordine in cui le ultime due (scadenza dell’occupazione legittima ed irreversibile trasformazione) sopravvengono” (Cass., 21 marzo 2000, n. 3298).


4.2. Nel caso di specie, tali elementi sussistono, in quanto con sentenza passata in cosa giudicata (T.A.R. Veneto sez. 1^ n. 2032/1999) il Tribunale ha annullato i decreti dell’A.N.A.S. e del Prefetto di Padova che progavano il termine per il compimento dell’espropriazione e di durata dell’occupazione temporanea: l’opera è stata nel frattempo eseguita e collaudata ed il decreto di esproprio non è intervenuto se non in epoca successiva, posteriore allo stesso ricorso.


4.3. Quanto al momento di irreversibile trasformazione del bene che ha generato l’espropriazione acquisitiva, i ricorrenti lo individuano nella data del 15 giugno 1994, ossia nel momento del rilascio del certificato di ultimazione dei lavori.


Il Collegio ritiene invece che l’effetto acquisitivo si sia perfezionato alla data di scadenza (6 giugno 1997) dell’ultimo decreto di occupazione valido emesso dal Prefetto di Padova: i decreti successivi sono stati infatti annullati dal T.A.R. con la citata sentenza n. 2032 del 28 ottobre 1999: sentenza che ha reso improcedibile il giudizio di opposizione alla stima promosso dai ricorrenti dinanzi al giudice ordinario.


E’ noto, infatti, che allorquando (come nella specie) la radicale trasformazione del fondo di proprietà privata avviene durante il periodo di occupazione legittima effettuata in base ad apposito provvedimento amministrativo, l’effetto estintivo-acquisitivo del diritto di proprietà (ovvero l’occupazione “appropriativa”) si realizza solo quando il termine di occupazione legittima sia scaduto senza che il decreto di esproprio sia stato emanato dall’Autorità espropriante.


4.4. E’ invece irrilevante che, con il decreto prefettizio n. 6438/2001 del 2 gennaio 2002, sia stata infine disposta l’espropriazione dell’area de qua, poiché tale provvedimento è stato emesso a distanza di cinque anni dal momento in cui l’occupazione acquisitiva si era verificata, realizzando il fatto illecito istantaneo per cui la domanda risarcitoria in esame è stata promossa: secondo la costante giurisprudenza il decreto di espropriazione è atto inutiliter datum ed insuscettibile d’incidere sulla titolarità del diritto di proprietà, “avendo l’ente pubblico già acquisito la proprietà dell’area in conseguenza della costruzione dell’opera, per cui l’impugnazione contro tale atto va dichiarata inammissibile per carenza d’interesse” (così C.d.S., IV, 21 ottobre 1993, n. 899; conf. IV, 20 marzo 1992, n. 324, nonché, ex multis, Cass. 19 febbraio 1999, n. 1387 e 12 settembre 1998, n. 9094).


5. Tanto stabilito, quanto alla sussistenza dell’illecito, si tratta ora di stabilire se il credito sia prescritto, come oppongono le parti resistenti e in caso contrario le modalità della sua determinazione e di liquidazione del risarcimento.


5,1, L’eccezione di prescrizione è infondata.


Infatti, dalla data di acquisto del diritto (6 giugno 1997) a quella di proposizione dell’azione (5 novembre 2001) non è decorso il termine di prescrizione quinquennale ex art. 2947 cod. civ.; in realtà la prescrizione risulta essere stata interrotta già il 15 settembre 1998 con la richiesta di risarcimento inviata dal legale dei ricorrenti all’ANAS ed alla ditta Coopcostruttori (cfr. doc. depositato unitamente alla memoria del 17 aprile 2003 ).


La prescrizione del diritto, quindi, non è maturata e ciò vale anche con riferimento al diverso momento di acquisizione del diritto che i ricorrenti collocano erroneamente nella data del 15 giugno 1994.


6. Trattandosi di occupazione “appropriativa” intervenuta in epoca successiva al 30 Settembre 1996 e non essendo dunque applicabile il criterio liquidatorio previsto dall’art. 5 bis, comma settimo bis, della Legge 8 Agosto 1992 n° 359, il risarcimento dei danni spettante agli ex proprietari ricorrenti va commisurato all’effettivo valore di mercato posseduto dall’area espropriata (estesa complessivamente mq. 16040) all’epoca della scadenza dell’ultimo decreto di occupazione (avvenuta, come detto, il 6 giugno 1997).


7. Poiché si è in presenza di una controversia devoluta alla giurisdizione esclusiva del Giudice Amministrativo, il Collegio ritiene possibile ed opportuno, ai sensi dell’art. 35 secondo comma del Decreto Legislativo 31 Marzo 1998 n. 80 e ss.mm., limitarsi a pronunciare la condanna generica delle parti resistenti al risarcimento dei danni patrimoniali subiti dai ricorrenti in conseguenza dell’illecita acquisizione del bene, stabilendo i seguenti criteri generali per la liquidazione del quantum, in base ai quali la parte debitrice dovrà proporre, a favore dei ricorrenti, il pagamento della somma dovuta a titolo risarcitorio, entro il termine di 60 (sessanta) giorni decorrenti dalla comunicazione in via amministrativa o dalla notificazione della presente sentenza: 1) risarcire ai ricorrenti il danno patrimoniale subito per la perdita della proprietà delle aree di che trattasi, aventi destinazione agricola, in misura pari all’effettivo valore di mercato posseduto dalle aree stesse alla suddetta data del 6 giugno 1997; 2) sulle somme liquidate ai sensi del precedente punto, che riguardando il risarcimento del danno consistono in un debito di valore, deve riconoscersi la rivalutazione monetaria, secondo gli indici I.S.T.A.T., dalla predetta data del 6 giugno 1997 sino a quella di deposito della presente sentenza (che segna il momento nel quale, per effetto della liquidazione giudiziale, il debito di valore si trasforma in debito di valuta); 3) gli interessi legali sulle somme dovute per le causali di cui sopra dalla maturazione al soddisfo; 4) una somma ulteriore, da quantificare in base ai conteggi forniti dai ricorrenti, a titolo di rimborso delle spese sostenute dai ricorrenti medesimi (a partire dal 6 giugno 1997) per oneri tributari di cui non è ipotizzabile la restituzione, versati a seguito alla mancata tempestiva trascrizione e volturazione dell’atto di trasferimento della proprietà in capo al soggetto espropriante.


7.1. Resta da stabilire se al risarcimento del danno, quantificato sulla base dei criteri sopraindicati, siano tenuti in solido l’ANAS S.p.A. e l’impresa Coopcostruttori s.c.a.r.l., quale concessionaria dell’opera, ovvero l’una in alternativa all’altra.


7.2. Orbene, quanto alla l’impresa Coopcostruttori s.c.a.r.l , che è subentrata in corso d’opera alla Cesam Costruzioni s.p.a. essendo stata la stessa esplicitamente delegata all'espletamento delle procedure espropriativa afferenti i predetti lavori (vedi il contratto del 7 maggio 1990), essa non ha fornito alcun elemento che consenta di affermare che l’occupazione acquisitiva si è realizzata per un fatto ad essa non imputabile, e nonostante la sua più diligente condotta.


7.3. La sua responsabilità va dunque riconosciuta ed è da ritenersi solidale (così Cass., 20 luglio 1999, n. 7771; cfr. anche Cass. 19 luglio 2001, n. 9812) con quella di ANAS s.p.a., a sua volta passivamente legittimata nel giudizio di risarcimento per accessione invertita “quando ne affidi la costruzione in concessione ad altro ente pubblico o privato”, in forza “dell’obbligo che la legge pone a carico dell’Ente di vigilare sull’esecuzione dei lavori di costruzione” come espressamente stabilito dall’art. 2, lett. c), della l. 7 febbraio 1961, n. 59 (Cass. 21 giugno 2002, n. 9062; Cassazione, sez. I, 11 novembre 1996, n. 9842; Cassazione, Sezioni Unite, 12 novembre 1997, n. 11147). All’ANAS va inoltre imputato, nello specifico, di aver richiesto la proroga dei termini per l'espropriazione, di cui al decreto prefettizio del 27 maggio 1997 annullato dal T.A.R.: proroga di cui è dubbia la stessa giustificazione, perché i lavori di esecuzione dell’opera, stando agli atti di causa, erano già ultimati e dunque si sarebbe dovuto richiedere, piuttosto, il decreto di esproprio, che invece, come già rilevato, è stato emesso, inutiliter, solo nell’anno 2002.


 




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