Il TAR Emilia Romagna, sez. I, 5 novembre 2003 n. 2328 ha ripercorso i limiti entro i quali il giudice può discostarsi dalla consulenza tecnica di ufficio, e ha ribadito la natura di obbligazione di valore del risarcimento del danno" />
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TAR EMILIA 5/11/2003: CTU E RISARCIMENTO

Il TAR Emilia Romagna, sez. I, 5 novembre 2003 n. 2328 ha ripercorso i limiti entro i quali il giudice può discostarsi dalla consulenza tecnica di ufficio, e ha ribadito la natura di obbligazione di valore del risarcimento del danno



 


 


 


 


CTU
 


Il TAR Emilia Romagna, sez. I, 5 novembre 2003 n. 2328 ha ripercorso i limiti entro i quali il giudice può discostarsi dalla consulenza tecnica di ufficio, sottolineando come la decisione eventualmente difforme da ciò che emerge dalla CTU deve comunque essere motivata. In particolare, secondo il TAR: << secondo i principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, i margini di apprezzamento consentiti al Collegio in ordine alle soluzioni prospettate dal C.T.U. stesso sono piuttosto circoscritti, poiché il Giudice: a)“pur potendo disattendere le valutazioni espresse dal c.t.u., è tenuto ad una valutazione critica che sia ancorata alle risultanze processuali e risulti congruamente e logicamente motivata (Cass. 14.1.1999, n. 333), dovendo indicare in particolare gli elementi di cui si è avvalso per ritenere erronei gli argomenti sui quali il consulente si è basato, ovvero gli elementi probatori, i criteri di valutazione e gli argomenti logico - giuridici per addivenire alla decisione contrastante con il parere del c.t.u.” (Cassazione civile, Sez. I, 10 ottobre 2000, n. 13468); b)in particolare, “in materia di valutazione di immobili ai fini della liquidazione dell'indennità di esproprio o del risarcimento del danno da occupazione appropriativa, qualora ritenga inaccettabili i criteri adottati dal consulente, può disattenderne le conclusioni facendo, ad esempio, riferimento alle altre emergenze di causa, alla determinazione dell'indennità, ma non può apoditticamente affermare l'eccessività o l'esiguità del valore venale, come accertato dal consulente tecnico, sostituendolo con altro valore ritenuto, semplicemente, equo, o ricavabile da generici elementi empirici” (idem); c)ha l’onere di prendere in esame le critiche di parte all'operato del CTU, solo allorché si tratti di rilievi precisi e circostanziati (Cassazione civile, sez. lav., 16 marzo 1992, n. 3207), meglio se contenuti nella consulenza tecnica di parte (sez. lav., 16 giugno 2001, n. 8165). >>


 


 


RIVALUTAZIONE E INTERESSI


 


Com’è noto, mentre l’indennità di esproprio è considerata un tipico debito di valuta, soggetto al principio nominalistico, il risarcimento del danno costituisce un debito di valore, comprendendo automaticamente il ristoro del deprezzamento del denaro. Anche in questo caso il TAR si conforma alla giurisprudenza della Cassazione: << In proposito, il Collegio osserva che, secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione: l'obbligo di risarcire il danno da ritardo costituisce una tipica obbligazione di valore, con la conseguenza che “in caso di ritardo nell'adempimento, spetta al creditore il risarcimento del danno ulteriore rappresentato dalla perdita delle utilità che il godimento tempestivo della somma di denaro gli avrebbe consentito. Quest'ultimo tipo di danno, per convenzione e comodità, può essere liquidato nella forma degli interessi (compensativi), i quali vanno computati non sulla somma rivalutata alla data della liquidazione, ma sulla somma originaria rivalutata anno per anno, ovvero rivalutata in base ad un indice medio (tra l'indice iniziale e quello della data di liquidazione)” (Cassazione civile, sez. III, 3 dicembre 1999, nn. 13463 e 13470); “nella liquidazione del danno causato da illecito aquiliano, in caso di ritardo nell'adempimento, deve tenersi conto del nocumento finanziario (lucro cessante) subito dal danneggiato a causa della mancata tempestiva disponibilità della somma di denaro dovutagli a titolo di risarcimento, la quale se tempestivamente corrisposta sarebbe potuta essere investita per ricavarne un lucro finanziario. Tale danno ben può essere liquidato con la tecnica degli interessi, ma in questo caso gli interessi stessi non debbono essere calcolati né sulla somma originaria, né sulla somma rivalutata al momento della liquidazione, ma debbono computarsi o sulla somma originaria via via rivalutata anno per anno ovvero in base ad un indice di rivalutazione medio” (Cassazione civile, sez. III, 10 marzo 2000, n. 2796). >>


 


 





 


 


TAR EMILIA ROMAGNA, I,  5/11/2003 n. 2328 (Perricone pres., Calderoni rel.)


 


 


FATTO e DIRITTO


 


 


1.1. All’esito di una articolata fase processuale ed istruttoria, questa Sezione, pronunziandosi parzialmente:


ha accolto (sentenza 7 febbraio 2003, n. 82) la domanda sub 1 in epigrafe, proposta dal Comune di Rimini, ordinando il trasferimento, in suo favore, della proprietà delle unità immobiliari ivi indicate;


ha disposto C.T.U. in relazione alla seconda domanda (risarcitoria), precisando i quesiti da affidare al Consulente d’ufficio, contestualmente individuato.


1.2. Successivamente alla pubblicazione della sentenza, si è costituita in giudizio la Soc. Ge. Cos. S.p.A., formulando riserva di impugnazione della predetta sentenza parziale, deducendo analiticamente in relazione ai quesiti affidati al C.T.U. e nominando il Consulente tecnico di parte.


1.3. In data 30 luglio 2003 (e, cioè, entro il termine finale assegnato), il C.T.U. incaricato ha rassegnato la propria relazione.


1.4. Dopodiché, in vista dell’odierna pubblica udienza (già fissata, per la discussione della residua domanda risarcitoria, nella predetta sentenza n. 82/2003), il Comune di Rimini ha depositato documentazione e memoria conclusiva, ove ha provveduto alla quantificazione del risarcimento richiesto.


In sede di pubblica udienza, i difensori delle parti hanno esposto oralmente le seguenti, rispettive deduzioni:


la difesa di GE.COS. ha evidenziato la necessità di approfondire (mediante supplemento di C.T.U.) alcuni punti ritenuti incerti, quali il computo della superficie delle logge e la data di ultimazione dei lavori;


la difesa del Comune si è opposta al supplemento di C.T.U. ed ha chiesto la determinazione in via equitativa del risarcimento del danno, relativo al periodo di mancato godimento degli immobili, non esplicitamente preso in considerazione dalla relazione del C.T.U.;


entrambe le difese hanno dato atto che la più volte citata sentenza n. 82/2003 è passata in giudicato.


2.1. Ciò premesso, il Collegio osserva che proprio l’ultima circostanza concordemente enunciata dalle difese delle parti durante la discussione orale (intervenuta formazione del giudicato sulla sentenza parziale n. 82/2003) preclude alle parti medesime ed al Giudice ogni spazio di ri-discussione della soluzione in tale pronuncia data - mediante l’individuazione delle voci di danno effettuata al capo 5.3. e la conseguente formulazione dei quesiti di cui al successivo capo 5.4. - alle principali questioni di diritto che si pongono (ponevano) in tema di concreta quantificazione del danno, tema in cui si sostanzia la residua res controversa qui da dirimere, avendo la precedente decisione n. 82/2003 espressamente esaurito quello dell’an debeatur (cfr. in particolare il capo 4.3.).


Invero, tutti detti capi sono ora coperti dall’autorità del giudicato, stante che “la sentenza, con la quale è disposta la consulenza tecnica d'ufficio per la determinazione dell'ammontare del danno subito dai ricorrenti, deve essere ricompresa nel novero di quelle aventi carattere preliminare (che risolvano, cioè, questioni pregiudiziali o preliminari, pronunciando su giurisdizione, ammissibilità, procedibilità, competenza), con contenuto decisorio ed attitudine a passare in giudicato ed a determinare il giudicato implicito, ove non appellate” (così: T.A.R. Sicilia Palermo, sez. I, 9 dicembre 2002, n. 4484).


Analogo effetto si è, dunque, prodotto nel caso di specie, in cui nessuna delle due parti ha interposto appello, nei termini, avverso la citata decisione n. 82/2003, mentre non può ritenersi valida la riserva di appello formulata da GE.COS., siccome contenuta in semplice memoria di costituzione non notificata e come tale “inidonea a conseguire il suo effetto di interruzione del termine processuale per la proposizione dell'appello avverso la decisione parziale, che pertanto è da ritenersi passata in giudicato”, in quanto non conforme ad alcuna delle modalità indicate dagli artt. 340 c.p.c. e 129 disp. att. c.p.c. che, in mancanza di specifica normativa espressa, devono essere applicati, per analogia, all’istituto della riserva facoltativa di appello differito nel processo amministrativo (così: Consiglio di Stato, Sez. IV, 1 marzo 2001, n. 1121; nello stesso senso: Sez. IV, 18 marzo 1997, n. 259; Sez. VI, 15 aprile 1993, n. 289).


Dalla materia giustiziabile nel presente giudizio esulano, pertanto, tutte le statuizioni in tema di individuazione degli elementi giuridico-fattuali di qualificazione del danno, contenute nella sentenza n. 82/2003 e sin qui richiamate: con la conseguenza che la presente pronuncia è ontologicamente limitata agli esclusivi profili di traduzione quantitativa dei suddetti elementi.


2.2. In funzione della quale è stata, per l’appunto, disposta C.T.U.: al riguardo, occorre, altresì, osservare che, secondo i principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, i margini di apprezzamento consentiti al Collegio in ordine alle soluzioni prospettate dal C.T.U. stesso sono piuttosto circoscritti, poiché il Giudice:


a)“pur potendo disattendere le valutazioni espresse dal c.t.u., è tenuto ad una valutazione critica che sia ancorata alle risultanze processuali e risulti congruamente e logicamente motivata (Cass. 14.1.1999, n. 333), dovendo indicare in particolare gli elementi di cui si è avvalso per ritenere erronei gli argomenti sui quali il consulente si è basato, ovvero gli elementi probatori, i criteri di valutazione e gli argomenti logico - giuridici per addivenire alla decisione contrastante con il parere del c.t.u.” (Cassazione civile, Sez. I, 10 ottobre 2000, n. 13468);


b)in particolare, “in materia di valutazione di immobili ai fini della liquidazione dell'indennità di esproprio o del risarcimento del danno da occupazione appropriativa, qualora ritenga inaccettabili i criteri adottati dal consulente, può disattenderne le conclusioni facendo, ad esempio, riferimento alle altre emergenze di causa, alla determinazione dell'indennità, ma non può apoditticamente affermare l'eccessività o l'esiguità del valore venale, come accertato dal consulente tecnico, sostituendolo con altro valore ritenuto, semplicemente, equo, o ricavabile da generici elementi empirici” (idem);


c)ha l’onere di prendere in esame le critiche di parte all'operato del CTU, solo allorché si tratti di rilievi precisi e circostanziati (Cassazione civile, sez. lav., 16 marzo 1992, n. 3207), meglio se contenuti nella consulenza tecnica di parte (sez. lav., 16 giugno 2001, n. 8165).


2.3. Nella specie, gli atti di causa non evidenziano emergenze contrarie alle valutazioni compiute dal C.T.U., né i rilievi critici delle parti assumono la necessaria intensità sopra evidenziata sub c), in quanto:


la convenuta ha svolto difese scritte nelle quali ha sottoposto a vaglio critico, come detto, esclusivamente i quesiti formulati da questo Giudice, che, viceversa, risultano ora intangibili,  essendo entrati a far parte del giudicato implicito; e, solo in sede di discussione orale, il suo difensore ha indicato due questioni, a suo avviso meritevoli di un ulteriore approfondimento istruttorio;


a sua volta, parte attrice si è limitata a sostenere, nella propria memoria conclusiva, la necessità di estendere, a fini risarcitori, l’arco temporale di mancato godimento del bene, considerato dal C.T.U.;


ma, soprattutto, nessuna delle due parti in causa, pur avendo provveduto alla nomina di propri consulenti tecnici, ha, poi, prodotto in giudizio una consulenza tecnica di parte; ed anzi, le operazioni peritali, così come descritte nella relazione del C.T.U., risultano in generale condotte non solo in contraddittorio, ma spesso nell’intesa e con la collaborazione dei due consulenti di parte, le cui osservazioni, talvolta convergenti, sono state puntualmente riportate nella relazione stessa.


Non resta, pertanto, al Collegio che assumere, ai fini della quantificazione del danno, le risultanze della suddetta Relazione del C.T.U.: della quale occorre, dunque, dare, di seguito, analitico conto.


3.1. Quanto al quesito sub a) affidato al C.T.U., questi ha indicato in mq. 1000 la superficie utile delle unità immobiliari di cui si tratta, calcolata secondo i parametri indicati all’art. 15 della Convenzione Comune-GE.COS.: si tratta esattamente della superficie che GE.COS. si era impegnata a cedere, per cui, sul punto, non esiste inadempimento da parte di quest’ultima, né il Comune ha, al riguardo, rivendicato alcunché nella menzionata memoria 25 settembre 2003.


Non sussistendo specifica voce di danno da risarcire, i quesiti sub “b” e sub “c” (a ciò preordinati, nell’eventualità dell’esistenza di una differenza di superfici) risultano, pertanto, superati.


3.2.1. I quesiti sub “d” e sub “e” sono rispettivamente volti a individuare eventuali opere non realizzate “a regola d’arte” (secondo gli standard qualitativi stabiliti in convenzione) e, in caso affermativo, a stabilire la relativa quantificazione del danno: il C.T.U.,  indicate le carenze riscontrate (pavimentazioni e tinteggiature, sulla prima delle quali hanno convenuto anche entrambi i consulenti di parte) ha, così, determinato la corrispondente diminuzione di valore:


€ 3.000,00 per le pavimentazioni;


€ 1.000,00 per le tinteggiature.


3.2.2. Il successivo quesito sub “f” intende, invece, pervenire alla quantificazione dei costi da sostenere per le eventuali opere impiantistiche da completare: il C.T.U. ha dettagliato specificamente i lavori da effettuare e ne ha determinato l’importo in € 6.000,00.


3.2.3. Complessivamente, viene così individuata dalle risposte ai quesiti d), e), f) una voce di danno emergente pari a € 10.000,00 (euro diecimila, 00), ammontare che il Comune non contesta nella sua memoria.


3.3.1. Al quesito sub “g” (individuazione della data di ultimazione dei lavori, al fine di verificare se vi sia stato o meno ritardo nell’adempimento da parte di GE.COS.), il C.T.U. ha, innanzitutto, riferito che “non è stato possibile individuare un documento depositato presso gli uffici comunali competenti che attesti la data di ultimazione dei lavori relativi al complesso immobiliare di cui si tratta e/o alle unità immobiliari in questione”; e, nell’impossibilità di definire la data “storica” di ultimazione dei lavori, ha risposto al quesito rifacendosi, in via presuntiva, alla data (9 luglio 1999) entro cui i lavori stessi dovevano essere completati a termini di concessione edilizia (tre anni dall’inizio lavori, avvenuto il 9 luglio 1996).


Il Collegio concorda con tale valutazione del C.T.U., poiché – in assenza di documentazione scritta al riguardo – appare ragionevole ancorare la data presunta di ultimazione lavori a quella stabilita nel titolo giuridico che autorizzava la Società alla effettuazione degli stessi: del resto - nell’anomalia di una situazione siffatta, in cui non esiste, agli atti del Comune, una comunicazione di parte in ordine alla fine dei lavori, concernente un complesso di così rilevanti dimensioni - si configura come specifico onere della parte stessa comprovare una diversa e legittima data di ultimazione dei lavori di cui si tratta.


3.3.2. Dal quesito “g” (a sua volta estrinsecazione del capo 5.3. lett “c” della sentenza n. 82/2003), l’eventuale ritardo nell’adempimento è, dunque, ricollegato ad un dato obiettivo (l’ultimazione dei lavori del complesso e, solo in subordine, delle unità immobiliari da cedere al Comune): ne consegue che le contrarie deduzioni svolte, sul punto, dal Comune stesso nella propria memoria conclusiva e tendenti, invece, a individuare un diverso parametro giuridico-temporale di riferimento (presunta dichiarazione di non voler adempiere effettuata da GE.COS. e conseguenti diffide da parte del Comune) configgono con la res iudicata e devono essere disattese.


3.3.3. Dalla suddetta data del 9 luglio 1999 devono, pertanto, essere computati i successivi dodici mesi entro cui il collaudo delle opere da cedere andava effettuato ex art. 15 Convenzione, termine il cui scadere integra il ritardo nell’adempimento di GE.COS., così come stabilito al citato capo 5.3. lett. c) della sentenza n. 82/2003.


3.4.1. L’ultimo quesito sub h) mira, per l’appunto, a quantificare detto danno da ritardo nella consegna degli immobili, sotto forma del valore corrispondente al canone di affitto di equivalenti locali ad uso Uffici: al riguardo, il C.T.U.. indica in 800 mq. la superficie influente sul canone di affitto e, per gli anni da 2000 a 2002, il costo a mq., secondo i prezzi di mercato praticati per l’affitto di uffici nello stesso complesso, ove sono ubicate le unità immobiliari di cui si tratta.


3.4.2. Applicando detti parametri, si ha il seguente risultato, per ciascun arco temporale:


- dal 9 luglio 2000 al 31 dicembre 2000 (rapportato alla base annua di € 70.400, determinata da euro 88 x 800): € 33.440;


- dall’1.1.2001 al 31.12.2001 (euro 91 x 800) : € 72.800;


- dall’1.1.2002 al 31.12.2002 (euro 99 x 800): € 79.200.


Resta, altresì, da computare il periodo dall’1.1.2003 al 16.1.2003 (data, questa, ormai inoppugnabilmente indicata al capo 5.3. lett. d” della sentenza n. 82/2003 e, pertanto, indifferente alle diverse pretese del Comune, formulate in sede di memoria conclusiva e volte a posticipare il dies ad quem sino al momento – 2.4.2003 – dell’effettiva immissione in possesso): per tale ridotto periodo, che coincide con l’inizio dell’anno 2003, appare ragionevole utilizzare il valore individuato dal C.T.U. per l’anno 2002 appena concluso, per cui il risultato, rapportato alla corrispondente base annua sopraindicata, è pari a € 3.520.


La somma complessiva, dovuta da GE.COS. a questo titolo, è, in definitiva, pari a € 188.960, 00 (euro centottantottomilanovecessanta/00).


3.4.3. Sulla somma corrispondente alla presente voce di danno (pur quantificata in misura maggiore), il Comune chiede, altresì, nella memoria conclusiva, la corresponsione di rivalutazione monetaria ed interessi.


In proposito, il Collegio osserva che, secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione:


l'obbligo di risarcire il danno da ritardo costituisce una tipica obbligazione di valore, con la conseguenza che “in caso di ritardo nell'adempimento, spetta al creditore il risarcimento del danno ulteriore rappresentato dalla perdita delle utilità che il godimento tempestivo della somma di denaro gli avrebbe consentito. Quest'ultimo tipo di danno, per convenzione e comodità, può essere liquidato nella forma degli interessi (compensativi), i quali vanno computati non sulla somma rivalutata alla data della liquidazione, ma sulla somma originaria rivalutata anno per anno, ovvero rivalutata in base ad un indice medio (tra l'indice iniziale e quello della data di liquidazione)” (Cassazione civile, sez. III, 3 dicembre 1999, nn. 13463 e 13470);


“nella liquidazione del danno causato da illecito aquiliano, in caso di ritardo nell'adempimento, deve tenersi conto del nocumento finanziario (lucro cessante) subito dal danneggiato a causa della mancata tempestiva disponibilità della somma di denaro dovutagli a titolo di risarcimento, la quale se tempestivamente corrisposta sarebbe potuta essere investita per ricavarne un lucro finanziario. Tale danno ben può essere liquidato con la tecnica degli interessi, ma in questo caso gli interessi stessi non debbono essere calcolati né sulla somma originaria, né sulla somma rivalutata al momento della liquidazione, ma debbono computarsi o sulla somma originaria via via rivalutata anno per anno ovvero in base ad un indice di rivalutazione medio” (Cassazione civile, sez. III, 10 marzo 2000, n. 2796).


La suddetta domanda del Comune va, pertanto, accolta nei limiti derivanti dall’applicazione di criteri di cui sopra, stabiliti dalla Corte di cassazione.




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