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TAR NAPOLI 22 OTTOBRE 2003: RIMESSIONE IN PRISTINO E RESTITUZIONE DI UN'AREA A VERDE ATTREZZATO

A seguito di un'occupazione abusiva, e della mancata dimostrazione da parte dell'ente del pregiudizio all'economia nazionale e dell'eccessiva onerosità, il TAR condanna l'ente alla restituzione del bene e alla rimessione in pristino.



A seguito di un'occupazione abusiva, e della mancata dimostrazione da parte dell'ente della sussistenza dei fattori ostativi alla restitutio in integrum quali il pregiudizio all'economia nazionale e l'eccessiva onerosità per il debitore, il TAR Campania Napoli 13058 del 22 ottobre 2003 condanna l'ente alla restituzione del bene e alla rimessione in pristino. Interessante la precedente disamina in odine alla giurisdizione del giudice amministrativo, asserita anche in ordine alle ipotesi di occupazione usurpativa (circostanza controversa). Vengono inoltre precisati i criteri cui va improntato il risarcimento del danno cui l'ente viene condannato in aggiunta alla restituzione del bene rimesso al pristino stato: "Il risarcimento del danno sarà liquidato alla stregua dei seguenti criteri: 1) relativamente ai manufatti presenti sui fondi all’atto dell’immissione in possesso (quali risultanti dallo stato di consistenza): pagamento di una somma corrispondente al loro valore venale all’atto dell’immissione in possesso; 2) per il risarcimento del danno derivante dall'occupazione illegittima del fondo: pagamento di una somma corrispondente agli interessi legali calcolati su una somma pari al valore venale della porzione di fondo occupata, decorrenti dalla data di immissione in possesso e fino all’effettiva restituzione; 3) sulle somme liquidate ai sensi delle lettere precedenti, che riguardano tutte il risarcimento del danno e consistono perciò in un debito di valore, deve riconoscersi la rivalutazione, secondo indici Istat, a partire dalla data di immissione in possesso e fino alla data di deposito della presente sentenza; tale ultima data costituisce, invero, il momento in cui, per effetto della liquidazione giudiziale, il debito di valore si trasforma in debito di valuta (C.S., IV. 3169/2002 cit.); 4) sulle somme progressivamente e via via rivalutate, di cui al precedente numero, sono altresì dovuti gli interessi legali (secondo il tasso all'epoca vigente), ciò in funzione remunerativa e compensativa della mancata tempestiva disponibilità della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno; 5) su tutte le somme dovute ai sensi delle precedenti lettere decorrono, altresì, gli interessi legali dalla data di deposito della presente sentenza e fino al soddisfo."


 






 


<< L’art.34 del d.lgs.n.80/98, nel testo sostituito dall’art.7 della l.n.205/2000, devolve infatti alla giurisdizione esclusiva del Giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto gli atti, i provvedimenti ed i comportamenti delle amministrazioni pubbliche in materia urbanistica ed edilizia. L’art. 35 stabilisce che il giudice amministrativo, nelle controversie rimesse alla sua giurisdizione esclusiva, dispone, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, il risarcimento del danno ingiusto. Queste disposizioni trovano entrambe applicazione al caso di specie. La materia urbanistica comprende infatti, ai sensi dell’art. 34, comma 2, “tutti gli aspetti dell’uso del territorio" e la giurisdizione del Giudice amministrativo abbraccia, oltre alla cognizione degli atti e provvedimenti, anche i comportamenti delle amministrazioni pubbliche. L’ultimo comma dell’art. 34 prevede, altresì, che nulla è innovato “in ordine alla giurisdizione del giudice ordinario per le controversie riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità in conseguenza dell’adozione di atti di natura espropriativa o ablativa".


Da queste disposizioni si evince che la giurisdizione esclusiva non si arresta al giudizio di annullamento del provvedimento amministrativo e che si estende al sindacato sul rapporto tra privato ed amministrazione nella sua portata più ampia, comprensivo anche dei comportamenti materiali. Perlomeno di quei comportamenti materiali che danno esecuzione o sono altrimenti collegati con il provvedimento. E’ una logica ispirata al riparto della giurisdizione mediante individuazione di blocchi di materie, già osservata nel settore del pubblico impiego privatizzato e proseguita con l’assegnazione al Giudice amministrativo della giurisdizione su pubblici servizi, urbanistica ed edilizia. La nozione di urbanistica che ritaglia tale giurisdizione esclusiva è ampia al punto da assorbire tutti gli aspetti dell’uso del territorio. Essa si estende ai procedimenti di esproprio, comprensivi sia della dichiarazione di pubblica utilità, sia degli atti di occupazione d’urgenza e relativi comportamenti esecutivi, come confermato da due argomenti entrambi decisivi, l’uno di carattere letterale e l’altro teleologico.


Il primo argomento è quello desunto dal comma 3 dell’art. 34, che espressamente sottrae alla giurisdizione del Giudice amministrativo le controversie in materia di indennità derivanti da atti di natura espropriativa od ablativa. Se il Legislatore ha avvertito l’esigenza di fare questa precisazione, è innegabile che avesse intenzione di assegnare alla materia urbanistica la latitudine necessaria a coprire anche il procedimento di espropriazione. Un disegno che, peraltro, appare razionale, perché distingue due settori ben precisi: da un lato la giurisdizione del Giudice amministrativo sugli atti di espropriazione e sui comportamenti connessi, che è in chiara linea di continuità con il passato e col sindacato esercitato sui provvedimenti presi in materia dall’amministrazione; dall’altro lato la giurisdizione del Giudice ordinario, che risolve questioni di diritto soggettivo puro, pronunciandosi su indennizzi dipendenti da procedure di esproprio la cui legittimità non è comunque messa in discussione.


Il secondo argomento è quello che trae forza dai legami strettissimi che esistono tra la materia urbanistica e la materia dell’espropriazione. Così stretti che la scelta legislativa che avesse deciso di separarli affidandoli a Giudici diversi sarebbe stata palesemente irrazionale: contraria sia all’esigenza di concentrazione e coordinamento di controversie tra loro collegate, sia all’esigenza primaria che sta a base della creazione di forme di giurisdizione esclusiva, volta ad impedire la difficoltà e la confusione che al cittadino potrebbero derivare da criteri insicuri di riparto della giurisdizione in settori cruciali (così, in termini, C.S., IV Sez., 15 giugno 2001, n. 3169).


Il problema interpretativo in esame, peraltro (unitamente ad altri, quali ad esempio quello relativo alla giurisdizione sugli accordi in materia espropriativa), è oggi risolto espressamente dall’art. 53 del t.u. delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità (d.p.r. 8.6.2001, n.327), il cui comma 1, recita: “Sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto gli atti, i provvedimenti, gli accordi e i comportamenti delle amministrazioni pubbliche e dei soggetti ad esse equiparati, conseguenti alla applicazione delle disposizioni del testo unico".


Infine, non va dimenticato che il Giudice dei conflitti, pur dubitando della costituzionalità di un siffatto sistema di riparto, ha chiaramente dedotto dal tenore delle norme summenzionate, la tendenziale onnicomprensività della giurisdizione esclusiva del Giudice amministrativo in materia urbanistica (da ultimo Cass. SS.UU. 11.12.2001 n.15641).


Quanto detto, va infine soggiunto, vale sia per l’occupazione acquisitiva (o appropriativa) quanto per la c.d. occupazione usurpativa.


Secondo la giurisprudenza della Cassazione, alla quale si deve l’elaborazione di tali figure, l'occupazione sine titulo del fondo e l'esecuzione dell'opera pubblica danno luogo all'acquisto a titolo originario dell'opera e del suolo occupato a beneficio dell'Amministrazione, col diritto del privato irritualmente espropriato ad ottenere un risarcimento del danno, ridotto nei termini previsti dall'art. 5 bis comma 7 bis del D.L. n. 333 del 1992. Tale fattispecie, denominata dal Legislatore « occupazione illegittima di suolo per causa di pubblica utilità », presuppone però l'esistenza di una valida dichiarazione di pubblica utilità, che consenta di identificare l'opera come pubblica. Quando invece, per effetto dell'annullamento, sia venuta meno la dichiarazione di pubblica utilità, non è apprezzabile il collegamento teleologico tra l'opera costruita ed il pubblico interesse e non si configura più il fenomeno della occupazione appropriativa, ma sussiste solo un illecito permanente: esso genera un danno che dev'essere liquidato, qualora il privato opti per la tutela risarcitoria, nella forma del risarcimento per equivalente senza i limiti previsti dal suddetto art. 5 bis (Cass., I Sez., 18 febbraio 2000 n. 1814; id., 16 luglio 1997 n. 6515; v. anche Cons. Stato, IV Sez., n. 3177 del 2000).


3. Nella fattispecie i ricorrenti hanno originariamente impostato la controversia negli stessi termini in cui hanno citato il Comune di S. Felice innanzi al Tribunale di S. Maria Capua Vetere e cioè prospettando, in relazione alla mancata indicazione dei termini di cui all’art.13 della legge fondamentale del 1865, la radicale carenza di potere espropriativo.


Hanno poi precisato, con la memorie conclusive, che la richiesta declaratoria di "inefficacia", contenuta nel ricorso introduttivo, deve comunque essere intesa come domanda di annullamento delle delibere di approvazione del progetto esecutivo e degli atti conseguenziali.


La tesi dei ricorrenti ripropone un risalente contrasto sulla giurisdizione fra Giudice ordinario e Giudice amministrativo. Infatti, come è noto, da tempo le Sezioni Unite nella Corte di Cassazione avevano fatto propria una  nozione ampia di carenza di potere, ritenendo che il potere ablatorio non sussistesse non solo nei casi di mancata attribuzione di esso all’amministrazione, ma anche quando mancasse o fosse viziato un c.d. presupposto per il suo esercizio, stabilito in funzione del diritto “soggettivo” (per tutte Cass. Sez. Un., 17 giugno 1988 n. 4116; e in particolare per un puntuale riepilogo di tutti i precedenti della Suprema Corte, si veda la decisione della IV Sezione del Consiglio di Stato in data 30 novembre 1992 n. 990).


Tuttavia, con particolare riferimento alla materia espropriativa, ancorché gli orientamenti del Consiglio di Stato e delle Sezioni Unite si siano consolidati nel ritenere che gli atti emessi in carenza di potere vanno considerati nulli e perciò non produttivi di effetti, gli stessi,  però, si sono mantenuti divergenti con riferimento all’ambito della nozione di carenza di potere.


Si osservava, infatti, nella citata decisione, che nella materia in esame, la verifica se l’atto emanato corrisponda al tipo consentito dalla legge va fatta in astratto, vale a dire mediante criteri che debbono essere il più possibile semplificati e che  tengano conto della portata della legge, cioè della sussumibilità al tipo di atto da essa previsto.


Laddove, una volta verificato che il potere è stato attribuito e che il provvedimento ne è espressione, ogni eventuale violazione di regole dell’ordinamento costituisce violazione di legge, la quale, come è noto, unitamente alla incompetenza relativa, costituisce un vizio di legittimità dell’atto autoritativo – e tale per antonomasia è il provvedimento ablatorio – che per sua natura incide su interessi legittimi (così in termini A.P. n.4 del 26.3.2003).


Tale contrasto, sino alla creazione della giurisdizione esclusiva in materia urbanistica, non ha però comportato significative conseguenze pratiche, atteso che al proprietario de facto espropriato veniva comunque riconosciuto dal Giudice ordinario, indipendentemente dal formale annullamento della d.pu., il diritto al risarcimento commisurato a criteri di integralità ove non si optasse per la restituzione (Cass. 16.7.1997, n. 6515; 26.8.1997, n. 7998; 10.1.1998, n. 148). La relativa azione di risarcimento, in relazione all’affermazione del carattere permanente dell’illecito, era poi considerata imprescrittibile (Cass. 16.7.1997, n. 6515; 26.8.1997, n. 7998; 10.1.1998, n. 148)


Completamente diverso è invece l’assetto che la tutela giurisdizionale avverso le procedure ablatorie illegittime ha ricevuto con la concentrazione presso il Giudice amministrativo della cognizione delle relative controversie.


Infatti il Consiglio di Stato, con le pronunce dell’Adunanza Plenaria del 20 dicembre 2002, n. 8 e la citata n.4/2003, ha definitivamente stabilito che “costituisce un principio pacificamente accolto da questo Consiglio quello per cui è annullabile l’atto dichiarativo della pubblica utilità, quando esso (cioè l’amministrazione) eserciti il potere amministrativo senza fissare la durata massima del procedimento espropriativo, in violazione del medesimo art. 13”. Il Giudice d’appello ha quindi precisato che la circostanza che in una materia vi sia giurisdizione esclusiva del Giudice amministrativo non significa che tutte le controversie in argomento vertano su diritti soggettivi. Vero è, infatti, che la giurisdizione esclusiva implica l’attribuzione di un’intera materia al Giudice amministrativo, a prescindere dal tipo di situazione giuridica soggettiva fatta valere, e dunque senza necessità di individuare il tipo di situazione soggettiva, ma questo al solo fine della determinazione della giurisdizione. Però, una volta stabilito che la giurisdizione è del Giudice amministrativo, occorre anche nell’ambito della giurisdizione esclusiva, individuare il tipo di situazione soggettiva lesa (interesse legittimo o diritto soggettivo) al fine di delimitare i poteri del Giudice. Così, nell’ipotesi in cui il potere sussista in astratto ma venga malamente esercitato, è stata individuata una situazione di interesse legittimo, con le ovvie conseguenze sulla necessità di esperire un’azione di annullamento e della conseguente dichiarazione di inammissibilità dell’azione risarcitoria esclusivamente ed autonomamente intrapresa. L’Adunanza plenaria ha poi richiamato la decisione della VI Sezione 18 giugno 2002 n. 3338 –nonché quella anteriore della IV Sezione 15 febbraio 2002, n. 952 - secondo la quale, una volta concentrata presso il Giudice amministrativo la tutela impugnatoria dell’atto illegittimo e quella  risarcitoria conseguente, non è possibile l’accertamento incidentale da parte del Giudice amministrativo della illegittimità dell’atto non impugnato nei termini decadenziali al solo fine di un giudizio risarcitorio e che l’azione di risarcimento del danno può essere proposta sia unitamente all’azione di annullamento che in via autonoma, ma che è ammissibile solo a condizione che sia impugnato tempestivamente il provvedimento illegittimo e che  sia coltivato con successo il relativo giudizio di annullamento, in quanto al Giudice amministrativo non è dato di poter disapplicare atti amministrativi non regolamentari.


Per completezza, infine, vale la pena di ricordare che il predetto contrasto giurisprudenziale è oggi risolto dal diritto sostanziale. In particolare, è venuta meno la stessa ragion d’essere dell’orientamento garantistico elaborato dalla Cassazione, orientamento determinato dalla necessità di evitare che il cittadino si trovasse indefinitamente esposto all’esercizio del potere espropriativo della p.a. Il già ricordato testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità, all’art.13, ha infatti operato una decisa opzione in favore dei termini legali di efficacia degli atti che costituiscono dichiarazione di pubblica utilità, al dichiarato scopo di evitare, attraverso <> (così come definite dall’Adunanza generale del Consiglio di Stato reso nel parere n.4 del 29.3.2001) che mere irregolarità possano condurre all’annullamento degli atti. In particolare i commi 3  e 4 (così come modificati dall’art.1 del d.lgs. n.302/2002) stabiliscono:” 3. Nel provvedimento che comporta la dichiarazione di pubblica utilità dell'opera può essere stabilito il termine entro il quale il decreto di esproprio va emanato.


4. Se manca l'espressa determinazione del termine di cui al comma 3, il decreto di esproprio può essere emanato entro il termine di cinque anni, decorrente dalla data in cui diventa efficace l'atto che dichiara la pubblica utilità dell'opera.”.


La fattispecie all’esame del Collegio è pero relativa proprio all’ epoca in cui il predetto contrasto giurisprudenziale si è manifestato in tutta la sua portata, per effetto del contestuale trasferimento di giurisdizione.


In particolare, applicando al caso in esame le coordinate disegnate dalla citata A.P. n. 4/2003, il ricorso dovrebbe essere dichiarato irricevibile, ancorché in relazione a circostanze diverse da quelle invocate dal Comune.


Quest’ultimo ha invocato la tardività del gravame per essere nota ai ricorrenti, sin dalla notifica dei decreti di occupazione d’urgenza, l’esistenza della dichiarazione di pubblica utilità contenuta nella delibera n.31/97, d.p.u. impugnata, unitamente a tali decreti, solo con il presente ricorso, notificato il 25.11.2002.


Non ha però contestato quanto dagli stessi rimarcato circa la mancanza, nei decreti di occupazione, di qualsivoglia riferimento al contenuto essenziale delle delibere di approvazione del progetto, delle quali essi riportano i soli estremi.


In proposito, il Giudice d’appello ha recentemente chiarito che "la fugace menzione dell'esistenza della delibera approvativa del progetto non può integrare, in mancanza di ulteriori idonei supporti probatori, la presunzione di piena consapevolezza della lesività dell'atto contestato (così in termini C.S., V, 18,3,2002, n.1562).


Nel caso in esame sono però i ricorrenti stessi ad avere allegato e documentato una circostanza che depone inequivocabilmente circa l’effettiva conoscenza dell’esatto contenuto e comunque del carattere lesivo dei suddetti atti perlomeno dalla data di notificazione dell’atto di citazione innanzi al Tribunale di S.Maria Capua Vetere, con il quale, come meglio esposto in narrativa, hanno domandato il risarcimento del danno e hanno censurato proprio il medesimo vizio per il quale chiedono oggi anche l’annullamento della d.p.u.. La relativa causa risulta iscritta al n.di R.G. 397/2000.


Deve pertanto ritenersi che essi si siano rivolti a questo Giudice amministrativo, senza attendere la pronuncia di quello ordinario, in precedenza adito, in quanto si attendono presumibilmente, in relazione agli sviluppi intervenuti negli orientamenti giurisprudenziali, una declinatoria di giurisdizione.


Come già accennato, il ricorso dovrebbe essere dichiarato irricevibile, in quanto intempestivo. Il Collegio ritiene però che ai ricorrenti debba essere riconosciuto l’errore scusabile, in relazione alla sussistenza di un ragionevole dubbio, all’epoca in cui è stata incardinata l’azione innanzi al Tribunale ordinario, sulla individuazione del Giudice avente giurisdizione sulla controversia (Cfr. Csi. 2 marzo 1989 n. 47).


E’ noto infatti come, all’indomani dell’entrata in vigore del d.lgs. n.80/98, vi siano stati contrasti e oscillazioni fra gli interpreti, non solo in ordine all’esatto criterio di riparto ma soprattutto in ordine alla proponibilità, innanzi al Giudice amministrativo, di una domanda risarcitoria autonoma.


Tali contrasti non sono stati definitivamente risolti neanche dal successivo intervento del Legislatore, che, con l’art.7 della l.n.205/2000, ha provveduto a sostituire e/o modificare il testo degli artt. 33, 34 e 35 (il primo dei quali, come noto, già colpito da una declaratoria di illegittimità costituzionale in quanto eccedente dai limiti della delega legislativa contenuta nell’art.11, comma 4, lett.g) della l.n.59/97 – C.Cost. sentenza 11.7.2000, n.292).


Basti qui ricordare come, proprio in ordine alla figura dell’occupazione sine titulo, di cui nella fattispecie si controverte, lo stesso supremo Giudice amministrativo abbia di recente riaffermato l’esistenza di un residuo ambito di giurisdizione del Giudice ordinario (C.S., IV, n.3819/2002).


Di talché la definitiva sistemazione della materia, perlomeno sul piano giurisprudenziale, e salvo ulteriori ripensamenti, è rinvenibile proprio nelle più volte citate pronunce dell’Adunanza plenaria nn. 8/2002 e 4/2003, entrambe successive alla notificazione del presente gravame.


4. Nel merito, l’azione di annullamento è fondata. La delibera n.31/97 recante l’approvazione del progetto esecutivo per la realizzazione di un’area attrezzata a verde pubblico nella frazione Botteghino non contiene infatti l’indicazione di alcuno dei termini prescritti dall’art.13 della l.n.2359 del 1865.


Secondo un costante orientamento giurisprudenziale, l’indicazione dei termini per l’inizio e il compimento dei lavori e delle procedure espropriative assolve una precisa funzione garantista nei confronti del proprietario espropriando in ordine all’attualità dell’interesse pubblico da soddisfare e alla effettività e serietà dei lavori e deve essere contenuta nel primo atto nel quale si manifesta concretamente l’intenzione di esercitare il potere espropriativo. In particolare, la fissazione di termini deve avvenire nell'atto avente ex lege valore di dichiarazione di pubblica utilità e quindi nell’atto con cui è approvato il progetto di opera pubblica, escludendosi che tale onere possa essere assolto mediante atti successivi, seppure in forma di convalida o sanatoria, inidonei ad eliminare l’intrinseca illegittimità del primo atto, con la precisazione che, a differenza dei termini iniziali, per loro natura dilatori e acceleratori, i termini finali assumono il connotato della perentorietà.


4. L’annullamento della dichiarazione di pubblica utilità travolge poi tutti gli atti successivamente emanati e, in particolare, i decreti di occupazione d’urgenza.


4.a Occorre a questo punto pronunciarsi sulla richiesta di riduzione in pristino e restituzione dei suoli. In proposito, è nota la posizione giurisprudenziale secondo cui, in applicazione   del  principio  generale dell'ordinamento  di  cui costituisce espressione l'art. 2933 comma 2 c.c. (per il quale non va ordinata  la  distruzione della  cosa  "se  la distruzione… è di pregiudizio   all'economia   nazionale"), il potere di disporre la distruzione di  un'opera pubblica  realizzata  senza titolo va esercitato tenendo conto   anche degli  interessi  pubblici (C.S. V, 12 luglio 1996, n. 874). Di tale principio è stata fatta applicazione in giurisprudenza  con riferimento al problema della restituzione delle aree interessate dall’esecuzione dell’opera pubblica nelle ipotesi  di “occupazione usurpativa”, sottolineandosi la rilevanza dei criteri ricavabili dall’art. 2058 c.c. e dall’art. 2933 c.c. in presenza di opere pubbliche di rilevante importanza e di ingente valore economico (cfr. in particolare C.S. IV, 14 giugno 2001, n. 3169 e C.S. V, 18 marzo 2002, n. 1562). 


Il Collegio ritiene peraltro che l’applicazione di queste disposizioni non possa prescindere dai principi processuali comuni (T.a.r. Napoli, V, n.3386/2002).


Quindi, per quanto attiene al secondo comma dell’art. 2058 c.c., che riconosce al giudice il potere di “disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore", va osservato che, pur trattandosi di un potere d'ufficio, esso va esercitato tenendo presente l’insegnamento della Corte di Cassazione, secondo cui, poiché il  Giudice non  ha un  potere di  ricerca dei  fatti, il rilievo d'ufficio  delle questioni presuppone  che un fatto  sia già stato allegato  pur senza invocarne  gli effetti e si  riferisce alla produzione  degli effetti  costitutivi,  modificativi, estintivi  che discendono   dal  fatto   allegato (Cass. Civ., sez. I, 7 aprile 2000, n. 4392).


Per quanto attiene al limite fissato dall’art. 2933 c.c.,  per il caso  in cui  la distruzione  della cosa  risulti di  pregiudizio per l'economia  nazionale, va ricordato che trattasi di norma la cui applicazione presuppone che  il  concreto  verificarsi di  tale pregiudizio venga dedotto e dimostrato (Cass. Civ. sez. un., 16 gennaio 1986 n. 207).


Rileva il Collegio che, nella fattispecie, il Comune di S. Felice a Cancello non ha adempiuto all’onere di allegazione e di prova in ordine alla circostanza dell'eccessiva onerosità e/o alla sussistenza del pregiudizio all’economia nazionale (quest’ultimo peraltro difficilmente configurabile rispetto alla sistemazione di un’area a verde attrezzato). In particolare, non ha fornito alcun elemento utile a valutare l’attuale utilizzazione dell’area espropriata e l’importanza delle attrezzature realizzate per la collettività locale.


Deve pertanto essere accolta la domanda di riduzione in pristino, con conseguente condanna del Comune alla restituzione dell’area occupata.


Quanto alle voci accessorie di danno, le stesse sono rappresentate dalla perdita dei manufatti esistenti sui fondi, andati distrutti, nonché dal pagamento delle indennità per il periodo di occupazione legittima e/o risarcimento del danno per il periodo di occupazione illegittima.


I ricorrenti hanno fornito sul punto una relazione peritale, priva peraltro della documentazione in allegato, pur in essa menzionata.


Ai fini della precisa liquidazione del danno può pertanto utilizzarsi lo strumento previsto dall’art.35, comma 2, del d.lgs. n.80/98, e cioè la fissazione di criteri in base ai quali l’Amministrazione soccombente dovrà poi proporre ai ricorrenti, entro il termine di giorni sessanta, decorrenti dalla notificazione o comunicazione della presente sentenza, il pagamento di una somma. Ove permanga disaccordo, le parti potranno poi nuovamente adire questo Giudice nelle forme del giudizio di ottemperanza.


Il risarcimento del danno sarà liquidato alla stregua dei seguenti criteri: 1) relativamente ai manufatti presenti sui fondi all’atto dell’immissione in possesso (quali risultanti dallo stato di consistenza): pagamento di una somma corrispondente al loro valore venale all’atto dell’immissione in possesso; 2) per il risarcimento del danno derivante dall'occupazione illegittima del fondo: pagamento di una somma corrispondente agli interessi legali calcolati su una somma pari al valore venale della porzione di fondo occupata, decorrenti dalla data di immissione in possesso e fino all’effettiva restituzione; 3) sulle somme liquidate ai sensi delle lettere precedenti, che riguardano tutte il risarcimento del danno e consistono perciò in un debito di valore, deve riconoscersi la rivalutazione, secondo indici Istat, a partire dalla data di immissione in possesso e fino alla data di deposito della presente sentenza; tale ultima data costituisce, invero, il momento in cui, per effetto della liquidazione giudiziale, il debito di valore si trasforma in debito di valuta (C.S., IV. 3169/2002 cit.); 4) sulle somme progressivamente e via via rivalutate, di cui al precedente numero, sono altresì dovuti gli interessi legali (secondo il tasso all'epoca vigente), ciò in funzione remunerativa e compensativa della mancata tempestiva disponibilità della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno; 5) su tutte le somme dovute ai sensi delle precedenti lettere decorrono, altresì, gli interessi legali dalla data di deposito della presente sentenza e fino al soddisfo. >>


 


 




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