I termini di pubblica utilità dell’articolo 13 della legge 2359/1865 devono essere certi. Condizionarli al verificarsi di eventi futuri, come – nel caso esaminato dal TAR in commento – la sottoscrizione di una convenzione, significare porre termini incerti e rendere illegittima la pubblica utilità." />
TERRITORIO - il network sulla gestione del territorio
DEMANIO MARITTIMO - La rivista del demanio e patrimonio
URBIM - edilizia e urbanistica
TERRITORIO - il network sulla gestione del territorio
URBIM - edilizia e urbanistica
La rivista del demanio e patrimonio pubblico
CatastOnline - Aggiornamento e informazione tecnica in materia di catasto
Exeo Edizioni Digitali Professionali: ebook e riviste web per professionisti
ANNO XVI
ISSN 1971-9817
   
AVVERTENZE REGISTRAZIONE ABBONAMENTI CONTATTI  
Ricerca
Print Page
  • HOME
  • Notizie
  • TAR TOSCANA 17/12/2003 – I TERMINI DI PUBBLICA UTILITA’ E LA LUNGA LISTA DEI DANNI RISARCIBILI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
divisione























     

TAR TOSCANA 17/12/2003 – I TERMINI DI PUBBLICA UTILITA’ E LA LUNGA LISTA DEI DANNI RISARCIBILI

I termini di pubblica utilità dell’articolo 13 della legge 2359/1865 devono essere certi. Condizionarli al verificarsi di eventi futuri, come – nel caso esaminato dal TAR in commento – la sottoscrizione di una convenzione, significare porre termini incerti e rendere illegittima la pubblica utilità.



 


 


 


 


I termini di pubblica utilità dell’articolo 13 della legge 2359/1865 devono essere certi. Condizionarli al verificarsi di eventi futuri, come – nel caso esaminato dal TAR in commento – la sottoscrizione di una convenzione, significare porre termini incerti e rendere illegittima la pubblica utilità. L’assenza del termine finale delle espropriazioni è motivo di illegittimità, a prescindere dalla sua natura ordinatoria o perentoria. “La dichiarazione di pubblica utilità, com’é noto, ha l’effetto di assoggettare il bene al procedimento espropriativo, ponendolo in stato di precarietà: la contestuale fissazione dei termini ha lo scopo di tutelare il diritto di proprietà dell’espropriando. La fissazione dei termini, quindi, con l’esibizione dei “motivi di interesse generale” di cui all’art. 42, secondo comma, della Costituzione, attiene agli stessi presupposti di costituzionalità dell’espropriazione  (Ad. Pl., 26.8.1991 n. 5).


L’assenza di una valida dichiarazione di pubblica utilità comporta occupazione usurpativa che “genera un danno che dev’essere liquidato, qualora il privato opti per la tutela risarcitoria e non restitutoria, nella forma del risarcimento per equivalente senza i limiti previsti dall’articolo 5 bis comma 7 bis del DL 333/1992”.


Quanto ai criteri risarcitori, il collegio dispone:


a) valore di mercato alla data del verificarsi dell’illecito;


b) rivalutazione monetaria secondo indici ISTAT dalla data di ultimazione dei lavori fino alla data del deposito della sentenza;


c) interessi compensativi nella misura legale sulla somma via via rivalutata, calcolati anno per anno, dalla data di ultimazione dei lavori alla data del deposito della sentenza;


d) per il periodo anteriore alla perdita del terreno danno da illegittima occupazione pari agli interessi legali per ciascun anno di occupazione sul valore del suolo;


e) sul danno da occupazione illegittima rivalutazione monetaria, secondo indici Istat, e sulla somma rivalutata interessi legali, al tasso via via vigente, decorrenti entrambi dalla data di immissione in possesso fino alla data di ultimazione dei lavori;


f) diminuzione di valore proprietà residua;


g) sulla diminuzione di valore della proprietà residua rivalutazione monetaria, secondo indici Istat, e sulla somma rivalutata interessi legali, al tasso via via vigente, decorrenti entrambi dalla data di ultimazione dei lavori fino alla data di deposito della sentenza;


h) sulla somma complessivamente liquidata interessi legali compensativi dalla data del deposito della sentenza alla data del soddisfo.


 


 







 


 


TAR TOSCANA, Sez. III, 17 dicembre 2003 n. 6061


(Lazzeri pres., Romano rel.)


 


D I R I T T O


 


1 - Trattandosi di ricorsi soggettivamente ed oggettivamente connessi, il tribunale ritiene di disporne la riunione al fine di trattarli congiuntamente e deciderli con un’unica sentenza.


2 - Con il ricorso n. 549/96, sono impugnati i provvedimenti, di variante del p.r.g. e di approvazione della progettazione esecutiva per la realizzazione della variante alla strada provinciale n. 59, nonché di occupazione d’urgenza delle aree dei ricorrenti, i quali, anche a seguito della sospensione cautelare disposta da questo tribunale, sono stati superati dai successivi provvedimenti emanati dopo la decisione della provincia di rinnovare gli atti della procedura espropriativa (riapprovazione del progetto esecutivo, rinnovo della dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità ed urgenza dei lavori, fissazione di nuovi termini dei lavori e delle espropriazioni, nuovo procedimento di occupazione d’urgenza).


Pertanto, il ricorso in esame, avendo ad oggetto provvedimenti che sono stati sostituiti con atti successivi che hanno interamente rinnovato il procedimento, é divenuto improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse.


3 - I motivi aggiunti depositati il 7 maggio 2003 sono irricevibili.


Essi, notificati in data 17 e 18 aprile 2003, non risultano depositati entro il termine dimezzato di quindici giorni, dall’ultima delle notificazioni, previsto dall’art. 4, comma 2, della legge n. 205 del 2000.


Infatti, ai sensi dell’art. 23 bis della legge n. 1034 del 1971 - introdotto dalla norma citata - nei giudizi relativi alle procedure di occupazione e di espropriazione delle aree destinate alle opere pubbliche i termini processuali sono ridotti alla metà, salvo quelli per la proposizione del ricorso.


Il principio, secondo il quale é dimidiato il termine per depositare il ricorso nei casi disciplinati dallo speciale procedimento di cui all’art. 23 bis, trova applicazione generalizzata e le eventuali eccezioni debbono essere espressamente previste nella stessa normativa che richiami quel rito (Ad. Pl., 31.5.2002 n. 5).


Inoltre, la Corte costituzionale, con sentenza n. 477/2000, ha statuito che, per il notificante, il perfezionamento della notifica si ha con la consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario; solo per il destinatario della notifica, il perfezionamento avviene alla data di ricezione dell’atto e da tale data decorrono i termini ad esso imposti.


Ne consegue che, nella fattispecie, i ricorrenti non hanno osservato l’onere di depositare i motivi aggiunti, entro quindici giorni dall’ultima delle notificazioni eseguite.


4 - Con i motivi aggiunti depositati il 5 giugno 2003, i ricorrenti, premesso di aver conosciuto solo in data 8 maggio 2003 le deliberazioni della giunta provinciale n. 897 del 1.12.1998 e n. 348 del 13.9.1999, con le quali sono state approvate le varianti al progetto e fissati i nuovi termini per la definizione delle procedure espropriative,


hanno, tra l’altro, dedotto, la violazione dell’art. 13 l. 2359/1865; in particolare, con riferimento ai termini di inizio dei lavori e della procedura espropriativa fissati nella deliberazione n. 897/98, la loro determinazione sarebbe stata disposta in funzione di un evento incerto sia sotto il profilo dell’an che sotto il profilo del quando, mentre nessuna indicazione sarebbe contenuta nella deliberazione n. 897/98 circa il termine finale della procedura espropriativa.


I motivi, in parte qua, sono fondati.


Nella deliberazione richiamata, si precisa che “i lavori e gli espropri attinenti l’opera di cui al presente progetto di variante dovranno avere inizio entro 18 mesi a decorrere dalla sottoscrizione della convenzione integrativa il cui schema viene approvato al punto 2) del presente dispositivo ed i lavori dovranno essere ultimati entro 60 mesi con decorrenza dalla stessa data”.


Dalla formulazione riportata emerge, pertanto, che la decorrenza del termine iniziale per i lavori e le espropriazioni, nonché quella del termine finale dei lavori, é fissata con riferimento ad un evento - la data di sottoscrizione della suddetta convenzione - incerto nell’an, non potendosi dare anticipatamente per certo un adempimento rimesso alla volontà negoziale delle parti, e sopratutto nel quando, non sussistendo alcun termine, già stabilito in ambito normativo o negoziale, entro cui tale adempimento avrebbe dovuto essere formalizzato.


La deliberazione in esame, avente valore di dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dei lavori, neanche contiene l’indicazione del termine finale delle espropriazioni.


Tale mancanza, di per sé, vizia il provvedimento per violazione dell’art. 13 l. 2359/1865.


La dichiarazione di pubblica utilità, com’é noto, ha l’effetto di assoggettare il bene al procedimento espropriativo, ponendolo in stato di precarietà: la contestuale fissazione dei termini ha lo scopo di tutelare il diritto di proprietà dell’espropriando.


La fissazione dei termini, quindi, con l’esibizione dei “motivi di interesse generale” di cui all’art. 42, secondo comma, della Costituzione, attiene agli stessi presupposti di costituzionalità dell’espropriazione  (Ad. Pl., 26.8.1991 n. 5).


Non rileva, nella fattispecie, la giurisprudenza richiamata dalla difesa della provincia, secondo la quale solo la scadenza del termine finale di compimento dell’opera determina la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità, e di conseguenza la perdita del potere espropriativo, mentre agli altri (riguardanti l’inizio e la fine del procedimento espropriativo e l’inizio dei lavori) deve riconoscersi natura ordinatoria e acceleratoria, sicché la loro inosservanza non dà luogo a carenza di potere (C.S., V, 28.12.2001; nello stesso senso, Cass., I, 21.3.2000 n. 3298; Idem, 17.6.1999 n. 5990).


Invero, ritiene il collegio che la negazione dell’effetto di carenza di potere conseguente alla inutile decorrenza del termine finale per le espropriazioni, desunta dalla ritenuta natura ordinatoria dello stesso termine, non comporta, né sul piano dell’interpretazione letterale, né tanto meno su quello logico, il venir meno dell’obbligo, normativamente sancito e costituzionalmente necessitato, di adempiere alla fissazione, contestuale alla dichiarazione di pubblica utilità, del termine di compimento del procedimento espropriativo.


A tacer d’altro, diversamente opinando, si dovrebbe conseguentemente ammettere che, attesa la natura perentoria del solo termine di compimento dei lavori, la dichiarazione di pubblica utilità sarebbe legittima ancorché sfornita dell’indicazione degli altri termini richiesti dall’art. 13 l. 2359/1865.


Una siffatta conclusione, evidentemente, non é legittimata dalla giurisprudenza sopra richiamata, la quale afferma soltanto che l’inutile decorrenza del solo termine di compimento dei lavori determina la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità, dando luogo a carenza di potere espropriativo.


Non altrettanto consegue alla scadenza del termine finale del procedimento espropriativo, la quale, ove preceduta dall’irreversibile trasformazione del bene e dalla sua destinazione all’interesse pubblico, comporta non la perdita del potere espropriativo, bensì l’acquisizione del bene a titolo originario (c.d. accessione invertita).


In altri termini, la perdurante efficacia della dichiarazione di pubblica utilità durante la decorrenza del termine perentorio di ultimazione dei lavori presuppone il valido esercizio del potere ai sensi della norma di riferimento; nella fattispecie, il provvedimento che assoggetta il bene al potere espropriativo, dichiarandone la pubblica utilità, risulta ab inizio viziato per la mancata indicazione del termine finale della procedura espropriativa.


Altra e diversa conseguenza è da riconnettere alla scadenza del termine in questione, ove esso sia stato già fissato, che,  secondo la innovativa giurisprudenza richiamata, non determina ex se la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità.


La stessa giurisprudenza, infatti, afferma che le conseguenze della scadenza del termine previsto per la conclusione del procedimento espropriativo non incidono sulla diversa questione della mancata indicazione dei relativi termini nella dichiarazione di pubblica utilità, nel senso che l’omissione di tali termini vizia l’atto iniziale della procedura ablatoria, mentre l’inutile scadenza del termine per il compimento dell’espropriazione non determina, di per sé, l’automatica inefficacia della dichiarazione di pubblica utilità (C.S., V, 28.12.2001 n. 6435).


In accoglimento dei motivi esaminati, va pertanto disposto l’annullamento della deliberazione n. 897 del 1998 che riapprova il progetto esecutivo dell’opera e fissa nuovi termini per la procedura espropriativi.


Ne consegue che i termini di inizio e di ultimazione dei lavori e delle espropriazioni  restano quelli legittimamente fissati con la precedente deliberazione del 10.6.1996 n. 1442, con la quale era (già) stata riapprovata la dichiarazione di pubblica utilità dell’opera.


In particolare, i termini finali, avendo la durata di 48 mesi a decorrere dalla data del provvedimento, come sostenuto dai ricorrenti, sono scaduti alla data del 10.6.2000.


A tale deliberazione ha fatto seguito il decreto presidenziale del 24.6.1996 n. 261 che ha disposto l’occupazione d’urgenza dei terreni dei ricorrenti.


Essendo stata l’opera ultimata nelle more del ricorso (come pacificamente ammesso dalle parti), senza che sia intervenuto il decreto di esproprio, sia la deliberazione di approvazione della pubblica utilità sia il decreto di occupazione d’urgenza, la cui efficacia è venuta meno prima dell’ultimazione dell’opera stessa, non valgono a legittimare la perdurante sottrazione dei terreni ai proprietari ricorrenti né la loro irreversibile trasformazione determinata dalla esecuzione dell’opera pubblica.


La sopravvenuta inefficacia della dichiarazione di pubblica utilità dell’opera, nonché del conseguente decreto di occupazione d’urgenza, insieme con l’avvenuta irreversibile trasformazione delle aree occupate a seguito dell'ultimazione dell’opera pubblica, configura una situazione di illiceità permanente, non sanata dalla riapprovazione della dichiarazione di pubblica utilità né dalla fissazione di nuovi termini per i lavori e le espropriazioni disposta con la deliberazione già riconosciuta illegittima (per le ragioni sopra esposte), tale da generare il diritto del privato al risarcimento del danno.


Sotto diverso profilo, l’annullamento del provvedimento che dispone la proroga dei termini, in uno con la mancata emanazione del decreto di esproprio nel termine originariamente fissato, determina anch’esso il diritto del privato al risarcimento del danno.


Infatti, venuto meno il nesso teleologico tra l’opera realizzata ed il pubblico interesse, non è più configurabile il fenomeno dell’occupazione acquisitiva ma residua solo un illecito permanente che genera un danno che dev’essere liquidato, qualora il privato opti per la tutela risarcitoria, nella forma del risarcimento per equivalente senza i limiti previsti dall’art. 5 bis comma 7 bis del d.l. 333/1992.


5 – Il ricorso n. 2613/1996 è infondato nel merito.


Infondato è il primo motivo, in cui si deduce il vizio di illegittimità derivata da quella della deliberazione regionale impugnata con il primo ricorso.


Altrettanto infondato è il secondo motivo, atteso che il comune, lungi dall’aver svolto indagini di competenza regionale, si è palesemente limitato a prendere atto del parere reso dall’ufficio del Genio civile.


Parimenti infondato è il terzo motivo, avuto riguardo al contenuto di detto parere, con il quale si provvede ad individuare gli interventi di regimazione idraulica ritenuti necessari, al completamento dei quali sarebbe stata raggiunta la messa in sicurezza dell’area; il parere non si riferisce, pertanto, ad un diverso progetto, ma alla variante in questione, tenuto conto delle indagini effettuate, né risulta alcuna delega al comune di compiere direttamente gli accertamenti, in luogo dell’organo tecnico competente.


Palesemente infondata è la censura di cui al quarto motivo, in quanto successivamente alla proposta transattiva dei ricorrenti (tra l’altra diretta al comune), la provincia comunicava loro che si sarebbe proceduto al rinnovo della procedura espropriativa mediante la riapprovazione del progetto, la fissazione di nuovi termini e la notifica di un nuovo decreto di occupazione d’urgenza.


Destituito di fondamento è il quinto motivo, avendo ad oggetto la pretesa inosservanza di adempimenti previsti a tutela delle funzioni dei rappresentanti elettivi; in ogni caso la pretesa irregolarità risulta sanata dal raggiungimento dello scopo, tutti i consiglieri comunali avendo partecipato alla seduta in cui l’atto è stato adottato.


Infine, il sesto motivo è infondato, a prescindere da altre considerazioni, anche in relazione alla circostanza – assorbente - che non trattasi di opera pubblica di esclusiva competenza provinciale e che la conformità urbanistica ed alla normativa di sicurezza sanitaria ed ambientale risultano dagli atti e dagli elementi sopra richiamati.


6 – I motivi aggiunti depositati nel ricorso n. 1613/1996 sono inammissibili, trattandosi di motivi già proposti nel ricorso n. 549/1996.


7 – Quanto alla domanda risarcitoria proposta con i motivi aggiunti sopra esaminati, essa va accolta, nei limiti e con le precisazioni che seguono.


7.1 - Ritiene il collegio che, per le ragioni già esposte (cfr. sub 4), nella fattispecie ricorra un’ipotesi di occupazione usurpativa, essendo venuta meno l’efficacia della dichiarazione di pubblica utilità, per decorrenza dei termini finali – compreso quello dei lavori, riconosciuto dalla recente, sopra citata, giurisprudenza come unico termine di natura perentoria – fissati nel provvedimento di approvazione del progetto ex art. 1 l. 1/78, prima del compimento dell’opera viaria, la quale è stata definitivamente realizzata allorché la originaria dichiarazione di pubblica utilità non era più operante.


 Ciò configura e distingue l’occupazione c.d. usurpativa, che si verifica o in mancanza di una dichiarazione di pubblica utilità o perché essa è venuta meno a seguito di annullamento dell’atto che la disponeva o per scadenza dei relativi termini, da quella c.d. appropriativa la quale è sempre presidiata da una valida dichiarazione di pubblica utilità dell’opera realizzata dalla pubblica amministrazione (Cass., S.U., 14.4.2003 n. 5902).


Solo nel primo caso, infatti, non si produce l’effetto acquisitivo a favore della p.a. ed il proprietario può chiedere la restituzione del fondo occupato o domandare il risarcimento del danno che deve essere liquidato in misura integrale (Cass., S.U., 6.5.2003 n. 6853).


Nella specie, a seguito dell’annullamento del provvedimento di proroga dei termini, la scadenza dei termini di occupazione d’urgenza e la successiva realizzazione dell’opera, hanno determinato l’evento della perdita della proprietà che va individuato, per effetto dell'occupazione usurpativa del fondo dei ricorrenti, nella data di scadenza del decreto di occupazione legittimo n. 261 del 24.6.1996, e cioè nella data del 10 giugno 2000 (per decorrenza dei 48 mesi dalla riapprovazione del progetto).


7.2 – In ordine all’ammontare del danno, ritenuto che il giudice può stabilire i criteri in base ai quali l’amministrazione o il gestore del pubblico servizio devono proporre a favore dell’avente titolo il pagamento di una somma entro un congruo termine (art. 35 comma 2 del d. lgs. 31.3.1998 n. 80, come sostituito dall’art. 7 l. n. 205 del 2000), il collegio così dispone:


a) l’amministrazione debitrice dovrà offrire ai ricorrenti il pagamento di una somma corrispondente al valore di mercato del bene della vita, illegittimamente sottratto alla disponibilità dell’avente diritto, alla data del verificarsi dell’illecito.


b) sulla somma liquidata, trattandosi di un debito di valore, va riconosciuta la rivalutazione monetaria secondo indici Istat, dalla data di ultimazione dei lavori fino alla data di deposito della presente sentenza;


c) sulla somma rivalutata vanno riconosciuti gli interessi compensativi nella misura legale come per legge, decorrenti dalla data di ultimazione dei lavori fino alla data di deposito della presente sentenza, i quali devono essere calcolati non dalla data dell'illecito sulla somma liquidata siccome rivalutata, ma anno per anno sul valore della somma via via rivalutata nell'arco di tempo considerato (Cass. Civ., I, 19.4.2002 n. 5278);


d) per il periodo anteriore alla perdita del suolo, il danno per l'illegittima occupazione va computato in misura percentuale pari al saggio degli interessi legali per ciascun anno di occupazione, da rapportare al valore del suolo come sopra determinato (Cass., I, 21.11.1998 n. 11791);


e) sulla somma liquidata va calcolata la rivalutazione monetaria, secondo indici Istat, e sulla somma rivalutata vanno calcolati gli interessi legali, al tasso via via vigente, decorrenti entrambi dalla data di immissione in possesso fino alla data di ultimazione dei lavori;


f) l’amministrazione debitrice dovrà offrire ai ricorrenti il pagamento di una somma pari alla diminuzione di valore subita dalla proprietà residua a seguito della realizzazione dell’opera pubblica, sulla base dei criteri contenuti nella relazione di stima del perito, depositata nel fascicolo di parte, previa verifica dell’effettiva incidenza dei medesimi;


g) sulla somma liquidata va calcolata la rivalutazione monetaria, secondo indici Istat, e sulla somma rivalutata vanno calcolati gli interessi legali, al tasso via via vigente, decorrenti entrambi dalla data di ultimazione dei lavori fino alla data di deposito della presente sentenza;


h) atteso che, dal momento della liquidazione giudiziale, il debito di valore si trasforma in debito di valuta, sulla somma complessivamente liquidata sono altresì dovuti gli interessi legali, aventi natura compensativa del mancato godimento delle somme liquidate, dalla data di deposito della presente sentenza  fino al soddisfo.


Tale proposta dovrà essere formulata, da parte dell’amministrazione provinciale, entro il termine di giorni 90 (novanta), decorrente dalla notifica della presente decisione.


8 – Conclusivamente, disposta la riunione dei ricorsi: il ricorso n. 549/96 va dichiarato improcedibile; i motivi aggiunti depositati il 7 maggio 2003 sono dichiarati irricevibili; i motivi aggiunti depositati il 5 giugno 2003 vanno accolti, in parte qua, e per l'effetto deve essere annullata la deliberazione n. 897/98; il ricorso n. 2613/96 va respinto; i motivi aggiunti in esso depositati vanno dichiarati inammissibili; la domanda risarcitoria va accolta, nei limiti e con le precisazioni di cui in motivazione.


Le spese processuali, a favore dei ricorrenti, vanno poste a carico dell’amministrazione provinciale soccombente e sono liquidate, tenuto conto dell'esito complessivo del giudizio, nella misura di cui in dispositivo; per il resto, esse vanno compensate tre la parti.


 




Vai a : 

D.P.R. 327/2001
1 2 3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 bis 23 24 25 26
27 28 29 30 31 32 33 34 35
36 37 38 39 40 41 42 bis 44
45 46 47 48 49 50 51 52 bis
ter quater quinquies sexies
septies octies nonies 53 54 55
56 57 bis 58 59        

Login Utente
Inserire il vostro Token
Oppure utilizzate le vostre :
Email:
Password:
Ricorda i miei dati
- Registrazione gratuita
- Recupera password
- Problemi di accesso
























 
Coordinatore scientifico e direttore responsabile: PAOLO LORO
Rivista professionale nella materia dell'espropriazione per pubblica utilità
Registro Stampa Tribunale di Padova n° 2067 del 19.2.2007. COPYRIGHT © 2002-2017. Exeo srl - www.exeo.it CF PI RI 03790770287 REA 337549 ROC 15200/2007 DUNS: 339162698 cap. soc. 10.000 i.v. sede legale: piazzetta Modin 12 351129 Padova. PEC: exeo.pec@mail-certa.it. TUTTI I DIRITTI RISERVATI. Le opere presenti su questo sito hanno assolto gli obblighi derivanti dalla normativa sul diritto d'autore e sui diritti connessi. La riproduzione, la comunicazione o messa a disposizione al pubblico, la pubblica diffusione senza l'autorizzazione dell'autore e dell'editore è vietata. Alle violazioni si applicano le sanzioni previste dagli art. 171, 171-bis, 171-ter, 174-bis e 174-ter L. 633/1941.
Powered by Next.it