Se le prescrizioni di PRG sono sufficientemente puntuali in ordine all'edificazione privata, e purché vengano rispettati gli standards, la mancata approvazione di un p.p. che localizzi gli spazi verdi non comporta per ciò stesso la decadenza della intera disciplina urbanistica di una determinata zona con conseguente generale operatività  delle regole di salvaguardia, inibendo qualsiasi intervento edilizio ivi richiesto. Diversamente opinando risulterebbe indebitamente compresso sine die lo jus aedificandi." />
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  • CDS 24 settembre 2003 n.5456 : la disciplina delle aree bianche non si estende alle destinazioni privatistiche
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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CDS 24 SETTEMBRE 2003 N.5456 : LA DISCIPLINA DELLE AREE BIANCHE NON SI ESTENDE ALLE DESTINAZIONI PRIVATISTICHE

Se le prescrizioni di PRG sono sufficientemente puntuali in ordine all'edificazione privata, e purché vengano rispettati gli standards, la mancata approvazione di un p.p. che localizzi gli spazi verdi non comporta per ciò stesso la decadenza della intera disciplina urbanistica di una determinata zona con conseguente generale operatività  delle regole di salvaguardia, inibendo qualsiasi intervento edilizio ivi richiesto. Diversamente opinando risulterebbe indebitamente compresso sine die lo jus aedificandi.



 


 


Se le prescrizioni di PRG sono sufficientemente puntuali in ordine all'edificazione privata, e purché vengano rispettati gli standards, la mancata approvazione di un p.p. che localizzi gli spazi verdi non comporta per ciò stesso la decadenza della intera disciplina urbanistica di una determinata zona con conseguente generale operatività  delle regole di salvaguardia, inibendo qualsiasi intervento edilizio ivi richiesto. Diversamente opinando risulterebbe indebitamente compresso sine die lo jus aedificandi.


 







 


CONSIGLIO DI STATO SEZIONE V - 24/09/2003 n. 5456


 


<< 1.- Le parti controvertono sulla legittimità del provvedimento con il quale il Comune di Grottaferrata ha negato la concessione edilizia richiesta dall’Ing. (*) per la realizzazione di lavori di ristrutturazione e di ampliamento di un villino di sua proprietà, sulla base del duplice rilievo che non erano stati approvati i piani particolareggiati di esecuzione prescritti per i comprensori di espansione dal p.r.g. entro il termine di cinque anni dall’approvazione di quest’ultimo e che la sopravvenuta inefficacia, ai sensi dell’art.2 legge 19 novembre 1968, n.1187, delle previsioni dello strumento urbanistico generale pertinenti la zona ove insiste l’immobile del ricorrente comportava la soggezione dell’intervento edilizio alle restrittive prescrizioni dettate dagli artt. 4 ultimo comma legge 28 gennaio 1977, n.10 e 1 della legge regionale del Lazio 24 novembre 1990, n.86.


Il T.A.R. del Lazio, adìto dall’Ing. (*), ha giudicato errata la motivazione assunta a sostegno dell’atto negativo impugnato, rilevando, in particolare, che l’omessa approvazione dei piani particolareggiati non implicava, come erroneamente affermato dal Comune, l’applicazione degli artt. 4, ultimo comma, l. n.10/77 e 1 l.r. n.86/90, che presuppongono la mancanza assoluta di strumenti urbanistici generali, ma imponeva, comunque, all’amministrazione di formulare la valutazione di compatibilità sulla base dei parametri edilizi contenuti nel p.r.g., la cui disciplina veniva contestualmente ritenuta sufficientemente puntuale.


L’appellante Comune ribadisce le ragioni assunte a sostegno del diniego, continuando a sostenere che l’omessa approvazione dei piani particolareggiati relativi alla localizzazione delle zone verdi precludeva ogni intervento edilizio nella zona, ed invoca l’annullamento della pronuncia gravata.


L’appellato (*) difende, invece, la correttezza del convincimento espresso dai primi giudici e conclude per la reiezione del ricorso.


2.- Rileva, innanzitutto, il Collegio che l’appellante, lungi dal criticare il decisum gravato e dall’esporre, quindi, specifiche ragioni di doglianza della correttezza dell’iter logico-giuridico che ha condotto i giudici di prima istanza a pronunciare il giudizio impugnato, si limita a ribadire e a sviluppare gli argomenti addotti a sostegno dell’atto negativo annullato in prime cure, senza neanche tentare di censurare il percorso argomentativo sulla cui base il T.A.R. ha giudicato erronea la motivazione del diniego (qui meramente ripetuta).


Mentre, infatti, il Tribunale laziale ha spiegato le ragioni per le quali ha escluso l’applicabilità al procedimento controverso del combinato disposto degli artt. 4, ultimo comma, l. n.10/77 e 1 l.r. n.86/90 ed ha, di contro, affermato la necessità di assumere il vigente p.r.g. quale parametro di verifica della compatibilità del progetto presentato dall’istante, l’appellante ha omesso (come, invece, avrebbe dovuto) di confutare e di criticare la correttezza di tale motivazione e ha circoscritto il contenuto delle doglianze formulate con l’appello alla mera (ma insufficiente) ripetizione delle difese svolte in primo grado.


Deve, in proposito, affermarsi che costituisce specifico onere dell’appellante formulare una critica puntuale della motivazione della sentenza impugnata, posto che l’oggetto del giudizio d’appello è costituito da quest’ultima e non dal provvedimento gravato in primo grado, e che il suo assolvimento esige la deduzione di specifici motivi di contestazione della correttezza del percorso argomentativo che ha fondato la decisione appellata (cfr. ex multis C.S., Sez. V, 12 novembre 2002, n.6243).


Il rilevato mancato assolvimento di tale onere, con le modalità appena precisate, determina, quindi, l’inammissibilità dell’appello. 


3.- Quand’anche, tuttavia, si intendesse procedere all’esame del merito dell’appello, prescindendo dall’assorbente rilievo di inammissibilità sopra esposto, si perverrebbe, in ogni caso, alle medesime conclusioni reiettive, alla stregua delle sintetiche considerazioni di seguito svolte.


Se, invero, appare già dubbia la configurabilità nella vicenda dedotta in giudizio degli estremi della fattispecie regolata dal disposto dell’art.2 legge 1187/68 (ritenuto, peraltro, applicabile al caso di specie dagli stessi primi giudici), non può, tuttavia, dubitarsi che la portata delle conseguenze dell’omessa approvazione degli strumenti attuativi del p.r.g. è diversa da quella ipotizzata, applicata e sostenuta dal Comune.


A fronte, infatti, della riscontrata (e non contestata) sussistenza di una disciplina generale sufficientemente dettagliata (siccome comprensiva di puntuali indicazioni in merito alla tipologia degli interventi assentibili, agli indici di edificabilità, alle zone di rispetto ecc.) e della portata limitata dell’intervento in questione (ristrutturazione ed ampliamento di un edificio residenziale esistente), la qualificazione dell’area come “zona bianca” (nella specie operata dal Comune) e l’assoggettamento dell’intervento alle rigorose prescrizioni contenute nell’ultimo comma dell’art.4 della legge n.10/77 si appalesano del tutto irragionevoli ed errati, in quanto postulano l’inesistente presupposto dell’assenza di un regime urbanistico di per sé sufficiente a consentire la valutazione della compatibilità edilizia dell’edificazione richiesta e poichè trascurano di considerare la ridotta incidenza di quest’ultima sulla conformazione della zona (di talchè anche l’omessa localizzazione delle zone verdi si appalesa del tutto insufficiente a legittimare il controverso diniego).


La sanzione dell’inefficacia dei vincoli in questione (quand’anche configurabile) non implica, invero, la decadenza di tutta la disciplina urbanistica ed edilizia concernente la zona considerata (e non direttamente connessa alle prescrizioni, espropriative o conformative, decadute) ed impone, pertanto, all’amministrazione comunale di assumere quest’ultima quale paradigma valutativo della compatibilità del progetto presentato dall’interessato con il vigente regime generale.


Diversamente opinando si perverrebbe, peraltro, all’inaccettabile conseguenza di ritenere compresso sine die lo jus aedificandi a causa della colpevole inerzia del Comune nell’approvazione dei piani particolareggiati ed in presenza di una disciplina urbanistica generale (non direttamente connessa alla prescrizione, di localizzazione degli spazi verdi, rimasta inattuata) che, per la permanente efficacia dei suoi contenuti precettivi e per la sufficienza di questi ultimi, consente all’amministrazione di valutare, alla stregua degli standards vigenti, la compatibilità degli interventi edilizi progettati e le impedisce, al contempo, di applicare la disciplina prevista per le c.d. zone bianche. 


4.- Alle predette considerazioni conseguono, in definitiva, la reiezione dell’appello e la conferma della decisione impugnata. >>




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