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  • CDS 5 settembre 2003 n. 4970 - V.I.A. prima della P.U.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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CDS 5 SETTEMBRE 2003 N. 4970 - V.I.A. PRIMA DELLA P.U.

La V.I.A. deve essere precedente rispetto alla dichiarazione di pubblica utilità contenuta nel progetto definitivo. Ogni modifica al piano particellare di esproprio deve passare attraverso una nuova dichiarazione di pubblica utilità.



 


Secondo il Consiglio di Stato, in una articolata pronuncia che riguarda la progettazione delle opere pubbliche (sez. IV 5.9.03 n.4970), la V.I.A. deve essere precedente rispetto alla dichiarazione di pubblica utilità contenuta nel progetto definitivo. Inoltre il progetto esecutivo consiste nella mera ingegnerizzazione dell'opera: la localizzazione degli espropri deve essere già perfettamente stabilita nel definitivo. Con la conseguenza che il piano particellare non può essere modificato con l'esecutivo, ma deve passare attraverso una nuova dichiarazione di pubblica utilità.  


 





 


<< (...) Siffatti dettagliati riferimenti normativi, relativi alla fase della progettazione delle opere pubbliche, vanno poi completati con il richiamo dell’ulteriore, fondamentale, disposizione, attinente alla fase della programmazione dei lavori pubblici, secondo cui “l'approvazione del progetto definitivo da parte di una amministrazione aggiudicatrice equivale a dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dei lavori” ( comma 13 dell’art. 14 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 ).


A tale ultimo riguardo, va anzitutto ricordato il tradizionale orientamento giurisprudenziale, precedente alla stessa legge n. 109 del 1994, secondo cui, quando la dichiarazione di pubblica utilità è, per dettato legislativo, resa implicita attraverso l’adozione dell’atto di approvazione del progetto d’opera pubblica, essa deve essere contestuale all’atto medesimo o, comunque, accedere a quel provvedimento, che si ponga come prima manifestazione concreta dell’interesse pubblico ad esercitare il potere di ablazione sull’immobile prescelto ( cfr. Cons. St., sez. IV, 22 maggio 1989, n. 336 e 28 maggio 1988, n. 468 ).


Con la veduta disposizione del comma 13 dell’art. 14 citato, il legislatore si è spinto ancora oltre, affermando espressamente che la dichiarazione di p.u. consegue ex lege all’approvazione del progetto di un’opera pubblica da parte di una amministrazione aggiudicatrice; ma ha, d’altra parte, precisato che un tale effetto può conseguire solo dall’atto di approvazione del progetto definitivo dell’opera, con il quale l’opera medesima viene concretamente individuata e compiutamente definita e localizzata.


Alla luce, insomma, dei principii generali ( ricavabili dalla giurisprudenza consolidata e dalla normazione dell’ultimo decennio ) vigenti in materia espropriativa e di opere pubbliche, si può affermare che gli effetti di dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza ( ai fini, questi ultimi due, della possibilità di occupazione delle aree necessarie ), essendo riferiti ad un’opera pubblica specifica, presuppongono necessariamente l’avvenuta individuazione degli elementi essenziali dell’opera stessa; il che avviene, sotto il regime della legge n. 109/94, solo con la definitiva approvazione del progetto definitivo da parte della autorità competente.


Invero, parrebbe irrazionale ed illogico procedere alla espropriazione od all’occupazione d’urgenza delle aree necessarie alla realizzazione di un’opera pubblica senza conoscere previamente le sue connotazioni essenziali ed in particolare le esatte dimensioni delle opere da realizzare; conoscenza, questa, che può aversi solo con l’approvazione del progetto definitivo.


Ne deriva, da un lato, che, ove si procedesse ad una espropriazione od occupazione intempestive, sulla base della mera identificazione dell’area contenuta nella deliberazione di approvazione del progetto preliminare, la p.a. correrebbe il pericolo di essere esposta a domande di retrocessione, da parte degli interessati, delle aree non utilizzate o comunque esuberanti rispetto alle concrete esigenze di pubblico interesse, come individuate in via definitiva con il progetto definitivo; dall’altro, che, una volta che il progetto definitivo abbia, tra l’altro, recato la planimetria ed il tracciato dell’opera, nonché l’estensione definitiva dei suoli da acquisire ( e proprio a tali fini l’art. 25 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 prevede, tra gli elaborati del progetto stesso, il piano particellare di esproprio ), ciò, per dirla con le parole dell’impugnata sentenza T.A.R., “determina l’immodificabilità del progetto approvato” ( pag. 17 sent. ); e questo, semplicemente, perché ogni successiva variazione, in aumento od in diminuzione, delle aree interessate al progetto comporterebbe, in caso di aumento, l’esercizio del potere espropriativo in relazione ad aree per le quali manca una valida ed attuale dichiarazione di p.u. e, in caso di diminuzione, un effetto del tutto analogo a quello sopra descritto per il caso di espropriazione od occupazione intempestiva.


Il rispetto della articolazione della attività di progettazione secondo i tre livelli successivi di approfondimento tecnico previsti dalla disposizione dell’art. 16 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 comporta, così, che, se è certamente il progetto definitivo quello che ha il còmpito di individuare le caratteristiche dell’opera (operazione la quale non è scevra dalla esatta “descrizione, anche sotto il profilo estetico, delle caratteristiche, della forma e delle principali dimensioni dell'intervento, dei materiali e di componenti previsti nel progetto”: v. art. 32 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554), allora la progettazione esecutiva deve essere redatta in stretta conformità al progetto definitivo, di cui costituisce mera ingegnerizzazione (v. art. 35 del D.P.R. n. 554/99, cit.) e dunque il progetto definitivo non è mutabile nella sua sostanziale struttura ad òpera di quello esecutivo ( salve, naturalmente, le eventuali, successive, puntualizzazioni dell’òpera, cui è specificamente finalizzato il progetto esecutivo medesimo ).


E ciò, in particolare, per quanto concerne la concreta definizione delle opere da realizzare e delle aree all’uopo necessarie; sì che nella fase successiva non saranno poi introducibili mutamenti della localizzazione dell’opera, tali da incidere sulle posizioni degli interessati in maniera diversa da quanto non abbia già previsto il progetto definitivo (v. Tribunale sup.re acque, 4 marzo 2002, n. 27), il quale, contenendo la dichiarazione di p.u., indifferibilità ed urgenza, imprime al bene privato ( previa, si ricordi, la necessaria comunicazione dell’avvio del relativo procedimento nei confronti del proprietario dell’area interessata ) quella particolare qualità, che lo rende assoggettabile alla procedura espropriativa ( v. Cons. st., sez. IV, 6 giugno 2001, n. 3033 e 13 dicembre 2001, n. 6238 ).


Se la veduta, specifica, clausola legislativa ( di cui all’art. 14, comma 13 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 ), che disciplina l’approvazione del progetto definitivo conferendole gli effetti proprii di quanto già previsto dall’art. 1 della legge 3 gennaio 1978, n. 1, implica che l’assetto del territorio debba ritenersi definitivamente conformato alla stregua di quanto previsto nello stesso progetto ( cosicché nessuna variazione di tale assetto può poi conseguire dalla successiva approvazione del progetto esecutivo: v. Cons. St., sez. V, 8 ottobre 2002, n. 5301 ), non pare dubbio al Collegio che, quando sia richiesta, per il tipo di opera pubblica oggetto del progetto, la positiva valutazione di impatto ambientale, questa non possa che precedere l’approvazione del progetto definitivo, venendosi essa a configurare quale necessario elemento dell’istruttòria vòlta a quella individuazione compiuta dei lavori da realizzare, nella quale si risolve, in definitiva, il progetto definitivo medesimo.


E’ chiaro, infatti, che la valutazione di impatto ambientale viene effettuata in riferimento ad un momento temporale ben preciso e rapportata ad una determinata (proposta di) localizzazione di un intervento incidente su interessi fondamentali della collettività ( relativi alla salute, all’ambiente, al corretto utilizzo del territorio ), sì che la verifica dei profili di impatto ambientale, lungi dal tradursi in nuovo ( e formale ) adempimento burocratico della procedura volta alla realizzazione di un’opera pubblica, ben può ( anzi, deve ) incidere sullo stesso momento della approvazione del progetto definitivo, che dalla valutazione ambientale può uscire più o meno profondamente trasformato rispetto alla sua impostazione iniziale; ed è altrettanto chiaro che una valutazione ambientale spostata in avanti nel tempo rispetto all’anzidetto momento, da un lato viene a priori deprivata di tutta la sua positiva capacità di concorso alla determinazione di quelle scelte, già compiute nelle decisive fasi progettuali, che l’abbiano preceduta, dall’altro si rende suscettibile di snaturare le stesse fasi successive. (...) >>




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