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Retrocessione


 RETROCESSIONE



a cura di Ines Melloni



Il diritto di proprietà può essere sacrificato nella misura in cui il bene sottratto al privato sia destinato al perseguimento di un interesse generale (art. 42 comma 3 Cost.); il provvedimento espropriativo pertanto è autorizzato a sottrarre il bene al legittimo proprietario nella misura in cui effettivamente il bene stesso sia utilizzato per il conseguimento dello specifico interesse pubblico fissato con la dichiarazione di pubblica utilità.
Ne consegue che la mancata utilizzazione da parte della autorità espropriante dei beni privati per la realizzazione dell’opera pubblica o di pubblica utilità, comporta la possibilità del suo ritrasferimento a favore dell’ex proprietario.
Il DPR 327/2001, confermando la normativa previdente di cui agli artt. 60 – 63 L. n. 2359/1865, contempla due ipotesi di retrocessione: la retrocessione totale e la retrocessione totale.
La retrocessione totale trova disciplina nell'art. 46 TU, in base al quale:
« 1. Se l'opera pubblica o di pubblica utilità non è stata realizzata o cominciata entro il termine di dieci anni, decorrente dalla data in cui è stato eseguito il decreto di esproprio, ovvero se risulta anche in epoca anteriore l'impossibilità della sua esecuzione, l'espropriato può chiedere che sia accertata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e che siano disposti la restituzione del bene espropriato e il pagamento di una somma a titolo di indennità. (L) ».
Presupposto quindi perché operi la retrocessione totale è la mancata realizzazione dell'opera nel suo complesso.
In ipotesi di retrocessione totale la posizione del proprietario è quella di un diritto soggettivo perfetto; nel caso pertanto di mancata esecuzione o mancato inizio dell'opera pubblica entro il termine di dieci anni decorrenti dalla data di esecuzione del decreto di esproprio ovvero se risulta anche in epoca anteriore l'impossibilità della sua esecuzione, i soggetti espropriati hanno il diritto di domandare al giudice la pronuncia di retrocessione dei beni previa declaratoria di decadenza della dichiarazione di pubblica utilità.
La retrocessione parziale è disciplinata dall'art. 47 TU (ex art. L. n. 2359/1865) in base al quale:
« 1. Quando è stata realizzata l'opera pubblica o di pubblica utilità, l'espropriato può chiedere la restituzione della parte del bene, già di sua proprietà, che non sia stata utilizzata. In tal caso, il soggetto beneficiario della espropriazione, con lettera raccomandata con avviso di ricevimento, trasmessa al proprietario ed al Comune nel cui territorio si trova il bene, indica i beni che non servono all'esecuzione dell'opera pubblica o di pubblica utilità e che possono essere ritrasferiti, nonché il relativo corrispettivo. (L)
2. Entro i tre mesi successivi, l'espropriato invia copia della sua originaria istanza all'autorità che ha emesso il decreto di esproprio e provvede al pagamento della somma, entro i successivi trenta giorni.

3. Se non vi è l'indicazione dei beni, l'espropriato può chiedere all'autorità che ha emesso il decreto di esproprio di determinare la parte del bene espropriato che non serve più per la realizzazione dell'opera pubblica o di pubblica utilità. (L)»
La retrocessione parziale presuppone pertanto, caratterizzandosi così dalla retrocessione totale, che a seguito della realizzazione dell’opera pubblica, una parte del bene espropriato non sia stato utilizzato.
Il testo unico recepisce sul punto la precedente normativa e la costante elaborazione giurisprudenziale in base alla quale si ha retrocessione totale in caso di mancata esecuzione dell’opera pubblica (Tar Campania Sez. V Napoli n. 10206 del 29 ottobre 2007; C.d.S. Sez. IV n. 874 del 19 febbraio 2007), mentre si ha retrocessione parziale in caso di realizzazione dell’opera pubblica, anche se solo parzialmente (Tar Lombardia Sez. II Milano n. 6165 del 23 dicembre 2008; C.d.S. Sez. IV n. 874 del 19 febbraio 2007), con la precisazione che per verificare se l'opera non è stata realizzata oppure se essa è stata realizzata solo in parte, ai fini della configurabilità di una retrocessione totale o parziale, occorre considerare non l'ampiezza dei fondi espropriati al soggetto richiedente, ma l'ampiezza della dichiarazione di pubblica utilità e verificare se almeno una parte dei fondi espropriati sulla base di essi hanno ricevuto la loro destinazione pubblica per cui erano stati oggetto della procedura ablatoria. I concetti di parzialità e totalità della retrocessione riguardano cioè non il singolo immobile oggetto della retrocessione, ma l'utilizzazione che del complesso dei beni espropriati è stata fatta, per cui si ha retrocessione parziale anche nel caso in cui uno di detti beni venga a coincidere con l'intera superficie espropriata in danno di un singolo proprietario (cfr. Corte di Cass. Sez. Un. n. 23823 del 11 novembre 2009; Tar Ve Sez. I n. 1849 del 19 giugno 2009; Tar Lombardia Sez. II Milano del 23 dicembre 2008 n. 6165; Corte di Cass. Sez. I civ. n. 1912 del 19 febbraio 2000).
La retrocessione parziale si caratterizza altresì dalla retrocessione totale per il fatto che il diritto del privato alla restituzione del bene è condizionato all'emanazione di un atto amministrativo che dichiari l’opera inservibile (Cass. Sez. Un. n. 23823 del 11 novembre 2009; Tar Toscana Sez. I n. 1470 del 23 settembre 2009; Tar Roma Sez. I ter n. 7552 del 27 luglio 2009; Tar Lombardia Sez. II Milano n. 196 del 23 gennaio 2009).
Sia la retrocessione totale che quella parziale realizzano un nuovo trasferimento del bene cioè un nuovo acquisto con efficacia ex nunc. A tale momento andrà rapportata la valutazione del bene. Più precisamente, ai sensi dell’art. 48 TU (norma comune a tutte le ipotesi di retrocessione), il corrispettivo della retrocessione, se non è concordato dalle parti, è determinato dall’ufficio tecnico erariale o dalla commissione provinciale prevista dall’articolo 41, su istanza di chi vi abbia interesse, sulla base dei criteri applicati per la determinazione della indennità di esproprio e con riguardo al momento del ritrasferimento.
Viene codificato quindi un principio consolidato dalla giurisprudenza secondo cui « vi è un ritrasferimento della proprietà con effetto ex nunc, sicché l’indennità va determinata sulla base del criterio già applicato per calcolare l’indennità di esproprio, col rilievo delle variazioni del valore dell’area, medio tempore intervenute». (Cons. di Stato, Ad. Gen. Parere 29 marzo 2001 n. 4/2001).
Avverso la stima è proponibile opposizione alla Corte di Appello nel cui distretto si trova il bene espropriato (art. 48 comma 2 TU).
E' riconosciuto un diritto di prelazione al Comune (art. 48 comma 3 TU).
La retrocessione opera anche in ipotesi il cui il titolare del bene abbia convenuto la cessione volontaria (art. 45 comma 4 TU).


___________


Esempi di Giurisprudenza.





CASS 6492/1990: «« Con atto di citazione del 16 febbraio 1978 Giulio Medici, in proprio e nella qualità di procuratore dei germani Francesca Saveria, Vincenzo, Michele, Felice, Elisabetta, Pietro e Filippo, tutti quali eredi dell'originaria espropriata frattanto deceduta, convenne il Ministero dei Lavori pubblici davanti al tribunale di Catanzaro deducendo che l'area espropriata non aveva avuto né avrebbe più potuto avere la destinazione e l'utilizzazione per la quale era stata disposta l'espropriazione; chiese pertanto che fosse disposta la retrocessione dell'immobile in favore degli espropriati ai sensi dell'art. 63 della l. 2359-1865, previa restituzione dell'indennità di espropriazione a suo tempo percepita, ovvero, nel caso che la retrocessione fosse risultata materialmente impossibile, che fosse determinato il controvalore da corrispondersi agli espropriati, con detrazione dell'indennità.

L'amministrazione propone varie eccezioni preliminari (difetto di giurisdizione, difetto di legittimazione attiva e passiva, prescrizione) e contestò la fondatezza della domanda.

Disposta consulenza tecnica, e rinnovata la stessa con altro consulente, il tribunale, con sentenza del 13 novembre 1985, accolse l'eccezione di prescrizione e rigettò la domanda, sul rilievo che, non essendo più possibile la materiale retrocessione del bene, si era già maturato il termine quinquennale di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, decorrente dalla data in cui il bene era stato irreversibilmente trasformato in opera pubblica diversa da quella prevista nel decreto di esproprio.

Proposto appello dal Medici, in proprio e nella qualità sopra indicata, la sentenza è stata totalmente riformata dalla corte di Catanzaro, la quale, con sentenza non definitiva del 12 gennaio 1987, ha nuovamente disatteso le eccezioni preliminari di difetto di legittimazione attiva e passiva riproposta dall'Amministrazione, ed ha respinto anche l'eccezione di prescrizione, dichiarando quindi il diritto dei germani Medici ad ottenere la retrocessione del bene espropriato, ed attesa l'impossibilità della materiale restituzione di detto bene, condannando l'espropriante al risarcimento del danno in misura pari alla differenza tra il valore venale dello stesso immobile alla data della pronuncia ed il prezzo che gli espropriati avrebbero dovuto corrispondere per la sua retrocessione.

La corte, in particolare, ha osservato che, avendo la domanda di retrocessione un contenuto restitutorio, essa era soggetta all'ordinario termine di prescrizione decennale di cui all'art. 2946 cod. civ., ed allo stesso termine era necessariamente sottoposto il diritto alla prestazione risarcitoria per equivalente, siccome sostitutiva dell'obbligo di restituzione, e che la decorrenza di tale termine aveva inizio dal momento in cui il diritto alla retrocessione era sorto e poteva essere esercitato, o per non essere stata eseguita l'opera nel termine a tal fine concesso, o per essere divenuto definitivamente impossibile il compimento dell'opera, o per essersi verificata una situazione di giuridica inutilizzabilità del bene espropriato secondo la destinazione originariamente prevista e non attuata; nella specie siffatto momento andava individuato al più in quello dell'approvazione del programma di fabbricazione, avvenuta il 30 ottobre 1969, di cui risultava la certezza della destinazione del fondo Pentimela per scopi diversi da quelli per cui era stata disposta l'espropriazione, e la domanda era stata proposta entro i dieci anni dall'indicato momento. La Corte ha altresì escluso che nell'atto di transazione intervenuto nel giudizio di opposizione a stima tra l'originaria espropriata e l'amministrazione espropriante potesse rinvenirsi anche una volontà di rinuncia ad un eventuale futuro diritto alla retrocessione.

Disposte ulteriori indagini tecniche con la richiesta di vari chiarimenti al consulente ed il deposito di relazione suppletiva da parte di quest'ultimo, la Corte d'appello, con sentenza definitiva del 3 marzo 1988, premesso per un verso che il prezzo della retrocessione andava determinato con gli stessi criteri a suo tempo adottati per l'indennità di esproprio, sia in ordine ai sistemi di stima stabiliti dalle leggi applicate nella procedura ablatoria, sia in relazione alla specifica natura che aveva all'epoca il bene espropriato, e che nella specie appariva corretto procedere ad una rivalutazione secondo gli indici ISTAT dell'originaria indennità di espropriazione, e per altro verso che il risarcimento del danno andava ragguagliato all'attuale valore di mercato del terreno tenendo conto delle normali caratteristiche edificatorie acquistate dalla zona, ha determinato in L. 253.869.072 il prezzo della retrocessione ed in L. 6.308.368.000 il valore venale del bene, e condannato l'amministrazione al pagamento della differenza, con gli interessi legali dal giorno della domanda. (...) 3. Con il secondo motivo del ricorso, il Ministero deduce che l'espropriazione era stata disposta a norma degli art. 141 e segg.

del d.l. lgt. 19 agosto 1917 n. 1399 non per 'l'esecuzione di un'opera specifica o di un complesso predeterminato e già progettato di opere, ma per effetto dell'inclusione del terreno nel piano di delimitazione di una zona, nel quadro della legislazione speciale diretta a favorire lo sviluppo dei comuni terremotati di Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni, e per essa non doveva stabilirsi, come non era stato stabilito nel decreto di esproprio, alcun termine per l'esecuzione delle opere; ne conseguiva l'inapplicabilità dell'art. 63 della l. 25 giugno 1865 n. 2359, che prevede il diritto dell'espropriato alla retrocessione nel caso che "l'opera non siasi eseguita e siano trascorsi i termini all'uopo concessi".

Deduce ancora che, anche al lume di tali rilievi, erroneamente la corte d'appello avrebbe interpretato l'atto di transazione intervenuto il 26 maggio 1954 tra l'espropriante e l'originaria espropriata, nel senso che la rinuncia di quest'ultima a qualsiasi diritto o ragione relativi all'espropriazione non si riferiva anche al diritto di chiedere la retrocessione.

4. Tutte le censure sono infondate.

4.1. Il potere di espropriazione è concesso in funzione della necessità di soddisfare l'interesse pubblico volto alla realizzazione di un'opera pubblica determinata, per la quale si rende indispensabile l'acquisizione e l'utilizzazione di un immobile di proprietà privata, e presupposto imprescindibile del detto potere è appunto la dichiarazione di pubblica utilità, espressa o implicita, dell'opera programmata, pur se non è necessario che si tratti di una singola specifica opera, ben potendo la dichiarazione di pubblica utilità riguardare unitariamente un'opera pubblica composita, programmata anche globalmente o in linea di massima, integrante ad esempio, come nel caso dei piani regolatori particolareggiati, dei piani di zona per l'edilizia economica e popolare, dei piani di insediamento industriale e simili, la sistemazione urbanistica complessiva di una zona determinata, nell'ambito della quale si dissolve l'autonomia delle singole opere, confluendo esse idealmente tutte nell'opera globale ed unitaria di assetto del territorio, alla quale soltanto la dichiarazione di pubblica utilità deve essere rapportata per determinarne l'effettivo contenuto (cfr., fra le tante, Cass. 870-84, 6622-83, 3509-78, 239-77).

In ogni caso, il potere di espropriazione deve corrispondere ad una necessità concreta, effettiva ed attuale di realizzazione dell'opera pubblica, e non può pertanto avere una durata indefinita lasciando vincolati a tempo indeterminato l'immobile o gli immobili su cui l'intervento pubblico è programmato (cfr. Corte Cost. n. 55 del 1968), donde il principio fondamentale, espresso dall'art. 13 della L. 25 giugno 1865 n. 2359, che la dichiarazione di pubblica utilità deve stabilire i termini di compimento delle espropriazioni e dei lavori.

4.2. La necessaria correlazione tra espropriazione e realizzazione dell'opera pubblica indicata nella dichiarazione di pubblica utilità permane anche dopo che il potere espropriativo sia stato esercitato con l'acquisizione coattiva dell'immobile da parte della pubblica amministrazione, nel senso che (tralasciando qui l'ipotesi di cui agli artt. 60 e 61 della l. 2359-1865 della retrocessione di residui rimasti inutilizzati dopo il compimento dell'opera che pure, sebbene con diverse condizioni e presupposti, riposa sostanzialmente sullo stesso principio), una volta disposta l'espropriazione, se poi il termine fissato nella dichiarazione di pubblica utilità venga a scadere senza che l'opera pubblica alla cui realizzazione l'espropriazione era finalizzata sia stata eseguita nemmeno in parte, il sacrificio subito dal privato viene a rivelarsi, sia pure ex post, ingiustificato, ed allo stesso quindi, a norma dell'art. 63 della l. 2359-1865, è concesso il diritto di ottenere il ritrasferimento dell'immobile, sia pur dietro pagamento del prezzo, da determinarsi allo stesso modo in cui fu determinata l'indennità di espropriazione, realizzandosi così, su richiesta del proprietario espropriato, una sorta di risoluzione (ex nunc) dell'espropriazione (cfr. da ultimo Cass. 6567-87, 575-85).

La medesima situazione, con identici effetti, viene a verificarsi quando, anche indipendentemente dalla scadenza del termine fissato nella dichiarazione di pubblica utilità, l'opera pubblica in questa prevista ed in contemplazione della quale l'espropriazione era stata disposta non sia stata attuata, e siano sopravvenuti fatti che tale attuazione abbiano reso, con assoluta certezza, definitivamente impossibile, determinando una irreversibile situazione di giuridica inutilizzabilità dell'immobile espropriato secondo la destinazione originariamente prevista e non attuata (cfr. Cass. 209-86, 870-84, 6622-83, 6829-82, 2062-68 e numerose altre).

4.3. La fattispecie espropriativa cui si riferisce la presente controversia, prevista dagli art. 141 e segg. del d.l. lgt. 19 agosto 1917 n. 1399 sulla provvidenza per il terremoto del 1908, non presente alcun elemento di incompatibilità con l'applicazione dei suddetti principi, rientrando anzi essa pienamente nello schema generale delineato dalla l. 25 giugno 1865 n. 2359.

L'art. 141 del detto d.l. lgt. disponeva infatti che nei comuni di Messina, Reggio Calabria e Villa S. Giovanni doveva essere destinata una zona per l'impianto di stabilimenti industriali, che le opere di detta zona erano dichiarate di pubblica utilità ed il piano che la determinava ne fissava altresì il termine di esecuzione. L'art. 142 disponeva poi che per l'espropriazione dei terreni compresi nel piano si osservavano le norme della l. 25 giugno 1865 n. 2359. Né alcuna incompatibilità con i principi di quest'ultima legge in materia di retrocessione poteva ravvisarsi nella disposizione dell'art. 145 del d.l. del 1917 che consentiva l'alienazione delle aree (espropriate) della zona industriale, ciò essendo possibile "esclusivamente per scopi industriali", e quindi sempre nel rispetto della destinazione indicata nella dichiarazione di pubblica utilità.

La corte d'appello, nella sentenza non definitiva, sia pure al fine di ricercare il momento iniziale del termine di prescrizione del diritto degli attori, ha ritenuto che il decreto di espropriazione del 22 luglio 1952 non conteneva alcun termine per la realizzazione delle opere. Ma anzitutto, come si è visto, il termine doveva essere fissato nel piano di delimitazione della zona industriale, che costituiva la dichiarazione di pubblica utilità ed a cui il decreto di esproprio doveva essere rapportato; in secondo luogo, non essendo stata, peraltro, mai in questione la legittimità della pregressa espropriazione in relazione ai suoi presupposti, correttamente, alla stregua dei principi sopra enunciati, la corte di merito ha affermato (con ciò per implicito ritenendo irrilevante l'accertamento del termine della dichiarazione di pubblica utilità e della sua scadenza) che il diritto degli attori alla retrocessione dell'immobile espropriato era comunque sorto per effetto della sopravvenuta impossibilità giuridica di realizzare su di esso il programmato piano di insediamento industriale, impossibilità conseguente alla diversa destinazione urbanistica impressa alla zona dal successivo programma di fabbricazione della città di Reggio Calabria, che impediva in maniera certa e definitiva, come non contesta l'amministrazione ricorrente, l'utilizzazione dell'area espropriata secondo la destinazione prevista, e non attuata, dalla dichiarazione di pubblica utilità e dal decreto di esproprio.

5. Infondata, ed anzi inammissibile, è anche l'ulteriore censura contenuta nel motivo ora in discussione, riguardante l'interpretazione dell'atto di transazione intervenuto il 26 maggio 1954 tra l'espropriante e l'originaria espropriata. La Corte di merito, rilevato che il detto atto di transazione era intervenuto a definizione del giudizio di opposizione alla stima dell'indennità, ha ritenuto che la clausola con la quale l'espropriata accettava la somma offerta dichiarando di non avere null'altro a pretendere e di rinunciare perciò ad ogni diritto o ragione relativi all'espropriazione medesima, non poteva avere altro intento o significato che quello di precludere ogni eventuale futura pretesa dell'attrice in ordine all'indennità di occupazione e di espropriazione, e che la sua portata non poteva ampliarsi fino a ricomprendervi anche la rinuncia al diritto alla retrocessione, a quella data meramente ipotetico. L'apprezzamento della Corte d'appello si presenta logicamente ed adeguatamente motivato e, non essendo peraltro dedotta, né risultando alcuna violazione delle regole di ermeneutica contrattuale, le contestazioni ad esso mosse dalla ricorrente si risolvono in una quaestio facti che non può trovare ingresso in questa sede di legittimità.

6. I successivi quattro motivi del ricorso si articolano in diverse numerose censure, talvolta ripetute o espresse sotto differenti angolazioni, e comunque tra loro variamente dipendenti, connesse o intrecciate, per cui è opportuno esporle tutte congiuntamente per poi esaminarle e discuterle secondo un più organico ordine logico.

6.1. Con il terzo motivo, l'amministrazione denunciando violazione degli artt. 100 cod. proc. civ. e 63 e 60 della l. 25 giugno 1865 n. 2359, deduce: a) che l'accertata impossibilità materiale della retrocessione per essere stato il bene utilizzato per altra opera pubblica, non potrebbe dar luogo ad un'azione risarcitoria, essendo stato l'immobile legittimamente acquisito per effetto dell'espropriazione, e nessuna illiceità sarebbe pertanto configurabile per la diversa utilizzazione non risultando violato alcun diritto reale altrui, che anzi, costituendo essa lecito esercizio di facoltà dominicali, si porrebbe come limite, ove, come nella specie, già avvenuta, ad un successivo esercizio dello stesso diritto potestativo alla retrocessione; b) che in ogni caso nella specie l'indennità di espropriazione era stata determinata secondo il criterio del valore venale a norma dell'art. 39 della l. 2359-1865, e lo stesso parametro giuridico doveva essere utilizzato per determinare il prezzo della retrocessione, per cui, operandosi con la retrocessione il ritrasferimento ex nunc, non avrebbe potuto darsi che, con riguardo allo stesso momento, quel medesimo valore venale fosse determinato in misura diversa ai fini dell'equivalente pecuniario da attribuire ai retrocessionari per la mancata restituzione materiale del bene, dovendo invece, anche ai fini del prezzo della retrocessione, considerarsi lo stato, le condizioni ed il valore attuali del bene e non un fittizio, immaginario valore agricolo; c) che l'amministrazione dei Lavori pubblici sarebbe carente di legittimazione passiva, altri soggetti pubblici avendo impresso al bene espropriato una diversa destinazione, ed essendo il bene stesso intestato fin dal 1974 all'amministrazione delle Finanze.

6.2. Con il quarto motivo si deduce la nullità della seconda consulenza tecnica, disposta nel giudizio di appello, avendo il consulente, cui era stato affidato l'incarico di determinare il "valore di mercato dell'immobile alla data attuale", arbitrariamente indagato, su richiesta di parte attrice e non del giudice, su un ipotetico prezzo di retrocessione di entità diversa dal valore di mercato.

6.3. Con il quinto motivo, l'amministrazione, denunciando la violazione di varie disposizioni di legge e difetto di motivazione, deduce a) che ai fini della prescrizione del diritto degli attori si sarebbe dovuto tener conto del disposto dell'art. 147, comma 9, dl t.u. delle leggi sul Mezzogiorno 30 giugno 1967 n. 1523 (corrispondente all'art. 21, comma 5, della l. 29 luglio 1957 n. 634), il quale prevede il diritto degli espropriati alla restituzione qualora gli immobili non siano utilizzati per lo scopo prestabilito entro cinque anni dal decreto di esproprio; b) che il diritto al risarcimento del danno si prescrive in cinque anni a norma dell'art. 2947 cod. civ., ed erroneamente la corte d'appello avrebbe configurato un diritto risarcitorio che per collegamento con il diritto potestativo alla retrocessione sia sottoposto ad un termine decennale di prescrizione; c) che in ogni caso, ai fini del dies a quo del termine di prescrizione del diritto alla retrocessione, doveva considerarsi non già la data di approvazione (30 ottobre 1969) del programma di fabbricazione che aveva dato alla zona una diversa destinazione urbanistica, ma quella della sua adozione, risalente al 1967, in considerazione dell'entrata in vigore della misura di salvaguardia; d) che allo stesso fine doveva considerarsi il collegamento del programma di fabbricazione con il piano regolatore del nucleo di industrializzazione di Reggio Calabria approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15 ottobre 1966, che localizzava in altro sito la zona industriale;

e) che comunque si sarebbe verificata l'usucapione del bene da parte dell'amministrazione espropriante.

6.4. Con il sesto motivo si deduce: a) che erroneamente il prezzo della retrocessione sarebbe stato calcolato in base alla rivalutazione dell'indennità di espropriazione, e non secondo il valore venale attuale del bene; b) che in ogni caso il valore venale determinato ai fini del risarcimento per equivalente sarebbe stato calcolato in base a criteri estimativi illogici ed arbitrari.

7. In ordine ai vari problemi posti dalle esposte censure, va anzitutto osservato che, secondo i principi costantemente e ripetutamente affermati nella giurisprudenza di questa Suprema Corte e che hanno di recente ricevuto il suggello anche della Corte Costituzionale con la sentenza 6 luglio 1987 n. 245, la retrocessione, anche nella fattispecie prevista dall'art. 63 della l. 2359-1865, non risolve ex tunc il precedente trasferimento coattivo operato con il decreto di espropriazione, né i suoi effetti, sebbene non condizionati ad alcuna valutazione dell'autorità amministrativa, si producono automaticamente o ipso iure.

La legge invece, verificandosi la situazione di mancata o impossibile esecuzione dell'opera pubblica prevista nella dichiarazione di pubblica utilità ed in funzione della quale l'espropriazione era stata disposta, attribuisce all'espropriato la facoltà di riacquistare l'immobile, vale a dire, più esattamente, il diritto potestativo di ottenere la restituzione del bene verso il pagamento del prezzo, e la retrocessione è attuata solo dalla pronuncia del giudice, che ha natura costitutiva e determina, con efficacia ex nunc, un nuovo trasferimento, in direzione inversa dall'espropriante verso l'espropriato, della proprietà del bene (cfr. Cass. 5979-85, 575-87, 6622-83, 2938-80, 2406-79, 4122-76, 583-72, 2062-68).

Prima di tale ritrasferimento, il progresso titolo ablativo conserva piena validità ed efficacia, ed in virtù di esso proprietario del bene è e rimane a pieno titolo l'espropriante; né, come ha sottolineato la Corte Costituzionale nella citata sentenza n. 245 del 1987, sono configurabili posizioni a rilevanza economica riferibili all'espropriato, la cui sfera, della quale, con l'esaurimento della fase espropriativa e la corresponsione dell'indennizzo, il bene espropriato non fa più parte, non rimane incisa dalla mancata destinazione del bene dell'opera pubblica, e nemmeno dall'utilizzazione di esso per una diversa opera pubblica. Ma un siffatto comportamento dell'espropriante non preclude certamente all'espropriato l'esercizio del diritto potestativo alla retrocessione, che è dato dalla legge incondizionatamente, per il solo fatto della mancata o impossibile esecuzione dell'opera pubblica prevista come fine dell'espropriazione, e si traduce in un fatto illecito, come tale fonte di responsabilità risarcitoria, nel momento in cui, esercitato dall'espropriato con successo il diritto alla retrocessione ed ottenuto il ritrasferimento, esso si riveli tale da impedire definitivamente la concreta materiale attuazione del ricostituito diritto dell'espropriato, precludendo, in ragione della destinazione pubblica in atto del bene, un ordine giudiziale di riduzione in pristino e di restituzione (cfr. Cass. 2406-79, 4692-76, 2062-68).

L'illecito, che realizza una situazione analoga a quella di un'occupazione irreversibile sine titulo, prende vita e si consuma al momento della sentenza che pronuncia il diritto alla retrocessione e nello stesso tempo constati l'impossibilità della sua concreta attuazione, proprio perché solo con tale sentenza viene ad essere caducato, con effetto ex nunc, il titolo legittimante la proprietà ed il possesso dell'espropriante (cfr. Cass. 2406-79 citata); ed in quello stesso momento, perciò, prende vita il correlativo diritto del retrocessionario al risarcimento, che non sorge insieme al diritto (potestativo) alla retrocessione né è da questo assorbito, ma ne rimane distinto ed è solo conseguenziale al suo utile esercizio, se la restituzione materiale del bene risulti impossibile.

8. Il diritto al risarcimento conserva la sua natura e rimane soggetto al suo proprio termine di prescrizione di cinque anni a norma dell'art. 2947 cod. civ., ma il detto termine (ed in tal senso va corretta la motivazione in diritto dell'impugnata sentenza non definitiva sul punto, conforme a diritto, che ha rigettato l'eccezione di prescrizione del credito risarcitorio) comincia a decorrere dal momento di verificazione del fatto illecito produttivo del danno, da identificarsi, come si è detto, in quello in cui, resa la sentenza costitutiva del ritrasferimento, la concreta attuazione di questo si riveli, per fatto dell'espropriante, definitivamente impossibile; ed esso quindi, nella specie, non poteva certamente essere decorso al momento della proposizione della domanda di retrocessione, non essendo allora nemmeno insorto in quanto conseguenziale all'accoglimento di questa.

9.1. Non è dubbio, invece, che l'antecedente diritto potestativo alla retrocessione sia soggetto all'ordinario termine di prescrizione decennale stabilito dall'art. 2946 cod. civ., il quale decorre nel momento in cui, non essendo stata eseguita l'opera pubblica cui era finalizzata l'espropriazione, venga a scadere il termine all'uopo fissato nella dichiarazione di pubblica utilità, ovvero la realizzazione di essa sia divenuta impossibile (cfr. Cass. 6622-83, 6829-82).

Del tutto inconferente in proposito si presenta il richiamo della ricorrente alla disciplina della restituzione per i beni espropriati a norma delle disposizioni sull'industrializzazione del Mezzogiorno (t.u. 1523-1967 e precedenti), atteso che, a parte ogni altra considerazione, la fattispecie espropriativa da cui trae origine la presente controversia trova la sua fonte esclusivamente nel d.l. lgt.

1399 del 1917 sulla provvidenza per il terremoto del 1908, che a sua volta richiama le disposizioni generali della l. 2359-1865.

9.2. La Corte d'appello ha individuato il dies a quo del termine di prescrizione decennale nella data di approvazione (30 ottobre 1969) del nuovo programma di fabbricazione del comune di Reggio Calabria, che aveva dato al terreno espropriato una destinazione urbanistica diversa e incompatibile con quella per cui era stata disposta l'espropriazione, ed ha di conseguenza escluso che la prescrizione si fosse maturata al momento (16 febbraio 1978) della proposizione della domanda di retrocessione.

Tale statuizione non merita censura. In particolare non può essere accolta la tesi della ricorrente che, al detto fine, doveva aversi riguardo alla data di adozione del predetto strumento urbanistico, già da tale data essendo entrate in vigore le misure di salvaguardia. Queste infatti sono dirette, in via provvisoria, ad assicurare la futura attuazione del piano in itinere nelle more del perfezionamento della fattispecie costitutiva, ma è pur sempre con l'approvazione, la quale segna il momento conclusivo e perfezionativo del complesso iter di formazione dello strumento urbanistico, che il programma di fabbricazione viene effettivamente a giuridica esistenza ed acquista efficacia normativa (cfr. Cass. 4823-80), ed è quindi solo dal momento dell'approvazione del piano che può aversi l'effettiva certezza della nuova e diversa destinazione del bene, realizzandosi in tal modo, con la caducazione della precedente dichiarazione di pubblica utilità, il presupposto per poter esercitare il diritto alla retrocessione (cfr. Cass. 6622-83, 6829-82 citate, ed ancora Cass. 209-86, 870-84).

9.3. Neppure può essere accolto l'ulteriore assunto della ricorrente che dovesse farsi riferimento, per l'insorgenza del diritto alla retrocessione e la decorrenza della relativa prescrizione, alla data di approvazione del piano regolatore del nucleo di industrializzazione di Reggio Calabria (15 ottobre 1966), che localizzava in sito diverso la zona industriale.

Come ha esattamente osservato la Corte d'appello, il detto piano non aveva disposto lo svincolo della zona già in precedenza destinata ad insediamenti industriali, ed essendo stato approvato sulla base di norme (art. 21 della l. 29 luglio 1957 n. 634 sul Mezzogiorno, e successive modifiche) dirette a favorire "nuove" iniziative industriali, non escludeva di per sé la coesistenza di altra zona industriale nella città, e non dava quindi alcuna certezza dell'impossibilità di realizzare, sull'area espropriata, l'opera originariamente prevista.

10. Manifestamente priva di consistenza è poi la tesi di un asserito acquisito per usucapione dell'area espropriata che ne avrebbe precluso la retrocessione, ove appena si consideri che l'amministrazione ricorrente era già proprietaria pleno iure per effetto dell'espropriazione.

11. Altre censure riguardano la legittimazione passiva della ricorrente, ma le relative questioni, quali che ne possano essere le soluzioni in astratto, non hanno ragione di essere nel caso concreto.

L'espropriazione fu infatti nella specie disposta a favore dell'amministrazione dello Stato, che è sempre rimasta proprietaria dell'immobile espropriato, e solo essa pertanto poteva essere legittimata all'azione di retrocessione; né in proposito può assumere alcun rilievo il fatto, dedotto solo nel giudizio di appello, che il bene sia intestato all'amministrazione delle Finanze e non a quella dei Lavori pubblici, tale circostanza potendo integrare al più un errore di identificazione della persona (rappresentante l'Amministrazione dello Stato) cui doveva essere notificato l'atto introduttivo del giudizio, che, a norma dell'art. 4 della l. 25 marzo 1958 n. 260, doveva essere eccepito alla prima udienza. Quanto poi all'assunto che altri (imprecisati) soggetti pubblici avrebbero utilizzato il bene per una diversa destinazione e sarebbero quindi responsabili della mancata restituzione, basta qui il rilievo che non è stato in alcun modo dedotto (né, peraltro, poteva essere dedotto, attesa la preminenza dell'amministrazione dello Stato su ogni altro soggetto pubblico) che ciò sia avvenuto per un atto autoritativo, e non con il consenso dell'amministrazione espropriante e proprietaria.

12. Venendo ora a trattare delle censure che attengono al contenuto dell'obbligo risarcitorio dell'amministrazione espropriante per l'illecita impossibile restituzione del bene retrocesso, ed alla liquidazione del danno, esse sono fondate nei sensi e nei limiti delle osservazioni che seguono.

12.1. Va anzitutto rammentato che la retrocessione non opera né automaticamente, né gratuitamente: essa, come si è già detto, si attua solo per effetto e dal momento della sentenza che dispone il ritrasferimento, e poiché per l'espropriazione fu corrisposto un indennizzo, anche per la retrocessione, al fine di riequilibrare la posizione economica dei soggetti interessati, deve essere pagato un corrispettivo, che la legge denomina "prezzo"; il detto prezzo, proprio per rendere effettivo quel riequilibrio, attribuendo ai soggetti interessati la stessa posizione nel quadro economico delle relative operazioni, deve essere, non già identico, ma omologo alla pregressa indennità di espropriazione, nel senso che esso va determinato sulla base di quegli stessi criteri legali ed astratti alla stregua dei quali si procedette alla stima del bene ai fini della determinazione dell'indennità di esproprio, sempre però con riferimento al valore del bene al momento della pronuncia di retrocessione, questa costituendo il titolo del ritrasferimento ex nunc (cfr. Corte Cost. 245-87, Cass. 2938-80, 2406-79, 4779-77, 4692-76, 4253-76, 4122-76, 1574-73, 583-72, 2062-68).

Di modo che, se l'indennità di espropriazione fu determinata con criteri diversi e riduttivi rispetto a quello del valore venale, con i medesimi criteri, sia pur con riferimento al momento attuale, deve essere determinato il prezzo della retrocessione, e da ciò appare evidente, nella detta ipotesi, il vantaggio che l'espropriato può ritrarre dalla retrocessione, il prezzo di questa rimanendo pur sempre inferiore, in virtù di quei criteri riduttivi, al valore venale del bene riacquistato. Ma se l'indennità di esproprio fu determinata secondo il criterio del valore venale, anche il prezzo della retrocessione dovrà corrispondere al valore venale attuale, ed in tal caso le due prestazioni si equivalgono sotto il profilo economico, ma ciò non vale certamente a far venir meno l'interesse dell'espropriato alla retrocessione, rimanendo riservato alla sua libera ed autonoma determinazione di valutare la convenienza di conseguire comunque il bene in natura, sia pur dovendone pagare il prezzo di mercato, e non ricevendone quindi un immediato vantaggio o profitto economico.

12.2. Ed è alla stregua degli stessi principi e delle stesse considerazioni che, ove la restituzione materiale del bene retrocesso non sia possibile per la destinazione, divenuta illecita, ad altra opera pubblica ad esso data dalla p.a., va valutato e risarcito il danno subito dal retrocessionario. Questi ha diritto al controvalore del bene che sarebbe altrimenti entrato nel suo patrimonio, detratto, però, quanto avrebbe dovuto sborsare per il riacquisto, e quindi, in definitiva, alla differenza tra il valore venale del bene al momento della pronuncia di retrocessione ed il prezzo che avrebbe dovuto corrispondere per la retrocessione stessa (cfr. Cass. 2406-79, 4692-76, 2062-68). Ma se pure il prezzo della retrocessionedeve essere determinato secondo il valore venale, poiché i due valori vanno riferiti entrambi allo stesso momento della pronuncia, essi saranno necessariamente equivalenti, neutralizzandosi a vicenda; nemmeno in tal caso, tuttavia, può escludersi a priori la configurabilità di un credito risarcitorio del retrocessionario, poiché comunque egli non ha potuto conseguire il bene in natura, pur non dovendone più pagare il prezzo, ed avrà perciò pur sempre diritto al risarcimento di quegli ulteriori danni che, indipendentemente dalla differenza tra i due valori, possa aver risentito per effetto direttamente della mancata disponibilità del bene come tale (cfr. Cass. 2062-68).

12.3. Nella specie la Corte d'appello, dopo aver richiamato i principi sopraesposti in materia di determinazione del prezzo della retrocessione, e dopo aver rilevato che nella pregressa espropriazione l'indennità era stata determinata secondo il criterio del valore venale a norma dell'art. 39 della L. 2359-1865, ha avuto riguardo, ai fini del risarcimento, all'effettivo valore venale dell'immobile in relazione all'attitudine edificatoria intanto acquisita dallo stesso, ed ai fini del prezzo della retrocessione al valore attuale del bene, supposto in relazione alla natura (agricola) che aveva all'epoca dell'espropriazione, determinando quest'ultimo valore, in mancanza di altri concreti elementi, mediante rivalutazione dell'importo dell'indennità di esproprio a suo tempo corrisposta, e nella differenza tra i due valori ha liquidato il danno risarcibile.

Tale statuizione non trova giuridica giustificazione. Il criterio dettato dalla legge che regolava l'espropriazione, in base al quale era stata determinata l'indennità alla data dell'esproprio, ed alla stregua del quale, quindi, deve essere determinato anche il prezzo della retrocessione al momento (del passaggio in giudicato) della pronuncia di questa, è quello del "valore venale", inteso, a norma dell'art. 39 della l. 25 giugno 1865 n. 2359, come "il giusto prezzo che l'immobile avrebbe avuto in una libera contrattazione di compravendita". La definizione legale del criterio di stima ha riguardo, cioé, soltanto e semplicemente alla realtà del mercato in un dato momento storico, e prescinde dalla natura del bene, al quale costituisce solo uno dei tanti variabili elementi di fatto, intrinseci o estrinseci al bene stesso, che concorrono a determinare in concreto, nel momento considerato, il prezzo di mercato; e dei predetti elementi, come esistenti alla data dell'esproprio, potrebbe tenersi conto anche al momento della retrocessione, unicamente quando essi siano stati specificamente considerati nell'astratta configurazione normativa del criterio di stima, come è accaduto, ad esempio, nella fattispecie esaminata da Cass. 2406-79, in cui l'indennità di espropriazione del bene poi retrocesso era stata commisurata, in testuale conformità dell'art. 4, comma 4, del r.d.l. 6 luglio 1931 n. 981, "al puro valore venale del terreno, considerato indipendentemente dalla sua edificabilità".

Una siffatta limitazione del criterio indennitario del valore venale non si rinviene nella fattispecie espropriativa qui in esame, e non è dubbio pertanto che, se l'indennità di esproprio fu commisurata al "giusto prezzo di mercato", senza alcun'altra specificazione, al tempo dell'espropriazione, così il prezzo della retrocessione deve essere corrispondente, senz'altro, al "giusto prezzo di mercato" dello stesso bene alla data del ritrasferimento; se tale prezzo risulta in concreto aumentato, tra l'altro per una sopravvenuta possibilità (magari dovuta ad iniziative urbanistiche in cui abbia avuto parte anche l'amministrazione espropriante) di più proficua utilizzazione edificatoria che l'immobile non aveva, o aveva in misura più ridotta al tempo dell'esproprio, non si scorge ragione perché di ciò debba comunque avvantaggiarsi l'originario proprietario, non più titolare del bene stesso, a scapito del soggetto che legittimamente, a seguito dell'espropriazione, ne era divenuto proprietario a pieno titolo, e che solo può essere destinatario della tutela, anche costituzionale, accordata al diritto di proprietà (cfr. Corte Cost. n. 245 del 1987, citata).

L'argomentazione della Corte d'appello che, venendo in tal caso a coincidere il prezzo della retrocessione con il valore venale, il diritto del privato alla restituzione del bene o al risarcimento per equivalente verrebbe ad essere svuotato di ogni contenuto economico, né egli sarebbe reintegrato nel suo patrimonio, appare a prima vista suggestiva, ma anzitutto prova troppo, perché, se l'immobile abbia conservato le stesse caratteristiche e le stesse possibilità di sfruttamento che aveva al tempo dell'esproprio, si dovrebbe anche in tal caso, per evitare quelle conseguenze, ricercare un modo per ridurre il prezzo della retrocessione rispetto al valore venale. Ma l'argomentazione si rivela priva di pregio, sol che si consideri che, come si è già detto, la retrocessione non determina il ritorno puro e semplice del bene nel patrimonio dell'espropriato, ma implica solo per quest'ultimo la facoltà di riacquistare l'immobile pagandone il prezzo, dando luogo ad un'operazione economica di scambio che, tradotta in termini monetari, può ben risolversi alla pari ove il prezzo debba corrispondere al valore commerciale del bene, e che perciò l'espropriato, titolare di un mero diritto potestativo, è pienamente libero di compiere o di non compiere in base a valutazioni esclusivamente a lui riservate; disposta poi la retrocessione, nel patrimonio del retrocessionario vi sarà,é vero, da un lato il diritto alla restituzione del bene, ma dall'altro anche l'obbligo di corrisponderne il prezzo, e se le relative prestazioni sono, come possono essere, economicamente equivalenti, venendo meno, per fatto dell'espropriante, quella di segno positivo, verrà meno anche l'altra di segno negativo, e semplicemente non vi sarà allora un danno patrimoniale ricollegabile alla differente entità economica delle due contrapposte prestazioni, rimanendo, peraltro, sempre da accertare e risarcire il danno che derivi direttamente dalla mancata disponibilità materiale del bene in natura.

Una differenza economica tra valore venale ai fini del risarcimento e valore venale ai fini del prezzo di retrocessione non sarebbe configurabile nemmeno in presenza di eventuali vincoli specifici di destinazione imposti intanto sul bene e preordinati a successiva diversa espropriazione, poiché, come dell'incidenza negativa di tali vincoli non deve tenersi conto nell'accertamento del valore del bene al fine della determinazione dell'indennità di espropriazione o della liquidazione del danno per illecita occupazione, così non se ne deve tener conto neppure al fine di determinare il prezzo della retrocessione; diversamente, il retrocessionario verrebbe ad essere indennizzato due volte per l'imposizione di quei vincoli, una prima volta riacquistando il bene e pagandone un prezzo scontato per l'influenza dei vincoli, ed una seconda volta, in caso di successiva espropriazione o di illecita acquisizione da parte della p.a., ricevendone un controvalore che di quell'incidenza non tiene conto.

12.4. Sul punto in questione devono essere pertanto accolte le censure della ricorrente, contenute in parte nel terzo motivo (sub b), ed in parte nel sesto motivo (sub a), e la sentenza definitiva, che il detto punto ha deciso, deve essere cassata, con rinvio per nuovo esame, ad altro giudice, che si designa in diversa sezione della stessa Corte d'appello di Catanzaro, la quale si uniformerà al principio secondo il quale la retrocessione di un bene espropriato per la mancata o impossibile esecuzione nei termini dell'opera pubblica programmata (art. 63 della l. 25 giugno 1865 n. 2359) si attua per effetto della pronuncia del giudice, che ha natura costitutiva e determina, con efficacia ex nunc, un nuovo trasferimento della proprietà del bene dall'espropriante all'espropriato, e con riferimento allo stesso momento deve essere determinato il prezzo della retrocessione sulla base degli stessi criteri legali di stima con i quali fu determinata l'indennità di espropriazione, per cui, in caso di indennità liquidata secondo il criterio del valore venale, il prezzo della retrocessione deve corrispondere al valore venale attuale dell'immobile; di conseguenza, ove la restituzione effettiva del bene non risulti in concreto possibile per essere stato irreversibilmente utilizzato nella realizzazione di un'opera pubblica diversa da quella programmata con l'espropriazione, dovendo in tale ipotesi il controvalore del bene spettante al retrocessionario a titolo di risarcimento commisurarsi allo stesso valore venale attuale dell'immobile al momento della pronuncia che, caducando ex nunc il titolo di proprietà dell'espropriante, segna anche il momento consumativo dell'illecito, non vi può essere danni risarcibile che sia ricollegabile alla differenza tra il valore del bene ed il prezzo della retrocessione, ed il retrocessionario avrà diritto solo al risarcimento di quegli altri danni che derivino direttamente dalla mancata disponibilità materiale del bene in natura.

13. Per quanto si è sopra detto devono essere rigettate le altre censure contenute nel terzo motivo e quelle del quinto motivo; rimangono invece assorbite la censura del quarto motivo e le altre censure del sesto motivo, le quali attengono alla determinazione concreta del valore venale del bene oggetto della domanda di retrocessione operata dalla corte di merito ai fini della liquidazione del risarcimento, ed al modo in cui essa è avvenuta, poiché, in ogni caso, qualunque sia in concreto quel valore ed in qualunque modo sia determinato, lo stesso valore venale deve essere considerato anche ai fini del prezzo della retrocessione.

14. Rimane da esaminare il settimo motivo del ricorso, con il quale l'amministrazione lamenta che gli interessi sulla somma attribuita agli attori a titolo di risarcimento siano stati fatti decorrere dal giorno della domanda, anziché da quello della pronuncia che, disponendo la retrocessione, ha accertato la materiale impossibilità della sua attuazione.

La censura è fondata.

Come si è ripetutamente detto, la sentenza che accoglie la domanda di retrocessione ha natura costitutiva e determina essa stessa, con efficacia ex nunc, il ritrasferimento dell'immobile espropriato, e se la materiale restituzione del bene risulti impossibile per fatto dell'espropriante, l'illecito di quest'ultimo prende vita e si consuma in quello stesso momento della pronuncia, proprio perché solo con essa viene ad essere caducato ex nunc il titolo legittimante la proprietà ed il possesso dell'espropriante; di conseguenza solo da tale data prende vita il diritto del retrocessionario al risarcimento e possono decorrere gli interessi sulla somma liquidata al detto titolo.

Pertanto l'impugnata sentenza definitiva deve essere cassata anche su tale punto, con rinvio allo stesso giudice già designato, il quale, sull'importo che potrà essere liquidato, alla stregua dei principi più sopra esposti, a favore degli attori retrocessionari a titolo di risarcimento, farà decorrere gli interessi dalla data in cui, con il rigetto del ricorso per cassazione avverso la sentenza non definitiva, è passata in giudicato la pronuncia che ha accolto la domanda di retrocessione e dichiarato il diritto degli attori stessi al risarcimento del danno per l'illecita impossibile attuazione concreta della retrocessione medesima. »»


CASS 2715/1992: «« Giovanni e Riccardo Morello, Maria Cascio, Clelia Santocanale comproprietari unitamente a Lidia Morello di un suolo sito in Palermo ed oggetto di espropriazione promossa dall'Assessorato ai lavori pubblici della Regione siciliana per la costruzione di case economiche e popolari, convennero innanzi al tribunale di Palermo, con atto del 13.8.1976, il predetto Assessorato chiedendone la condanna al risarcimento dei danni derivati ad essi attori dalla mancata tempestiva retrocessione dell'area residuata dopo l'esecuzione dell'opera pubblica, come dichiarato dal prefetto di Palermo con decreto del 19.6.1976, area nel frattempo destinata alla costruzione di altri alloggi popolari, non facenti parte dell'originaria espropriazione.

L'adito tribunale dichiarò il proprio difetto di giurisdizione con sentenza del 13.7.1978, riformata dalla Corte d'appello che con sentenza del 27.10.1981 ritenne invece sussistere la giurisdizione dell'A.g.o. E tale decisione trovò conferma nella decisione di questa Corte del 19.11.1985 n. 5676.

riassunto il giudizio dagli istanti, il tribunale di Palermo con sentenza dell'11.8.1986 esaminò il merito della questione, ma respinse le domande degli istanti per mancanza di danno, in quanto ritenne equivalente il valore rappresentato dalla somma che gli attori avrebbero dovuto pagare per ottenere la retrocessione a quello che essi avrebbero ottenuto come risarcimento del danno in conseguenza della mancata retrocessione.

Su gravame dei soccombenti, la Corte d'Appello di Palermo, con sentenza del 20.9.1988, accolse parzialmente il gravame condannando l'Assessorato a risarcire il danno, determinato in lire 119.405.000, con decorrenza dal passaggio in giudicato della sentenza di primo grado che aveva affermato il diritto al risarcimento per la realizzazione di altra opera pubblica, impeditiva della retrocessione.

Secondo la decisione - oggetto della presente impugnativa - il diritto alla retrocessione parziale si configura come un jus ad rem potestativo ed a contenuto patrimoniale, che non risolve la precedente espropriazione, la quale conserva la sua validità ed efficacia, ma determina un nuovo trasferimento dietro corrispettivo con effetto ex nunc a partire dalla sentenza che provvede sulla retrocessione determinandone il prezzo ove non sia stabilito amichevolmente. Il diritto alla retrocessione infatti presuppone che venga accertata la possibilità della concreta attuazione del diritto stesso, per cui la sua insorgenza e il danno per la sua mancata realizzazione non possono, nella specie, essere anticipati al momento in cui la Cassazione ebbe a dichiarare sussistere la giurisdizione dell'a.g.o. sulla controversia. Infine, secondo la corte l'ammontare del risarcimento va commisurato alla differenza tra il valore venale del bene al momento della sentenza di accertamento del diritto alla retrocessione ed il prezzo che l'espropriante avrebbe dovuto corrispondere se la retrocessione fosse stata concretamente possibile, valutandosi il bene da retrocedere con gli stessi criteri con cui è stata determinata l'indennità di esproprio.

Avverso tale sentenza propongono ricorso principale Riccardo Morello, Maria Cascio e Massimo Norgia chiedendone la cassazione sulla base di sette motivi. Propongono altresì ricorso adesivo e ricorso incidentale con altri tre motivi Giovanni Morello e Clelia Santocanale. Non si è costituito benché regolarmente citato, l'Assessorato ai LL.PP. della regione siciliana. Il ricorrente principale e quello incidentale hanno depositato memoria. Il ricorrente principale ha altresì depositato note di udienza dopo le conclusioni del P.G.

Motivi della decisione

Preliminarmente va disposta la riunione dei ricorsi autonomamente proposti avverso la stessa decisione, dai soggetti che hanno chiesto la retrocessione, nella contumacia dell'ente espropriante (art. 335 c.p.c.).

Con i primi due motivi del ricorso principale e con i primi due del ricorso incidentale, da esaminare congiuntamente in quanto strettamente connessi, si censura l'impugnata sentenza per violazione delle norme sulla retrocessione, nonché di quelle sul risarcimento del danno. Sostengono i ricorrenti in entrambi i ricorsi:

a) che il diritto alla retrocessione parziale, nel caso in cui il prefetto attesti con proprio decreto la mancata utilizzazione del bene o di parte di esso rispetto all'opera pubblica realizzata, sorge già in tale momento, a differenza del caso in cui l'accertamento derivi da una sentenza.

Con l'ulteriore conseguenza che se nel momento in cui viene emesso il decreto prefettizio la retrocessione risulti inattuabile, si verifica da quel momento - da quando cioè si è accertata l'illecita utilizzazione del bene che dovrebbe essere retrocesso - la lesione del diritto potestativo alla retrocessione donde la possibilità di condanna della P.A., mediante sentenza dichiarativa, e non costitutiva, a risarcire all'espropriato il danno già da allora provocato;

b) che a seguito della pronuncia di primo grado, erroneamente modificata sul punto dalla Corte palermitana, si sarebbe realizzato, in mancanza di specifica impugnativa, un giudicato interno preclusivo di ogni ulteriore riesame.

La complessa censura non è fondata.

Preliminarmente va rilevato come nessun giudicato interno - prospettabile peraltro anche d'ufficio - si sia verificato nella fattispecie. Ed infatti, mentre il Tribunale aveva completamente respinto ogni pretesa risarcitoria spiegata dai Morelli - i quali per la mancata retrocessione del relitto di mq 4272 avevano chiesto risarcimento di danni per tre miliardi - ritenendo equivalenti il danno da mancata retrocessione ed il prezzo da sborsare per conseguirla, la Corte d'appello, riesaminando funditus l'intera materia del contendere ha, con un'adeguata ed organica motivazione sui dodici motivi di impugnazione e con un controllo approfondito e dettagliato di tutti i punti della controversia e specificamente della decorrenza del diritto al risarcimento, riformato la decisione di primo grado, negando espressamente che il risarcimento potesse decorrere dal decreto prefettizio di inservibilità, ma riconoscendo in favore dei ricorrenti una eccedenza di danno rispetto al prezzo da pagare, liquidata in lire 119.405.000.

Esclusa la presenza di un giudicato interno, rileva il collegio che il caso di specie costituisce un'ipotesi di retrocessione parziale, in quanto dopo la realizzazione dell'opera pubblica il suolo del privato è rimasto in parte inutilizzato, o come dice l'ultimo comma dell'art. 61 della legge 20 giugno 1865, n. 2359, "non serve più all'opera pubblica", per la quale era stata disposta l'espropriazione. In quest'ipotesi, il diritto dell'espropriato alla retrocessione, - quando non è stato pubblicato l'avviso di cui all'art. 61 della citata legge che impone alla P.A. di indicare i beni che non occorrendo più alla realizzazione dell'opera pubblica possono essere rivenduti con diritto di prelazione a favore dei proprietari che ne facciano richiesta entro i tre mesi successivi e che poi paghino negli ulteriori trenta giorni il prezzo determinato dalla stessa P.A. - sorge solo nel momento nel quale il prefetto, eventualmente sollecitato dall'espropriato, con proprio decreto attesti che il bene, o parte di esso, già oggetto dell'espropriazione "non serve più " per la realizzazione dell'opera pubblica alla quale l'espropriazione era stata preordinata. Con la precisazione che si tratta pur sempre di retrocessione parziale e non totale anche quando un'intera opera pubblica non sia stata eseguita, ove la stessa rientri, insieme ad altre realizzate, nell'ambito di un'unica dichiarazione di pubblica utilità (come ad esempio l'approvazione del piano particolareggiato ex art. 16, nono comma, della legge 17 agosto 1942, n. 1150, novellato dall'art. 5 della legge 6 agosto 1967, n. 765, che dà luogo ad un'unica dichiarazione di pubblica utilità per tutte le opere previste dal piano: cfr. Cass. 29 novembre 1989, n. 5214).

In altri termini, qualora l'opera pubblica venga attuata solo in parte, la mancata prosecuzione dell'opera medesima non determina la nascita immediata di un diritto soggettivo dell'espropriato - come avviene per la retrocessione totale dell'immobile, tutelata davanti al giudice ordinario ai sensi dell'art. 63 della citata legge (sez. un. 18 agosto 1990 n. 8431) - ma configura solo il presupposto per l'emanazione dell'avviso della P.A. espropriante o del decreto prefettizio previsti dall'art. 60 della legge del 1865 - che non ammettono, attesa la tassatività della previsione, forme equipollenti o accertamenti sostitutivi da parte dell'A.G.O.

Va infatti, considerato che, in questa seconda ipotesi, poiché l'opera pubblica - intesa in senso ampio - è stata sia pure in parte realizzata, l'ordinamento esige un nuovo intervento della P.A. di segno uguale e contrario a quello precedente, che contenendo la constatazione della sopravvenuta inservibilità o inutilità del bene si manifesta, da parte della stessa P.A. espropriante, con l'avviso di cui al primo comma dell'art. 61, o in mancanza con il decreto prefettizio che attestano il venir meno, per questa parte soltanto della precedente dichiarazione di pubblica utilità, posta a sostegno del decreto di esproprio e dell'acquisto della proprietà del bene da parte dell'espropriante.

Né consegue che, prima dell'apposita dichiarazione di pubblica inutilità - contenuta nel detto avviso o nell'equipollente decreto prefettizio - di questo "contrarius actus" rispetto alla precedente dichiarazione di pubblica utilità, la posizione del privato espropriato non può assurgere al rango di diritto soggettivo, ma ha natura e consistenza di mero interesse legittimo tutelabile, come tale, solo innanzi al giudice amministrativo (sez. un. 16 luglio 1983, n. 4895).

A sua volta l'espropriante resta ancora proprietario dei beni, come risulta inequivocabilmente dall'art. 61 della citata legge, ove si afferma che i beni inutilizzati "sono in condizioni di essere rivenduti" e che i precedenti proprietari hanno diritto alla prelazione "per riacquistare la proprietà dei suddetti fondi" al "prezzo pattuito amichevolmente tra le parti" o, in mancanza, "fissato giudizialmente in seguito a perizia".

Tale diritto, prescrivibile nell'ordinario termine decennale, ad ottenere la retrocessione (Cass. 26 giugno 1990, n. 6492; 30 novembre 1985, n. 5979; 30 gennaio 1985, n. 575), implica il potere di introdurre la fase diretta a far luogo alla retrocessione, ma questa si realizza solo dopo che sia stato concordato amichevolmente il prezzo, ovvero dopo che esso sia stato determinato mediante sentenza la quale comporta la caducazione ex nunc, per la parte residua, del titolo legittimante la proprietà ed il possesso dell'espropriante (Cass. 26 aprile 1979, n. 2406; 5 maggio 1980, n. 2938).

Le esposte considerazioni non vengono meno sol perché sia impossibile la retrocessione: in tal caso il conseguenziale diritto al risarcimento nasce pur sempre dalla sentenza che accerta tale impossibilità; né rileva che nella specie la predetta impossibilità sia stata già dichiarata dal prefetto in un decreto emesso per fini diversi da quelli indicati nell'art. 61; infatti il decreto prefettizio previsto dall'ultimo comma di questo articolo, nell'ipotesi di mancata pubblicazione dell'avviso da parte della P.A. espropriante, ha contenuto normativamente prefissato e quindi non sono ammissibili né dichiarazioni aggiuntive al di fuori del contenuto tipico dell'atto, né riserve sulla stessa dichiarazione di inservibilità.

Invero il diritto alla retrocessione è da ritenere un diritto potestativo, o diritto al diritto, perché mentre non attribuisce al titolare un'immediata signoria sul bene, né una posizione di pretesa rispetto a singoli obbligati, pone l'amministrazione espropriante in una situazione di pura e semplice soggezione, non essendole consentito di opporsi alla retrocessione.

Non è pertanto ipotizzabile né un'obbligazione a carico della P.A. espropriante, né un inadempimento della predetta e, di conseguenza, un risarcimento del danno sotto il profilo della responsabilità per mancato adempimento. Già la richiamata giurisprudenza (Cass. 30 gennaio 1985, n. 575; 9 novembre 1983, n. 6622) sottolinea l'improspettabilità di una lesione del diritto potestativo, sul piano del rapporto nel quale il diritto stesso è inserito, in quanto essendo consentito al titolare del diritto potestativo di realizzare ex se l'interesse presupposto, la controparte tenuta alla mera soggezione non può né impedire né ostacolare il conseguimento del risultato favorevole, ed in mancanza di una prestazione da adempiere non è ipotizzabile né la richiesta di adempimento né la costituzione in mora mediante intimazione fatta per iscritto.

In conclusione, poiché i poteri spettanti ad un soggetto che vanno sotto il nome di diritto potestativo non sono a sè stanti, ma inclusi in un rapporto giuridico precostituito tra soggetti determinati, il collegare al diritto potestativo la tutela dell'aspettativa del risultato che deriverà dal suo esercizio è frutto di un'errata prospettiva perché questa tutela è accordata o nell'ambito di un rapporto che già lega i soggetti, o è concessa per un danno ingiusto contro il quale chiunque sia danneggiato, e non soltanto il titolare di un diritto potestativo, è dall'ordinamento, abilitato a reagire.

Non bisogna, infatti, confondere tra diritto potestativo alla retrocessione del bene e riacquisto per effetto della retrocessione del diritto di proprietà del bene, dietro pagamento del prezzo determinato amichevolmente dalle parti o dal giudice con apposita sentenza. Ne consegue che, in mancanza di accordo amichevole, il diritto di proprietà da parte dell'espropriato sul bene già oggetto dell'espropriazione, si riacquista solo dopo che, determinata la controprestazione, cioè il prezzo, sia effettuato il relativo pagamento. È pertanto costitutiva la pronuncia del giudice che costituisce il titolo, con efficacia ex nunc, per il riacquisto della proprietà sul bene già espropriato e successivamente dichiarato inservibile per la realizzazione dell'opera pubblica.

Una soluzione non diversa ricorre quando il bene - oggetto di retrocessione parziale, in quanto espressamente dichiarato inutile - non sia poi, in concreto, restituibile all'originario proprietario perché divenuto oggetto di una nuova, autonoma espropriazione. Anche in quest'ipotesi il diritto alla retrocessione si converte nel diritto ad ottenere dal secondo espropriato non più il bene, ma l'indennità percepita per la seconda espropriazione (Cass. 26 giugno 1990, n. 6492; 2 dicembre 1985, n. 6020; 30 novembre 1985, n. 5979).

Quando invece non si perfeziona il procedimento espropriativo, ma si verifica un'occupazione "sine titulo" con l'irreversibile destinazione del suolo divenuta parte integrante di altra opera pubblica, la pretesa risarcitoria per la mancata attuazione non può risalire al diritto potestativo, ma soltanto al mancato trasferimento del bene, che la sentenza avrebbe dovuto attuare ex nunc, ma che è reso impossibile dalla occupazione espropriativa. In tale situazione, infatti, il diritto dell'espropriato va determinato, prescindendo da ogni riferimento alla precedente indennità espropriativa, con riferimento esclusivo al depauperamento subito dal suo patrimonio in conseguenza della predetta occupazione espropriativa e quindi in base al valore venale che il bene aveva al momento della pronuncia, detratto il prezzo che l'espropriato avrebbe dovuto sborsare se la retrocessione fosse stata possibile. All'espropriato inoltre non compete il risarcimento del danno per le vicende della mancata attuazione del diritto potestativo, maturate prima della sentenza, poiché solo con la sentenza si accerta la sussistenza dei presupposti per farsi luogo alla retrocessione, ed eventualmente, l'impossibilità di procedervi per l'intervenuta nuova espropriazione o come nella specie per un'occupazione sine titulo seguita dalla realizzazione di altra opera pubblica.

Con il terzo motivo del ricorso principale si sostiene che l'impugnata sentenza, per non aver accolto la tesi dei ricorrenti secondo cui all'atto della notifica della citazione avvenuta nel 1976, gli istanti sarebbero già divenuti titolari del diritto soggettivo sul bene relitto, si è posta in contrasto con la pronuncia affermativa perché non può aversi giurisdizione se il processo manca del suo oggetto, se cioè non è rivolto alla realizzazione di un interesse che nella specie sarebbe costituito dalla retrocessione.

La doglianza non è fondata perché intanto già stabilire se la domanda abbia un oggetto e se questo ed in quali limiti sia realizzabile costituisce esercizio di funzione giurisdizionale e quindi presuppone l'individuazione del giudice legittimato all'indagine. Comunque l'art. 386 c.p.c., che regola gli effetti della decisione relativa alla giurisdizione sull'ulteriore corso del processo in cui è pronunciata, espressamente avverte che la decisione affermativa sulla giurisdizione del giudice ordinario non pregiudica in alcun modo le questioni sulla pertinenza del diritto e sulla proponibilità della domanda. In altri termini la pronuncia costituisce un precedente vincolante quanto alla designazione del giudice che non può essere più rimessa in discussione e anche sulla qualificazione dei fatti di causa effettuata a tal fine ma, entro questi limiti, il giudice è libero di accertare quale sia la situazione dedotta in giudizio e può quindi pervenire alla ricostruzione di una fattispecie concreta diversa da quella prospettata dall'attore (cfr. Sez. un. 25 marzo 1986, n. 2091).

Con la sentenza delle sezioni unite del 1976 si è riconosciuta soltanto la giurisdizione del giudice ordinario a valutare la situazione concreta dedotta in giudizio come effetto del decreto di inservibilità del prefetto, ma non si è dichiarato, né poteva dichiararsi, alcun diritto di proprietà sul bene relitto.

Con il quarto motivo si ripropone, condizionandola al mancato accoglimento della domanda, la questione di costituzionalità già respinta dalla decisione impugnata - sotto il profilo dell'illegittimità di una normativa che escluda il risarcimento del danno cagionato all'attore dall'assenza del bene dal patrimonio dell'espropriato, sopravvenuta a causa della durata del processo.

La questione è manifestamente infondata in quanto anche essa si basa sull'errata concezione del modo di operare del diritto potestativo alla retrocessione.

Nell'ipotesi dell'avviso, il bene è riacquistato solo in conseguenza dell'avvenuto pagamento del prezzo fissato dall'espropriante entro trenta giorni dalla dichiarazione di volersi avvalere della prelazione; in mancanza, quando i privati hanno ottenuto dal prefetto il decreto di inservibilità, la proprietà si riacquista solo con la sentenza che determina il prezzo da pagare così che sinallagmaticamente nel patrimonio dell'espropriato dal quale era uscito il bene ma era confluito il giusto indennizzo, ora con efficacia ex nunc rientra il bene previo pagamento del prezzo all'attualità (cfr. Cass. n. 6492 del 1990 citata). Non vi sono, quindi, dopo l'espropriazione e dopo la corresponsione dell'indennizzo "posizioni a rilevanza economica riferibili all'espropriato" (così Corte cost. 6 luglio 1987, n. 245); nessun vuoto sussiste, pertanto, fino alla sentenza che, accertati tutti i presupposti della retrocessione parziale ivi compresa la determinazione del corrispettivo, disponga il ritrasferimento del bene. Se però il bene da retrocedere, prima della sentenza o dell'accordo amichevole sul corrispettivo da pagare, è stato oggetto di altra espropriazione che ha reso impossibile la retrocessione, il diritto dell'originario proprietario si converte nel diritto ad ottenere dal primo espropriante l'indennità percepita per la seconda espropriazione (Cass. 30 novembre 1985, n. 5979; 2 dicembre 1985, n. 6020), mentre se si tratta di occupazione sine titulo accompagnata dalla realizzazione di altra opera pubblica, l'espropriato che agisce in retrocessione ha diritto al risarcimento del danno a partire dal momento in cui avrebbe ottenuto la proprietà del bene e cioè dalla sentenza costitutiva (Cass. n. 2406 del 1979; ma per l'esclusione del risarcimento del danno v. Cass. n. 6492 del 1990).

In conclusione, anche questo nuovo profilo di incostituzionalità non ha ragion d'essere ove si rifletta sulla piena autonomia dell'atto di retrocessione rispetto al precedente atto espropriativo.

La retrocessione, infatti, opera un nuovo trasferimento del bene del tutto autonomo rispetto a quello coattivamente realizzato con l'espropriazione, che costituisce il precedente storico della retrocessione ma non è collegata alla prima né strutturalmente, né funzionalmente. Autonomia resa completa e definitiva con la modifica del terzo comma dell'art. 60 della legge n. 2359 del 1865 apportata dall'art. 1 del R.D.L. 11 marzo 1923, n. 691 in base al quale il prezzo della retrocessione è del tutto svincolato dalla precedente indennità di esproprio versata all'espropriato. Infatti "non sarebbe stato, né sarebbe equo consentire all'espropriato - al quale sia stato corrisposto l'indennizzo, con possibilità di investirlo e di sottrarlo alle conseguenze dell'inflazione - di avvantaggiarsi dell'incidenza della svalutazione a scapito del soggetto che dovesse retrocedere il bene contro il prezzo consistente nell'indennizzo di espropriazione" (testualmente Corte cost. n. 245 del 1987).

Con il quinto motivo i ricorrenti censurano l'impugnata sentenza che avrebbe ingiustificatamente ridotto l'indice di densità fondiaria da 7 mc/mq a 4,785 mc/mq.

La Corte territoriale, quale giudice del merito, ha già rigettato analoga eccezione in punto di fatto, respingendo le critiche rivolte al consulente d'ufficio di cui ha accolto i risultati non senza averli sottoposti a vaglio critico con una motivazione esauriente, e non censurabile in questa sede in mancanza di specifici errori logico-giuridici. In particolare va rilevato, in relazione alle doglianze dei ricorrenti, che il giudice non è tenuto a prendere in considerazione ed a confutare punto per punto tutte le argomentazioni e le allegazioni delle parti, essendo sufficiente che egli indichi motivatamente - come è accaduto nella fattispecie - gli specifici elementi su cui fonda il proprio convincimento.

Con il sesto motivo sostengono i ricorrenti che la sentenza impugnata sarebbe errata per non aver tenuto conto che l'indennità corrisposta a seguito di accordo amichevole era stata pari ad un decimo del prezzo di mercato e che nello stesso modo avrebbe dovuto determinarsi il prezzo della retrocessione.

L'assunto è completamente infondato.

La censura non tiene conto che l'originario terzo comma dell'art. 60 della citata legge - che vietava di stabilire un prezzo di retrocessionesuperiore all'indennità percepita - risulta abrogato fin dal 1923, avendo voluto il legislatore sin da quell'epoca troncare ogni rapporto tra prezzo dell'espropriazione e prezzo della retrocessione e disegnare una piena e completa autonomia strutturale e funzionale tra indennità per l'espropriazione e prezzo da pagare per la retrocessione. Autonomia che come s'è detto ha trovato piena ed integrale conferma nella giurisprudenza di questa Corte ed in quella del giudice delle leggi.

Con il settimo ed ultimo motivo del ricorso principale ed il terzo ed ultimo di quello incidentale, da esaminare congiuntamente in quanto connessi, i ricorrenti censurano l'impugnata sentenza che non avrebbe concesso gli interessi dalla data del decreto prefettizio o dalla successiva diffida e costituzione in mora della P.A. e che avrebbe violato i principi che regolano la liquidazione dei debiti di valore.

Anche quest'ultima censura è infondata per le stesse ragioni già indicate in ordine al modo di operare del diritto potestativo, ossia per l'impossibilità di configurare in capo al soggetto passivo l'obbligo di una qualunque prestazione, prima che il diritto venga esercitato.

Né vale in contrario affermare come fanno i ricorrenti incidentali che mentre nell'ipotesi di ritrasferimento il riacquisto del bene relitto avviene con efficacia ex nunc, quando invece il ritrasferimento non può operare, l'accertamento del debito di valore da parte della sentenza dovrebbe avere effetto ex tunc e non ex nunc.

Ed infatti, tenuto conto dell'autonomia della retrocessione rispetto alla precedente espropriazione e tenuto altresì conto che il diritto alla retrocessione si perfeziona solo con il pagamento del corrispettivo amichevolmente o attraverso la determinazione giudiziale, qualsiasi richiesta risarcitoria precedente alla decisione o qualsiasi messa in mora non esplica alcuna rilevanza. Se il danno da risarcire o il controvalore da richiedere nascono solo a seguito dell'accertata impossibilità della retrocessione che ha effetto ex nunc, anche il danno o il controvalore - ove sussistenti - saranno stabiliti con efficacia ex nunc e non ex tunc. »»


CASS 14805/2009: «« disponesse la "retrocessione totale e/o parziale" di tali terreni, determinandone il prezzo e condannando i convenuti al risarcimento del danno e alle spese di causa.

Si costituivano in giudizio la Regione Campania e l'Ente d'ambito territoriale sarnese-vesuviano; la prima eccepiva il difetto di giurisdizione del giudice ordinario specializzato a favore del giudice amministrativo, per essere riservata a quest'ultimo la cognizione delle controversie in materia edilizia e urbanistica, ai sensi del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, art. 34 come sostituito dalla L. 21 luglio 2000, n. 205, art. 7 norma nella quale sono anche previsti i casi eccezionali della materia di cui deve conoscere il giudice ordinario, come le liquidazioni delle indennità "in conseguenza dell'adozione di atti di natura espropriativa o ablativa"; entrambe le parti resistenti chiedevano nel merito il rigetto delle domande.

Integrato il contraddittorio nei confronti degli altri proprietari cedenti dei terreni oggetto della procedura espropriativa, come individuati nella domanda, su ordine del giudice delegato, si costituivano Lu. e M.M.T., che aderivano alle domande proposte, mentre rimanevano contumaci Mo.

A. e A.. Sulle conclusioni rese dalla ricorrente e delle chiamate in causa costituite, che domandavano la retrocessione "totale" dei fondi ceduti e sulla eccezione della Regione Campania, cui si era associato anche l'Ente d'ambito ottimale sarnese- vesuviano, il TRAP di Napoli, con sentenza del 24 febbraio 2006, in accoglimento di detta eccezione, declinava la giurisdizione, compensando le spese di causa. Il tribunale specializzato, dopo avere rilevato la esistenza della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia urbanistica ed espropriativa, ha negato i suoi poteri cognitivi sulla domanda in ragione della sentenza della Corte Costituzionale 6 luglio 2004 n. 204, per la quale, in caso di comportamenti materiali della P.A., quale era stata la mancata utilizzazione del fondo oggetto di retrocessione, la giurisdizione del giudice amministrativo si estende ai diritti, purchè vi siano interessi legittimi da tutelare ai sensi dell'art. 103 Cost. e quindi esercizio, anche mediato, di poteri autoritativì della P.A..

Poichè il D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34 fa salve le competenze del Tribunale superiore delle acque pubbliche, ma non sottrae le materie di cui deve conoscere il TRAP (art. 140, lett. d ed e, cit. T.U. Acque) alla regola generale del riparto tra giudice speciale e ordinario, si è affermata la giurisdizione esclusiva dei giudici amministrativi nel caso, perchè relativo a materia espropriativa, dichiarandosi il difetto di giurisdizione sulla domanda dal giudice ordinario specializzato, in quanto l'esercizio eventuale del "diritto" di retrocessione presuppone comunque un decreto di esproprio, cioè un atto autoritativo della P.A. e in ogni caso si è in presenza di un pubblico potere esercitato, che giustifica la estensione della giurisdizione del giudice amministrativo ai diritti.

A seguito di tale sentenza M.L., con ricorso del 15 maggio 2006, richiamando la decisione del giudice specializzato ordinario, ha riproposto, nei confronti delle stesse parti già evocate in causa dinanzi al TRAP di Napoli, al Tribunale amministrativo regionale per la Campania (da ora: TAR Campania), le medesime domande di cui sopra di retrocessione totale e/o parziale.

L'adito giudice amministrativo, nel contraddittorio con la sola Regione Campania costituitasi in quella sede e nella contumacia di tutte le altre parti, ha dichiarato a sua volta, con sentenza del 29 ottobre 2007, il suo difetto di giurisdizione, affermando che la domanda proposta nella fattispecie era di (retrocessione totale), perchè relativa ad un'opera pubblica mai realizzata, e rientrava tra quelle di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 63 norma in rapporto alla quale si era sempre affermata le esistenza del solo diritto soggettivo perfetto alla retrocessione, cui la P.A. è comunque tenuta, a differenza di quanto accade per la retrocessione parziale.

Solo in quest'ultimo caso, che si verifica in ipotesi di realizzazione incompleta ovvero completa ma in altre aree dell'opera pubblica per cui è avuto l'esproprio, occorre infatti la dichiarazione di inservibilità delle aree rimaste inutilizzate dalla P.A. perchè esse possano retrocedersi agli espropriati che quindi sono titolari di interessi legittimi pretensivi alla retrocessione che per tale motivo si qualifica amministrativa.

Alla luce della citata sentenza n. 204 del 2004 della Corte costituzionale, le controversie in materia di retrocessione totale, già devolute all'A.G.O., ad avviso dell'adito TAR devono ritenersi ancora riservate alla cognizione di tale giudice, in quanto con esse si esercita esclusivamente un diritto soggettivo e non vengono in gioco interessi legittimi o provvedimenti della P.A., che possano affievolire la pretesa dei ricorrenti; deve quindi negarsi che, ai sensi dell'art. 103 Cost., la assoluta inerzia della P.A. nella realizzazione delle opere per le quali è avvenuto l'esproprio o la cessione volontaria, possa comportare in alcun caso la giurisdizione del giudice amministrativo, che non può decidere una causa il cui oggetto è costituito soltanto da diritti soggettivi in base alla lettera della norma costituzionale citata.

Con il ricorso per la risoluzione del conflitto negativo di giurisdizione, M.L., nel confermare che oggetto della domanda è stata la richiesta della retrocessione totale e/o parziale dei fondi ceduti e assolutamente non utilizzati, salva l'eventuale costruzione di manufatti non visibili negli stessi, afferma di avere chiesto comunque l'accertamento della mancata o incompleta esecuzione dell'opera pubblica per la quale è avvenuta la cessione volontaria ovvero dello stato della sua realizzazione, in quanto, senza tale attività istruttoria, non è possibile rilevare se si versi in un caso di retrocessione "totale" o "parziale" in via astratta e aprioristica.

La ricorrente chiede a questa Corte a sezioni unite, di accertare quale dei due giudici successivamente aditi debba decidere la controversia.

Motivi della decisione

1.1. La denuncia del conflitto negativo di giurisdizione sorto con la sentenza del 29 ottobre 2007 del Tar per la Campania, successiva all'entrata in vigore (2 marzo 2006) del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, è ammissibile, anche se la ricorrente non ha formulato i quesiti di diritto sulla questione proposta, ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c..

Il quesito di diritto è infatti necessario nei soli ricorsi impugnatori di cui alla norma citata, cioè quelli dell'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4 e non nel caso di denuncia di confitto ai sensi dell'art. 362 c.p.c., comma 2, n. 1, emergendo dalle contrapposte pronunce le loro contrastanti rationes decidendi, assunte in base al mero esame delle domande della ricorrente e senza accertamenti costituenti giudicato sostanziale (art. 2909 c.c.), che di fatto hanno nel caso denegato la stessa giustiziabilità delle situazioni giuridiche di cui s'è chiesta la tutela, rifiutando di pronunciarsi sul merito delle domande proposte (sul tema cfr. di recente S.U. 11 settembre 2008 n. 23384 e 29 agosto 2008 n. 21928).

In tale fattispecie, come già s'è deciso per il regolamento preventivo di giurisdizione (S.U. ord. 5 marzo 2008 n. 5924 e 22 ottobre 2007 n. 22059), non è necessaria la formulazione del quesito di diritto, che è insito nelle contrastanti soluzioni adottate dalle due pronunce sulla giurisdizione, che enunciano i contrapposti principi di diritto tra i quali la Corte di Cassazione può scegliere quello ritenuto idoneo a decidere la questione, anche se ha il potere d'individuare il giudice da adire, pure oltre i limiti di quanto indicato nelle sentenze di merito e in rapporto ad elementi di fatto e a qualificazioni giuridiche di cui i giudici in conflitto non hanno tenuto conto (così la recente S.U. 18 giugno 2008 n. 16540).

E' allora necessario esaminare le due decisioni in conflitto e la domanda come proposta nel merito dalla ricorrente, che in questa sede chiede solamente di individuare quale dei giudici deve decidere la causa e non pone questioni di diritto, per le quali sia necessario il quesito di diritto "a pena di ammissibilità", di cui all'art. 366 bis c.p.c..

1.2. Entrambe le decisioni in conflitto individuano, nella domanda della M., la causa petendi nella condotta della Regione Campania, che, quale beneficiarla della procedura espropriativa, in nessun modo ha utilizzato il fondo acquisito per costruire l'opera idraulica per la quale esso fu ceduto nell'ambito di un legittimo procedimento ablativo.

Pur domandando gli atti introduttivi dei giudizi proposti dalla M. l'accertamento incidentale o della mancata realizzazione o della esecuzione anche incompleta (o altrove) delle opere pubbliche per cui vi era stata la cessione volontaria, come presupposto dei due diversi e alternativi petita relativi alla retrocessione totale e/o parziale dei fondi acquisiti dalla Regione Campania, gli aditi giudici, nelle contrapposte sentenze, hanno dato rilievo ciascuno ad altre parti del ricorso loro proposto, non soffermandosi sulla richiesta di tali accertamenti.

Ciascuno dei due giudici inquadra la controversia come avente ad oggetto la retrocessione, senza rilevare che l'accertamento incidentale chiesto dalla ricorrente, sullo stato di esecuzione dell'opera idraulica per cui è avvenuta la cessione, costituisce una delle domande da valutare con le altre, per individuare il giudice avente giurisdizione.

La M. ha collegato a detto previo accertamento sullo stato di esecuzione o sulla mancata realizzazione dell'opera pubblica che si sarebbe dovuta realizzare, le sue richieste alternative di tutela del diritto alla retrocessione totale o dell'interesse legittimo a un atto amministrativo sull'inutilizzabilità delle aree cedute, come presupposto necessario a legittimarla a chiedere la retrocessione cd. amministrativa o parziale.

Gli identici atti introduttivi dei due giudizi, dinanzi al giudice ordinario e a quello amministrativo, chiedono in via alternativa tutela sia di un diritto che di interessi legittimi; l'accertamento sulla esecuzione totale, parziale o omessa dell'opera pubblica per cui avvenne la cessione, costituisce una causa petendi che giustifica comunque le due domande di retrocessione totale e/o parziale, che possono ritenersi fondate, l'una ovvero l'altra, solo all'esito di tale accertamento.

2.1. La domanda di retrocessione, in base al cui oggetto va assunta la decisione sulla giurisdizione, prima e indipendentemente dal merito di essa e ai sensi dell'art. 386 c.p.c., ha quindi titolo nella "mancata esecuzione delle opere" sui fondi ceduti nella procedura espropriativa subita dalla ricorrente e dai suoi litisconsorti, oltre che sulla situazione dell'opera pubblica per cui fu decisa la procedura ablativa se realizzata anche incompletamente o altrove ovvero se rimasta ineseguita in toto; nel caso concreto nulla di certo si afferma invece in ordine alle circostanze da ultimo indicate, ignorando la ricorrente lo stato dei lavori di cui al progetto approvato nel (OMISSIS). Il Trap di Napoli, in accoglimento dell'eccezione del difetto di giurisdizione sollevata dalla beneficiarla dell'espropriazione Regione Campania, afferma che "ai sensi del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34 come modificato dalla L. n. 205 del 200, anche alla luce della pronuncia della Corte Costituzionale n. 204/2004, sussiste la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo nella materia espropriativa (rientrante nella materia urbanistica ex art. 34 già ricordato), quando si verifichino ipotesi di lesioni di posizioni soggettive che risultino vulnerate dalla pubblica amministrazione come autorità, in esercizio di pubblico potere".

Rileva invece il Tar per la Campania (pag. 2 e 3 della decisione) che, "per come è formulata la domanda giudiziale e in assenza di diverse indicazioni fornite dal ricorrente, è stata richiesta la retrocessione totale, in quanto concernente un bene ablato in funzione di un'opera pubblica mai realizzata e, pertanto, rientrante nelle previsioni della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 63 per la quale non occorre la dichiarazione di inservibilità" delle aree per l'interesse pubblico a base della loro ablazione.

Confermando quindi un orientamento costante di queste S.U., il giudice amministrativo afferma che le cause "in materia di diritto alla retrocessione totale L. n. 2359 del 1865, ex art. 63 già devolute all'autorità giudiziaria ordinaria (S.U. 8 giugno 1998 n. 5619), devono ancora ritenersi estranee alla giurisdizione amministrativa (T.a.r. Lazio, Sez. Latina 12 marzo 2007 n. 172, T.A.R. Lazio, Sez. 2, 13 marzo 2006 n. 1916, T.A.R. Puglia, sez. 2, 6 giugno 2005 n. 2742, T.A.R. Basilicata 21 dicembre 2004 n. 839)", perchè in tali processi non vi sono interessi legittimi da tutelare ma solo il diritto soggettivo alla retrocessione della ricorrente, collegato alla condotta assolutamente inerte del beneficiario dell'esproprio.

3. Nel ricorso per la risoluzione del conflitto, la M. ha precisato che mancano opere "apparenti", nelle aree oggetto della domanda e può quindi certamente negarsi ogni utilizzazione di esse per costruire l'opera idraulica per cui furono acquisite dall'Agensud e poi trasferite alla Regione Campania.

Non va di certo applicata la disciplina della retrocessione di cui a D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, artt. dall'art. 46 a 48 come poi modificato, perchè le disposizioni di tale T.U. sulle espropriazioni per pubblica utilità non si applicano (art. 57) "ai progetti per i quali, alla data di entrata in vigore dello stesso decreto" cioè, ai sensi dell'art. 59 dello stesso D.P.R., al 30 giugno 2003, già "sia intervenuta la dichiarazione di pubblica utilità", come è di certo accaduto nel nostro caso.

3.1. La retrocessione "totale", di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 63 ha attuazione, allorchè, "fatta la espropriazione", l'opera di cui si è dichiarata la pubblica utilità "non siasi eseguita" e "siano trascorsi i termini a tal uopo concessi o prorogati"; gli espropriati sono dunque legittimati a chiedere "all'autorità giudiziaria competente" di accertare la "decadenza" della detta dichiarazione e di ordinare, senza incidere sulla espropriazione che non è annullata nè caducata, la restituzione, con effetti ex nunc, dei beni ablati previo "pagamento", dagli istanti, del prezzo degli stessi beni, che il giudice adito deve liquidare (le parole tra virgolette sono nella norma, su cui cfr., tra altre, Cass. 5 agosto 2003 n. 11839 e 11 novembre 2003 n. 16904). Questa Corte a sezioni unite ha affermato, in più casi di retrocessione totale nei quali la domanda era precedente all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 80 del 1998 e non successiva, come quella proposta in questa sede che è del 2002, la giurisdizione del giudice ordinario per le stesse ragioni indicate nella sentenza del TAR Campania, ritenendo sussistere solo un diritto soggettivo a tale retrocessione e rilevando l'assenza di qualsiasi potere autoritativo dell'espropriante che possa affievolire la posizione azionata dall'espropriato (in tal senso, tra altre, S.U. 5 giugno 2008 n. 14826, 8 marzo 2006 n. 4894, 6 marzo 2003 n. 9072, 13 luglio 2001 n. 9542).

Il diritto soggettivo sorge per effetto automatico della totale omessa realizzazione dell'opera pubblica per la quale le aree sono state espropriate, "nei termini a tal uopo concessi o prorogati"; la scadenza dei termini per la procedura espropriativa e per i lavori, di cui alla L. n. 2359 del 1865, artt. 13 e 14 fa perdere efficacia alla dichiarazione di pubblica utilità del progetto e fa decadere la P.A. dal suo potere di destinare i beni ablati non esercitato nei termini fissati, sulle aree non utilizzate per costruire l'opera pubblica per cui esse erano state acquisite alla mano pubblica.

Si ha retrocessione "parziale", nella quale assume, come già detto, peculiare rilievo la volontà della P.A. con i poteri ad essa attribuiti, nei casi di cui alla L. n. 2359 del 1865, artt. 60 e 61 e dell'art. 47 del cit. T.U. del 2001, allorchè cioè, dopo l'esecuzione totale o parziale della opera pubblica per la quale si è avuta l'espropriazione o la cessione, alcune delle aree acquisite, non siano state destinate a tale esecuzione. Per tali terreni l'espropriato o il beneficiario possono chiedere al Prefetto o di dichiarare inservibili, per l'opera stessa come realizzata, i beni inutilizzati o di decidere che essi sono ancora utilizzabili a servizio di essa e/o per il suo eventuale completamento.

Il beneficiario dell'espropriazione deve manifestare una sua valutazione discrezionale sulla utilizzabilità delle aree non utilizzate in funzione dell'opera pubblica, con la conseguenza che le stesse possono essere retrocesse solo se la P.A. dichiari "formalmente" la loro inservibilità per i fini per i quali furono oggetto del procedimento ablativo (cfr. la cit. S.U. n. 14826/2008).

In tale caso, quindi, sussistono solo interessi legittimi del privato a ottenere la retrocessione e, dato che l'autorità giudiziaria non può sostituirsi alla P.A. nella valutazione dell'utilizzabilità dei beni e la restituzione è subordinata quindi ad una manifestazione di volontà dell'amministrazione che esercita con essa i suoi poteri discrezionali autoritativi, esattamente l'espropriato, nella retrocessione parziale, si ritiene titolare solo di interessi legittimi tutelabili davanti al giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 103 Cost. (S.U. 7 agosto 2001 n. 10894 e tutte le sentenze già citate). In tale contesto normativo e giurisprudenziale, il D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34 come sostituito dalla L. n. 205 del 2000, art. 7 ha riservato al giudice amministrativo, la cognizione di tutti "gli atti, i provvedimenti e i comportamenti delle amministrazioni pubbliche e dei soggetti alle stesse equiparati in materia urbanistica ed edilizia", cioè quella relativa a "tutti gli aspetti dell'uso del territorio" e comprendente le procedure espropriative, salvo che per la determinazione delle indennità rimasta alla competenza del G.O..

Non coerente con tale normativa si è ritenuta dalla dottrina la disciplina del D.P.R. 327 del 2001, art. 48 che riserva al giudice ordinario comunque la determinazione del prezzo della retrocessione, sia parziale che totale, anche se attribuisce ai comuni in cui sono site le aree espropriate il diritto di prelazione, in ordine all'acquisto di esse, per il corrispettivo concordato tra le parti ovvero quello fissato dal giudice adito per la retrocessione.

Deve negarsi che la presente fattispecie rientri tra quelle nelle quali sia richiesta la restituzione di aree inutilizzate, ma non espropriate anche se occupate legittimamente e a causa di pubblica utilità e parzialmente manipolate, in quanto in tal caso si ha un comportamento attivo conseguente alla dichiarazione di pubblica utilità e nella procedura espropriativa, con chiari interessi legittimi dei privati, a tutela dei quali è conforme alla Costituzione la previsione normativa della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sulle domande di restituzione di tali parti inutilizzate dei terreni occupati, da leggere come risarcitorie e reintegrative in forma specifica della proprietà lesa dall'illecito permanere nella detenzione dei beni del beneficiario dell'inattuato procedimento, una volta cessata l'occupazione legittima (S.U. 20 marzo 2008 n. 7442).

4. Nella fattispecie, con il comportamento omissivo del mancato uso delle aree da lei cedute nel procedimento per la loro espropriazione, la M., nelle sue domande al giudice ordinario e poi a quello amministrativo, non chiarisce - e forse non è in grado di precisare tali circostanze - se le opere idrauliche per la cui pubblica utilità avvenne la cessione non siano state eseguite in toto ovvero siano rimaste incomplete o si siano realizzate in altri fondi anche se non acquisiti dalla Regione per eseguire il progetto approvato.

Il "comportamento" omissivo del beneficiario della espropriazione, consistito nella inutilizzazione del fondo ceduto dalla M. e dai suoi litisconsorti e nella mancata esecuzione delle opere per cui il bene fu acquisito o quello attivo della realizzazione anche incompleta o altrove di tali opere, costituisce il titolo della retrocessione chiesta quindi come totale o parziale sulla base di quanto verrà accertato dal giudice adito. Tale giudice, con la domanda, viene investito del potere di accertare la causa petendi nei suoi due profili, relativi al fondo dell'istante e all'opera pubblica per la quale esso è stato acquisito, e viene chiesta alternativamente la tutela del diritto soggettivo alla retrocessione totale o degli interessi legittimi a quella parziale, cioè di situazioni soggettive su cui hanno giurisdizione giudici diversi, cioè rispettivamente il giudice ordinario e quello amministrativo in via esclusiva. Analogamente a quanto accade in rapporto alla prova dei fatti "negativi", che può darsi eventualmente con la dimostrazione di uno specifico fatto positivo contrario anche mediante presunzioni (sul tema cfr. di recente Cass. 9 giugno 2008 n. 15162 e 7 aprile 2008 n. 8988), il domandato accertamento dell'esecuzione dell'opera pubblica non può che precedere, sul piano della logica processuale, quello del fatto negativo della sua mancata realizzazione in toto, che emerge dall'indagine senza risultati sulla sua esecuzione, parziale o totale, anche in altro luogo. Ciò comporta che solo ove si accerti la mancanza dei presupposti di fatto per la retrocessione parziale, può riconoscersi il diritto a quella totale e tale accertamento previo non può che essere riservato al G.A., che può decidere degli interessi legittimi ad esso connessi.

Sembra quindi che, così come proposte, prescindendo dagli esiti degli accertamenti nel merito delle circostanze di fatto a base delle due istanze azionate, sulle domande della M. non può che essere investito anzitutto il giudice amministrativo, cui comunque spetta d'accertare i presupposti di fatto della retrocessione parziale e dare tutela agli interessi legittimi alla base di quest'ultima. Ove l'accertamento chiesto abbia effetti negativi, l'adito giudice potrà respingere la conseguente richiesta di tutela di detti interessi, procedendo poi all'esame della chiesta retrocessione totale, in caso d'accertamento della mancata esecuzione assoluta dell'opera per la quale si era avuta la procedura espropriativa, che pur se costituisce un diritto, può essere da detto giudice conosciuto nella materia che è dalla legge riservata alla sua giurisdizione esclusiva.

4.1. Lo stretto collegamento per oggetto e titolo delle due domande prospettate implica di regola la trattazione in un unitario processo di entrambe le cause che da esse nascono, sempre che sulle stesse abbia giurisdizione un unico giudice (art. 40 c.p.c.); del resto la connessione indicata costituisce di regola la stessa ratio della scelta legislativa che riconosce la giurisdizione esclusiva ai giudici amministrativi nei casi in cui essa sussiste e quindi per economia processuale appare opportuno che un solo giudice dia tutela a diritti e interessi legittimi.

L'art. 37 del c.p.c., il cui rilievo, dopo la recente affermazione del giudicato implicito sulla giurisdizione delle sentenze che decidono sul merito, resta immutato fino alla acquiescenza della parte alla sentenza di merito che implica il potere di decidere di chi la emette (Cass. S.U. 20 novembre 2008 n. 27531, 30 ottobre 2008 n. 26019 sulla scia di S.U. 9 ottobre 2008 n. 24883 e, in parte, delle precedenti S.U. ord. 7 gennaio 2008 n. 35 e 18 dicembre 2007 n. 26620), sembra escludere che i due diversi oggetti delle domande di retrocessione, "totale o parziale", ai sensi dell'art. 386 c.p.c., possano, solo per il loro collegamento funzionale e oggettivo essere decisi da un solo giudice.

Peraltro nella materia espropriativa e quindi anche sulla retrocessione di ogni tipo è normativamente stabilita dalla legge giurisdizione esclusiva che, ai sensi dell'art. 103 Cost., si estende anche ai diritti.

Questa Corte ha in genere giustamente negato ogni rilievo alla connessione per derogare alle regole sulla giurisdizione, risolvendo le questioni che da essa sorgono con l'istituto della pregiudizialità delle cause e quello della sospensione del giudizio da proporre successivamente ed eventualmente ad altro giudice.

In caso di domande e cause connesse soggette a diverse giurisdizioni, si è attribuita ciascuna delle due cause introdotte con un diverso petitum a ognuno dei giudici che sulla domanda ha i poteri di conoscerla (tra molte, S.U. 18 luglio 2008 n. 19805, ord. 5 marzo 2008 n. 5914, 28 dicembre 2007 n. 2169, 27 febbraio 2008 n. 5078, da S.U. 16 dicembre 1974 n. 4285 e 11 marzo 1989 n. 1108). La decisione sulla giurisdizione va adottata, anche dopo l'introduzione con legge di più materie riservate alla giurisdizione esclusiva del G.A. (D.Lgs. n. 80 del 1998 come poi modificato), sulla base dell'oggetto della domanda e non pregiudica "le questioni sulla pertinenza del diritto e sulla proponibilità della domanda" (art. 386 c.p.c.), che sono e restano di merito, e comportano accertamenti di fatto e di diritto su cui si forma il giudicato sostanziale con effetti vincolanti per le parti (art. 2909 c.c.).

Nel caso di specie, i due diversi petita su uno dei quali - quello di retrocessione totale - ha giurisdizione l'A.G.O., mentre sull'altro, per il permanere della utilizzabilità dalle aree su cui ha potere di decidere discrezionalmente la P.A., deve pronunciarsi il G.A., comporterebbero, ove si negasse rilievo alla connessione tra loro e alla giurisdizione esclusiva nella materia del giudice amministrativo, che ognuna di tali domande dovrebbe attribuirsi alla giurisdizione del proprio giudice, con potere di decidere su di essa e di rilevare la eventuale pregiudizialità dell'una rispetto all'altra causa, con sospensione conseguente di uno dei due processi.

Sembra ovvio che, in rapporto al caso in cui l'oggetto delle domande attiene ad una materia di giurisdizione esclusiva, è di certo applicabile l'art. 40 c.p.c. per la parte in cui determina il potere di decidere le cause in un solo processo, anche ai sensi dell'art. 274 c.p.c.; tale processo unico dovrà svolgersi, come precisato nella norma di rito che precede, dinanzi al giudice con maggiori competenze, cioè a quello amministrativo, che può valutare la chiesta tutela degli interessi legittimi oltre che quella dei diritti soggettivi entrambe oggetto delle domande, indipendentemente dal riconoscimento nel merito delle situazioni soggettive il cui accertamento determinerà l'accoglimento dell'una o dell'altra richiesta di tutela.

4.2. Ritiene la Corte che la fattispecie per cui è causa non è assimilabile a quella nella quale si è riconosciuta al giudice amministrativo il potere di decidere, con la causa principale di sua spettanza, le domande accessorie, su cui avrebbe invece dovuto pronunciarsi il giudice ordinario (S.U. 28 febbraio 2007 n. 4636), con applicazione estensiva dell'art. 31 c.p.c., essendovi nel caso due petita alternativi e non subordinati l'uno all'altro, a tutela di diverse situazioni soggettive, diritti e a interessi, che saranno individuati con l'accertamento di merito chiesto e che nella fattispecie è stato denegato da entrambi i giudici aditi.

Neppure ha rilievo il ricorso al cumulo soggettivo di cui all'art. 33 c.p.c., ritenuto incidente sulla giurisdizione a favore del G.A., in una causa in cui i convenuti erano due, uno dei quali soggetto privato, rispetto a cui il giudice speciale di regola non può pronunciarsi (S.U. 27 luglio 2005 n. 15660, in cui è però in causa un soggetto equiparato alla P.A.); la natura oggettiva della alternatività delle distinte domande di retrocessione, esclude la rilevanza della detta decisione nel nostro caso. Peraltro la scelta di entrambe le richiamate pronunce in favore del giudice amministrativo, evidenzia, sul piano logico prima che su quello giuridico, che, anche senza applicare le norme sulla connessione, che non possono incidere sulla giurisdizione nè determinano deroghe alle norme che la regolano, in assenza di una disciplina legale che lo consenta, il giudice del riparto ha sempre tenuto presenti i principi sottesi alla concreta disciplina delle cause connesse, relativa però alla competenza, per risolvere con logica fondata su analoghi principi, la questione di giurisdizione che in tali fattispecie si evidenzi.

Sia per le domande accessorie che per l'ipotesi di cumulo soggettivo, si è affermato il potere cognitivo del giudice amministrativo, perchè in astratto la giurisdizione esclusiva che la legge gli attribuisce sugli interessi e sui diritti, comporta per esso maggiori poteri di quelli che il giudice ordinario può esercitare che sono relativi ai soli diritti soggettivi, potendo invece quello speciale soltanto accertare nel merito, in via incidentale o principale, positivamente o negativamente, l'esistenza di interessi legittimi, dei quali è chiesta la tutela sia pure insieme o alternativamente a quella dei diritti. E' l'applicazione dei principi di logica processuale per cui è il giudice con maggiori competenze, quello cui spetta decidere più cause unite e/o strettamente connesse aventi ad oggetto in astratto interessi e diritti, che comporta, per le materie di giurisdizione esclusiva e quindi comunque senza derogare alle relative norme di legge, che solo il giudice amministrativo sia investito delle domande di tutela delle due indicate posizioni soggettive, potendo egli solo risolvere le questioni di merito circa la "pertinenza" (art. 386 c.p.c.) di entrambe le situazioni soggettive in gioco, pure per negarne l'esistenza, anche rigettando la domanda che ne chiede la tutela. Tale soluzione ermeneutica è necessaria, dopo l'entrata in vigore del D.Lgs. n. 80 del 1998, come sostituito dalla L. n. 205 del 2000 e integrato dalle citate sentenze della C. Cost. n. 204 del 6 luglio 2004 e 191 dell'11 maggio 2006, per essersi introdotta con tale normativa la materia di giurisdizione esclusiva edilizia ed urbanistica, avendo il giudice della legge chiarito che su di esse può decidere il giudice amministrativo in rapporto ai comportamenti della P.A., come quello omissivo a base della presente causa, sempre che a causa di essi, assumano rilievo pure interessi legittimi dei privati, il cui accertamento, eventualmente anche negativo, spetta in ogni caso a detto giudice.

Nel caso il giudice amministrativo dovrà accertare se vi è stata la "decadenza" della dichiarazione di pubblica utilità, per la totale mancata esecuzione dell'opera pubblica o se permangono, in ragione della realizzazione di questa anche incompleta o in altri luoghi, poteri discrezionali della P.A. per utilizzare i fondi di cui si chiede la retrocessione, con accertamento negativo, solo nel primo caso, dell'esistenza degli interessi legittimi di cui è stata chiesta la tutela, non potendo però escludersi poi la cognizione, da parte dello stesso giudice, del diritto soggettivo alla retrocessione totale, nel vigore della giurisdizione esclusiva di cui al D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34 da applicare ratione temporis che gli consente di pronunciarsi anche sui diritti.

5. Per i giudizi iniziati prima del 30 giugno 1998 si è riconosciuta la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda di risarcimento del danno da lesione non iure di interessi legittimi comportanti perdite e mancati guadagni in rapporto a beni della vita di chi agisce, affermandosi la esistenza di un diritto soggettivo al risarcimento, da tutelare, previo accertamento della illegittimità della attività amministrativa e disapplicazione eventuale di atti illegittimi, ad opera del giudice ordinario, (cfr. S.U. 16 maggio 2008 n. 12373, 30 novembre 2006 n. 25515, 27 giugno 2005 n. 13711, 5 giugno 2002 n. 8158, tutte effetto della S.U. 22 luglio 1999 n. 500, che ha per prima affermato tale giurisdizione, precisando che la situazione sarebbe cambiata con l'applicazione del D.Lgs n. 80 del 1998, allora non ancora dichiarato illegittimo nei suoi artt. 33 e 34, norme poi sostituite con la L. n. 205 del 2000, a seguito delle sentenze della C. Cost. 17 luglio 2000 n. 292 e 28 luglio 2004 n. 281).

Dopo l'entrata in vigore della normativa sostitutiva del D.Lgs. n. 80 del 1998 e per le domande proposte a decorrere dal luglio 2000, si è correttamente affermato che di regola la risarcibilità degli interessi legittimi è riservata alla giurisdizione del giudice amministrativo nelle materie di giurisdizione esclusiva, anche ai sensi dell'art. 35 del citato D.Lgs. (tra altre, cfr. S.U. 23 dicembre 2008 n. 30254, e S.U. 7 novembre 2008 n. 26798, 10 ottobre 2008 n. 24885, 16 luglio 2008 n. 19501, ord. 5 marzo 2008 n. 5925, tutte conformi a S.U. 10 gennaio 2003 n. 157 e relative, non a caso, a vicende ablatorie o espropriative e ad occupazioni illecite).

Nella concreta fattispecie, il titolo della domanda della M. di retrocessione totale e/o parziale costituito anche da fatti di cui è chiesto l'accertamento, qual'è la esecuzione eventuale totale o parziale delle opere di adduzione, convogliamento e innalzamento delle sorgenti di (OMISSIS), ovvero la loro mancata realizzazione, comporta che l'esame dei fatti positivi, precede sul piano logico quello negativo della totale inesecuzione di dette opere; poichè l'esecuzione parziale o totale delle opere per cui ebbe luogo la procedura espropriativa comporta la tutela di interessi legittimi, tale accertamento positivo, da ritenere prioritario, non può che riservarsi al giudice amministrativo.

La natura parziale o totale della chiesta retrocessione, è essa stessa oggetto dell'accertamento del giudice adito, che deve pronunciarsi, in rapporto alla procedura di esproprio e al progetto delle opere per la cui pubblica utilità i beni sono stati a suo tempo acquisiti dalla amministrazione, decidendo se meritino tutela gli interessi legittimi o i diritti soggettivi sottesi alla domanda ad esso proposta in una materia, quella espropriativa, che lo stesso legislatore attribuisce alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

Vengono in gioco, nella presente controversia, con i comportamenti omissivi o inerti della P.A. e l'esercizio eventuale dei poteri di questa nell'esecuzione all'opera pubblica entro i termini di cui alla dichiarazione di pubblica utilità (della L. n. 2359 del 1865, artt. 13 e 14), la condotta attiva della stessa, di esecuzione, totale o parziale o in altri luoghi, dell'opera pubblica dalla P.A., e il rispetto da questa delle norme di azione che comportano tutela di interessi dei privati rilevanti in sede giurisdizionale.

A seguito dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34 come poi modificato, se oggetto della domanda è esclusivamente una retrocessione totale per mancata assoluta attuazione dell'opera di pubblica utilità che si assume come sola causa petendi della domanda, deve ancora affermarsi che spetta al giudice ordinario la cognizione della controversia, come del resto accadeva anche prima dell'entrata in vigore della novella del 1998. Se peraltro, come nel caso di specie, la domanda si fonda su una espropriazione di più fondi, alcuni dei quali non appartenenti a chi chiede la retrocessione totale o parziale, ben può il soggetto legittimato a chiederla, domandare all'unico giudice competente per gli interessi e i diritti, la tutela della propria posizione soggettiva, chiedendo all'autorità giudiziaria adita di accertare la natura di questa che egli non può individuare con certezza.

6. Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto:

"Allorchè in base ad un unico titolo e ad altre circostanze di fatto da accertare dal giudice adito, sia chiesta in via alternativa in sede giudiziaria la tutela di interessi legittimi e/o di diritti soggettivi, in rapporto a comportamenti della P.A. in una materia, come quella urbanistico-edilizia ed espropriativa, nella quale la legge prevede la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, poichè a quest'ultimo competono maggiori poteri che al giudice ordinario, deve dichiararsi il potere dello stesso di conoscere su tutta la domanda anche con eventuale accertamento negativo dell'esistenza di interessi legittimi in sede di merito, che escluderà la tutela di essi chiesta dall'istante, restando ferma la giurisdizione sui diritti soggettivi, che il D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34 come poi modificato, riconosce a detto giudice speciale".

Di conseguenza, "qualora in base al fatto della omessa utilizzazione dei fondi espropriati un soggetto ne chieda la retrocessione totale o parziale, la prima a tutela di un diritto soggettivo pieno e la seconda di interessi legittimi, chiedendo di accertare la mancata esecuzione o la realizzazione anche parziale dell'opera, in rapporto a tale domanda originaria, la giurisdizione, per le cause iniziate dopo l'entrata in vigore della L. n. 205 del 2000 e fino all'entrata in vigore del D.P.R. 327 del 2001, deve riconoscersi al giudice amministrativo, il quale, ove ritenga inesistenti i presupposti della retrocessione parziale e i connessi interessi legittimi con una decisione di merito su questi di accertamento negativo, respinta la relativa domanda, deve estendere il suo accertamento all'esistenza del diritto soggettivo alla retrocessione totale, per avere accertato l'assoluta omessa realizzazione dell'opera pubblica per la quale il fondo era stato acquisito alla P.A.". »»


CASS 771/1998: ««Con atto introduttivo notificato il 31 gennaio 1954 Giorgio Bartolozzi, Marcella Bartolozzi e Luigina Bartolozzi citavano in giudizio davanti al Tribunale di Roma il Comune di Roma, chiedendo che fosse pronunciata la retrocessione dell'appartamento loro espropriato dal Comune nel lontano 1940 (sito in Roma, Via Giolitti al civico numero 73, piano IV, interno 19, composto di sette vani catastali), non essendo stata eseguita l'opera prevista di pubblica utilità (allargamento della strada in attuazione del piano particolareggiato della zona adiacente alla stazione Termini). Il Tribunale di Roma con sentenza, non definitiva del merito, dell'11 maggio 1971, confermata in appello e passata in giudicato, dichiarava il diritto degli attori alla retrocessione del bene espropriato, disponendo con separata ordinanza la prosecuzione del giudizio al fine di determinare il prezzo del nuovo trasferimento. Poiché era nel frattempo risultato che il Comune aveva proceduto alla demolizione del fabbricato (ad eccezione del piano terra destinato a negozi), gli attori convertivano la loro domanda di retrocessione (divenuta impossibile) in quella di risarcimento dei danni, che il Tribunale di Roma, con sentenza 6 dicembre 1981, dichiarava improponibile per la asserita preclusione derivante dal giudicato; non definendo il merito, il Tribunale disponeva con separata ordinanza il rinnovo della consulenza tecnica diretta alla determinazione della quota ideale dell'area oggetto della restituzione. Gli attori facevano riserva di appello differito.

Esaurita la disposta indagine tecnica, il Tribunale con sentenza definitiva 17 febbraio 1993 dichiarava non esservi luogo a provvedere sia in ordine alla domanda principale di indennizzo sostitutivo (per la già dichiarata preclusione del primo giudicato), sia in ordine alla domanda di retrocessione della quota ideale dell'area sulla quale insisteva l'edificio espropriato, per essere stata tale domanda abbandonata dagli attori. Accogliendo la impugnazione dei consorti Bartolozzi, infine la Corte di Appello di Roma, con la sentenza 4-23 maggio 1994 qui impugnata, dichiarava ammissibile la domanda dell'indennizzo sostitutivo demolito (non preclusa dal giudicato di cui alla sentenza 11 maggio 1971 del Tribunale di Roma) e la accoglieva nel merito; determinava il valore dell'immobile in L. 422.400.000 conformemente all'apprezzamento del consulente tecnico; non condividendo invece il calcolo suggerito al riguardo dallo stesso consulente, stabiliva il prezzo della retrocessione nell'importo di L. 211.229.960, pari alla media tra il valore attribuito all'immobile e il valore catastale del 1931 (L. 59.920), così applicando il medesimo criterio fissato nell'art. 4, R.D.L. 6 luglio 1931, n. 981 per la determinazione dell'indennità di espropriazione, condannava quindi il Comune di Roma al pagamento della differenza pari a L. 254.185.350, da rivalutarsi secondo indici ISTAT dal maggio 1994 e con interessi legali dalla data del deposito della decisione.

Contro questa sentenza ricorrono in Cassazione i consorti Bartolozzi, deducendo due motivi di impugnazione.

Il Comune di Roma ha prodotto "atto di costituzione in giudizio" contenente la procura speciale al difensore al fine della sua partecipazione alla discussione.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo dell'impugnazione i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione dell'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, dell'art. 4 del R.D.L. 6 luglio 1931, n. 981 e dell'art. 2043 c.c. e censurano la decisione per quanto attiene alla determinazione del prezzo della retrocessione che la Corte d'Appello ha fissato nella media aritmetica tra il valore venale dell'immobile al marzo 1990 (epoca alla quale il consulente tecnico aveva fatto riferimento per il suo apprezzamento) e il valore catastale del 1931, così applicando lo stesso criterio che il citato art. 4 del R.D.L. 6 luglio 1931, n. 981 aveva dettato per la determinazione della indennità di espropriazione, ma disattendendo il suggerimento dello stesso consulente che aveva operato la media tra il valore venale calcolato all'anno 1975 (al tempo del passaggio in giudicato della sentenza parziale che aveva riconosciuto il diritto alla retrocessione) e il valore catastale del 1931, con il risultato di L. 24.029.500. Affermano i ricorrenti che corretto è il calcolo compiuto dal consulente, poiché alla sentenza parziale doveva riconoscersi l'effetto costitutivo del ritrasferimento e alla data di tale sentenza - che segna il momento di consumazione dell'illecito - debbono essere rapportate tutte le componenti del danno da risarcire. E mentre il prezzo della retrocessione va considerato debito di valuta, non suscettibile di rivalutazione monetaria, l'indennizzo è un debito di valore, essendo inteso a ripristinare integralmente la situazione patrimoniale del danneggiato, sicché il valore venale dell'immobile andava attualizzato secondo le valutazioni del mercato, mentre il prezzo di retrocessione doveva restare invariato, secondo il principio nominalistico.

Il motivo non è fondato. Facendo riferimento ad una non recente decisione di questa Corte (sez. I, 10 novembre 1974, n. 4122), i ricorrenti affermano che alla sentenza - non definitiva - che ha accertato il diritto alla retrocessione deve riconoscersi l'effetto costitutivo del ritrasferimento e dunque al momento del passaggio in giudicato di tale sentenza dovrebbe farsi risalire "inizio e consumazione dell'illecito": con la conseguenza che a quello stesso momento deve essere stimato il prezzo della retrocessione, insuscettibile di rivalutazione come oggetto di un debito di valuta, mentre il valore dell'immobile (già rientrato a quel momento, deve intendersi, nel patrimonio del retrocessionario, ma perduto) deve essere apprezzato all'attualità della sentenza definitiva. Erronee, a giudizio del collegio, sono entrambe le premesse, dovendo, da un lato, negarsi (come concorde ritiene la più recente giurisprudenza di questa Corte) l'effetto costitutivo del trasferimento alla sentenza parziale che abbia accertato il diritto potestativo alla retrocessione, rimettendo la determinazione del prezzo relativo alla prosecuzione del giudizio; dall'altro escludersi che - accertata con la sentenza definitiva la fisica impossibilità del ritrasferimento - il prezzo della retrocessione costituisca l'oggetto di un debito (che si dice di valuta) del retrocessionario da opporre - in parziale compensazione - al debito di indennizzo dell'espropriante pari al valore attualizzato del bene non potuto riacquistare in retrocessione.

Sul primo punto basterà richiamare l'indirizzo - che può dirsi ormai consolidato - di questa Corte (sez. I, n. 7628 del 1994; n. 2715 e n. 10298 del 1992; n. 6492 del 1990) secondo il quale l'effetto ex nunc del ritrasferimento del bene è riconducibile alla sentenza definitiva che, nel difetto di accordo delle parti, determini il prezzo della retrocessione, poiché solo con questa pronuncia - di natura costitutiva - vien meno il titolo legittimante la proprietà e il possesso dell'espropriante. E se la stessa sentenza contestualmente constati l'impossibilità della concreta attuazione del diritto alla retrocessione (perché illecitamente il bene è stato fatto oggetto di una occupazione irreversibile sine titulo, o per altra ragione) in quello stesso momento prende vita il correlativo diritto del retrocessionario al risarcimento "che non sorge insieme al diritto (potestativo) alla retrocessione, né è da questo assorbito, ma ne rimane distinto ed è solo conseguenziale al suo utile esercizio, se la restituzione del bene risulti impossibile" (Cass. n. 6492 del 1990). E così, come al momento della sentenza che opera il ritrasferimento deve essere determinato il prezzo della retrocessione (sulla base di quegli stessi criteri legali ed astratti alla stregua dei quali si procedette alla determinazione della indennità di esproprio) nella ipotesi in cui nessun ostacolo si opponga alla retrocessione del bene, la medesima valutazione deve essere operata se sia stata constatata la impossibilità di attuazione del diritto alla retrocessione e il prezzo virtuale, calcolato nel modo che ora si è detto, è assunto come termine di riferimento e comparazione per l'accertamento del pregiudizio subito dall'espropriato per non aver potuto riacquistare in retrocessione il bene al prezzo determinato con il criterio che presiedette alla liquidazione della indennità di espropriazione e in ipotesi inferiore al valore venale. Sicché il danno risarcibile è pari alla differenza tra valore venale del bene (che sarebbe altrimenti entrato nel patrimonio dell'espropriato) e il prezzo convenzionale in quel modo determinato, dovendo i due valori di comparazione essere necessariamente riferiti al medesimo momento della sentenza ed espressi dunque in moneta omogenea. Con la conseguenza che, se il prezzo della retrocessionedovesse essere determinato nel valore venale (quando la indennità di espropriazione fosse stata - dalla norma operante in ipotesi - commisurata al valore venale del bene), l'unico credito risarcitorio riconoscibile a favore del retrocessionario atterrebbe a quei diversi danni che, esclusa la differenza tra due valori, egli provi di avere tuttavia risentito per effetto della mancata disponibilità del bene e del mancato conseguimento dei particolari vantaggi che se ne sarebbero potuti ricavare (Cass. n. 6492 del 1990 e n. 2062 del 1968).

Si conferma quindi, quanto alla seconda premessa posta nel primo motivo dai ricorrenti, che il prezzo convenzionale della retrocessione - determinato con il criterio di cui all'art. 4 del D.L. n. 981 del 1931 - non può considerarsi l'oggetto di un debito del retrocessionario nella constatata ipotesi di perdita del bene espropriato (ma non utilizzato dall'espropriante) per l'ovvia ragione che, divenuta impossibile la restituzione, non ha luogo la retrocessione e non può darsi corrispettivo al riguardo, sicché il prezzo virtuale della mancata retrocessione è termine di riferimento necessario per accertare se vi sia stato danno (per non avere l'espropriato potuto riacquistare il bene ad un prezzo inferiore al valore venale) e di quale entità, secondo una valutazione comparativa, necessariamente condotta al medesimo momento, di valori espressi in moneta omogenea.

La sentenza impugnata, che ha determinato con riferimento alla attualità della decisione così il valore venale del bene, la cui retrocessioneè divenuta impossibile per fatto dell'espropriante, come il prezzo che, nella misura data dalla applicazione del criterio normativo di cui all'art. 4, D.L. n. 981 del 1931, i consorti Bartolozzi avrebbero dovuto pagare per conseguire il ritrasferimento del bene a loro favore, e che nella differenza tra i due valori ha liquidato il pregiudizio economico patito dagli espropriati (pari a L. 254.185.350 dichiarate rivalutabili dal maggio 1994), ha fatto dunque corretta applicazione dei principi che regolano l'istituto della retrocessione con specifico riguardo alla ipotesi di perdita del bene retrocedendo (per fatto dell'espropriante) e la censura rivolta a tale decisione con il primo motivo del ricorso - che denuncia violazione dell'art. 63, legge n. 2359 del 1865 - deve essere perciò disattesa.

2. Nel presente giudizio non si discute - dunque - sull'an del diritto al risarcimento del pregiudizio subito dall'espropriato che, per fatto dell'espropriante, non abbia potuto esercitare fruttuosamente il diritto potestativo alla retrocessione, essendo il tema qui controverso limitato al criterio di liquidazione del danno. La decisione di accoglimento della domanda di risarcimento dei danni - da negata retrocessione -, pur se liquidati con criterio riduttivo di cui si dolgono i ricorrenti, non è stata infatti impugnata dal Comune espropriante, che si limita a resistere alla pretesa di più elevata liquidazione. Una recente pronuncia di questa Corte (n. 7665 del 1997) ha, invece, negato il diritto al risarcimento del danno, in fattispecie in cui la domanda di retrocessione era stata rinunciata dall'attore, ma con affermazione di principio che trascende la stessa fatti specie, prospettando in termini generali la irreparabilità della delusa aspettativa di retrocessione quando la materiale restituzione del bene sia divenuta impossibile per essere stato il bene stesso, benché non utilizzato in funzione dell'opera pubblica cui era preordinata l'espropriazione, tuttavia irreversibilmente trasformato (poiché la retrocessione "...non va oltre quel che resta del bene espropriato" (...) "nessun risarcimento spetta all'espropriato per la perdita del bene, avendo l'indennità a suo tempo corrisposta già compensato l'acquisizione del bene in capo all'espropriante").

Benché influenzata dalla particolarità di quella fattispecie (dove, demolito l'edificio, la retrocessione, non più attuabile che per il solo terreno, era stata rinunciata e il risarcimento del danno era preteso nel complessivo valore dell'immobile comprensivo del fabbricato), l'affermazione di principio nella sua assolutezza non pare possa condividersi. Se è vero, infatti, che il proprietario, attraverso la espropriazione formalmente legittima, ha conseguito il ristoro della perdita del bene, è pur vero che la mancata realizzazione dell'opera pubblica cui era preordinata l'espropriazione ha fatto sorgere a suo favore il diritto potestativo al riacquisto del bene che non sarebbe potuto essere destinato se non alla realizzazione della prevista opera pubblica. E se un diverso utilizzo - anche attraverso una parziale trasformazione fisica del bene - abbia ostacolato o comunque vanificato l'esercizio di quel diritto, sussiste per certo pregiudizio economico ingiusto per la mancata retrocessione quando il prezzo che sarebbe stato corrisposto al riguardo (determinato con lo stesso criterio adottato, in sede di espropriazione, per la liquidazione dell'indennità) sia inferiore al valore venale del bene; e il danno è perciò apprezzabile, non già nell'equivalente di tale valore (per la ragione che per riacquistare il bene l'espropriato avrebbe dovuto corrispondere il prezzo di retrocessione), ma nella differenza tra il valore attuale del bene (che sarebbe rientrato nel suo patrimonio) e il minore importo che l'espropriato avrebbe pagato come prezzo della retrocessione. E a tale principio si era attenuta la Corte di merito nel presente giudizio con decisione (in tutto coerente con la pronuncia di questa Corte n. 6492 del 1990), non impugnata - ripetesi - dal Comune espropriante, che ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno liquidato nella misura del divario tra valore venale del bene e importo della indennità attualizzata di espropriazione (che sarebbe stato corrisposto come prezzo di retrocessione).

3. Con il secondo motivo di impugnazione i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 1223, 1419, 1360 e 1219 c.c. e criticano la decisione impugnata perché ha fissato la decorrenza degli interessi legali dalla data della pubblicazione della sentenza, con ciò (si dice) violando il principio secondo il quale, in tema di risarcimento da fatto illecito, gli interessi di natura compensativa debbono decorrere dalla data dell'evento dannoso e cioè, nella specie, dal momento (1975) in cui passò in giudicato la sentenza di appello che aveva confermato la sentenza parziale del Tribunale, alla quale dovrebbe riconoscersi - nell'assunto dei ricorrenti - natura costitutiva del ritrasferimento del bene a favore degli espropriati.

Anche tale motivo, che costituisce coerente sviluppo delle premesse in diritto poste a sostegno della prima censura, è infondato.

Come già si è argomentato esaminando appunto il primo motivo, l'effetto costitutivo della retrocessione non può, infatti, essere fatto risalire alla sentenza non definitiva che nella specie ha accertato il diritto potestativo al ritrasferimento, giacché soltanto con la sentenza definitiva qui impugnata (che ha accolto la domanda di retrocessione e ha accertato la materiale impossibilità della sua attuazione per fatto dell'espropriante) può dirsi ex nunc venuto meno il titolo fondante di proprietà e possesso dell'espropriante; e, così, come dal giorno di questa pronuncia prende vita il diritto del retrocessionario al risarcimento dei danni, dallo stesso giorno decorrono gli interessi sulla somma liquidata a quel titolo (Confr. Cass. n. 6492/1990). »»

CASS 3321/1998: «« Con sentenza dell'11 maggio 1971 il Tribunale di Roma - decidendo non definitivamente sulle domande proposte nel 1954 da ex proprietari (tra i quali i danti causa di Sabatini Anna Maria, Piccinetti Igino, Piccinetti Stefano, Piccinetti Michele, Pinzuti Maria Daniela, Pinzuti Andrea, Tosatti Adelisa, Carli Matilde, Carli Gina, Carli Albertina, Carli Maria, Carli Francesca, Carli Raffaello, Carli Carmela, Carli Alfonso, Carli Giovanbattista, Carli Alberto, Carli Pierluigi, Carli Rodolfo, Carli Francesco) di appartamenti e negozi di vari stabili espropriati dal Comune di Roma nel 1940 per la realizzazione della Stazione Termini - dichiarò decaduta la dichiarazione di pubblica utilità e affermò il diritto degli attori alla retrocessione dei beni, previo pagamento del prezzo da determinarsi nel corso ulteriore del giudizio, fondando la decisione sulla considerazione che gli immobili no potevano più essere utilizzati per l'opera pubblica, dato il nuovo assetto urbanistico impresso alla zona.

La pronuncia fu confermata dalla Corte d'Appello di Roma con sentenza dell'11 luglio 1975, che passò in giudicato.

Nel corso successivo della causa, deducendo che gli edifici di via Giolitti nn. 63 e 73 erano stati demoliti dal Comune, salvo il piano dei negozi, gli ex proprietari degli appartamenti sovrastanti chiesero consulenza tecnica - che fu disposta previa separazione dei giudizi relativi ai diversi attori - per accertare l'entità dell'indennizzo dovuto in sostituzione della retrocessione, divenuta impossibile.

La domanda intesa ad ottenere tale indennizzo fu dichiarata improponibile dal Tribunale di Roma con sentenza non definitiva del 6 dicembre 1982, perché ritenuta preclusa dal giudicato costituito dalla precedente decisione.

Con separata ordinanza detto giudice dispone poi la prosecuzione del giudizio per il rinnovo della consulenza tecnica d'ufficio relativamente alla domanda subordinata di retrocessione della quota ideale di proprietà dell'area di sedime corrispondente proporzionalmente al valore degli appartamenti degli attori.

Nel prosieguo della causa gli attori chiedevano, in via subordinata, che si procedesse alla determinazione del prezzo di retrocessione non già con riferimento alla quota ideale dell'area di sedime, ma alla parte del piano negozi corrispondente alle quote di proprietà condominiale di cui gli attori stessi erano proprietari prima della parziale demolizione.

Avendo il Comune di Roma eccepito la novità di tale ultima domanda, questa veniva riproposta in un nuovo giudizio.

Riuniti i processi, con sentenza del 20 febbraio 1993 il Tribunale di Roma dichiarò non luogo a provvedere sulla domanda principale di condanna dell'ente convenuto al pagamento di un indennizzo sostitutivo della retrocessione, avendola già decisa con la sentenza in data 6 dicembre 1982; dichiarò ugualmente non luogo a provvedere sulla domanda subordinata di retrocessione pro quota dell'area di sedime, perché abbandonata in sede di precisazione delle conclusioni; respinse la domanda di retrocessione relativa al piano dei negozi e quelle di condanna del Comune a un conguaglio in denaro e al risarcimento dei danni conseguenti alla demolizione.

A seguito di impugnazione della parte soccombente, questa sentenza e la precedente non definitiva del 6 dicembre 1982 sono state riformate dalla Corte d'Appello di Roma, che con sentenza depositata il 27 febbraio 1995 ha condannato il Comune di Roma a pagare:

a) L. 821.820.000 in favore di Sabatini Anna Maria;

b) L. 164.364.000, pro-indiviso, in favore di Picinetti Igino, Piccinetti Anna Maria, Piccinetti Maria Maddalena, Piccinetti Raffaello, Piccinetti Stefano e Piccinetti Michele, eredi di Sabatini Anna;

c) L. 164.364.000, pro-indiviso, in favore di Pinzuti Maria Daniela, Pinzuti Andrea e Tosatti Aldelisa, eredi di Sabatini Cesira;

d) L. 164.364.000, pro-indiviso, in favore di Matilde Carli, Carli Gina, Carli Albertina, Carli Maria, Carli Francesca, Carli Raffaello, Carli Carmela, Carli Alfonso, Carli Giuovanbattista, Carli Alberto, Carli Pierluigi, Carli Rodolfo e Carli Francesco, eredi di Sabatini Pia;

detta corte ha disposto, altresì, che tutte le somme di cui sopra fossero rivalutate secondo gli indici ISTAT dal 26 marzo 1990 (data della consulenza tecnica) e che sulle somme rivalutate fossero corrisposti gli interessi al tasso legale dall'11 luglio 1975 al soddisfo.

A tale decisione la Corte è pervenuta ritenendo: che erroneamente il primo giudice aveva considerato la domanda di risarcimento dei danni preclusa dal giudicato formatosi sulla dichiarazione del diritto degli appellanti alla retrocessione, contenuta nella sentenza di primo grado dell'11 maggio 1971, conferma in appello con la sentenza dell'11 luglio 1975, avendo queste pronunce fatto venire meno con effetto ex nunc il titolo legittimante la proprietà e il possesso del Comune di Roma e contestualmente fatto sorgere il diritto degli ex proprietari al risarcimento dei danni, derivanti non dalla mancata realizzazione del diritto potestativo, ma dal depauperamento del patrimonio causato dalla distruzione del bene; che quindi il giudicato sulla retrocessione, divenuta impossibile per fatto dell'ente espropriamente, non solo non impediva l'azione di risarcimento, ma anzi ne costituiva l'indispensabile presupposto; che pertanto era irrilevante la circostanza che la demolizione dell'edificio (avvenuta nel 1961) risalisse ad epoca precedente a quella in cui la prima sentenza del tribunale era passata in giudicato; che l'indennizzo doveva essere calcolato sottraendo al valore dell'immobile (determinato dal consulente di ufficio in L. 1.394.250.000 con riferimento al 26 marzo 1990) il prezzo di retrocessione; che quest'ultimo doveva essere determinato in L. 79.338.000, pari alla media tra il valore di mercato alla data del passaggio in giudicato della sentenza di retrocessione ed il valore legale; che non poteva aversi riguardo, in tale computo, al valore attuale dell'immobile, come aveva sostenuto il Comune di Roma, poiché la consumazione dell'illecito era avvenuta nel 1975, al momento della formazione del giudicato; che agli appellanti competevano la rivalutazione della formazione del giudicato; che gli appellanti competevano la rivalutazione monetaria dalla data della stima, trattandosi di debito di valore, nonché gli interessi legali dell'11 luglio 1975, interessi aventi funzione compensativa e quindi compatibili con l'altra misura risarcitoria dell'adeguamento al costo attuale della vita.

Avverso questa sentenza il Comune di Roma ha proposto ricorso per Cassazione sulla base di tre motivi. Ha resistito con controricorso l'altra parte che ha, altresì, proposto ricorso incidentale sulla base di due motivi illustrati con memoria.

Motivi della decisione

Preliminarmente ricorso principale e ricorso incidentale, riguardando la medesima sentenza, vanno riuniti ai sensi dell'art. 335 c.p.c.

Con il primo motivo il ricorrente denuncia: violazione e falsa applicazione dell'art. 2909 c.c. in relazione all'art. 63 legge n. 3259 del 1865; omesso esame e motivazione illogica in ordine a punti decisivi ex art. 360, n. 5, c.p.c.

Secondo il ricorrente l'affermazione della corte di merito che il giudicato formatosi sul diritto al risarcimento del danno per la impossibilità della restituzione del bene, sarebbe corretta se fosse stata proposta una domanda di accertamento del diritto alla retrocessione ovvero il perimetro del bene retrocedendo fosse avvenuto dopo il passaggio in giudicato della sentenza relativa alla domanda di retrocessione ovvero ancore se fosse stato richiesto il risarcimento del danno in via alternativa o subordinata rispetto alla restituzione.

Non potrebbe più ritenersi corretta nel caso in cui oggetto esclusivo della domanda sia la restituzione fisica del bene. In questa ipotesi il giudizio positivo sulla esistenza del bene costituirebbe parte integrante ed insopprimibile della conseguente pronuncia di accoglimento e, in particolare, degli accertamenti in punto di fatto che ne costituiscono la necessaria premessa logica e giuridica. Il perimento del bene nel corso del giudizio e rimarrebbe superato dalla presunzione assoluta di verità che assiste il giudicato stesso.

Nel caso di specie sarebbe stata proposta una domanda di quest'ultimo tipo, avendo il tribunale, con la sentenza 6 dicembre 1982, escluso che sia stata mai proposta in passato una qualche domanda di risarcimento del danno sostitutiva, o anche solo integrativa, di quella diretta alla restituzione dell'immobile espropriato.

Pertanto la sentenza impugnata avrebbe confuso ipotesi tra loro ben distinte e, per effetto di tale errore oltre che dell'omesso esame di aspetti decisivi della fattispecie, avrebbe violato il principio della intangibilità del giudicato o, comunque, lo avrebbe indebitamente derogato da attribuzione del diritto alla restituzione dell'immobile a mero accertamento dell'esistenza dei presupposti della retrocessione.

Tale motivo è infondato e, pertanto, deve essere rigettato.

Secondo l'insegnamento di questa corte (cfr. Cass., n. 2715 del 1992; Cass., n. 7628 del 1994), che il collegio condivide, non essendovi ragioni plausibili per discostarsene, il diritto alla retrocessione è da ritenere un diritto potestativo, perché non attribuisce al titolare una immediata signoria sul bene, né una posizione di pretesa rispetto a singoli obbligati, ma pone l'amministrazione espropriante in una posizione di pura e semplice soggezione, non essendole consentito di opporsi alla retrocessione. Il titolare di tale diritto ha, quindi, il potere di introdurre la fase diretta a far luogo alla retrocessione, ma il diritto di proprietà da parte dell'esproprio sul bene, che è stato oggetto di espropriazione, si riacquista solo dopo che determina la controprestazione, cioè il prezzo, ne sia effettuato il relativo pagamento. Tale prezzo o è concordato amichevolmente oppure è determinato con la sentenza che pronuncia la retrocessione, la quale ha natura costitutiva e costituisce, con efficacia ex nunc, il titolo del nuovo trasferimento, in direzione inversa dall'espropriante verso l'esproprio, della proprietà del bene (cfr. in tal senso oltre le sentenze su indicate anche Cass., n. 6492 del 1990).

Prima di tale momento, qualora la materiale restituzione del bene sia divenuta impossibile per un fatto imputabile all'amministrazione espropriante, tale fatto non può configurarsi come inadempimento, in quanto la situazione di soggezione in cui l'amministrazione si trova rispetto al diritto potestativo alla retrocessione non implica un dover fare, ma un mero pati. Trattandosi, infatti, di una situazione inerte, a differenza di quanto accade per l'obbligo, non è per essa prospettabile un comportamento contrario al suo contenuto e, pertanto, suscettibile di sanzione da parte dell'ordinamento giuridico. Né potrebbe configurarsi come atto illecito, in quanto finché il bene resta di proprietà dell'amministrazione espropriante non sussiste un danno ingiusto, non essendovi lesione del diritto di proprietà dell'espropriato; ciò perché, come su detto, il diritto potestativo alla retrocessione non attribuisce a quest'ultimo un'immediata signoria sul bene, implicando soltanto il potere di introdurre la fase diretta a far luogo alla retrocessione.

Pertanto, come rettamente è stato affermato (cfr. Cass., n. 2715 del 1992 in motivazione), la pretesa risarcitoria per la impossibilità della restituzione del bene, di cui è stata chiesta la retrocessione (nel caso che ne occupa per essere stato lo stesso distrutto dall'espropriante), non può farsi risalire al diritto potestativo, ma soltanto al momento in cui, accertata la sussistenza di tutti i presupposti per farsi luogo alla retrocessione, il giudice accerti, altresì, la impossibilità della sua concreta attuazione (cfr. in tal senso anche Cass., n. 6492 del 1990).

Nella ipotesi in cui, come nel caso specifico, il giudice abbia affermato, con sentenza non definitiva, il diritto dell'espropriato alla retrocessione del bene, disponendo con separata ordinanza la prosecuzione del giudizio al fine di determinare il prezzo del nuovo trasferimento, non può attribuirsi, poi, alla sentenza non definitiva l'effetto traslativo al retrocessionario della proprietà del bene espropriato, e, quindi, la caducazione del titolo legittimante la proprietà e il possesso dell'espropriante, atteso che, come sopra detto, la retrocessione si realizza dopo che sia stato concordato amichevolmente il prezzo, ovvero dopo che esso sia stato determinato mediante sentenza (cfr. in tal senso oltre le sentenze già citate anche Cass., n. 2406 del 1979; Cass., n. 2938 del 1980). Pertanto soltanto la sentenza che, determinato il prezzo, definisce il giudizio costituisce il titolo, con efficacia ex nunc, per il riacquisto della proprietà sul bene espropriato.

Ne consegue che il comportamento dell'espropriante, che renda impossibile la materiale restituzione del bene, acquista i connotati dell'illecito e diviene fonte di responsabilità risarcitoria nel momento in cui, presenti tutti gli elementi indispensabili per farsi luogo alla retrocessione, compresa la determinazione del prezzo, il giudice accerti, con la sentenza che definisce il giudizio, la impossibilità di procedervi in conseguenza di detto comportamento.

Pertanto non può fondatamente sostenersi che la sentenza non definitiva, implicando l'affermazione della esistenza del bene di cui è stata chiesta la retrocessione, preclusa l'azione risarcitoria, dato che questa si fonda sulla avvenuta distruzione del bene ad opera dell'espropriante.

Tale sentenza infatti, se impone di ritenere esistente il bene fino al momento del suo passaggio in giudicato, non può escludere la avvenuta distruzione dello stesso anche con riferimento ad epoca successiva e, quindi, non può precludere l'azione risarcitoria per un fatto che è suscettibile di rilevare come illecito solo nel momento in cui la impossibilità della retrocessione venga accertata con la sentenza che definisce il giudizio.

Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione ed errata applicazione dell'art. 2043 c.c. in relazione alla legge 25 giugno 1865, n. 2359, artt. 60, 61, 62, 63 (legge sulla espropriazione per pubblica utilità) e del D.L. 6 luglio 1931 art. 4 (Piano Regolatore della Città di Roma) - Omesso esame su punti decisivi ex art. 360, n. 5, c.p.c.

Lamenta il ricorrente che la Corte d'Appello, immotivatamente ed erroneamente, ha utilizzato il valore di mercato del bene al 1990 per determinare la perdita subita dagli appellanti e quello al 1975 per calcolare il prezzo di retrocessione, facendo così ricorso a termini monetari eterogenei. Invece anche i fini di quest'ultimo computo si sarebbe dovuto fare riferimento al 1990, con il che si sarebbe ottenuto un risultato pari a circa la metà di quanto il Comune di Roma è stato condannato a pagare.

Tale motivo è fondato.

Come su detto il comportamento dell'espropriato, che rende impossibile la materiale restituzione del bene, acquista i connotati dell'illecito e diviene fonte di responsabilità risarcitoria, nel momento in cui, presenti tutti gli elementi indispensabili per farsi luogo alla retrocessione, compresa la determinazione del prezzo, il giudice accerti, con la sentenza che definisce il giudizio, la impossibilità di procedervi in conseguenza di detto comportamento.

Questo è il momento al quale devesi fare riferimento per la individuazione del pregiudizio subito dall'espropriato e per la liquidazione del danno, che va determinato tenendo conto del fatto che il bene, a seguito della retrocessione, non sarebbe rientrato nel patrimonio dell'espropriato gratuitamente, ma solo dopo il pagamento del prezzo della retrocessione.

Tale prezzo non può essere determinato, come fatto dalla sentenza impugnata, con riferimento ad un epoca diversa (data del passaggio in giudicato della sentenza non definitiva, avvenuto nel 1975) da quella di determinazione del valore venale del bene (1990, data della consulenza tecnica di ufficio), dovendo i due valori essere necessariamente riferiti al momento della sentenza che accerti la sussistenza dei presupposti per farsi luogo alla retrocessione e nel contempo la impossibilità di procedervi per fatto dell'espropriante.

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione ed errata applicazione dell'art. 1282 c.c. e della costante giurisprudenza formatasi sul punto, censurando la sentenza impugnata nella parte relativa alla decorrenza degli interessi, sostenendo che il momento iniziale avrebbe dovuto essere fissato non alla data della pronuncia dichiarativa del diritto alla retrocessione, ma, costituendo gli interessi una obbligazione accessoria, con riferimento alla data in cui è stato liquidato l'indennizzo (1990).

Anche tale motivo è fondato.

Nel far decorrere gli interessi dal 1975 sulla somma dovuta a titolo di risarcimento, determina con riferimento al valore di mercato del bene nel 1990 e rivalutata, in base agli indici ISTAT dal 26 marzo 1990 all'attualità, la corte di merito ha attribuito al creditore un valore al quale non ha diritto, avendo in definitiva trasformato un debito di valuta, quello degli interessi, costituito da una somma di danaro fin dall'origine, in un debito di valore.

Ma la ragione fondamentale della erroneità della sentenza impugnata non è costituito tanto dalla regione suindicata quanto dal fatto che, così operando, la corte di merito ha fatto decorrere gli interessi da un momento antecedente a quello che deve essere considerato per la liquidazione del danno, atteso che il momento consumativo dell'illecito posto in essere dall'espropriante per la distruzione del bene espropriato si verifica, come detto, con la sentenza definitiva che accerti la sussistenza dei presupposti per farsi luogo alla retrocessione e nel contempo la impossibilità di procedervi.

Con il primo motivo del ricorso incidentale i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 2043 e 1223 c.c. e della costante giurisprudenza sul tema della rivoluzione dell'indennizzo per equivalente pecuniario in relazione all'art. 360, n. 3, c.p.c., avendo la corte di merito dichiarato il diritto alla rivalutazione del 1990 (data della CTU) al dì della sentenza e non, come avrebbe dovuto, sino al momento dell'effettivo pagamento.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione dell'art. 91 c.p.c. - difetto di motivazione.

Deduce il ricorrente che, avendo accolte tutte le domande giudiziarie degli attuali resistenti, la corte di appello avrebbe dovuto condannare il Comune di Roma anche alle spese del primo grado di giudizio e non conformare la compensazione totale delle spese di lite disposta dal Tribunale di Roma.

Inoltre sarebbe ingiusta la liquidazione in misura pari al minimo della tariffa degli onorari relativi al giudizio di appello.

Tali motivi debbono dichiararsi assorbiti, dovendo, per quanto su esposto, essere accolti il secondo ed il terzo motivo del ricorso principale.

In conseguenza dell'accoglimento di tali motivi la sentenza impugnata deve essere accolti il secondo ed il terzo motivo del ricorso principale.

In conseguenza dell'accoglimento di tali motivi la sentenza impugnata deve essere cassata e la causa deve essere rinviata, anche per la liquidazione delle spese di questo grado di giudizio, ad altra sezione della Corte d'Appello di Roma che si uniformerà al seguente principio di diritto: "nella ipotesi in cui la retrocessione del bene espropriato sia resa impossibile da un fatto imputabile all'espropriante, il valore venale del bene ed il prezzo della retrocessione devono essere determinati, ai fini della liquidazione del danno subito dal soggetto espropriato, con riferimento ad un medesimo momento che è quello della sentenza che accerti la sussistenza dei presupposti per farsi luogo alla retrocessione e nel contempo la impossibilità di procedervi". »»

CASS 6144/1991: «« Queste opere non furono eseguite a perciò gli eredi Del Gallo, con atto stragiudiziale del 24 aprile 1958, chiesero al Comune la retrocessionedegli immobili. Successivamente, nel dicembre 1965, venne approvato il nuovo piano regolatore generale, in forza del quale gli edifici furono compresi entro un'area di particolare importanza urbanistica per il suo valore monumentale, interamente sottoposta a vincoli di conservazione e di risanamento. In conseguenza di questo ulteriore fatto gli eredi Del Gallo, cioé Del Gallo Matilde, Giulia, Laetitia e Napoleone, convennero innanzi al Tribunale di Roma il Comune per sentirlo condannare alla retrocessione degli immobili espropriati ai sensi dell'art. 63 della l. n. 2359 del 1865 per il prezzo di lire 7.500.000, deducendo appunto che l'opera pubblica non era stata eseguita nel termine né avrebbe potuto essere più eseguita per effetto delle previsioni del nuovo p.r.; chiesero altresì la restituzione dei frutti precetti, quanto meno a far tempo dal (24) giugno 1959, epoca in cui il Comune aveva manifestato - a dire di essi istanti - la volontà di abbandonare la destinazione degli immobili.

Il Comune chiese il rigetto della domanda e, in subordine, la determinazione del prezzo di retrocessione sulla base del valore venale dei beni al momento della sentenza, opponendosi in ogni caso alla pretesa delle controparti in ordine alla restituzione dei frutti.

Espletata consulenza tecnica d'ufficio, intesa ad accertare l'ammontare dell'eventuale prezzo della retrocessione, il Tribunale adito accolse la domanda, ordinando la restituzione degli immobili contro, versamento del prezzo di retrocessione determinato in lire 90.356.350; rigettò la richiesta di restituzione dei frutti.

Avverso la sentenza proposero appello principale il Comune e appello incidentale i privati, questi ultimi quanto al prezzo della retrocessione e al mancato rimborso dei frutti.

Nel corso del procedimento si costituirono in giudizio Bucci Casari Elisa, Giuseppina, Marco, Oliviero e Paolo, quali cessionari dei diritti spettanti a Del Gallo Giulia a titolo di retrocessione; si costituì altresì Bucci Cesari Attilio, quale cessionario dei diritti spettanti a Del Gallo Matilde.

La Corte di appello di Roma, con la sentenza ora in esame del 16 settembre 1985, ha sostanzialmente confermato la pronuncia, limitandosi ad elevare il prezzo della retrocessione dei beni a L. 105.356.350.

Riassumendo per quanto ora interessa la motivazione della sentenza, va dettoché il Comune sosteneva anzitutto l'applicabilità dell'art. 61 della legge fondamentale, in materia di retrocessione di relitti, in quanto a suo avviso vi era stata parziale esecuzione dell'opera pubblica oggetto della dichiarazione di pubblica utilità, tale dovendosi considerare l'intera previsione di piano regolatore concernente la zona in questione. Effettivamente gli immobili immobili espropriati non erano stati demoliti, ma per altri versanti era avvenuta la "sistemazione dell'isolato compreso fra le vie Dei Cerchi, Del Velabro e di S. Teodoro", che costituiva oggetto del provvedimento di esproprio in danno di Del Gallo Alberto.

La Corte ha osservato che correttamente il Tribunale aveva riscontrato i presupposti della retrocessione totale di cui all'art. 63, in conformità ai principi enunciati in materia da questa Corte.

Infatti, doveva ritenersi che per effetto della mancata attuazione dell'opera pubblica e delle nuove previsioni di piano, era venuta meno la dichiarazione di pubblico utilità che aveva consentito l'esproprio, per cui sussisteva i pieno diritto della parte espropriata ad ottenere la retrocessione.

Il Comune, poi, aveva eccepito il difetto di legittimazione processuale degli istanti, sul rilievo che essi non rappresentavano la totalità degli eredi del defunto Alberto Del Gallo, sicché, anche a voler escludere la necessità del litisconsorzio, si poteva riconoscere a ciascuno degli attori al massimo il diritto a conseguire la retrocessione della quota astratta di cui era titolare.

La Corte ha obiettato che in realtà gli istanti non avevano agito quali eredi, ma come cessionari dei diritti spettanti all'espropriato, in base all'atto per notar Urbani del 15 novembre 1945.

Era vero che non tutti, i Del Gallo avevano instaurato il giudizio (mancava Del Gallo Alessandro) ma era vero anche che, essendo identica la loro posizione giuridica, essi avrebbero potuto beneficiare della decisione favorevole della domanda proposta da coloro che avevano agito e perciò non sussisteva la necessità d'integrare il contraddittorio.

Il Comune sosteneva, poi, che il prezzo della retrocessione dovesse essere fissato nella misura corrispondente al pieno valore di mercato dei beni all'atto della decisione di accoglimento della domanda di retrocessione. La Corte ha obiettato che il prezzo di retrocessione deve essere determinato con riferimento al valore del bene al momento della pronuncia della retrocessione, ma attenendosi agli stessi criteri applicati per la liquidazione dell'indennità di esproprio. E appunto a questo principio si erano attenuti il c.t.u. ed il Tribunale.

Quanto, poi, al secondo elemento della media fra il valore venale e il valore legale prevista per la determinazione del prezzo, elemento che era stato calcolato considerando l'imponibile catastale vigente all'epoca dell'espropriazione ricapitalizzato al tasso del 7%, la Corte ha osservato che anche tale procedimento era stato correttamente adottato, giacché la nuova disciplina degli imponibili catastali, disposta con il decreto n. 604 del 1975, non era in concerto applicabile siccome non era ancora intervenuta la revisione degli estimi in base ai previsti decreti ministeriali.

Infine, la Corte ha ritenuto infondata la critica dell'Amministrazione in ordine all'asserita iniquità della stima degli immobili, osservando che la valutazione eseguita dal c.t.u., sostanzialmente fatta propria dai primi giudici, era avvenuta seguendo il metodo di stima indiretta, senza dubbio valido e razionale. E ha condiviso, invece, la critica del Comune riguardante l'entità della rivalutazione: tenuto conto del tempo intercorso tra l'espletamento della prima perizia e il deposito della sentenza, la rivalutazione del 20% doveva ritenersi inadeguata ed andava elevata al 40%.

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso il Comune in base a sette motivi.

Resistono le controparti con controricorso.

Sono state presentate memorie.

Motivi della decisione

1. - Con il primo motivo di ricorso, denunciando la violazione degli artt. 60, 61 e 63 L. 23 giugno 1865, n. 2359, dell'art. 13 L. 17 agosto 1942, n. 1150, e dell'art. 3 comma 5 l. 23 marzo 1932, n. 355, il Comune di Roma sostiene che per le espropriazioni disposte in attuazione di un piano particolareggiato l'opera pubblica da realizzare, cui occorre far riferimento ai fini della retrocessione, è quella risultante dalle previsioni di detto strumento urbanistico e che perciò nella specie, essendo stato in larga parte realizzato il piano particolareggiato cui si riferiva l'espropriazione dei fabbricati in questione, la disciplina applicabile è quella degli artt. 60 e 61 cit. Pertanto la posizione soggettiva fatta valere dei Del Gallo ha consistenza di interesse legittimo e non di diritto soggettivo, con la conseguenza che erroneamente è stata dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario ed è stata accolta la domanda di retrocessione.

La censura è infondata.

Effettivamente, secondo la giurisprudenza di questa Corte Suprema, le previsioni del piano regolatore particolareggiato delineano un'opera unitaria composita di assetto urbanistico del territorio, nella quale confluiscono tutti gli interventi considerati nel piano, che integra un'unica dichiarazione di pubblica utilità per la totalità degli interventi medesimi. Pertanto, per accertare se si verta nell'ipotesi di retrocessione totale per mancata esecuzione dell'opera (art. 63 cit.) ovvero di retrocessione parziale, perché i fondi espropriati hanno ricevuto solo in parte la destinazione prevista (artt. 60 e 62 cit.), occorre avere riguardo al contenuto della dichiarazione di pubblica utilità che inerisce al piano particolareggiato nella globalità delle sue previsioni, con la conseguenza che ove rimanga ineseguita una delle opere particolari previste, per la quale sia stato emesso uno specifico decreto di esproprio, non si ha diritto alla retrocessione dell'immobile espropriato se l'opera pubblica globalmente intesa risulti in via di realizzazione con riferimento ad altre opere particolari, in tutto o in parte eseguite (cfr. S.U. n. 209 del 1986; n. 870 del 1984; n. 3509 del 1978; n. 239 del 1977).

Ma è stato precisato altresì (in particolare con le due pronunce più recenti innanzi citate) che tale principio non opera nell'ipotesi che un immobile incluso nelle previsioni di piano, perciò oggetto di procedimento espropriativo, non sia stato utilizzato nella specifica opera pubblica prevista e sia intervenuto un successivo strumento urbanistico che modifichi radicalmente, costituendole con altre incompatibili, le previsioni suddette.

In tal caso non soccorre più il criterio di riferimento al piano come opera composita, comprensiva dello specifico intervento non realizzato.

In relazione ad un'opera composita, infatti, la disciplina dei relitti può ritenersi applicabile sempre che il mancato utilizzo si verifichi nell'ambito della stessa opera, rimasta inalterata nella configurazione risultante dalla dichiarazione di pubblica utilità posta a base del provvedimento ablatorio, in quanto, cioé, rimangono ferme le previsioni di piano che consentono, per un verso, di qualificare l'intervento riguardante l'imponibile espropriato come elemento dell'opera complessa programmata e, per un altro verso, di considerare l'immobile medesimo come parte non (ancora) utilizzata dall'area globalmente destinata all'opera complessa.

Nell'ipotesi in questione, invece, per effetto delle prescrizioni del nuovo strumento urbanistico (piano regolatore, piano di zona, variante di piano, etc.), che modificano radicalmente l'assetto territoriale olim programmato, gli immobili non utilizzati risultano giuridicamente e di fatto sottratti in modo irreversibile alla destinazione loro impressa con la dichiarazione di pubblica utilità giustificativa dell'espropriazione. Di conseguenza, la vicenda si inquadra agevolmente nell'istituto della retrocessione, previsto dall'art. 63 cit., secondo l'estensione che ad esso riconosce la consolidata giurisprudenza di questa Corte, per cui il presupposto della mancata esecuzione dell'opera pubblica si specifica attraverso il duplice riferimento allo scopo cui è finalizzata l'espropriazione e, nel contempo, ai beni che ne formano oggetto. Nel senso che si ha inesecuzione dell'opera in ogni ipotesi in cui la mancata destinazione dei beni medesimi in conformità al decreto diventi giuridicamente irreversibile per una causa attinente alla dichiarazione di pubblica utilità, tanto se l'efficacia di questa venga meno riguardo all'opera in sé, oggettivamente considerata, quanto se venga meno rispetto ai beni appresi con il provvedimento ablatorio, non più suscettibili di impiego nella realizzazione di quell'opera.

Se si guarda, infatti, alla specifica opera prevista dalla disposizione di piano caducata dal nuovo strumento urbanistico (secondo quanto si evince, del resto, dall'art. 16 n. 1 n. 1150 del 1942 e succ. modif., per cui la dichiarazione di pubblica utilità afferisce alle singole opere per cui si richiede l'espropriazione), si ha inesecuzione dell'opera pubblica, oggettivamente considerata; se si guarda al piano come opera complessa, ugualmente si realizza il presupposto della fattispecie, secondo il principio per cui equivale ad inesecuzione la situazione di inutilizzabilità che si determina quando l'efficacia della dichiarazione di pubblica utilità, invece che rispetto all'intera opera, venga meno limitatamente ai beni appresi con il provvedimento ablatorio, non più suscettibili di impiego nella specifica finalità pubblica cui sono stati vincolati (sent. n. 870 del 1984).

Si deve conclusivamente riaffermare, quindi, che nelle espropriazioni disposte in attuazione di un piano particolareggiato, l'approvazione di un successivo strumento urbanistico che incide sulla destinazione dei beni espropriati, ma non utilizzati, liberandoli da ogni vincolo espropriativo o destinandoli ad un'opera affatto diversa, fa venir meno, rispetto a tali beni, la specifica causa di interesse pubblico per la quale sono stati appresi, e non essendo perciò più possibile dare agli immobili la destinazione prevista nel decreto di espropriazione e non attuata, si determina una situazione di giuridica inutilizzabilità degli stessi, che attribuisce al privato il diritto di ottenerne la retrocessione, salva la facoltà della p.a. di promuovere una nuova e diversa espropriazione in base alle mutate previsioni.

Come si legge nella sentenza impugnata, nel caso in esame gli immobili vennero espropriati per la "sistemazione dell'isolato compreso fra la via dei Cerchi, del Velabro e di S. Teodoro"; ma essi non furono utilizzati, e non sono più utilizzabili, in conformità a tale destinazione di piano (che ne prevedeva la demolizione), giacché con il nuovo Piano regolatore sono stati compresi fra quelli aventi un particolare valore storico ed ambientale.

E' venuta a cadere, quindi, la causa di pubblica utilità giustificativa del trasferimento coattivo, sostituita con una destinazione conservativa incompatibile, sicché correttamente la Corte di appello ha affermato la giurisdizione del giudice ordinario.

Ma la pronuncia non può essere confermata nel merito per la ragione preliminare ed assorbente qui di seguito precisata.

2. - Con il secondo motivo di ricorso, denunciando la violazione dei principi che regolano il diritto alla retrocessione, nonché vizi della motivazione, il Comune sostiene che erroneamente la sentenza impugnata ha affermato la legittimazione degli attori a proporre la domanda di retrocessione dell'intero immobile espropriato, laddove uno degli aventi causa dell'originario espropriato, precisamente Alessandro Del Gallo, non aveva agito in giudizio e perciò ciascuno degli istanti poteva esercitare il diritto soltanto nei limiti della propria quota.

Sotto quest'ultimo profilo la critica non merita accoglimento, ma la sentenza deve essere ugualmente cassata perché l'assenza del giudizio di detto soggetto, che non è stato chiamato a parteciparvi, dà luogo ad un vizio del contraddittorio rilevabile ex officio.

Occorre ricordare che, con l'appello, il Comune aveva dedotto, in via principale, l'esistenza di tale vizio, con conseguenziale nullità della pronuncia di primo grado, e, in via subordinata, il trasferimento del diritto pro-quota agli aventi causa, sicché - a suo avviso - la domanda poteva, al limite, essere accolta in questi sensi, non già per ottenere la materiale restituzione del bene espropriato.

La sentenza impugnata ha respinto questa tesi in quanto ha attribuito carattere inscindibile al diritto, ricondotto, per altro, nello schema dei rapporti obbligatori; ed ha negato la necessità del litisconsorzio per la ragione che i Del Gallo non avevano agito in qualità di eredi dell'espropriato, ma di cessionari inter vivos del diritto alla retrocessione, sicché l'azione poteva essere proposta singolarmente da ognuno senza la presenza degli altri, che da essa potevano trarre soltanto vantaggio. Con il ricorso, poi, il Comune non censura quest'ultimo profilo, riconoscendo che i Del Gallo non sono contitolari del diritto iure hereditario, ma - come si è detto

- critica la prima affermazione sia quanto alla natura obbligatoria del diritto che alla sua infrazionabilità.

Ciò posto, il problema che (per la prima volta, a quanto risulta) viene all'esame delle Sezioni unite, attiene all'esercizio, del diritto alla retrocessione, ex art. 63 l. n. 2359 del 1865, nell'ipotesi che più persone subentrano al posto dell'originario espropriato iure successionis o a titolo particolare; si tratta di stabilire: a) se il diritto possa essere fatto valere singolarmente da ciascuno degli aventi causa per l'intero immobile espropriato oppure debba essere esercitato nei limiti della propria quota; b) se nel giudizio di retrocessione sussista litisconsorzio necessario fra tutti i contitolari del diritto medesimo.

La risposta data dalla sentenza impugnata al quesito sub a) merita consenso, ma per ragioni in parte diversa da quelle addotte, sicché sul punto la motivazione deve essere corretta ex art. 384 comma 2 c.p.c.

Questa Corte ha da tempo chiarito, infatti, che nell'ipotesi di cui all'art. 63 l. espr. il diritto del privato alla retrocessione sorge automaticamente in conseguenza della definitiva impossibilità di destinare il bene espropriato alla realizzazione dell'opera pubblica, cioé del fatto che comporta la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità, ma per l'attuazione di tale diritto è necessaria una pronuncia giudiziale con la quale il bene medesimo viene ritrasferito dall'espropriante al privato previo pagamento del prezzo, che è determinato, sia pure secondo i criteri della legge di esproprio, con riferimento al valore attuale dell'immobile.

In base a tali caratteristiche dell'istituto, si è conseguentemente precisato che si configura un diritto potestativo, giacché alla pretesa restitutoria del privato fa riscontro una posizione di soggezione dell'espropriante; che il diritto è di attuazione giudiziale, in quanto per la sua realizzazione occorre una pronuncia che tiene il luogo, in pratica, dell'atto traslativo, è efficace ex nunc ed ha carattere costitutivo; il ritrasferimento deve riguardare l'intero immobile, al quale deve conseguentemente essere commisurato il prezzo, essendo esclusa qualsiasi possibilità di frazionamento tra l'Amministrazione e il privato (sent. n. 575 del 1985; n. 870 del 1984; n. 6257 del 1982; n. 1925 del 1969).

Ciò rende evidente, per quanto interessa ai fini del problema in esame, l'inconsistenza della tesi secondo cui, al verificarsi del fatto comportante la decadenza della pubblica utilità, sorgerebbe immediatamente un rapporto obbligatorio in forza del quale l'espropriante sarebbe tenuto a riconsegnare senz'altro il bene al privato. E la conseguenza è che non possono essere utilizzati gli schemi della successione di più soggetti nell'unico rapporto obbligatorio né può essere invocata (almeno direttamente) la disciplina propria delle obbligazioni indivisibili.

Inoltre, trattandosi di un diritto potestativo ad oggetto inscindibile, il suo trasferimento inter vivos o mortis causa ad una pluralità di persone non ne comporta il frazionamento, bensì l'attribuzione a ciascuna di esse, che può esercitarlo in modo autonomo; e anche in tal caso la domanda di retrocessione deve necessariamente riguardare l'intero bene e impone il pagamento dell'intero prezzo, rimanendo un fatto interno ai contitolari la ripartizione dell'onere relativo in funzione delle quote.

A conferma di ciò basti considerare che, se il diritto fosse esercitabile pro-quota, il mancato esercizio da parte di uno dei contitolari porrebbe l'Amministrazione nella condizione di essere obbligata a conservare, contro la propria volontà, la comproprietà dell'immobile ed a riceversi un prezzo non più commisurato al bene, ma al valore della quota; le quali conseguenze sono chiaramente inaccettabili, oltre che contrarie all'espresso disposto dell'art. 63 cit.

In definitiva, ha ben giudicato la sentenza impugnata nel riconoscere la legittimazione degli istanti a domandare la retrocessione dell'intero immobile.

Il quesito sub b) deve essere risolto, invece, in senso opposto all'opinione della Corte di appello, la quale - fuorviata dall'idea che la retrocessione dia luogo ad un diritto di credito ad ottenere il ritrasferimento - ha escluso l'esistenza del litisconsorzio necessario attribuendo rilievo al titolo di acquisto (inter vivos e non mortis causa), mentre la necessità della presenza in giudizio di tutti i contitolari del diritto scaturisce ineluttabile dal carattere costitutivo della pronuncia e, soprattutto, dall'unitarietà del rapporto oggetto del processo. »»

CASS 10894/2001: «« . - La corte d'appello di Brescia, con sentenza del 17.2.1998, in parte confermando ed in parte modificando la decisione di primo grado, ha accolto la domanda di retrocessione proposta dalla società Stabilimento di Zanica di Carini Adriana e C. in confronto della Azienda nazionale autonoma delle strade.

1.1. - La corte ha accertato i seguenti fatti.

Il prefetto di Bergamo, con decreto del 23.3.1978, aveva pronunciato a favore dell'Anas l'espropriazione di un fondo di proprietà della società Stabilimento di Zanica.

L'area, che nel P.R.G. era compresa in una zona destinata alla viabilità, avrebbe dovuto essere utilizzata nell'ampliamento della bretella di accesso al raccordo autostradale di Bergamo e nella costruzione di un'area di servizio.

La prima parte dell'opera era stata realizzata ed in essa era stata inglobata una porzione dell'area.

L'esecuzione della seconda parte era stata impedita dalla diversa destinazione impressa alla residua superficie da parte del Comune.

Il consiglio comunale di Bergamo, con delibera del 30.7.1982, aveva adottato un piano particolareggiato per insediamenti produttivi e, con variante al P.R.G., aveva destinato la superficie residua dell'area espropriata ad insediamenti produttivi ed alle relative infrastrutture.

Il piano particolareggiato era stato approvato il 14.6.1983; la giunta aveva deliberato l'espropriazione con decreto del 16.4.1984; il Comune aveva preso possesso dell'area il 20.6.1984 e la Provincia aveva determinato l'indennità di espropriazione in L. 95.700.000, pari al suo valore di mercato.

1.2. - La corte, decidendo sull'appello dell'Anas, ha riaffermato la giurisdizione del giudice ordinario.

Per queste considerazioni.

La situazione di fatto era riconducibile alla figura della retrocessione parziale.

La società aveva diritto ad ottenere la retrocessione della parte di superficie che non aveva potuto essere impiegata per eseguire l'opera originaria.

Questo diritto poteva essere direttamente accertato dal giudice ordinario.

Nel caso, erano bensì mancati, prima che la domanda fosse proposta, gli atti cui l'art. 61 della legge 2359 del 1865 ricollega il sorgere del diritto alla retrocessione nel caso che l'opera sia stata eseguita.

Tuttavia, che i beni non potessero servire più per eseguire l'originaria opera pubblica non aveva bisogno d'essere dichiarato dal beneficiario dell'espropriazione o dall'autorità che l'aveva pronunciata.

Tale effetto derivava già dalla diversa destinazione impressa alla superficie residua dalla variante al piano regolatore e dal nuovo procedimento di espropriazione seguito sulla sua base.

1.2. - La corte ha condannato l'Anas a pagare alla società attrice la somma di L. 89.706.260, pari alla differenza tra l'indennità che l'Azienda aveva pagato e quella che aveva a sua volta ricevuto, ed ha aumentato la somma degli interessi legali dalla data della domanda.

2. - L'Ente nazionale strade, difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha chiesto la cassazione della sentenza, con ricorso notificato il 25.2.1998.

La società Stabilimento di Zanica ha resistito con controricorso.

3. - La cassazione della sentenza è stata chiesta anche per motivi attinenti alla giurisdizione e per l'esame di tale questione il ricorso è stato assegnato alle sezioni unite.

La società si è difesa sollevando pregiudizialmente due questioni circa la ammissibilità e proponibilità del ricorso.

Ha depositato una memoria.

Motivi della decisione

1. - Il ricorso è ammissibile.

1.1. - Il D. Lgs. 26 febbraio 1994, n. 143 - entrato in vigore nel corso del giudizio di appello - ha trasformato l'Azienda nazionale autonoma per le strade statali nell'Ente nazionale per le strade.

L'art. 2.4. del decreto ha disposto che l'Ente può avvalersi del patrocinio dell'Avvocatura dello Stato.

La disposizione di legge configura un caso di patrocinio facoltativo da parte dell'Avvocatura dello Stato (art. 43, secondo comma, R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611).

Anche in caso di patrocinio facoltativo, gli avvocati dello Stato esercitano le loro funzioni senza bisogno di mandato (art. 1, secondo comma, e 45 del R.D. 1611 del 1933) (Sez. Un. 21 luglio 1999 n. 484/S.U.).

Diversamente da quanto sostenuto nel controricorso, il ricorso proposto dall'Ente nazionale per le strade è perciò ammissibile, sebbene non risulti che sia stata conferita procura all'Avvocatura dello Stato.

1.2. - L'esecuzione spontanea di una sentenza di condanna esecutiva non costituisce un comportamento incompatibile con la volontà di avvalersi delle impugnazioni ammesse dalla legge (art. 329, primo comma, cod. proc. civ.).

Dunque, se anche dopo la pubblicazione della sentenza l'Ente avesse pagato le somme per le quali era stata condannato, ciò non escluderebbe che il ricorso potesse essere proposto.

2. - Il ricorso contiene quattro motivi.

Il primo denunzia un vizio di violazione di norme di diritto e di norme sul procedimento (art. 360 nn. 3 e 4 cod. proc. civ., in relazione agli artt. 60 e 61 L. 25 giugno 1865, n. 2359 ed all'art. 112 cod. proc. civ.).

La tesi è che le norme sulla retrocessione non potevano essere applicate, perché l'istituto è ordinato a rendere possibile il riacquisto del bene, che resta invece impedito quando del medesimo bene si ha una seconda espropriazione.

Si sostiene, inoltre, che l'attrice, per il caso che non avesse potuto essere pronunciata condanna alla retrocessione, aveva proposto una domanda subordinata di risarcimento del danno e che la sentenza di merito ha invece accolto una diversa domanda, di condanna a versarle l'indennità pagata per la seconda espropriazione.

Il secondo è un motivo che attiene alla giurisdizione (art. 360 n. 1 cod. proc. civ., in relazione all'art. 61 della legge 2359 del 1865).

Vi si sostiene la tesi che la dichiarazione per cui la parte di area non impiegata nella costruzione dell'opera non serve più alla sua esecuzione non può essere sostituita da un diverso atto o provvedimento e perciò da una successiva dichiarazione di pubblica utilità che imprima all'area residua una diversa destinazione.

Il terzo ed il quarto motivo denunziano vizi di violazione di norme di diritto (art. 360 n. 3 cod. proc. civ., in relazione agli artt. 50 e 60 della legge 2359 del 1865).

Sul presupposto che possa tuttavia aversi applicazione dell'istituto della retrocessione, i motivi concernono il modo in cui deve essere determinata la somma dovuta dal primo espropriato, che, per le norme sulla retrocessione, dovrebbe pagare il prezzo dei beni non utilizzati.

3. - La questione di giurisdizione è pregiudiziale rispetto ad ogni altra, anche a quelle sollevate nel primo motivo.

Queste consistono essenzialmente nello stabilire se, proposta una domanda di retrocessione quando già il bene da retrocedere sia stato di nuovo espropriato, la domanda deve essere rigettata perché non la retrocessione può essere pronunciata, ma se mai la condanna a versare alla parte la seconda indennità.

Orbene, le questioni sulla proponibilità della domanda e sulla pertinenza del diritto seguono quella sulla giurisdizione (art. 386 cod. proc. civ.).

4. - La questione di giurisdizione deve essere risolta statuendo che, alla data in cui è stata proposta, la domanda rientrava nella competenza del giudice ordinario.

Le ragioni sono quelle che si verranno esponendo.

Va avvertito che, nel farlo, si avrà riguardo al sistema di riparto tra giurisdizione ordinaria e amministrativa anteriore al D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 80 ed alla L. 21 luglio 2000, n. 205, prescindendo perciò da qualsiasi considerazione circa possibili interferenze delle disposizioni dettate nell'art. 34 del decreto e nell'art. 7 della legge sulle controversie in tema di retrocessione.

5. - La L. 25 giugno 1865, n. 2359 prevede il diritto degli espropriati di ottenere la restituzione dei fondi che non siano stati occupati nell'esecuzione delle opere di pubblica utilità.

Si tratta di un diritto potestativo (Cass. 6 marzo 1992 n. 2715; 1 luglio 1994 n. 6253; 28 luglio 1994 n. 7065; 17 gennaio 1997 n. 458) il cui contenuto consiste nel potere di riacquistare la proprietà del bene espropriato al prezzo che, se non può essere pattuito tra le parti, è determinato dal giudice, perciò nel potere di ottenere dal giudice una sentenza che pronuncia la retrocessione al prezzo stabilito (artt. 60, secondo comma e 63).

Sono disciplinate due diverse ipotesi.

Secondo le disposizioni della legge e nei loro aspetti fondamentali le ipotesi sono queste.

La prima si ha quando, realizzata l'opera, i beni espropriati sono rimasti in parte inutilizzati - art. 60 della legge.

L' art. 61 dispone che l'espropriante debba pubblicare un avviso indicandovi i beni che, non dovendo più servire all'esecuzione dell'opera, sono in condizione di essere rivenduti; se l'avviso non é pubblicato, chi ha interesse alla retrocessione può chiedere all'autorità di dichiarare con decreto quali beni non servono più all'opera pubblica.

Queste norme sono state costantemente interpretate nel senso che il diritto alla retrocessione sorge come effetto di uno dei due atti appena richiamati (Sez. Un. 5 agosto 1964 n. 2236; 20 maggio 1969 n. 1757; 30 maggio 1969 n. 1925; 16 luglio 1983 n. 4895; 13 novembre 1997 n. 11215; Cass. 28 luglio 1994 n. 7065; 19 febbraio 2000 n. 1912).

Perciò, quando l'espropriante non pubblica l'avviso, siccome la determinazione che lo può sostituire è frutto di una valutazione discrezionale, la posizione del privato è di interesse legittimo (Sez. Un. 21 febbraio 1974 n. 494; 18 gennaio 1977 n. 239; 16 luglio 1983 n. 4985: 19 novembre 1985 n. 5675; 9 ottobre 1990 n. 9915; 7 luglio 1994 n. 6378; 15 luglio 1999 n. 396; 13 aprile 2000 n. 134) e torna ad essere di interesse legittimo nel caso in cui il decreto dell'autorità che ha dichiarato inservibili i fondi residui sia poi annullato (Sez. Un. 21 febbraio 1974 n. 494; 22 novembre 1986 n. 6839).

La conseguenza è che del diritto alla retrocessione, in mancanza di uno dei due atti, non può essere chiesta tutela al giudice ordinario.

La seconda ipotesi si ha quando, trascorsi i termini di efficacia della dichiarazione di pubblica utilità, l'opera non sia stata eseguita.

Il diritto alla retrocessione sorge come effetto dell'esaurirsi dell'efficacia della dichiarazione di pubblica utilità e può quindi ricevere immediata tutela da parte del giudice ordinario (Sez. Un. 18 gennaio 1977 n. 239).

5.1. - L'applicazione delle norme sulla retrocessione si è rivelata fonte di più problemi nelle situazioni in cui alla prima espropriazione è seguito un diverso procedimento ablatorio, sulla base di una dichiarazione di pubblica utilità che ha impresso ai fondi una diversa destinazione incompatibile con la prima.

Le risposte che nella giurisprudenza della Corte sono state date a questi problemi, per quanto interessa qui, si possono sintetizzare in questi enunciati.

Si è affermato che, verificatisi i presupposti ai quali la legge ricollega il sorgere del diritto alla retrocessione, se sopravviene una seconda espropriazione, il diritto al riacquisto dei beni al prezzo stabilito non è estinto, ma si converte in quello al pagamento della seconda indennità di espropriazione (Sez. Un. 5 dicembre 1966 n. 2833; Cass. 30 novembre 1985 n. 5979; 6 marzo 1992 n. 2715).

Questo enunciato individua gli effetti della seconda espropriazione sul diritto alla retrocessione già sorto.

Il caso che si è presentato ai giudici di merito riguarda però non solo questo effetto, ma anche un effetto logicamente e cronologicamente anteriore.

Infatti, qui viene in esame l'idoneità del secondo procedimento d'espropriazione a determinare lo stesso insorgere della fattispecie costitutiva del diritto alla retrocessione.

Un problema di questo tipo si è presentato nel caso di successione di piani urbanistici.

Esso è stato affrontato in situazioni nelle quali, avutasi una parziale attuazione del precedente strumento, secondo l'assetto del territorio previsto nello stesso strumento o specificato attraverso la variante che aveva funto da supporto per l'espropriazione, una successiva variante aveva impresso una diversa destinazione all'area residua ed ai fondi in essa compresi, rimasti sin li non inutilizzati, e questo ne aveva reso impossibile l'impiego nell'attuazione delle opere originariamente previste nello strumento urbanistico.

La Corte, prima orientatasi nel senso che il fenomeno andasse ricondotto alla figura della retrocessione parziale (Sez. Un. 18 gennaio 1977 n. 239; 12 luglio 1978 n. 3509), ha poi ritenuto che tali situazioni, rispetto ai fondi rimasti affatto inutilizzati, debbono trovare disciplina secondo lo schema della retrocessione totale (Sez. Un. 6 febbraio 1984 n. 870; 16 gennaio 1986 n. 209; 18 agosto 1990 n. 8431; 30 maggio 1991 n. 6144. Non vi contraddicono le decisioni delle sezioni unite 28 novembre 1990 n. 11463 e 24 aprile 1992 n. 4971, perché sono state pronunciate in casi nei quali non si era avuta una successiva diversa destinazione dei fondi, la cui retrocessione era stata direttamente chiesta al giudice ordinario).

Il primo orientamento aveva assunto a fondamento il criterio che la trasformazione del territorio prevista da un piano urbanistico sia da considerare come un'opera unitaria, anche se composita, sicché, quando il piano ha ricevuto attuazione, almeno in parte, si ricade nello schema della retrocessione parziale.

La capacità di applicazione di questo criterio, nella situazione prima schematizzata, è stata invece ristretta dalla successiva giurisprudenza al caso che "il mancato utilizzo si verifichi nell'ambito della stessa opera, rimasta inalterata nella configurazione risultante dalla dichiarazione di pubblica utilità posta a base del provvedimento ablatorio, in quanto cioé rimangano ferme le previsioni di piano che consentono, per un verso, di qualificare l'intervento riguardante l'immobile espropriato come elemento dell'opera complessa programmata e, per un altro verso, di considerare l'immobile medesimo come parte non (ancora) utilizzata dell'area globalmente destinata all'opera complessa".

Il principio di diritto espresso dalla sentenza 870 del 1984, ripreso dalla sentenza 6144 del 1991, si incentra su queste considerazioni: - "... con riferimento alla generalità dei casi occorre considerare, da un lato, che la dichiarazione di pubblica utilità, che accede all'approvazione del piano particolareggiato, in concreto afferisce - come testualmente precisa, del resto, l'art. 16 della L. 17 agosto 1942, n. 1150 - alle singole opere di interesse pubblico per cui si richiede lo strumento ablatorio, le quali costituiscono perciò la specifica causa di pubblica utilità giustificativa dell'apprensione degli immobili o delle zone destinate alla loro realizzazione; e, dall'altro, che l'approvazione della variante - la quale del pari implica dichiarazione di pubblica utilità delle opere di interesse generale in essa previste (art. 16, ult. comma) - modifica in maniera corrispondente l'originaria dichiarazione, che deve ritenersi revocata quanto alle previsioni sostituite o, comunque, caducate per incompatibilità.... Da ciò consegue che le espropriazioni disposte per l'esecuzione delle opere oggetto di tali previsioni del piano cessano di essere sorrette dalla dichiarazione di pubblica utilità, sicché gli immobili così acquisiti, di fatto già non usati, diventano giuridicamente inutilizzabili per lo scopo stabilito, tanto se con la variante siano stati liberati da qualsiasi vincolo espropriativo, quanto se siano stati assoggettati ad una nuova e diversa destinazione pubblica".

5.2. - L'enunciato su cui ci si è appena finiti di soffermare rappresenta d'altro canto la specificazione di un principio più generale, secondo il quale l'efficacia della dichiarazione di pubblica utilità sulla cui base i fondi sono stati espropriati si esaurisce ogni volta che "... indipendentemente dalla scadenza del termine fissato nella dichiarazione di pubblica utilità, l'opera pubblica in questa prevista ed in contemplazione della quale l'espropriazione era stata disposta non sia attuata, e siano sopravvenuti fatti che tale attuazione abbiano reso, con assoluta certezza, definitivamente impossibile, determinando una irreversibile situazione di giuridica inutilizzabilità dell'immobile espropriato secondo la destinazione originariamente prevista e non attuata" (Cass. 26 giugno 1990 n. 6492; Cass. 5 marzo 1999 n. 1871).

5.3. - La corte d'appello, dopo aver accertato che l'opera programmata con la prima dichiarazione di pubblica utilità consisteva da un lato nell'allargamento della sede stradale dall'altro nella costruzione di un'area di servizio, ha accertato che la prima parte dell'opera era stata eseguita, ma che la realizzazione della seconda parte era stata resa impossibile dal fatto che l'area non ancora utilizzata per la stazione di servizio aveva ricevuto una diversa destinazione nell'ambito di un nuovo procedimento d'espropriazione.

In questa situazione giuridica e di fatto ha ritenuto che il diritto alla retrocessione dell'area residua fosse sorto come effetto diretto della nuova destinazione impressa all'area e questo perché, nella situazione data, il potere di stabilire se l'area residua servisse alla parte d'opera già realizzata non aveva spazio per esplicarsi.

La soluzione deve essere ritenuta conforme a diritto.

5.4. - La figura della retrocessione parziale ha ragione d'essere distinta da quella della retrocessione totale, non solo perché nella prima l'opera pubblica programmata in base alla dichiarazione di pubblica utilità ha trovato esecuzione mediante l'impiego dei beni espropriati per quello scopo, sebbene parte o taluni d'essi non siano stati materialmente impegnati, ma anche perché, rispetto ai beni non ancora utilizzati e che l'espropriato avrebbe interesse a riacquistare, tuttora può esercitarsi una valutazione discrezionale circa la convenienza di utilizzarli in funzione dell'opera realizzata (anche solo una relazione di accessorietà o dipendenza con l'opera realizzata è infatti considerata sufficiente a tale fine: Cass. 5 agosto 1964 n. 2236; Sez. Un. 20 maggio 1969 n. 1757).

Nella figura della retrocessione parziale, quindi, la dichiarazione dell'autorità, richiesta dall'espropriante, ha il valore di un riesame circa la permanente destinazione di pubblica utilità dei beni relitti.

La dichiarazione che i beni più non servono all'opera pubblica determina perciò, dal momento in cui il provvedimento è adottato, il restringersi degli effetti della dichiarazione di pubblica utilità ai beni già impiegati nell'esecuzione dell'opera e per converso il sorgere del diritto alla retrocessioneper quelli liberati dalla destinazione che prima v'era stata impressa.

Se non che, quando i beni non ancora utilizzati sono investiti da una successiva diversa dichiarazione di pubblica utilità ed in funzione di questa vengono espropriati; per la parte in cui ne viene programmata una utilizzazione diversa da quella di essere impiegati in funzione dell'opera già realizzata, vengono meno insieme sia la possibilità di tornarne a considerare l'utilità in funzione della prima opera sia la necessità della dichiarazione dell'autorità.

Non può infatti richiedersi che sia esercitato un potere quando ne manchi l'oggetto.

Quello stesso risultato, di restringere gli effetti della prima dichiarazione di pubblica utilità, che si attenderebbe dal provvedimento dell'autorità previsto dal terzo comma dell'art. 61 della legge, è stato già prodotto dalla seconda dichiarazione di pubblica utilità - ed al giudice ordinario, allora, altro non si chiede se non di dichiarare che tale effetto è stato prodotto e trarne le conseguenze sul piano del diritto alla retrocessione.

Si rivela così che anche nella situazione in esame, come in quella considerata dalla giurisprudenza a proposito della successione di piani urbanistici, la natura composita dell'opera; la utilizzazione, per la sua esecuzione, di una parte solo dei beni espropriati; la destinazione di quelli ancora non utilizzati ad una diversa opera dichiarata di pubblica utilità; consentono di ritenere applicabile ai secondi beni il meccanismo di tutela giurisdizionale del diritto alla retrocessione secondo lo schema della retrocessione totale. »»


CASS 11839/2003: «« on atto notificato il 22 novembre 1973 Cesira Buttignon Ferrari Frey, Maria Maddalena Ferrari Frey in Delfino, Maria Federica Ferrari Frey, Ettore Ferrari Frey, eredi del defunto Gian Giacomo Ferrari Frey, citavano il Comune di Roma innanzi al Tribunale di Roma, chiedendo la retrocessione di taluni immobili, siti in via Piave, numeri 69, 71 e 73, espropriati, insieme ad altri beni contigui, con decreto prefettizio del 31 dicembre 1965 ai sensi della legge n. 2359 del 1865, ma non utilizzati poi per l'esecuzione dell'opera pubblica in vista della quale era intervenuta l'espropriazione.

Il Comune di Roma costituitosi in giudizio, eccepiva il difetto di giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria, deducendo che la fattispecie in esame era ascrivibile a quella prevista dall'art. 60 della legge n. 2359 del 1865 e non a quella di cui all'art. 63.

Il Tribunale accoglieva l'eccezione, ma la Suprema Corte di Cassazione, con sent. n. 209/86, dichiarava la giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria.

Riassunto il giudizio, il Tribunale di Roma, con sent. n. 6678/93:

accertava e dichiarava la decadenza del Comune di Roma dalla dichiarazione di pubblica utilità, effettuata con decreto prefettizio 16583 del 13 novembre 1965, della parte del cespite immobiliare oggetto di detta espropriazione, inserito al catasto al foglio n. 473, particella 23 e costituito dall'area e dai manufatti ivi insistenti, contrassegnati dai numeri civici 69, 71 e 73, ad eccezione della zona adibita a giardino e di quella edificata sopra lo sperone di mura romane, secondo la specificazione effettuata in motivazione;

dichiarava, ai sensi dell'art. 63, L. n. 2359 del 1865, il diritto degli attori e intervenuti, aventi causa dal proprietario espropriato Ferrari Frey Giacomo, alla retrocessione del bene;

determinava in L. 927.575.652 il prezzo complessivo della retrocessione da versarsi al Comune di Roma;

respingeva la domanda di risarcimento danni proposta dagli attori ed intervenuti;

condannava il Comune di Roma al rimborso in favore degli attori e intervenuti della metà delle spese di giudizio.

Con atto di citazione notificato il 12 novembre 1993, Cesira Buttignon Ferrari Frey ed i figli Maria Maddalena Ferrari Frey, Maria Federica Ferrari Frey ed Ettore Ferrari Frey, proponevano appello avverso detta sentenza dinanzi alla Corte d'appello di Roma, censurando le statuizioni relative alla esclusione della retrocessione dell'area destinata a giardino e degli immobili edificati sopra il così detto sperone delle mura Aureliane, alla determinazione del prezzo della retrocessione, alla domanda di risarcimento danni, alla regolazione delle spese del giudizio ed alla riduzione degli onorari.

Si costituiva in giudizio il Comune di Roma resistendo al gravame e proponendo a sua volta appello incidentale.

Si costituiva, altresì, in giudizio Maria Carolina Ferrari Frey che con appello incidentale aderiva totalmente al gravame proposto dagli appellanti principali.

Con sentenza 6 aprile 1999, depositata il 28 giugno 1999, la Corte di Appello riduceva a L. 556.349.000 il prezzo della retrocessione, confermando nel resto la impugnata sentenza.

Avverso detta sentenza Cesira Buttignon Ferrari Frey, Maria Maddalena Ferrari Frey in Delfino, Maria Federica Ferrari Frey, Ettore Ferrari Frey hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo, illustrato con memoria. Il Comune di Roma ha resistito con controricorso. I ricorrenti hanno anche presentato in udienza osservazioni scritte sulle conclusioni del pubblico ministero.

Motivi della decisione

Con l'unico motivo di ricorso i ricorrenti denunciano violazione o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3).

La pronuncia della Suprema Corte n. 209 del 16 gennaio 1986, intervenuta nel presente giudizio, con il sancire la giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria e l'applicabilità, nel caso di specie, dell'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, avrebbe sottratto alla Pubblica Amministrazione ogni potere di discrezionalità nel consentire o meno la retrocessione dei beni a suo tempo espropriati, riconoscendo ai ricorrenti il diritto a riacquistare, mediante l'istituto della retrocessione, la proprietà e la disponibilità dei beni medesimi così come l'avevano prima dell'espropriazione.

Non sussisterebbe, dunque, alcuna legittima possibilità per la P.A. di decidere quali, tra i beni a suo tempo oggetto di esproprio, debbano essere retrocessi e quali no, spettando soltanto a parte ricorrente - nell'ambito dell'esercizio del proprio diritto potestativo alla retrocessione, riconosciuto su tutti i beni oggetto della domanda - decidere se rientrare in possesso di tutti i beni o di soltanto alcuni di essi.

Se così non fosse, ci si sarebbe trovati di fronte ad un provvedimento amministrativo e la giurisdizione sarebbe stata del giudice amministrativo e non di quello ordinario.

I giudici di merito non avrebbero dovuto interrogarsi, pertanto, sulla individuazione dei beni da retrocedere, essendo tale individuazione, nel regime di applicazione dell'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, conseguente soltanto alla domanda del titolare del diritto potestativo alla retrocessione.

Essendo stato l'istituto della retrocessione introdotto dal legislatore al fine di consentire al cittadino espropriato di riacquistare, in caso di cessazione della pubblica utilità, quanto era stato costretto a cedere, il giudice "a quo" avrebbe dovuto affermare il diritto degli attuali ricorrenti a riacquistare anche quelle porzioni immobiliari che - violando l'art. 63 summenzionato ed il giudicato costituito dalla sent. n. 209 del 16 gennaio 1986 - aveva, invece, escluso dalla retrocessione.

La sentenza impugnata, inoltre, violerebbe la legge anche con la statuizione di esclusione della sussistenza del danno lamentato dai ricorrenti.

Il giudice "a quo" avrebbe dovuto riconoscere loro quanto meno il danno coincidente con il mancato godimento dei frutti maturati a far tempo dalla data di pubblicazione della sentenza, con la quale il Tribunale di Roma aveva accertato la sussistenza dei presupposti della retrocessione, danno pari al corrispettivo delle locazioni degli immobili, per cui è causa, che il Comune di Roma avrebbe continuato a percepire dopo la data summenzionata.

Le censure dei ricorrenti non appaiono condivisibili.

Con riguardo alla denunciata violazione del giudicato il collegio osserva:

con sentenza 10 ottobre 1980-12 maggio 1981 il Tribunale di Roma dichiarò improponibile la domanda di retrocessione per difetto di giurisdizione del giudice ordinario, osservando che la fattispecie - riguardando beni non utilizzati per l'esecuzione dell'opera pubblica - integrava una ipotesi di retrocessione parziale, rispetto alla quale può configurarsi a favore del privato soltanto un interesse legittimo a che la competente autorità amministrativa riconosca che i beni residui non servono più per la realizzazione dell'opera pubblica, con discrezionalità di apprezzamento che non può essere sostituito da un accertamento del giudice ordinario.

Detta sentenza fu impugnata dai ricorrenti con regolamento di giurisdizione.

Le sezioni unite di questa corte, con la citata sent. n. 209 del 1986, dichiararono la giurisdizione del giudice ordinario, osservando:

che la domanda proposta dagli attuali ricorrenti si riferisce alla retrocessione di beni che erano stati espropriati in base ad un piano particolareggiato non più suscettibile di essere realizzato ed attuato, sia per la incompatibilità col nuovo assetto urbanistico impresso alla zona, in cui erano ubicati i beni espropriati, dalla variante deliberata dal Consiglio Comunale il 17 ottobre 1967, sia - e a prescindere quindi anche dalla approvazione di tale variante - per essere l'efficacia del piano venuta meno il 31 dicembre 1972 (data di scadenza dell'ultima proroga dell'efficacia dei piani particolareggiati relativi al piano regolatore generale di Roma del 1931);

che l'approvazione della successiva variante o la sopravvenuta inefficacia del piano originario, in base a cui fu disposta l'espropriazione, avevano comportato la revoca della precedente dichiarazione di pubblica utilità in ordine alle previsioni del piano sostituite o caducate, con la conseguenza che, non essendo più possibile dare agli immobili, per cui è causa, la destinazione prevista nel decreto di espropriazione e non attuata, si era determinata una situazione di giuridica ed obbiettiva (rilevabile cioè indipendentemente da qualsiasi valutazione discrezionale della Pubblica Amministrazione circa la utilità del bene oggetto della domanda di retrocessione) inutilizzabilità degli stessi, che attribuiva agli attuali ricorrenti il diritto di pretenderne la retrocessione ai sensi dell'art. 63 (disciplinante la ipotesi della retrocessione totale) e non ai sensi dei precedenti artt. 60 e 61 (disciplinanti la ipotesi della retrocessione parziale) della legge n. 2359 del 1865, per cui la relativa domanda rientrava nella cognizione del giudice ordinario.

Atteso quanto precede e considerato che, secondo il disposto dell'art. 386 c.p.c., la decisione sulla giurisdizione, essendo determinata dall'oggetto della domanda, viene emessa in base agli elementi dedotti ed allegati dalla parte, ma non ancora effettivamente accertati, e che, per tale ragione, non pregiudica le questioni sulla pertinenza del diritto e sulla proponibilità della domanda (cfr. in tale senso tra le molte: Cass. n. 2197 del 1968; n. 3943 del 1986; n. 4341 del 1995), la sentenza summenzionata impediva al giudice di merito soltanto di rimettere in discussione la natura di diritto soggettivo della situazione giuridica, che fonda la pretesa degli attuali ricorrenti, e la qualificazione giuridica della domanda, da loro proposta (vale a dire il fatto che integra un ipotesi di retrocessione totale, disciplinata dall'art. 63 della legge n. 2359 del 1865), ma non precludeva allo stesso di valutare la sussistenza o meno del diritto alla retrocessione dei beni richiesti.

La denunciata violazione del giudicato, costituito da detta sentenza, non ha, pertanto, alcun giuridico fondamento.

Passando all'esame della censura di violazione dell'art. 63 della citata legge n. 2359 del 1865 il collegio osserva.

Come risulta dalla sentenza impugnata, il Tribunale di Roma, previa declaratoria della decadenza del Comune di Roma dalla dichiara ione di pubblica utilità, ha disposto la restituzione ai ricorrenti della parte del cespite immobiliare espropriato con decreto prefettizio 31 dicembre 1965, inserito al catasto al foglio n. 473, particella 23, e costituito dall'area e da manufatti ivi insistenti, contrassegnati dai numeri civici 69, 71 e 73, ad eccezione della zona adibita a giardino e degli immobili edificati sopra lo sperone delle mura aureliane.

La Corte d'Appello di Roma ha confermato detta sentenza osservando:

che l'area destinata a giardino, essendo già destinata a verde pubblico nel momento in cui era intervenuto il decreto di esproprio, non aveva bisogno di ulteriori interventi per la realizzazione della utilizzazione prevista e per far conseguire all'ente espropriante la proprietà della stessa, essendo a tal fine necessario e sufficiente il solo decreto di esproprio;

che il vincolo espropriativo riguardava la destinazione a giardino pubblico dell'area e non la sua recinzione, per cui la recinzione della stessa realizzata in epoca successiva all'adozione del nuovo piano regolatore, che aveva impresso all'area in questione una diversa, ed incompatibile con la precedente, destinazione urbanistica, non poteva incidere in alcun modo sulla titolarità del bene, essendosi l'effetto ablatorio già verificato al tempo del decreto di esproprio;

che i locali realizzati sullo sperone delle mura aureliane avevano natura di bene demaniale;

che, quindi, per le suesposte ragioni, sia la zona adibita a giardino che quanto edificato sopra lo sperone di mura romane dovevano essere esclusi dalla retrocessione.

Tale decisione merita di essere condivisa.

L'art. 63 della legge n. 2359 del 1865 stabilisce che se l'opera, per la cui realizzazione è stata disposta l'espropriazione, non è stata eseguita o siano trascorsi i termini a tal fine concessi o prorogati, gli espropriati possono chiedere al giudice la declaratoria della decadenza della ottenuta dichiarazione di pubblica utilità e la restituzione dei beni espropriati.

Da tale disposizione si evince che l'espropriato può chiedere soltanto la retrocessione dei beni interessati dalla decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e, realizzando la retrocessione un nuovo trasferimento dall'espropriante all'espropriato (in tal senso è il costante orientamento giurisprudenziale di questa Corte: cfr., tra le molte, Cass. n. 2370 del 1963; Cass. n. 1034 del 1965; Cass. n. 607 del 1967; Cass. n. 1757 del 1969, resa a Sezioni Unite; Cass. n. 7628 del 1994; Cass. n. 5619 del 1998, resa a Sezioni Unite soltanto dei beni suscettibili di alienazione.

Devesi escludere, pertanto, che la retrocessione al privato possa riguardare beni demaniali, dato il loro regime di inalienabilità (art. 823 c.c.), anche se posseduti in precedenza dal privato stesso, che ne chiede la retrocessione, ed erroneamente (per il fatto che appartengono alla Pubblica Amministrazione e non all'espropriando) inclusi nel decreto di esproprio.

Conseguentemente si deve ritenere che l'espropriante ha diritto di chiede al giudice e questo ha il potere-dovere di verificare, come avvenuto nel caso di specie, se il bene, di cui viene chiesta dall'espropriato la retrocessione, rientri effettivamente tra quelli non più utilizzati e non più utilizzabili per la realizzazione dell'opera pubblica - vale a dire tra i beni interessati dalla decadenza della dichiarazione di pubblica utilità - o se il regime che lo riguarda ne consente l'alienazione.

Infondata è, infine, la censura, con cui i ricorrenti lamentano il mancato riconoscimento del danno per la indisponibilità degli immobili da retrocedere quanto meno a far tempo dalla data di pubblicazione della sentenza del tribunale di Roma.

Secondo il costante insegnamento di questa corte, che il collegio condivide, non ravvisando serie ragioni per discostarsene, l'effetto della retrocessione opera "ex nunc", ossia dal passaggio in giudicato della sentenza costitutiva, che, previa determinazione del prezzo, pronuncia la retrocessione, con la conseguenza che non sono configurabili pretese risarcitorie per la mancata disponibilità dei beni per il periodo precedente (cfr. in tal senso Cass. n. 10298 del 1992; Cass. n. 7628 del 1994; Cass. n. 5619 del 1998, resa a Sezioni Unite). »»


CASS 10298/1992: «« Tommaso Lopez con atto di citazione del 2.4.1985 convenne innanzi al Tribunale di Reggio Calabria il Consorzio per le aree di sviluppo industriale (A.S.I.) chiedendo la retrocessione del terreno, sito in Gallina espropriatogli con decreto del 25.10.1976 ai sensi dell'art. 147 d.p.r. 30.6.1967 n. 1523 in quanto, nonostante il decorso del quinquennio appositamente stabilito per la realizzazione delle finalità di pubblico interesse, non erano stati realizzati i previsti stabilimenti industriali che avevano giustificato l'espropriazione.

Si costituì il consorzio, chiedendo il rigetto della richiesta di retrocessione in quanto durante il tempo decorso erano state eseguite le opere infrastrutturali, anche se i lotti non erano stati venduti alle imprese industriali a seguito della trascrizione di una precedente citazione operata dal Lopez. Intervennero nel giudizio, in favore del consorzio alcune di queste ditte ed il giudice istruttore su richiesta del Lopez dispose il sequestro giudiziario del terreno.

L'adito Tribunale con sentenza non definitiva del 10.4.1987 convalidò il sequestro, dichiarò ammissibile gli interventi ed accolse la domanda di retrocessione, rigettando la richiesta di risarcimento dei danni per ritardata restituzione del bene avanzata dal retrocedente. Rimise la cause dinanzi all'istruttore per la determinazione del prezzo della retrocessione che il Lopez dovrà pagare.

Sul gravame principale del consorzio e su quelli incidentali spiegati dal retrocedente e da uno degli interventori la Corte d'appello di Reggio Calabria, con sentenza del 22.6.1989, ha confermato la sentenza non definitiva relativa al diritto alla retrocessione del Lopez, respingendo l'appello principale del Consorzio e quello incidentale del Lopez in ordine al risarcimento dei danni.

Secondo i giudici del merito l'obiettivo per il quale era stata disposta l'espropriazione del terreno del Lopez, finalizzata all'impianto di nuovi stabilimenti industriali, non può ritenersi raggiunto con la liberazione del suolo dai coloni, con l'eliminazione dell'agrumento e con il progetto di lottizzazione del suolo. Quello che conta è che gli impianti industriali da sviluppare sul terreno espropriato dallo stesso consorzio o da altri soggetti non sono stati per nulla realizzati nel termine del previsto quinquennio, sicché l'immobile sottratto al Lopez con il procedimento ablatorio non ha ricevuto quella specifica destinazione, stabilita nel provvedimento espropriativo a fondamento della pubblica utilità e della contestuale perdita della proprietà da parte del privato.

Inoltre, la trascrizione di una precedente domanda di restituzione proposta dal Lopez con atto dell'8.5.1979 non avrebbe potuto dar luogo che ad una proroga dei termini - ove fosse stato provato il rifiuto all'acquisto da parte delle ditte industriali assegnatarie - ma non avrebbe potuto giammai impedire il conseguimento dello scopo da parte del consorzio realizzando o facendo realizzare nuovi insediamenti industriali.

Rigettando l'appello incidentale la Corte ritiene non fondato il richiesto risarcimento dei danni perché la scadenza del quinquennio non produce automaticamente la retrocessione del bene, prima della pronuncia costitutiva del giudice. (...) In altri termini, ai sensi dell'ultimo comma del predetto art. 147 che prevede e disciplina la retrocessione per le espropriazioni realizzate con la legge sul mezzogiorno, è rilevante solo il dato obiettivo della mancata utilizzazione degli immobili espropriati in conformità dello scopo prestabilito e dichiarato di pubblica utilità nel decreto di esproprio che è costituito dalla destinazione del suolo a sede di nuovi stabilimenti industriali.

Poiché è pacifico e non controverso che sul terreno espropriato non è stato realizzato alcun impianto industriale, né dal consorzio, né da imprese industriali a qualunque titolo (concessione o locazione), lo scopo di pubblica utilità è rimasta inattuato con il conseguente verificarsi del presupposto per la retrocessione prevista dall'ultimo comma della norma. Pur nella sua particolarità rispetto alle ipotesi generali di retrocessione totale o parziale previsti dagli artt. 60 e 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359; anche questo tipo di retrocessione attribuisce all'espropriato un diritto potestativo o un diritto al diritto (Recht zur Recht) nel senso che mentre non attribuisce al titolare un'immediata signoria sul bene, né una posizione di pretesa rispetto a singoli obbligati, pone l'amministrazione espropriante in una situazione di pura e semplice soggezione, non essendole consentito di opporsi alla retrocessione una volta che si sono verificati, come nella specie, tutti i presupposti per la retrocessione (Cfr. Cass., 6 marzo 1992, n. 2715). Ed infatti non è ipotizzabile né un'obbligazione a carico della P.A. espropriante, né un inadempimento della predetta e di conseguenza un risarcimento del danno sotto il profilo della responsabilità per mancato adempimento come meglio si vedrà in sede di esame del ricorso incidentale.

Il rigetto del primo motivo del ricorso principale comporta altresì l'assorbimento dell'argomentazione relativa alla convalida dell'operato sequestro giudiziario del bene.

Con il secondo motivo del proposto ricorso principale il Consorzio A.S.I. censura, in via subordinata, l'impugnata sentenza sostenendo che la Corte d'Appello ha omesso di considerare che la trascrizione della prima domanda giudiziale del Lopez di restituzione del fondo, oltre ad assolvere i compiti suoi propri, previsti dagli artt. 2652 e ss. ha prodotto effetti riflessi impeditivi della libera circolazione dei beni espropriati.

La censura non è fondata. I giudici di merito hanno rilevato in punto di fatto la mancata prova da parte del Consorzio ricorrente che le imprese industriali alle quali sarebbero stati assegnati i singoli lotti si sarebbero rifiutate di procedere al loro acquisto a causa della trascrizione della domanda di registrazione del bene. Dopo questo argomento di carattere risolutivo, peraltro non impugnato, i giudici di merito hanno riportato la giurisprudenza di questa Corte secondo cui la trascrizione della domanda giudiziale, non impedisce in alcun modo gli atti di disposizione, dall'altro resta del tutto inoperante se il relativo giudizio si estingua o non si concluda - come nella specie - con una sentenza favorevole. Non senza aggiungere, infine, che l'avvenuta trascrizione non può essere fatta valere in un successivo autonomo giudizio che non sia la riassunzione di quello precedente (Cass. 7 luglio 1988, n. 4464; 3 aprile 1980, n. 2160). Ed infatti, la trascrizione della domanda giudiziale che è configurata come un onere di chi si rivolge al giudice al fine di conservare il preteso diritto anche nei confronti del terzo acquirente, dopo l'inizio del processo, non impedisce in alcun modo gli atti di disposizione durante il corso del giudizio. La trascrizione infatti, nei casi in cui è prevista dalla legge, mira di regola a risolvere un conflitto di diritto sostanziale tra più acquirenti; quella delle domande giudiziali, in particolare, consente l'operatività del quarto comma dell'art. 111 c.p.c., nel senso di rendere possibile che l'efficacia della sentenza retroagisca, secondo i principi generali al momento della domanda, anche rispetto a coloro che si sono resi acquirenti, nelle more del giudizio, del diritto controverso. Ed infatti anche gli acquirenti a titolo particolare non possono, sebbene non abbiano partecipato al giudizio, respingere gli effetti della sentenza che abbia accolto la domanda giudiziale proposta nei confronti dei loro danti causa, qualora mediante la trascrizione l'esistenza della domanda è stata portata a loro conoscenza prima dell'acquisto del bene.

Rigettato il ricorso principale occorre passare all'esame di quello incidentale autonomo, con il quale il Lopez censura l'impugnata sentenza che dopo aver riconosciuto il proprio diritto alla retrocessione, non ha conseguentemente ritenuto che il diritto era sorto sin dalla scadenza del quinquennio e che dal 1981 il consorzio detiene indebitamente il bene.

La censura non è fondata.

I giudici di primo grado, con sentenza non definitiva hanno riconosciuto il diritto alla retrocessione, ma il processo continua in primo grado per la determinazione del prezzo che il Lopez deve corrispondere al Consorzio per riottenere il bene. Il diritto alla retrocessione si configura come un jus ad rem potestativo ed a contenuto patrimoniale che non risolve la precedente espropriazione, la quale conserva la sua validità ed efficacia, ma determina un nuovo trasferimento, dietro corrispettivo, con effetto ex nunc a partire dalla sentenza che provvede sulla retrocessione e ne determina altresì il prezzo ove non sia stato stabilito amichevolmente. Il diritto alla retrocessione, infatti, non attribuisce al titolare un'immediata signoria sul bene, ma solo il diritto potestativo ad ottenere una sentenza costitutiva che comporti la caducazione sempre ex nunc del titolo legittimante la proprietà ed il possesso dell'espropriante (Cass. 26 aprile 1979, n. 2406; 5 maggio 1980, n. 2938).

In altri termini, proprio perché il diritto alla retrocessione è un diritto potestativo, ne discende l'inconfigurabilità di un risarcimento dei danni per ritardata restituzione del bene da retrocedere. Di fronte al diritto potestativo dell'espropriato sussiste la soggezione, ma non l'obbligazione dell'espropriante

Consorzio: e non è quindi configurabile né un adempimento, né un ritardo colpevole nell'adempimento, né infine una responsabilità e quindi un risarcimento per l'inadempimento per il ritardo. Questo collegio ha già avuto modo di sottolineare l'improspettabilità di una lesione del diritto potestativo sul piano del rapporto nel quale il diritto stesso è inserito, in quanto essendo consentito al titolare del diritto potestativo di realizzare ex se l'interesse presupposto, la controparte tenuta alla mera soggezione non può, né impedire, né ostacolare il risultato favorevole ed in mancanza di una prestazione da adempiere non è ipotizzabile, né la richiesta di adempimento, né la costituzione in mora per intimazione fatta per iscritto. In conclusione, poiché il potere spettante al retrocedente, che va sotto il nome di diritto potestativo, non è a sé stante, ma è incluso in un rapporto giuridico precostituito tra soggetti determinati, il collegare al diritto potestativo la tutela dell'aspettativa del risultato che deriverà dal suo esercizio è frutto di un'errata prospettiva, perché questa tutela è accordata o nell'ambito di un rapporto che lega già i soggetti o è concessa per un danno ingiusto contro il quale chiunque danneggiato - e non solo il titolare del diritto potestativo - è dall'ordinamento abilitato a reagire (conf. Cass. n. 2715 del 1992).

La verità è che non bisogna confondere tra il diritto potestativo alla retrocessione del bene, dal riacquisto, come conseguenza dell'esperita retrocessione del diritto di proprietà sul bene previo pagamento del prezzo, determinato amichevolmente dalle parti o dal giudice con apposita sentenza. Ne consegue che quando, come nella specie, il prezzo non è stato ancora né determinato, né pagato - ed anzi pende in primo grado il processo per la sua determinazione - il retrocedente non ha riacquistato ancora il diritto di proprietà sul bene già oggetto di espropriazione e per il quale ricevette a suo tempo il pagamento dell'indennità, ma lo riacquista in base a quella sentenza che determinando la controprestazione e cioè il prezzo da pagare da parte del retrocedente costituisce il titolo con efficacia ex nunc per il riacquisto della proprietà sul bene già espropriato. Al retrocedente, pertanto, non compete alcun risarcimento dei danni per le vicende relative all'attuazione del diritto potestativo, maturate prima della sentenza costitutiva e con efficacia ex nunc, poiché solo con la sentenza che accerta la sussistenza dei presupposti della retrocessione e al contempo determina il prezzo che il retrocedente deve pagare si riacquista la proprietà, così che sinallagmaticamente nel patrimonio dell'espropriato dal quale era uscito il bene ma era confluito la giusta indennità di espropriazione, ora con efficacia ex nunc rientra il bene previo pagamento del prezzo della retrocessione (Cass. 26 giugno 1990, n. 6492). »»


CASS 5619/1998: «« on citazione notificata il 19 maggio 1962 Goffredo Ziino e gli eredi di Sibaldo Ziino (Cesare Antonietta Sofia e Giuditta Ziino) unitamente al coniuge superstite Gilda Zanelli convennero dinanzi al Tribunale di Messina il ministero della difesa - marina, chiedendo la retrocessione del complesso immobiliare espropriato sull'assunto che il terreno non era mai stato utilizzato e che il fabbricato era stato definitivamente destinato ad abitazione degli ufficiali e delle loro famiglie nell'anno 1954.

Il ministero convenuto resistette alla domanda, deducendo che l'espropriazione era stata pronunciata genericamente per esigenze militari alle quali era conforme la destinazione del fabbricato prima ad uffici e poi ad alloggi.

Con sentenza non definitiva del 16 luglio 1965 il tribunale adito dichiarò la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità limitatamente al terreno, disponendo con separata ordinanza consulenza tecnica d'ufficio per la determinazione del relativo prezzo dovuto agli attori, e, con sentenza definitiva del 14 febbraio 1970, pronunciò la retrocessione del terreno in favore degli attori subordinatamente al versamento, da parte loro, del prezzo determinato in L. 152.802.300.

Proposte separate impugnazioni, poi riunite, contro dette sentenze dagli Ziino (essendo nel frattempo deceduta la Zanelli) e dal ministero della difesa, la corte d'appello di Messina - con sentenza non definitiva del 5 febbraio 1974 - rigettando la eccezione di difetto di giurisdizione nonché quella di prescrizione del diritto fatto valere dagli Ziino sollevate dal ministero, dichiarava la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità in ordine all'intero complesso immobiliare, riservandosi la pronuncia di retrocessione all'esito della determinazione del prezzo mediante nuova consulenza tecnica d'ufficio, disposta con separata ordinanza.

La corte territoriale osservava: che nella specie ricorreva un'ipotesi di retrocessione totale ai sensi dell'art. 63 della legge n. 2359/1865 - con conseguente giurisdizione del giudice ordinario - poiché l'espropriazione era stata pronunciata in base alla dichiarazione di pubblica utilità contenuta - nel r.d. n. 1128 del 7 dicembre 1882, finalizzata alla costruzione di opere di fortificazione dello stretto di Messina (e non a generiche esigenze militari), mentre nessuna opera di siffatta specie era stata eseguita; che l'eccezione di prescrizione era infondata perché il momento iniziale del relativo termine decennale andava individuato (pur essendo cessato lo stato di guerra il 15 aprile 1946) nella data del 26 maggio 1954, nella quale soltanto - con la redazione del verbale di passaggio dell'intero complesso immobiliare dal demanio militare al patrimonio - si era resa evidente e certa l'impossibilità di destinare lo stesso all'esecuzione dell'opera pubblica per la quale era stato espropriato.

Al termine della successiva fase istruttoria - nel corso della quale si costituivano gli eredi di Cesare Ziino indicati in epigrafe nonché, dopo varie vicende processuali, Antonia Ziino ved. Golino e Maria Dora Gullì Ziino quali coeredi di Vinicio Ziino intervenuto quale erede di Goffredo Ziino - la predetta corte d'appello, con sentenza definitiva del 4 marzo 1994, pronunciava la retrocessione a favore dei litisconsorti Ziino del fabbricato e del terreno a prezzo di L. 2.268.474.000, determinato sulla base del valore venale degli immobili calcolato dal consulente tecnico d'ufficio con riferimento al marzo 1986 (L. 1.543.180.000) ed aggiornata alla data della pronuncia definitiva con l'applicazione dell'indice ISTAT di svalutazione monetaria (1,47). (...) Sempre in via preliminare deve essere esaminata l'eccezione di inammissibilità dei ricorsi incidentali tardivi ex art. 334 c.p.c., sollevata dal ministero della difesa sul rilievo che detti ricorsi non riguardano le statuizioni della sentenza non definitiva investita dalle censure specifiche mosse col ricorso principale, ma solo la determinazione del prezzo di retrocessione effettuata con la diversa e successiva sentenza definitiva non censurata sul punto con l'impugnazione principale.

L'eccezione è infondata dal momento che l'impugnazione principale ha investito direttamente la sentenza definitiva che, integrandosi con quella precedentemente emessa, ha pronunciato la retrocessione degli immobili espropriati, determinando contestualmente il prezzo.

Nella specie trova, pertanto, applicazione il principio ormai consolidato nella giurisprudenza di questa corte (affermato dalla sentenza delle sezioni unite 7 novembre 1989 n. 4640 e successivamente più volte ribadito), secondo il quale l'impugnazione incidentale tardiva di cui all'art. 334 c.p.c. può essere proposta contro qualsiasi parte della sentenza che abbia deciso la controversia anche quando si tratti di capi autonomi, risultando ciò conforme alla "ratio" della norma che risiede nel rendere possibile, alla parte parzialmente soccombente, di accettare la sentenza soltanto se questa sia accettata dalla controparte, senza dover subire gli effetti della decadenza dal diritto d'impugnazione o della propria acquiescenza.

Deve, tuttavia, rilevarsi d'ufficio l'inammissibilità del controricorso e del ricorso incidentale di Maria Dora Gullì Ziino siccome proposto in base a procura apposta in calce alla copia notificata del ricorso principale e non trascritta nel controricorso.

E' noto, infatti (v. "ex plurimis": Cass. 26 giugno 1996 n. 5893, 8 luglio 1995 n. 7544, 10 marzo 1995 n. 2815), che la procura speciale per resistere al ricorso per cassazione e per proporre ricorso incidentale è validamente conferita con mandato apposto in calce alla copia notificata del ricorso principale, solo quando tale mandato sia non semplicemente richiamato ma trascritto nel controricorso, sì da garantire l'anteriorità o la contemporaneità del suo rilascio rispetto alla notificazione dell'atto medesimo.

2 - Col primo, secondo e quarto motivo del ricorso principale (ancorché prospettati in via gradata) il ministero della difesa ripropone l'eccezione difetto di giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria.

Con i primi due motivi, denunziando violazione degli artt. 60, 61 e 63 della l. 25 giugno 1865 n. 2359 in relazione all'art. 360 nn. 1 e 3 c.p.c., il ricorrente addebita alla corte d'appello l'errore di aver ritenuto applicabile alla fattispecie l'istituto della retrocessione totale senza considerare: a) che non era neppure ipotizzabile la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità per la mancata attuazione dell'opera programmata, poiché l'espropriazione era stata pronunciata - col decreto prefettizio del 22 agosto 1942 - per generiche esigenze militari e non per realizzare un'opera pubblica; b) che ricorreva un'ipotesi ammissibile alla retrocessione parziale in quanto, non essendo stato fissato un termine per la realizzazione dell'opera pubblica, rientrava nella discrezionalità della pubblica amministrazione stabilire se e quando dichiarare l'inutilizzabilità del complesso immobiliare espropriato.

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione su punti decisivi e deduce che la corte d'appello: a) sarebbe incorsa in contraddizione nell'affermare la giurisdizione del giudice ordinario sul rilievo che non erano state eseguite opere di interesse militare e nel riconoscere (respingendo l'eccezione di prescrizione del diritto fatto valere dagli attori) che fino al 1954 vi era stata una utilizzazione del fabbricato destinato agli uffici della marina b) avrebbe affermato in modo illogico che, "per carenza documentale non poteva darsi per certo che gli adempimenti prescritti dalla legge n. 2359/1865 (circa i termini ed il piano particolareggiato di esecuzione dell'opera) fossero stati effettivamente omessi".

I motivi, da esaminarsi congiuntamente essendo strettamente connessi, non meritano accoglimento.

Ai fini della risoluzione della prospettata questione di giurisdizione si rileva: che il fondamento del provvedimento di espropriazione del prefetto di Messina in data 22 agosto 1942 era costituito dalla dichiarazione di pubblica utilità della "costruzione delle opere di fortificazione dello stretto e della piazza di Messina", contenuta nel r.d. 7 dicembre 1882 n. 1128; che questo decreto era specificamente indicato nell'atto del ministero della marina in data 20 dicembre 1941, di approvazione dell'elenco degli immobili da espropriare in Messina; che il decreto prefettizio emesso ai sensi della legge n. 2359/1865 sull'espropriazione per pubblica utilità richiamava il predetto atto di approvazione; che sul complesso immobiliare espropriato agli Ziino non fu compiuta alcuna opera poiché esso fu utilizzato dal ministero nello stato e con le caratteristiche in cui si trovava al tempo dell'espropriazione.

E' pertanto evidente che, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente facendo leva sulla intitolazione del decreto prefettizio, l'espropriazione fu pronunciata non già per generiche esigenze militari, ma al fine specifico della costruzione di opere di fortificazione prevista dal regio decreto di dichiarazione di pubblica utilità; con la conseguenza che, non essendo stata compiuta la opera prevista da tale dichiarazione né alcun'altra opera, la fattispecie è stata correttamente inquadrata dalla corte d'appello nell'ipotesi della retrocessione totale prevista dall'art. 63 della legge n. 2359/1865.

La giurisprudenza di queste sezioni unite (v. tra le altre, le sentenze 4 novembre 1994 n. 9131, 6 febbraio 1984 n. 870) è costante nel distinguere l'ipotesi prevista da tale norma per il caso in cui l'opera non sia stata eseguita neppure in parte, da quella contemplata dagli artt. 60 e 61 per il caso di parziale esecuzione dell'opera, e nell'affermare l'esistenza - nel primo caso - di un diritto soggettivo alla retrocessione immediata tutelabile davanti al giudice ordinario, e - nel secondo - di un interesse legittimo tutelabile davanti al giudice amministrativo, in relazione al provvedimento dell'amministrazione con il quale si dichiari che taluni beni non servono più all'opera pubblica.

Si è inoltre precisato che, al fine di stabilire se ricorra l'una o l'altra ipotesi, deve considerarsi non solo il decreto di espropriazione ma anche e soprattutto la dichiarazione di pubblica utilità e l'opera in essa indicata e che non si può prescindere dal considerare, contemporaneamente, la condizione dei beni inutilizzati per accertare se si sia verificata una causa che, escludendone la destinazione all'opera programmata, abbia reso inoperante la dichiarazione di pubblica utilità rispetto al provvedimento ablatorio che li riguarda.

Sotto questo profilo si è affermato che cessa il rapporto che vincola il bene alla realizzazione dell'opera e si versa, quindi nella fattispecie di cui all'art. 63 citato quando l'opera programmata risulti realizzata il luogo diverso dagli immobili all'uopo espropriati (v. sentenze nn. 240/1979, 2908/1969), quando la pubblica amministrazione abbia dato ad essi una destinazione diversa ed incompatibile con l'attuazione dell'opera (v. sentenze nn. 3353/1976, 3632/1968), ovvero questa sia radicalmente diversa da quella in concreto realizzata (v. sentenze nn. 3851/1975, 870/1984 già citata, 539/1991).

La corte territoriale ha accertato la mancata esecuzione dell'opera pubblica prevista nella dichiarazione di pubblica utilità - costituente peraltro circostanza incontroversa - e ha indicato in modo logico ed adeguato le ragioni del proprio convincimento.

Non sussistono, infatti, i vizi di motivazione su punti decisivi denunziati dal ricorrente col quarto motivo e sopra indicati. La corte territoriale non ha, in realtà, affermato che l'utilizzazione del fabbricato per uffici potesse ricondursi allo scopo giustificativo della dichiarazione di pubblica utilità (esecuzione di opere di fortificazione) e, di fronte ad una totale mancanza di esecuzione di siffatte opere, ha ritenuto sostanzialmente irrilevante l'accertamento del termine della dichiarazione di pubblica utilità e della sua scadenza (con la conseguenza che le censure mosse al riguardo dal ricorrente non attengono ad un punto decisivo).

3 - Con il terzo motivo di ricorso il ministero della difesa, denunziando violazione degli artt. 2934, 2935 e 2946 c.c., deduce: a) che, ai fini della decorrenza della prescrizione decennale del diritto fatto valere dagli attori si darebbe (*) dovuto tener conto della data di cessazione giuridica dello stato di guerra (15 aprile 1946) a norma dell'art. 1 del d.l.lgt. 8 febbraio 1946 n. 49 per essere stata disposta l'espropriazione per esigenze militari in periodo bellico; b) che la corte d'appello avrebbe errato nel fissate il "dies a quo" del termine di prescrizione nella data (26 maggio 1954) del verbale di passaggio del complesso immobiliare dal demanio al patrimonio, poiché detto verbale costituiva un atto predisposto a fini contabili interni dell'amministrazione ed era, perciò, idoneo a far decorrere la prescrizione a favore dei privati.

Il motivo non merita accoglimento.

La corte territoriale ha correttamente considerato, in conformità al costante orientamento di questa suprema corte ribadito anche di recente (v., tra le altre, la sentenza 26 gennaio 1993 n. 954) che, al fine di verificare il momento in cui l'espropriato può esercitare il diritto potestativo alla retrocessione, occorre far riferimento alla situazione di fatto, obiettiva e concreta, tale da dare la certezza delle sopravvenuta impossibilità del compimento dell'opera considerata nella dichiarazione di pubblica utilità (che nella specie, come si è sopra rilevato, non era stata emessa - nel 1882 - in periodo bellico né era collegata allo stato di guerra).

In applicazione di tale principio la stessa corte d'appello ha individuato detta situazione nell'utilizzazione, dal 1954 in poi, del fabbricato per alloggi degli ufficiali di marina e tale accertamento di fatto, adeguatamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità di questa corte.

4 - Con il primo motivo del ricorso incidentale proposto da Antonia Ziino ved. Golino, denunziandosi violazione e falsa applicazione degli artt. 60 e 63 della l. n. 2359/1865, si deduce che: a) la corte d'appello avrebbe dovuto "tener fermo" per il terreno il valore (di L. 152.802.300) già determinato dalla sentenza definitiva del tribunale in data 2 aprile 1970, poiché l'estensione, da parte del giudice d'appello, della retrocessione anche al fabbricato costituiva un miglioramento del giudicato per gli appellanti in via principale "dal quale essi non potevano essere penalizzati"; b) che in ogni caso il corrispettivo della retrocessione andava determinato con riferimento alla data della sentenza non definitiva della corte d'appello che aveva dichiarato la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità, essendo essa equiparabile alla pronuncia di ritrasferimento del bene espropriato.

Le censure non meritano accoglimento.

Quanto alla censura sub a) deve osservarsi che, ai fini dell'individuazione del momento di riferimento della determinazione del prezzo di retrocessione, come ha correttamente rilevato la sentenza impugnata, non può assumere rilievo la pronuncia definitiva emessa dal tribunale, poiché la stessa, a seguito delle contrapposte impugnazioni delle parti, è stata interamente modificata e sostituita dalla sentenza non definitiva della corte d'appello che dichiarò la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità in ordine all'intero complesso immobiliare, riservando "la pronuncia di retrocessione all'esito della determinazione del prezzo".

La tesi prospettata con la censura sub b) non può essere accolta, non essendovi valide ragioni per discostarsi dall'ormai costante indirizzo giurisprudenziale di questa corte, condiviso dal collegio, secondo il quale il prezzo di retrocessione va determinato con riferimento al momento della pronuncia di retrocessione (nella specie emessa solo con la sentenza definitiva della corte d'appello, come si è detto), costituendo questa il titolo di trasferimento "ex nunc" dell'immobile espropriato (v. sentenze nn. 771/1998, 7628/1994, 2715/1992, 6492/1990, 2406/1979).

La retrocessione dei beni espropriati, in entrambe le diverse ipotesi previste dagli artt. 60 e 63 della legge n. 2359/1865, attua, nel concorso delle condizioni poste da tali norme, un nuovo trasferimento di proprietà, con efficacia "ex nunc", del bene espropriato e non utilizzato dall'espropriante, in conseguenza dell'esercizio del diritto potestativo dell'espropriato di ottenere il trasferimento mediante una sentenza costitutiva che modifica la situazione giuridica posta in essere dal provvedimento espropriativo.

La retrocessione - che, nell'ipotesi prevista dal citato art. 63, postula la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità - non si verifica di per sé come effetto dell'accertamento di reale decadenza, ma si attua solo per effetto della sentenza che la dispone, costituendo questa il titolo del trasferimento "ex nunc" del bene dall'espropriante all'espropriato.

La configurazione come diritto potestativo dell'azione di retrocessione e la natura costitutiva della sentenza che pronuncia il trasferimento del bene non possono essere inficiate - contrariamente allo assunto della ricorrente - dal rilievo che l'effetto della sentenza può essere conseguito anche per volontà del destinatario dell'azione mediante l'adesione dell'espropriante alla pretesa dello espropriato.

Invero, come hanno chiarito queste sezioni unite con la sentenza 13 giugno 1996 n. 5443 (in tema di azione revocatoria fallimentare) il fatto che la persona assoggettata all'esercizio di un diritto potestativo possa, in virtù dell'autonoma disponibilità del suo patrimonio, determinare la modificazione della situazione giuridica preesistente, non presuppone necessariamente che la posizione giuridica della controparte sia sussumibile nello schema di un rapporto obbligatorio e non esclude che, in caso di contrasto tra le parti, sia pur sempre la sentenza l'atto modificativo degli effetti giuridici già realizzati, il cui carattere costitutivo persiste.

Né può giovare alla ricorrente il richiamo alle sentenze di questa corte nn. 4122/1976 e 2938/1980, poiché le stesse riguardano fattispecie particolari diverse da quelle in esame. Invero, con tali sentenze, come risulta dalle motivazioni, fu ritenuto che il valore dell'immobile oggetto di retrocessione dovesse essere ancorato alle date delle sentenze non definitive di primo grado, che avevano pronunciato la retrocessionedisponendo con contestuale ordinanza mezzi istruttori per la determinazione del prezzo, in quanto dette sentenze non definitive erano passate in giudicato sul punto della retrocessione e della determinazione del prezzo al "valore attuale" riferito alla data della medesima sentenza.

L'esaminato motivo di ricorso va, quindi, respinto. Con l'altro motivo del ricorso incidentale Antonia Ziino denunzia nuovamente, sotto diverso profilo, violazione e falsa applicazione degli artt. 60 e 63 della legge n. 2359/1865 ed addebita alla corte territoriale: a) di avere determinato il valore della area di terreno edificabile in base all'edificabilità prevista dal piano regolatore generale del comune di Messina approvato nel 1976 anziché in base a quella (minore) consentita dal precedente piano regolatore che aveva invece considerata, dovendosi applicare alla determinazione del prezzo di retrocessione gli stessi criteri adottati ai fini del calcolo dell'indennità di esproprio; b) di avere applicato il coefficiente di rivalutazione monetaria dell'1,47 senza tener conto della contrazione dei valori del mercato immobiliare nell'ultimo quinquennio.

Il motivo è infondato.

Con riguardo alla prima censura deve osservarsi che non è pertinente il richiamo al principio secondo il quale il corrispettivo della retrocessioneva determinato sulla base degli stessi criteri legali ed astratti applicati per il calcolo dell'indennità di espropriazione a suo tempo corrisposta. Tale principio comporta, infatti, che se l'indennità di espropriazione fu calcolata con criteri diversi e riduttivi rispetto a quello del valore venale, il prezzo di retrocessione deve essere determinato con i medesimi criteri con riferimento al momento della pronuncia di retrocessione.

Ma se - come nella specie - l'indennità di espropriazione fu determinata secondo il criterio del valore venale anche il prezzo di retrocessione deve corrispondere al valore venale "attuale" dell'immobile. Se tale valore risulta in concreto aumentato per una sopravvenuta possibilità di più proficua utilizzazione edificatoria, non vi è ragione perché di ciò debba avvantaggiarsi l'originario proprietario (non più titolare del bene stesso) a scapito del soggetto che, a seguito della espropriazione, ne era divenuto proprietario e che solo può essere destinatario della tutela accordata al diritto di proprietà (v. sentenza della corte costituzionale n. 245 del 1987 e sentenza di questa corte n. 6492/1990 sopra citata). »»


CASS 11606/1993: «« Con citazione del 3 luglio 1979, i Sisto convenivano davanti al Tribunale di Salerno il Consorzio espropriante e le due società acquirenti per ottenere la retrocessione del terreno espropriato e il risarcimento del danno per l'occupazione temporanea, deducendo che l'opera di pubblica utilità programmata non era stata realizzata nei cinque anni previsti dall'art. 147 del d.P.R. 30 giugno 1967, n. 1523, e si era conseguentemente verificata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità.

I convenuti resistevano alla domanda, eccependosi da parte del Consorzio la propria impossibilità di retrocedere gli immobili già trasferiti a terzi, e da parte delle due società la persistente validità dell'espropriazione, per essere in corso di attuazione il previsto insediamento industriale, in parte già realizzato.

Veniva disposta consulenza tecnica con la quale si accertava che sul terreno espropriato ai Sisto erano stati costruiti solamente un raccordo ferroviario (ubicato nella parte periferica del fondo, per una fascia di mq 4590) ed un capannone in lamiera a copertura di un pozzo artesiano (la cui area di servizio era computabile in mq 20); il prezzo di retrocessione dell'area di mq 29170, non impegnata dalle costruzioni, veniva stimato in lire 30.045.100 sulla base del valore unitario agricolo per l'anno 1983 pari a lire 10.300.000 per ha.

Il Tribunale, con sentenza del 2 aprile 1986, riteneva ricorrere l'ipotesi di cui all'art. 63 della l. n. 2359/1865 in considerazione della minima utilizzazione dell'area, per giunta per semplici infrastrutture; pertanto dichiarava la decadenza della dichiarazione di p.u. per mancata realizzazione dell'opera e condannava tutti i convenuti alla restituzione dell'immobile in favore degli attori, previo pagamento del prezzo determinato in lire 30.045.100, con l'incremento di lire 10.000.000, a titolo di rivalutazione; condannava infine in solido i convenuti al pagamento delle spese giudiziali.

La società STRESTER e la società in liquidazione SIRETTE proponevano appello con il quale il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, sostenendo che nella specie si riscontrasse l'ipotesi della parziale realizzazione dell'opera pubblica e quindi fosse applicabile l'art. 60 della legge n. 2359 del 1865; in subordine, chiedevano che il prezzo di retrocessione venisse rapportato all'attualità e riferito all'effettivo valore agricolo.

Resistevano al gravame Vincenzo e Vittorio Sisto.

Il Consorzio A.S.I. si associava all'eccezione di difetto di giurisdizione e proponeva appello incidentale condizionato chiedendo una più equa determinazione del prezzo di retrocessione; ribadiva altresì la propria estraneità all'ordine di restituzione dell'immobile.

La Corte di appello di Salerno, con la sentenza ora denunciata del 17 febbraio 1989, dichiarava improponibile la domanda di retrocessione, ritenendo fondata l'eccezione di difetto di giurisdizione, e compensava le spese del giudizio.

Premessa una rapida esposizione dei principi che, ai sensi degli artt. 60 e 63 della L. 25 giugno 1865, n. 2359, regolano le due diverse fattispecie della retrocessione parziale e di quella totale, la Corte ha osservato che, al fine di stabilire se si verta nell'una o nell'altra ipotesi, occorre far riferimento non già al decreto di espropriazione, che può riguardare soltanto una parte dell'opera, bensì al contenuto della dichiarazione di pubblica utilità, della quale deve essere pronunciata la decadenza.

Nella specie - ha proseguito la Corte - il Tribunale è incorso appunto nell'errore di tenere conto esclusivamente del decreto di espropriazione e di considerare, quindi, ai fini dell'esecuzione dell'opera pubblica, soltanto il terreno espropriato ai Sisto, nel quale effettivamente l'opera medesima non era stata realizzata neppure in parte. Se avesse fatto riferimento, invece, alla dichiarazione di pubblica utilità e considerato, quindi, l'area globalmente destinata alle società del gruppo S.I.R., avrebbe dovuto prendere atto che le due società convenute in giudizio avevano, sia pure parzialmente, realizzato il programmato insediamento industriale, costruendo ciascuna di esse un capannone industriale ubicato in zone diverse dal terreno già dei Sisto, sul quale peraltro insistevano alcune infrastrutture, costituite appunto da un pozzo artesiano e da un raccordo ferroviario.

In relazione, cioé, al contenuto della dichiarazione di pubblica utilità, che, a norma dell'art. 147 del d.P.R. 30 giugno 1967, n. 1523, riguardava la realizzazione dell'intero insediamento industriale S.I.R. approvato dal Consorzio A.S.I. con deliberazione n. 156 dell'8 luglio 1972, non si poteva ritenere che tale insediamento industriale fosse rimasto totalmente ineseguito; e non si poteva, quindi, applicare l'art. 63 della legge n. 2359 del 1865, che postula la totale inesecuzione dell'opera nei termini di decadenza della dichiarazione di pubblica utilità.

Pertanto - ha concluso la Corte - nella specie ricorre l'ipotesi di retrocessione parziale di cui agli artt. 60 - 62 della legge n. 2359 del 1865 e conseguentemente, mancando un diritto soggettivo tutelabile dal giudice ordinario, la domanda va dichiarata improponibile.

Avverso la sentenza hanno proposto ricorso i Sisto in base a cinque motivi, illustrati con memoria.

Resistono con controricorso e memorie la Sogemo s.p.a., successore per incorporazione delle Società Sirette e Sirester e il Consorzio A.S.I. di Salerno.

Motivi della decisione

1 - Il Consorzio A.S.I. ha manifestato dubbi in ordine all'ammissibilità del ricorso di Vincenzo Sisto, per il motivo che nella copia notificata ad esso resistente non risulta trascritta la procura speciale all'avvocato che ha sottoscritto il ricorso medesimo.

In realtà, tale procura figura apposta a margine dell'originale del ricorso ed è menzionata nell'epigrafe dello stesso, sicché la mancata trascrizione nella copia non inficia la validità dell'atto, essendone certa la provenienza da difensore abilitato. Ne è rilevante che il mandato sia formulato in modo generico, essendo principio pacifico che la procura apposta in calce o a margine del ricorso, perciò strettamente inerente a tale atto, si considera speciale anche se non contenga un espresso riferimento al giudizio di cassazione.

2 - È manifestamente infondato il primo motivo di ricorso, con il quale si deducono il vizio di extrapetizione e la violazione dell'art. 342 segg. c.p.c., in particolare del principio tantum devolutum, quantum appellatum perché la Corte di appello, in luogo di limitarsi a statuire sull'eccezione di difetto di giurisdizione, riproposta dagli appellanti, avrebbe statuito sul merito della domanda di retrocessione, dichiarando improponibile. Infatti, basta leggere il dispositivo della sentenza in correlazione con l'ampia e articolata motivazione, per rendersi conto che con la formula "dichiara l'improponibilità della domanda di retrocessione", usata in dispositivo, la Corte ha statuito soltanto sulla questione di giurisdizione, negando la giurisdizione del giudice ordinario e affermando quella del giudice amministrativo.

Muovendo, cioè, dalla premessa che la posizione soggettiva del privato espropriato ha consistenza di diritto soggettivo nel caso di retrocessione totale (art. 63 della legge n. 2359 del 1865), per cui la cognizione della relativa domanda appartiene al giudice ordinario, e consistenza di interesse legittimo, invece, in caso di retrocessione parziale (art. 60 della legge n. 2359 del 1865), per cui la domanda appartiene al giudice amministrativo, la Corte di appello ha ravvisato nella concreta vicenda gli elementi di quest'ultima fattispecie e ha dichiarato improponibile la domanda, non già, ovviamente, in assoluto, davanti a qualsiasi giudice, ma davanti al giudice ordinario, dovendo essere proposta - a suo avviso - al giudice amministrativo. E a questo scopo necessariamente doveva compiere quegli accertamenti di merito - relativi al contenuto della dichiarazione di pubblica utilità e al quantum delle opere effettivamente realizzate - del cui compimento pure sembrano dolersi i ricorrenti, omettendo di considerare, fra l'altro, che la Corte avrebbe potuto delibare ex officio la questione di giurisdizione.

3 - Nell'ordine logico giuridico deve essere esaminato, poi, il terzo motivo di ricorso, con cui si denunziano la violazione dell'art. 147 del D.P.R. 30 giugno 1967, n. 1523, e dell'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, nonché vizi della motivazione, e si sostiene che la Corte di appello abbia erroneamente inquadrato nello schema della retrocessione ordinaria, disciplinata dalla seconda di dette leggi, la retrocessione regolata dall'art. 147 cit., la quale sarebbe ancorata ad un presupposto oggettivo diverso, dato dalla mancata utilizzazione del bene espropriato nello scopo di industrializzazione stabilito. La Corte, quindi, non si sarebbe dovuta limitare a costatare l'esecuzione di alcune opere (per altro insignificanti) nei terreni espropriati, ma avrebbe dovuto verificare se potesse ritenersi attuato lo scopo espropriativo attraverso l'effettiva realizzazione di uno stabilimento industriale.

La censura è ammissibile e, nei sensi di seguito precisati, anche fondata.

4 - I resistenti sostengono (con la memoria) che all'esame del motivo osta il principio che vieta di introdurre nel giudizio di cassazione questioni nuove, non prospettate nelle fasi di merito; e ciò perché, essendo stata la domanda di retrocessione proposta per mancata realizzazione dell'opera, secondo il paradigma delineato dalla legge fondamentale del 1865, il dibattito si è svolto e gli accertamenti di merito sono stati compiuti in funzione dell'alternativa di cui agli artt. 60 e 63 di detta legge, pacificamente ritenuta applicabile anche alle espropriazioni disposte ex art. 147 del D.P.R. n. 1523 del 1967.

Ma questa Corte ha più volte chiarito che per le questioni di diritto la preclusione invocata opera - oltre che, ovviamente, quando esse diano luogo a nuove domande o a nuove eccezioni non rilevabili di ufficio - nei casi in cui introducano nuovi temi di contestazione relativi al giudizio di merito, per essere correlate ad elementi di fatto che, non avendo in precedenza formato oggetto di dibattito, richiedono indagini ed accertamenti riservati al giudice di merito. La preclusione deriva, cioè, non dalla sola novità della tesi di diritto, bensì dall'incertezza (processuale) dei presupposti di fatto su cui è basata, giacché la mancanza di un precedente accertamento degli stessi impedisce alla Corte l'esame della nuova questione, che potrebbe essere decisa solo compiendo valutazioni di merito eccedenti i limiti funzionali del giudizio di legittimità.

Tal'è il senso della massima consolidata secondo cui, ove rimangano fermi i fatti accertati dal giudice di merito, le parti hanno facoltà di dedurre tesi giuridiche e nuovi profili di difesa non prospettati in precedenza; e ciò in linea con il potere-dovere della Corte di risolvere le questioni di diritto, relative ai punti della sentenza investiti con il ricorso, ritenendo applicabili norme e principi diversi da quelli dedotti dalle parti.

Nella specie, con la censura in esame si sostiene un'interpretazione dell'art. 147 cit. (in parte) diversa da quella accolta, ancorché pervenendo a conclusioni opposte, sia del Tribunale che dalla Corte di appello e condivisa, in sostanza, dagli attuali ricorrenti, che non avevano posto il problema nei termini precisi ora prospettati. Ma la nuova proposta esegetica per due concorrenti ragioni non integra una questione nuova inammissibile in questa sede.

La prima ragione è che in subiecta materia l'istituto della retrocessione è regolato, come riconoscono le parti, anzitutto dalla norma suddetta, sicché la corretta interpretazione della stessa è essenziale ai fini dell'individuazione della regula iuris applicabile alla vicenda: stante l'impugnativa della statuizione, quindi, il problema esegetico avrebbe dovuto essere affrontato ex officio da questa Corte.

La seconda ragione è che la nuova tesi, proprio perché relativa all'interpretazione della legge, non coinvolge i presupposti di fatto della vicenda; e, in concreto, non comporta alcuna modificazione della domanda, nè quanto al petitum nè quanto alla causa petendi, che resta invariata negli elementi di fatto dedotti ed accertati.

Infine, è irrilevante l'eventualità che, in conseguenza dell'interpretazione indicata da questa Corte, si rendano necessari, dal giudice di merito, nuovi apprezzamenti di fatto: tanto può verificarsi in ogni ipotesi di cassazione con rinvio e la conseguenza nulla ha da vedere, quindi, con la novità della questione.

5 - Quanto al merito del problema esegetico, va detto che effettivamente manca, nella sentenza impugnata, una motivazione in ordine all'applicabilità della disciplina ordinaria alla retrocessione specificamente prevista dall'art. 147 della legge n. 1523 del 1967 per le espropriazioni promosse dai consorzi per le aree di sviluppo industriale nel Mezzogiorno: la Corte di appello, dopo di avere ricordato che l'espropriazione era avvenuta ai sensi della norma suddetta, ha tout court ragionato nell'ottica della distinzione fra retrocessione totale e retrocessioneparziale di cui agli artt. 60 e 63 della legge n. 2359 del 1865, ritenendo pacifica, quindi, l'identità di disciplina.

In realtà, il quinto comma, dell'art. 147, da un lato, consente ai consorzi di promuovere l'espropriazione di suoli finalizzata all'apprestamento di aree attrezzate per gli insediamenti produttivi ovvero alla cessione dei suoli medesimi in proprietà o in locazione ad operatori economici per l'impianto di nuovi stabilimenti industriali; dall'altro, attribuisce agli espropriati "il diritto alla restituzione, qualora gli immobili non siano utilizzati per lo scopo prestabilito entro cinque anni dal decreto di esproprio".

Risulta evidente, quindi, la necessità di coordinare quest'ultima previsione con la disciplina della retrocessione dettata dalla legge fondamentale, le cui disposizioni, in conformità ai principi generali, sono espressamente richiamate dal secondo comma, dell'art. 147, che le dichiara applicabili "salvo quanto disposto dai comma seguenti". In particolare, occorre chiedersi (a) se il diritto alla restituzione" costituisca una fattispecie diversa da quelle in cui si articola l'istituto della retrocessione e, in caso positivo, (b) se essa si aggiunga a tali fattispecie ovvero in tutto o in parte le sostituisca in subiecta materia.

L'implicita risposta negativa data dalla Corte al quesito sub a) è sicuramente errata, in quanto trascura del tutto le specificità della disposizione in esame, che - come si è visto ricollega il diritto dell'espropriato a due presupposti peculiari rispetto all'ordinaria retrocessione, cioè la scadenza del termine di cinque anni dal decreto di esproprio e la mancata utilizzazione degli immobili espropriati, entro detto termine, per gli scopi stabiliti.

Sotto il primo profilo, la singolarità sta in ciò, che la retrocessione ex art. 63 della legge n. 2359 del 1865 è correlata alla decadenza della dichiarazione di pubblica utilità dovuta alla mancata esecuzione dell'opera programmata nei termini fissati nel provvedimento ablatorio (ex art. 13) ovvero, ancor prima della loro scadenza, alla sopravvenienza di fatti materiali e giuridici preclusivi dell'esecuzione medesima, mentre la norma in esame pone un termine legale unico, decorrente dal decreto di espropriazione ed avulso dai termini concernenti lo svolgimento dei lavori (ancorché previsti nel decreto medesimo).

Questa disciplina è coerente con il secondo elemento della fattispecie, che è dato non già dal mancato completamento dei lavori, ma dalla mancata utilizzazione dei beni espropriati, sostituendosi, quindi, al criterio strumentale dello stato di esecuzione delle opere, quello funzionale del concreto impiego per la finalità prevista.

La ragione del mutamento di prospettiva si coglie agevolmente considerando la duplice finalità che possono avere le espropriazioni consentite ai consorzi A.S.I. Se, infatti, l'ordinaria disciplina della retrocessione risulta applicabile alle espropriazioni finalizzate all'apprestamento delle aree, cioè alla realizzazione di opere infrastrutturali che vengono direttamente curate dal consorzio, altrettanto non può dirsi per le ipotesi - più numerose e rilevanti - in cui l'acquisizione dei suoli è funzionale alla successiva cessione temporanea o definitiva degli stessi ad operatori economici per l'impianto di stabilimenti industriali e relative pertinenze.

In questi casi il consorzio svolge sostanzialmente un'attività strumentale di intermediazione, che consiste appunto nell'acquisizione del suolo e nella concessione in affitto dello stesso o nella sua vendita a terzi ad un prezzo politico (di solito ragguagliato al costo globale dell'espropriazione, maggiorato di una quota delle spese eventualmente sostenute dal consorzio per le infrastrutture), mentre il raggiungimento dello scopo dell'esproprio, che giustifica la dichiarazione di pubblica utilità ex lege, è affidato all'imprenditore cessionario, che pianifica in autonomia le modalità di realizzazione del nuovo insediamento industriale.

Il concetto di utilizzazione, riferito agli immobili espropriati, vale appunto a designare la concreta destinazione degli stessi allo scopo programmato e, dunque, la realizzazione dell'opificio industriale cui è preordinata la cessione (un significativo riscontro normativo in tal senso si trae dall'art. 3 della legge n. 458 del 1988, che ugualmente fa ricorso al concetto di utilizzazione del suolo per indicare la concreta realizzazione sullo stesso delle opere di edilizia residenziale previste con l'occupazione); ed è perciò irrilevante, per la nascita del diritto dell'espropriato alla restituzione, che il mancato rispetto del termine sia dipeso da fatto riferibile al Consorzio, che non provveda, ad es., neppure a cedere il suolo, ovvero imputabile al cessionario.

Sul piano dell'esegesi logico-sistematica, poi, l'interpretazione è coerente con le finalità di sviluppo proprie dell'intervento straordinario, giacché deve ritenersi che il termine quinquennale non solo è posto a tutela dell'interesse dell'espropriato - il cui sacrificio non sarebbe giustificato se entro un congruo tempo non seguisse l'utilizzazione industriale del suolo - ma è altresì diretto a tutelare l'interesse pubblico all'effettiva realizzazione dei nuovi insediamenti produttivi. Poiché, infatti, l'attività del consorzio espropriante si esaurisce con la cessione del suolo e non è previsto - nell'ipotesi della vendita - alcun rimedio risolutorio dell'atto traslativo in caso di mancato raggiungimento dello scopo della complessa operazione, l'imposizione del termine suddetto, la cui inosservanza dà luogo alla restituzione, costituisce l'unico mezzo idoneo ad assicurare che l'imprenditore, conseguita la disponibilità del bene a condizioni di favore, faccia poi seguire l'impianto dello stabilimento.

Così intesa, la norma è altresì in linea con le disposizioni dello stesso T.U. n. 1523 del 1967 che, nelle fattispecie di cessione volontaria del suolo, non proceduta da espropriazione, sanziona in vario modo il mancato raggiungimento dello scopo. In particolare, va ricordato l'art. 109, il quale dispone che le agevolazioni fiscali concesse per gli atti di acquisto (finalizzati a nuovi insediamenti produttivi) decadono - e si rendono dovute le normali imposte - qualora nel termine di cinque anni dalla registrazione dell'atto il fine non sia stato conseguito. È vero che questa dicitura e la contestuale previsione per cui il conseguimento del fine deve risultare da apposita attestazione amministrativa (da esibire nell'ulteriore termine di un anno), in quella ipotesi non consentono dubbi in ordine alla necessità che l'unità produttiva debba essere funzionante.

Ma ciò non infirma la valenza del riscontro sistematico che dalla disposizione medesima è lecito trarre a conferma dell'ambito del concetto di utilizzazione nella norma in esame: poiché un quinquennio è il tempo normalmente ritenuto sufficiente per l'attuazione dei nuovi insediamenti, la previsione di un termine di uguale durata ai fini dell'"utilizzazione" impone di ritenere che questa, ancorché non implichi l'esistenza di uno stabilimento già funzionante alla scadenza, richiede la sostanziale realizzazione dell'iniziativa, per modo che risulti la irreversibile destinazione del suolo al nuovo opificio e alle sue pertinenze.

6 - La consistenza di diritto soggettivo della posizione del privato espropriato dopo l'inutile scadenza del termine, è direttamente evidenziata nell'enunciato normativo con l'espressione "diritto alla restituzione" e risulta da quanto in precedenza detto in ordine ai presupposti del diritto medesimo, che nasce automaticamente per il fatto oggettivo della mancata realizzazione del nuovo insediamento produttivo.

Rispetto a tale elemento, non v'è spazio per una valutazione discrezionale da parte dell'ente espropriante: questo è privo di poteri autoritativi al riguardo, in conseguenza della cessione dell'immobile espropriato al soggetto titolare della nuova iniziativa (la cui posizione nei confronti dell'ente è ugualmente di diritto soggettivo); d'altra parte, oggettivamente non sono configurabili situazioni analoghe a quelle cui si riferisce l'art. 60 della legge n. 2359 del 1865

Si è in presenza, quindi, di una peculiare fattispecie di retrocessione che, pur differenziandosi negli elementi costitutivi dalla retrocessione totale prevista dall'art. 63 della legge n. 2359 del 1865, è riconducibile allo schema della stessa perché ugualmente attribuisce all'espropriato un diritto potestativo alla restituzione dell'immobile, al quale fa riscontro una posizione di soggezione dell'ente espropriante e del cessionario del bene (v., specificamente sulla norma in esame, la sent. n. 10298 del 1992); e si tratta del pari di un diritto ad attuazione giudiziale, in quanto per la sua realizzazione occorre una pronuncia che tiene luogo, in pratica, dell'atto traslativo, è efficace ex nunc ed ha carattere costitutivo.

Ciò rende evidente - in relazione al quesito sub b) - che nelle ipotesi qui considerate, di cessione a terzi degli immobili espropriati, la retrocessione prevista dall'art. 147 sostituisce quella totale ex art. 63 della legge n. 2359 del 1865, venendo tuttavia regolata, per quanto non diversamente disposto, dalla medesima disciplina (anche in ordine alla determinazione del prezzo di ritrasferimento), mentre è inapplicabile l'istituto della retrocessione parziale, ex artt. 60, 62 della legge n. 2359 del 1865 »»


CASS 15946/2007: «« el successivo corso del giudizio di primo grado si costituivano, nel 1991, il Consorzio ASI, per rilevare il passaggio in giudicato della sentenza non definitiva, in ordine al riconoscimento del diritto degli attori alla retrocessione e, nel 1998, la So.Ge.Mo, (Società Generale Mobiliare) s.p.a. in liquidazione (da ora: SO.GE.MO.), che si dichiarava incorporante delle tre società evocate in causa, costituendosi in tale qualità.

Con la sentenza definitiva del 12 maggio 2000, il Tribunale di Salerno liquidava i danni in L. 8.413.471.242, dichiarando i convenuti obbligati in solido a pagare tale somma e condannando gli attori a versare il prezzo della retrocessione determinato in L. 2.323.471.242, con compensazione delle poste di credito e debito ora indicate tra le parti e condanna dei convenuti a pagare le differenze dovute per effetto della compensazione e le spese di causa.

Avverso la sentenza definitiva, notificata al Consorzio A.S.I. e alla SO.GE.MO. il 20 maggio 2000, questa società proponeva appello in via principale, qualificandosi ancora incorporante delle tre società originariamente convenute e notificando il gravame il 15 e 16 giugno 2000 alla H. e alla L., alla Curatela del Fallimento, nelle more dichiarato, di Ca. e L.M. e della società di fatto tra costoro, oltre che al Consorzio ASI. La società deduceva con il gravame che la sentenza impugnata aveva accolto la domanda di restituzione dei beni oggetto della retrocessione che, in gran parte, erano stati trasferiti da tempo a terzi dal Consorzio ASI stesso, dopo essere stati nuovamente espropriati in favore di quest'ultimo.

Inoltre la pronuncia non aveva precisato a quali parti doveva essere pagato il prezzo della retrocessione per L. 2.323.670.000 nè rilevato che le aree, allorchè vennero espropriate, erano in regime di affitto agrario prorogato, per cui il danno subito dalle controparti, per il mancato godimento di esse, non poteva eccedere la misura dei canoni di tali affitti, mentre risultava liquidato in misura elevatissima (oltre otto miliardi), senza adeguata motivazione. Dalla relazione del c.t.u. ing. P., risultava infatti che parte degli Ha 11.49.62 da restituire, erano stati trasferiti a terzi, e che su altra parte di tali aree erano stati realizzati due tronchi di strade, opere di delimitazioni di lotti edificatori e fabbricati industriali, per cui era emersa la mancanza della superficie libera individuata dal primo c.t.u. e dichiarata non utilizzata, perchè la stessa era stata di nuovo espropriata a favore del Consorzio che l'aveva assegnata a terzi, che vi avevano installato i loro stabilimenti.

Ad avviso della società appellante principale, operando la retrocessione ex nunc, occorreva accertare la situazione esistente alla data della pronuncia definitiva, potendo la restituzione imporsi solo per quanto restava inutilizzato dei beni espropriati e non spettando agli attori il risarcimento dei danni da mancato godimento delle aree ablate, per il quale essi erano stati già reintegrati dal pagamento della indennità di espropriazione.

Pertanto la sentenza era impugnata in rapporto alla misura delle aree da retrocedere e a quella del prezzo della retrocessione, per fissare il quale si doveva in via logicamente preliminare determinare l'esatta superficie da restituire, perchè non usata. La SO.GE.MO. appellava la sentenza anche per la liquidazione astronomica del risarcimento dei danni, operata senza tener conto che, nel 1972, per la espropriazione dei terreni, i danti causa delle controparti, L.D.A. e M.I., avevano ricevuto una indennità di L. 90.253.745, somma superiore al valore tabellare dei terreni da poter mettere a frutto, ricevendo più dei canoni che erano in precedenza loro corrisposti per la coltivazione di tali terreni dagli affittuari.

La condanna generica al risarcimento dei danni, anche se divenuta giudicato per omessa impugnazione della sentenza non definitiva, non imponeva la liquidazione successivamente operata in difetto di prova della misura di detti mancati guadagni, per i quali si era considerato un presunto reddito delle aree in astratto fruibile e non quello concreto; sulla base di tali censure la società appellante chiedeva accertarsi la misura delle aree da retrocedere, perchè non utilizzate e il prezzo della retrocessione, con rigetto della domanda di risarcimento dei danni che, in subordine, doveva limitarsi alla differenza tra i canoni di affitto percepibili per i terreni oggetto di retrocessione e il reddito ricavabile dalla somma ricevuta a titolo di indennità di espropriazione. Secondo le appellate H. e L.C., che si costituivano in appello, all'atto della domanda di retrocessione del 1982, come accertato dal primo c.t.u. nominato dal Tribunale, dopo la espropriazione della florida azienda di 174 ettari dei loro danti causa, ottenuta dal gruppo S.I.R., perchè di essi fruissero le sue tre società poi convenute in giudizio, erano stati realizzati solo una strada consortile di penetrazione e un piazzale, per cui correttamente era stato annullato il decreto di espropriazione e dichiarato nullo l'atto di acquisto delle società, giustamente condannate a risarcire i danni conseguenti al mancato godimento della azienda agricola dei L..

Poichè alla sentenza non definitiva non impugnata non era stata data esecuzione, solo l'inadempimento nella restituzione dei suoli, imputabile a dette società cui era subentrata quella appellante, aveva determinato l'occupazione delle aree da terzi e le difficoltà attuali di esecuzione della pronuncia; la mancata impugnazione della sentenza non definitiva, pertanto, giustificava la pretesa per la quale si era quantificata la condanna risarcitoria di cui alla sentenza definitiva, avverso la quale comunque il Consorzio ASI non aveva proposto appello, rendendo così inammissibile anche i gravami della SO.GE.MO..

Le stesse H. e L.C., poi, con gravame incidentale, domandavano, ai sensi dell'art. 345 c.p.c., l'ulteriore rivalutazione della somma, maturata dopo la prima pronuncia, anche se il prezzo della retrocessione doveva essere fissato alla data della sentenza non definitiva del 1990, che l'aveva disposta, dovendo riprodurre i valori alla data di detta decisione; anche la Curatela Fallimentare della s.d.f. Carlo e Magno Landi e di tali soggetti in proprio, rilevava che il Consorzio ASI non aveva proposto appello avverso la sentenza definitiva del 2000, nel termine breve di cui all'art. 325 c.p.c., e dopo la notifica ad esso della pronuncia, con conseguente giudicato della condanna nei suoi confronti.

L'appello della SO.GE.MO. era invece inammissibile, perchè relativo a statuizioni della decisione non definitiva passate in giudicato, per non essere state oggetto di tempestiva impugnazione o riserva di appello; inoltre la somma dovuta a titolo di risarcimento era rivalutata solo fino al 30 marzo 1999, per cui occorreva liquidare l'ulteriore rivalutazione e il prezzo della retrocessione risultava fissato al 1999, invece che alla data della sentenza non definitiva del 1990 cui doveva invece rapportarsi; in ordine alle aree occupate dai terzi e non più restituibili, il loro valore doveva corrispondersi agli originari attori, con incremento delle somme ad essi spettanti per tale nuovo titolo.

Era inoltre richiesto, dalla Curatela, il rigetto dell'appello della SO.GE.MO. e l'accoglimento del proprio gravame incidentale, previo completamento dell'istruttoria, con nomina di nuovo c.t.u.. Il Consorzio ASI si costituiva a sua volta, proponendo anche esso appello incidentale tardivo, da ritenere a suo avviso ammissibile, per essere stata ad esso notificata l'impugnazione principale della SO.GE.MO. il 15 giugno 2000, la quale, ai sensi dell'art. 343 c.p.c., aveva reso proponibile il suo gravame fino alla prima udienza di trattazione.

Rilevava l'appellato Consorzio ASI, che la sentenza non definitiva del 1990 aveva condannato solo le tre società per azioni Stirosir, Sirette e Sirester al risarcimento dei danni in favore degli attori, ed era quindi errata quella definitiva che aveva esteso anche ad esso la condanna, senza tener conto dell'effetto ex nunc della sentenza di retrocessione, ostativo al pagamento di qualsiasi somma a titolo risarcitorio per il mancato godimento delle aree nella fase tra l'esproprio e la restituzione, nella quale i beni erano rimasti legittimamente in possesso del soggetto espropriante e dei suoi aventi causa. (...) Tale posizione di dipendenza, di cui all'art. 331 c.p.c., comporta, con la inscindibilità delle cause, un litisconsorzio necessario che giustifica in concreto l'ammissibilità del gravame tardivo, tenuto conto che, nell'oggetto della domanda di cui al presente processo, vi è anche la retrocessione di beni parzialmente trasferiti a terzi, inquadrata dal Tribunale nella L. n. 2359 del 1865, art. 63.

Dopo avere il Tribunale, con la sentenza non definitiva, condannato le sole società cui era subentrata la SO.GE.MO. a risarcire i danni, la sentenza definitiva del 2000 ha poi condannato al risarcimento in solido anche il Consorzio appellante incidentale tardivo; ciò, secondo la società appellante principale, comporterebbe che il prezzo della retrocessione doveva essere pagato solo ad essa, che già in primo grado, costituendosi tardivamente e dopo la pronuncia non definitiva, aveva posto in discussione l'argomento della cessione a terzi di parte dei terreni oggetto della chiesta retrocessione. La rilevata nullità parziale del trasferimento alle società poi sostituite dall'appellante principale dei terreni, ha comportato altro profilo di contrasto tra l'appellante principale e quello incidentale tardivo, i quali, in quanto parti di detto negozio, rispetto ai beni ceduti, sono in palese contrasto di interessi; di conseguenza l'appello del Consorzio andava definito incidentale tardivo, ai sensi degli artt. 334 e 343 c.p.c., con ogni ulteriore conseguenza. (...) ella fattispecie, essendovi condanna della Curatela del Fallimento Landi in solido con le ricorrenti principali a pagare il prezzo della retrocessione, emerge chiara la interdipendenza delle cause nei loro confronti e la contrapposizione dei loro interessi oltre che la connessione della risoluzione delle loro controversie nei confronti del Consorzio ASI e della SO.GE.MO, tendendo i motivi della impugnazione incidentale a rilevare la definitività della condanna del Consorzio per la tardività del suo appello e ad estendere la condanna a terzi, cioè alla Stirosir s.p.a. in favore però della indicata Curatela.

Pertanto, anche il ricorso che il P.G. ha chiesto di dichiarare inammissibile, è da ritenersi incidentale e non può considerarsi precluso, essendo stato proposto nei termini dell'art. 371 c.p.c..

2.1. Il primo motivo del ricorso principale della H. e della L. deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 77, 99, 109, 112, 300, 324 c.p.c. e art. 2909 c.c., con conseguente nullità della sentenza impugnata ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, oltre che per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine alla affermata estromissione dal giudizio della s.p.a. Stirosir, per effetto della condotta processuale della SO.GE.MO. che, dichiaratasi con la costituzione in primo grado incorporante della predetta società, dopo avere proseguito il giudizio in tale qualità anche con il gravame, ha successivamente denegato la successione affermata per errore, solo dopo l'udienza di discussione in appello.

Con la sentenza non definitiva del 1990, il Tribunale di Salerno, in accoglimento della domanda dei L., aveva emesso condanna generica al risarcimento dei danni in favore degli attori pure nei confronti della Stirosir s.p.a., rimasta contumace come le altre società convenute condannate; solo successivamente si sono costituiti in giudizio, nel 1991 il Consorzio ASI e nel 1998 la SO.GE.MO., la quale si è dichiarata incorporante delle tre società cui erano state cedute dal Consorzio stesso nel 1973 le aree oggetto della domanda di retrocessione con atto per notar Ansalone, dichiarato nullo con la stessa pronuncia per i beni non utilizzati per i fini pubblici per i quali si era avuto l'esproprio. (...) La stessa Corte di merito rileva che, di regola, le obbligazioni solidali comportano cause scindibili nei confronti dei più debitori, affermando però che, nel caso, la dipendenza tra le due controversie tra i debitori in solido, deriva dal contrasto tra loro sia sulla parte che deve riceversi il prezzo della retrocessione che sul soggetto che deve restituire i beni, contrasto costituente anche causa petendi dell'appello principale dalla società. (...) Tale osservazione comporta piuttosto un'omessa pronuncia che non una condanna implicita del Consorzio ASI che, costituitosi dopo la sentenza nel 1991, ha giustificato la sua partecipazione al giudizio solo per la determinazione del prezzo della retrocessione, ad esso solo spettante, con deduzioni non contrastate dagli attori. (...) In sostanza, neppure il rinvio alla disciplina delle spese al definitivo, con la mancata statuizione su di esse nei rapporti tra attori e Consorzio, ritenuto indizio della corretta estensione della condanna a quest'ultimo in sede definitiva, è probante di tale affermazione, tenuto conto delle questioni rimaste pendenti, cui il Consorzio aveva interesse in ragione della retrocessione chiesta dagli aventi causa degli espropriati e al prezzo di quest'ultima. (...) La statuizione sulla intervenuta sostituzione processuale è passatain giudicato per mancata impugnazione; in ordine alle difficoltà di esecuzione della sentenza è palese che le stesse non sussistono in rapporto alla condanna al risarcimento per equivalente ma sembrano irrilevanti anche in rapporto a eventuali condanne di restituzione dei beni oggetto di retrocessione, dovendosi ritenere cessato lo jus possidendi delle aree cedute per la Stirosir, a seguito della dichiarazione di nullità del suo acquisto delle superfici espropriate, anche a non considerare la nuova procedura ablativa intervenuta su tali beni, tra il 1991 e il 1996, in favore del Consorzio ASI. In tale contesto, la affermata decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e la condanna generica al risarcimento della sentenza del 1990, estendono i loro effetti alla successiva pronuncia, definitiva, ma la liquidazione dei danni, operata da quest'ultima, fa stato solo con riferimento alle parti effettive del processo cui si riferisce, al momento della decisione, e quindi alla società che s'è dichiarata incorporante della Stirosir per la parte dei beni già da questa acquisiti e non utilizzati, avendo la stessa, sempre in tale qualità, proposto appello avverso la determinazione del risarcimento, con chiara acquiescenza alla implicita definita sua legittimazione, quale sostituta di tutte le convenute condannate genericamente. (...) l rilievo in primo grado e in appello di diverse fonti degli obblighi del Consorzio ASI e della SO.GE.MO., dovuti all'esistenza di nuovi espropri in favore del primo, che costituirebbero facta principis esoneranti da responsabilità la società ricorrente, per la mancata restituzione delle superfici oggetto di retrocessione, attiene ad un procedimento ablatorio diverso da quello per cui è causa, del quale questa Corte non può occuparsi, dovendosi dalla Corte d'Appello e solo in sede definitiva valutare la incidenza di essi sulla vicenda in corso.

6.3. Deve a questo punto essere esaminato il secondo motivo del ricorso principale della H. e della L. e di quello della Curatela Fallimentare di Carlo e Magno Landi, che censura la sentenza oggetto di causa per avere ritenuto ammissibile l'appello incidentale tardivo del Consorzio ASI. Invero, riaffermata la natura solidale degli obblighi scaturenti dalle condanne pronunciate in primo grado, tale affermazione non è sufficiente a rendere inscindibili le cause nei confronti delle parti condannate in solido, se non vi è interdipendenza delle varie controversie, tra e contro esse.

Si afferma, infatti, di regola, che quando vi è litisconsorzio processuale e vi sia obbligazione solidale, sussiste interdipendenza tra le varie controversie contro i più debitori se vi è un titolo unico che comporta inscindibilità delle cause e consente, ai sensi dell'art. 334 c.p.c., di proporre impugnazioni incidentali tardive, anche nei confronti di parti diverse da quella che ha proposto la impugnazione principale (Casa. S.U. 20 febbraio 2007 n. 3840, Cass. 16 novembre 2006 n. 24372, 6 luglio 2006 n. 15358, 29 settembre 2005 n. 19155, tra molte).

Ciò non esclude che in qualche ipotesi si è rilevata la scindibilità delle varie cause inerenti i vari vincoli sorti con gli obblighi solidali, con conseguente indipendenza delle cause ad essi relative e inammissibilità della impugnazione tardiva di cui all'art. 334 c.p.c. (in tal senso, Cass. 24 gennaio 2006 n. 1315, che però ammette l'impugnazione incidentale tardiva anche contro le parti che non sono impugnanti principali, se le controversie contro queste siano inscindibili da quella sorta dal gravame già proposto e dall'altra derivata dall'incidentale).

Nel caso concreto, peraltro, emerge chiaro il contrasto d'interessi tra appellante principale e incidentale e, nelle più cause tra le varie parti del presente processo, risulta certa la dipendenza della posizione del Consorzio ASI da quella della SO.GE.MO. che, con il gravame principale, ha cercato di indicare una responsabilità alternativa tra loro che, lungi dal favorire anche l'appellato Consorzio, rischia di far ricadere solo su quest'ultimo la condanna ai danni conseguenti al ritardo nella retrocessione delle aree, collegandoli a facta principis costituiti dalle nuove espropriazioni in favore del Consorzio, che non possono non essere state sollecitate da questo, su cui si vuole spostare così ogni responsabilità nel ritardo della restituzione delle aree. (...) La Corte Territoriale, secondo il Consorzio ASI, avrebbe omesso di considerare la mancata condanna, in sede di sentenza non definitiva, del Consorzio stesso, che si è costituito solo per rilevare il suo disinteresse alla condanna del 1990, intendendo contraddire invece sul prezzo della retrocessione ad esso spettante; in realtà, come espressamente riporta il ricorso incidentale di esso, la pronuncia non definitiva d'appello chiarisce che nessun elemento della motivazione della sentenza del 1990 esclude la corresponsabilità del Consorzio, anche se risultano condannate al risarcimento (presuntivamente in solido) solo le tre società del gruppo SIR evocate in causa, dovendosi ritenere che il Tribunale in quella fase, abbia in sostanza accertato l'esistenza di un fatto potenzialmente lesivo dei diritti degli attori costituito da una condotta delle tre società, che non avevano utilizzato le aree per i fini per cui le stesse erano state espropriate, condannandole a risarcire i danni e riservando al definitivo non solo l'accertamento dei danni concreti e del nesso di causalità tra questi e l'illecito, ma anche la eventuale attribuibilità del fatto stesso ad altri soggetti non condannati in via generica, nonostante vi fosse una domanda anche nei confronti del Consorzio.

In sostanza, con una condanna generica e una sentenza non definitiva ai sensi dell'art. 278 c.p.c., nel 1990, secondo la Corte Territoriale, si è avuta anche una sentenza ai sensi dell'art. 277 c.p.c., che ha pronunciato solo sulle domande di condanna delle tre società, riservandosi altri accertamenti in riferimento alla richiesta di condanna del Consorzio ASI, in rapporto ad omessi controlli o sollecitazioni sulle assegnatarie dei suoli, per evitare la retrocessione (sul concetto di condanna generica cfr. le recenti Cass. 31 luglio 2006 n. 17297 e 14 luglio 2006 n. 16123).

In sostanza, la Corte d'Appello ha ritenuto che i primi Giudici nel 1990 abbiano delibato sulla responsabilità potenziale delle tre società convenute, riservando al prosieguo non solo la liquidazione dei danni per i quali queste società erano state condannate, ma anche l'accertamento eventuale della responsabilità del Consorzio, per il quale la sentenza definitiva atteneva all'an e al quantum, a differenza che per l'altra condannata SO.GE.MO., nella qualità di successore delle società, ritenute responsabili con la condanna non definitiva e per le quali vi era stata la mera liquidazione dei danni.

La motivazione della sentenza impugnata sul punto appare logica e scevra da violazioni di legge e, mancando nella pronuncia non definitiva il rigetto espresso della domanda nei confronti del Consorzio ASI, anche a prescindere dalla mancata liquidazione delle spese tra questa parte e gli attori, comunque ascrivibile all'esigenza di proseguire la causa tra esse per la parte relativa alla retrocessione, non emergono elementi di fatto certi, riportati o dedotti in ricorso, che possano suffragare la tesi del passaggio in giudicato preteso dal Consorzio stesso di una affermata implicita infondatezza della domanda risarcitoria nei suoi confronti, dovendosi sul punto confermare la valutazione data dai Giudici del merito nella decisione oggetto di ricorso. »»


CASS 396/1999: «« n subordine, avevano diritto alla retrocessione del terreno espropriato, il cui prezzo andava calcolato con gli stessi criteri applicati per determinare l'indennità definitiva di espropriazione, cioé in base al valore agricolo medio dei terreni della zona, secondo i tipi di coltura in essa praticati;

Gli attori, qualora il tribunale non avesse condiviso tale criterio di determinazione del prezzo di retrocessione del terreno, dichiaravano di non avere interesse alla retrocessione medesima, onde la relativa domanda doveva considerarsi subordinata al pagamento di un prezzo calcolato con gli stessi criteri applicati per determinare l'indennità definitiva di esproprio.

Su tali premesse, chiesero che si dichiarasse il difetto assoluto di potere del sindaco di Caltanissetta in ordine alla pronunzia dell'ordinanza di espropriazione e quindi, previa disapplicazione di questa, che si dichiarasse il loro diritto alla restituzione del terreno, con condanna del Comune al risarcimento dei danni in misura pari agli interessi legali sul valore attuale del suolo.

In subordine, che si disponesse la retrocessione di questo in loro favore, a condizione che il relativo prezzo fosse determinato con gli stessi criteri applicati per la determinazione dell'indennità definitiva di espropriazione dalla commissione provinciale presso l'U.T.E. di cui all'art. 14 della legge n. 10 del 1977, ossia con i criteri previsti dall'art. 16 della legge 22 ottobre 1971 n. 865.

Con la comparsa di risposta il comune di Caltanissetta replicò osservando che il terreno degli attori (part. 117, per mq. 1490) era stato espropriato per la costruzione degli alloggi della cooperativa "Smeraldo", onde non era fondato l'assunto che il provvedimento espropriativo fosse stato emesso in difetto di una valida dichiarazione di pubblica utilità ed in carenza di potere.

Chiese perciò il rigetto della domanda di restituzione e della pretesa risarcitoria in quanto il procedimento seguito risultava conforme a diritto.

In ordine alla subordinata domanda di retrocessione, l'ente eccepì in via preliminare il decorso del termine di prescrizione decennale per l'esercizio del diritto.

Dedusse poi che, per giurisprudenza costante, nel caso di mancata realizzazione dell'opera pubblica sul fondo espropriato, il diritto potestativo del suo titolare alla retrocessione del bene si realizza con la pronunzia del giudice che accerta i presupposti della fattispecie normativa ed opera il ritrasferimento ex nunc con effetti costitutivi, onde il prezzo di retrocessione va determinato con riferimento al momento del riacquisto della titolarità del bene da parte dell'espropriato.

In via gradata, quindi, non contestando la propria condizione di soggezione rispetto al diritto potestativo esercitato dagli attori, sostenne (sulla base del principio richiamato) che il prezzo di retrocessione nella specie andava determinato con riguardo al momento della sentenza costitutiva, avente effetto ex nunc.

In corso di causa l'ente rilevò altresì che, nel caso in esame, si versava in ipotesi di retrocessione parziale e non totale, onde gli attori risultavano portatori di una posizione d'interesse legittimo e non di diritto soggettivo.

Con ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione notificato il 3 ottobre 1997 Agata Micciché, in proprio e quale procuratrice del figlio Paolo Giuseppe Nigrelli, nonché Rosa Maria Antonietta Nigrelli - richiamati i fatti esposti in citazione - osservarono:

Che, secondo la tesi sostenuta dal comune di Caltanissetta, si verserebbe in un caso di espropriazione parziale ogni qualvolta un immobile, espropriato nel complesso di un unico compendio per l'esecuzione di un'opera pubblica, non fosse utilizzato in tutto o in parte per l'esecuzione dell'opera medesima;

Che, in tale ipotesi, il proprietario espropriato avrebbe soltanto un interesse legittimo a far dichiarare che il suo immobile non è più necessario ai fini dell'esecuzione dell'opera per cui è stato espropriato;

Che nella specie, invece, ricorreva un'ipotesi di retrocessione totale (rientrante nell'ambito dell'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359), perché il loro terreno non era stato utilizzato neppur parzialmente per la costruzione dei 24 alloggi della cooperativa "Smeraldo" e perché il termine di validità del piano di zona era venuto a scadere il 29 aprile 1984, con la conseguenza che l'impossibilità di dare al suolo de quo la destinazione, all'origine prevista nell'ambito del detto piano, aveva determinato una situazione di giuridica inutilizzabilità del terreno medesimo da parte del Comune, così integrando un'ipotesi riconducibile al citato art. 63, il quale attribuisce al privato il diritto di ottenere dal giudice ordinario la retrocessione del bene espropriato.

Essi chiesero pertanto che questa corte, a sezioni unite, dichiarasse la giurisdizione del giudice ordinario a giudicare sulla domanda di retrocessione del terreno espropriato a norma dell'art. 63 della legge n. 2359 del 1865. (...) Deve essere dichiarata la giurisdizione del giudice amministrativo in ordine alla domanda di retrocessione come in narrativa formulata.

L'art. 60 della legge 25 giugno 1865 n. 2359 dispone nel primo comma che, dopo l'esecuzione di un'opera di pubblica utilità, se qualche fondo a tal fine acquisito non ha ricevuto, in tutto o in parte, la destinazione prevista, gli espropriati o gli aventi causa da essi che abbiano la proprietà dei beni da cui fu staccato quello espropriato hanno diritto ad ottenere la retrocessione.

Il terzo comma del successivo art. 61, peraltro, prevede che, per l'esercizio di tale diritto, debba accertarsi che i beni più non servono all'opera pubblica, accertamento da compiere in concreto e demandato ad un provvedimento formale (decreto) della competente autorità amministrativa.

Come emerge dal testuale tenore del citato art. 60, il presupposto per tale forma di retrocessione è che l'opera sia stata eseguita ("Dopo l'esecuzione di un'opera di pubblica utilità..", recita la norma).

Detta ipotesi è definita dalla giurisprudenza retrocessione parziale.

L'art. 63 della legge n. 2359 del 1865 stabilisce invece che, disposta l'espropriazione, se l'opera non sia stata eseguita e siano trascorsi i termini a tale scopo concessi o prorogati, gli espropriati possono chiedere che l'autorità giudiziaria competente pronunzi la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e restituisca loro i beni espropriati, mediante pagamento del prezzo determinato nei modi di legge.

La giurisprudenza qualifica detta ipotesi retrocessione totale.

In sostanza, quindi, la retrocessione parziale può avere luogo se, dopo l'esecuzione dell'opera pubblica, uno o più fondi espropriati non abbiano ricevuto, in tutto o in parte, la prevista destinazione e la pubblica amministrazione abbia dichiarato che il fondo o i fondi non utilizzati non servono più alla realizzazione dell'opera: nel qual caso i proprietari espropriati possono appunto conseguire la restituzione dei suoli non utilizzati, manifestando all'espropriante l'intento di riacquistarne la proprietà.

Di retrocessione totale deve parlarsi, invece, quando l'opera pubblica non sia stata eseguita e siano trascorsi i termini a tal fine concessi o prorogati: il che è sufficiente perché gli espropriati possano chiedere che l'autorità giudiziaria pronunzi la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e che siano loro restituiti i beni espropriati, essendo essi titolari di uno ius ad rem, di carattere potestativo, a contenuto patrimoniale.

La differenza tra le due ipotesi di retrocessione va ricercata, dunque, nella diversa causa dell'inutilizzabilità dell'area, causa che, nella prima ipotesi, risiede nella constatazione (successiva all'esecuzione dell'opera) che un fondo o parte di essa non sono più necessari per la realizzazione dell'opera stessa; mentre, nella seconda, dipende dalla mancata esecuzione dell'opera in vista, della quale l'espropriazione era stata disposta (o dalla sua esecuzione incompleta) entro i termini stabiliti dalla legge n. 2359 del 1865, con il conseguente venir meno degli effetti della dichiarazione di pubblica utilità (Cass., 17 gennaio 1997, n. 458; I~ luglio 1994, n. 6253; Cass., sez. un., 16 luglio 1983, n. 4895).

In questa prospettiva è stato anche chiarito che, qualora per la realizzazione dell'opera pubblica siano stati espropriati immobili appartenenti a diversi proprietari, al fine di stabilire se la mancata utilizzazione del bene espropriato configuri un'ipotesi di retrocessione totale o parziale, di cui (rispettivamente) agli artt. 63 e 60 legge cit., si deve avere riguardo all'opera programmata con la dichiarazione di pubblica, utilità nel senso che ricorre la prima ipotesi quando la mancata utilizzazione del bene espropriato derivi dalla mancata tempestiva realizzazione dell'opera ovvero dalla realizzazione di un'opera qualitativamente diversa, mentre si verifica la seconda ipotesi quando l'opera medesima sia stata effettuata, pur se in termini quantitativamente diversi rispetto a quelli ab origine previsti; con la conseguenza che ricorre la seconda ipotesi (alla stregua dell'indicato criterio discretivo) anche nel caso in cui uno dei fondi, appartenenti al compendio immobiliare espropriato, resti completamente inutilizzato, essendo stata l'opera pubblica realizzata su altri fondi compresi nel medesimo compendio (Cass., sez. un., 4 novembre 1994, n. 9131; 8 luglio 1994, n. 6459).

Infine, è stato posto in luce che la controversia avente ad oggetto la pretesa dell'espropriato alla retrocessione parziale del bene non utilizzato per la realizzazione dell'opera pubblica, se anteriore al provvedimento dell'espropriante (ovvero dell'autorità amministrativa su istanza dell'espropriato) il quale dichiari che le porzioni immobiliari, di cui si chiede la restituzione, più non servono alla detta opera, investe posizioni soggettive prive della consistenza del diritto in quanto correlate a potestà discrezionali della pubblica amministrazione, di fronte alle quali possono configurarsi soltanto interessi legittimi, tutelabili non davanti al giudice ordinario ma in sede di giurisdizione amministrativa (Cass., sez. un., 7 luglio 1994, n. 6378; sez. un., 28 novembre 1990, n. 11463; sez. un., 9 ottobre 1990, n. 9915; sez. un., 19 novembre 1985, n. 5675).

Nel caso in esame, come emerge dall'esposizione dei fatti contenuta nell'atto di citazione e nell'istanza di regolamento (riassunti in narrativa), l'espropriazione interessò un compendio di 4.358 mq., appartenenti a diversi proprietari (pag. 3-4 della citazione). I 24 alloggi in cooperativa (per la cui realizzazione l'esproprio era stato posto in essere) furono costruiti e non è controverso che la costruzione sia stata portata a compimento entro i termini stabiliti.

Gli stessi attuali ricorrenti - nella memoria ex art. 183 ultimo comma c.p.c., datata 29 maggio 1997 e depositata nel giudizio di merito - hanno dedotto (pag. 3) che l'opera realizzata quantitativamente corrisponde a quella programmata (costruzione dei 24 alloggi), sia pure aggiungendo che essa sarebbe "diversa dall'opera programmata ed approvata in relazione alla quale è stata assegnata l'area alla cooperativa Smeraldo ed è stato espropriato il terreno degli attori", senza però allegare alcun elemento a sostegno dell'asserita diversità.

Essendo questo il contesto, sulla base delle considerazioni e dei principi sopra richiamati (che il collegio condivide) nella specie deve ravvisarsi un'ipotesi di retrocessione parziale, perché l'opera programmata con la dichiarazione di pubblica utilità è stata realizzata, ancorché non sia stato utilizzato il suolo degli attuali ricorrenti, appartenente però al compendio immobiliare espropriato (Cass., sez. un., n. 6459 del 1994, cit.).

Non risulta ottenuto dalla P.A. il decreto previsto dall'art. 61, terzo comma, della legge 25 giugno 1865 n. 2359. Né varrebbe addurre che, con la comparsa di risposta, il Comune dichiarò di non contestare "la sua condizione di soggezione rispetto al diritto potestativo esercitato dagli attori" (v. pag. 9). A parte il rilievo che tale assunto era espresso in subordine rispetto all'eccezione di prescrizione ed era accompagnato dalla richiesta che il prezzo della retrocessione fosse determinato con riferimento al momento della sentenza che l'avesse disposta, è decisivo l'argomento che quello previsto dall'art. 61, terzo comma cit. è un provvedimento formale che va emesso direttamente dall'autorità amministrativa competente e non è sostituibile con deduzioni contenute in atti difensivi sottoscritti dal procuratore ad litem dell'ente.

Alla stregua delle considerazioni che precedono va dichiarata la giurisdizione del giudice amministrativo in ordine alla domanda di retrocessione(cui l'istanza di regolamento si riferisce).

Nessun provvedimento deve essere emesso in ordine alle spese del giudizio di cassazione, in quanto l'intimato non ha svolto in questa sede attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte suprema di cassazione, a sezioni unite, dichiara la giurisdizione del giudice amministrativo in ordine alla domanda di retrocessione. »»


CASS 11463/1990: «« on citazione in data 20.12.1974 Marianna e Marino Guiducci convenivano dinanzi al Tribunale di Roma il Comune di questa città, a favore del quale, con decreto 31.6.1967, era stato espropriato un loro terreno esteso mq. 365, sito in via Turrita Tiberina. Chiedevano che, previa dichiarazione di decadenza dalla dichiarazione di p.u., fosse disposta la retrocessione del bene ai sensi dell'art. 63 della L. 25.6.1865 n. 2359. Esponevano che l'espropriazione era avvenuta sulla base della variante "quater" al piano particolareggiato n. 120, di esecuzione del piano particolareggiato n. 120, di esecuzione del piano regolatore di Roma, approvata con DPR 15.12.1965 n. 1619 e che, nonostante il decorso dei termini fissati in tale decreto, non era stata realizzata l'opera prevista (edificio scolastico e aree adiacenti). Il tribunale, rilevato che l'opera programmata non era stata eseguita, e che col 31.12.1972 era scaduta la dichiarazione di p.u., accoglieva la domanda e fissava il prezzo di retrocessione in L. 3.514.096. Proponeva appello il comune il quale deduceva che, ai fini di accertare l'inesecuzione totale dalla quale deriva il diritto dall'espropriato alla retrocessione ai sensi dell'art. 63 legge n. 2359-1865, occorre riferirsi non all'opera per la quale era stata disposta l'espropriazione bensì all'intera opera programmata con il piano particolareggiato e successive varianti che di questo fanno parte integrante; e che nella specie tale piano e annessa variante aveva avuto esecuzione solo parziale, cosicché doveva ravvisarsi l'ipotesi di cui agli artt. 60 e 61 della stessa legge n. 2359-1865, di retrocessione parziale, per la quale sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo. Formulava pertanto eccezione di difetto di giurisdizione del giudice ordinario. In subordine, chiedeva determinarsi in un importo più elevato il prezzo della retrocessione.

La Corte di Appello di Roma, con la sentenza qui impugnata, osservava che, al fine di accertare l'inesecuzione o l'esecuzione parziale, nei termini fissati, delle opere previste nella dichiarazione di p.u., qualora al piano particolareggiato sia apportata una variante ed il decreto di espropriazione sia emanato in esecuzione della variante, le opere alle quali occorre riferirsi non sono soltanto quelle previste dalla variante, ma anche quelle previste nel piano; "con la conseguenza che la esecuzione parziale di queste ultime, pur nella inesecuzione totale delle opere previste nella variante, determina la ricorrenza della ipotesi di retrocessione parziale".

Venendo poi all'applicazione di tali principio al caso di specie, la Corte di Roma osservava però che nessuna delle due parti aveva fornito la prova del proprio assunto e cioé che il piano particolareggiato e le relative varianti antecedenti all'esproprio avessero o meno ricevuto parziale esecuzione. Pertanto, in mancanza di prova dell'esecuzione parziale del piano particolareggiato integrato dalla variante non poteva accogliersi l'eccezione di difetto di giurisdizione: ma in mancanza anche della prova della inesecuzione totale della variante, doveva respingersi altresì la domanda degli attori.

Avverso questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione i Guiducci, in base a tre motivi. Resiste il Comune di Roma con controricorso e ricorso incidentale, chiedendo il rigetto del ricorso o, quanto meno, la conferma nella sostanza dell'impugnata decisione con una più appropriata motivazione e con conseguente dichiarazione del difetto di giurisdizione dell'A.G.O.

Motivi della decisione

Va disposta la riunione dei due ricorsi a norma dell'art. 335 c.p.c., perché proposti avverso la medesima sentenza.

1. - con il primo motivo del ricorso principale si deduce la violazione degli artt. 112 e 342 c.p.c. e si sostiene che, avendo il Comune impugnato la sentenza del tribunale, in via principale, perché fosse dichiarato il difetto di giurisdizione dell'A.G.O. e, in subordine, perché fosse determinato un maggior prezzo di retrocessione, non poteva la Corte di appello, una volta ritenuto che non era accoglibile l'eccezione di difetto di giurisdizione, risanare la domanda attrice poiché l'atto di appello non aveva investito nel merito la decisione del primo giudice. Con il secondo motivo di ricorso, poi, denunciando violazione dell'art. 2697 c.c., degli artt. 115, 145 e 356 c.p.c., si sostiene che la Corte di merito ha erroneamente respinto la domanda di retrocessione per una pretesa mancanza di prova dell'inesecuzione totale dell'opera pubblica, dal momento che la sentenza del tribunale, non impugnata sul punto, aveva dato atto che l'opera pubblica per la quale era stata pronunziata l'espropriazione non era stata iniziata né in parte eseguita e che anzi anche il piano particolareggiato aveva perduto efficacia. Con il terzo motivo infine i Guiducci, denunziando violazione degli artt. 60 e 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, e dell'art. 42 Cost., deducono l'inesattezza del suo ricordato principio di diritto, secondo il quale occorreva fare riferimento, ai fini della retrocessione ex art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, non soltanto alle opere previste nella variante al piano particolareggiato e per le quali era stata disposta l'espropriazione del suolo di cui si chiede la retrocessione, bensì anche a quelle previste nel piano, con la conseguenza che l'inesecuzione di queste ultime, pur con l'esecuzione totale delle opere previste nella variante, dà luogo a retrocessione parziale regolata dall'art. 60 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, e quindi alla giurisdizione del giudice amministrativo. E ciò in quanto detto principio non può ritenersi valido quando piano particolareggiato e relativa variante si riferiscono ad opere diverse, non costituenti cioè un tutto unitario ed omogeneo, come nella specie in cui il piano particolareggiato regola l'assetto della rete viaria per assicurare un accesso alla città da settentrione e la variante per la quale è stata disposta l'espropriazione di cui è causa riguarda un edificio scolastico del tutto distinto e avulso dalla previsione di detto piano. Sostegno ancora i ricorrenti che, essendo prescritto dall'art. 13 della legge 25 giugno 1865, n. 2359 (al cui disposto si richiama l'art. 63 in esame), che l'efficacia della dichiarazione di pubblica utilità è collegata alla fissazione, nel provvedimento che la dispone, di un termine, oltre che per l'inizio, anche per il compimento dei lavori e dell'espropriazione, il principio affermato dalla Corte d'appello comporterebbe violazione della legge e della Costituzione, in quanto consentirebbe all'espropriante, una volta effettuata l'espropriazione, di rinviare "sine die" la realizzazione dell'opera; il che appare tanto più grave nell'ipotesi di espropriazione disposte per l'attuazione di un piano particolareggiato, ove non avrebbe senso prescrivere, oltre che il termine per l'inizio dell'opera, anche quello per l'ultimazione della stessa e così pure, nel caso di espropriazione in base a variante del piano particolareggiato, quando una qualsiasi pur minima opera prevista nel p.p. fosse stata già anche solo in parte realizzata. (...) Esaminando ora la situazione che si determina in fase di attuazione del piano particolareggiato e relative varianti dal punto di vista dei privati proprietari della aree dapprima incluse nella previsione di piano (la quale già creava uno stato di precarietà dei loro diritti) e poi oggetto dei procedimenti espropriativi, e con riferimento all'ipotesi in cui taluno dei proprietari espropriati chieda la retrocessione del bene, occorre ancora una volta tenere presente che, trattandosi di opera pubblica complessa, per accertare se si verta nell'ipotesi di retrocessione totale per mancata esecuzione dell'opera (regolata dall'art. 63 della legge n. 2359 del 1865) ovvero di retrocessione parziale per non avere i fondi espropriati ricevuto in tutto o in parte la prevista destinazione (regolata nei precedenti artt. 60-62 della legge 25 giugno 1865, n. 2359), il giudice deve avere riguardo al contenuto della dichiarazione di p.u. che inerisce al piano particolareggiato (e sue eventuali varianti) nella sua unitaria previsione e non al decreto di espropriazione (S.U. 18 gennaio 1977 n. 239). Occorre cioé, per determinare il tipo di inutilizzazione del fondo espropriato, fare riferimento all'opera pubblica da realizzare, secondo la visione complessiva e globale di cui sopra si è detto della tipologia e dell'assetto urbanistico della medesima (S.U. 12 luglio 1978 n. 3509; S.U. 16 maggio 1972 n. 1483): con la conseguenza che non potrà considerarsi totalmente ineseguita, agli effetti previsti dall'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, l'opera pubblica particolare per la cui esecuzione era stato emesso il singolo decreto espropriativo anche quando sul fondo espropriato l'opera non risulti realizzata, se tuttavia l'opera pubblica intesa nel predetto senso unitario risulti anche in parte in via di realizzazione e risultino cioè eseguite altre opere indicate nel piano particolareggiato. Ciò anche quanto - nella descritta situazione generale - la variante ha avuto ad oggetto un'unica e specifica opera pubblica e questa non sia stata eseguita.

A problemi diversi dà luogo invece la situazione, cui fanno riferimento i ricorrenti nel terzo motivo, di mutamente radicale della destinazione impressa con il piano particolareggiato, per effetto dell'approvazione di varianti successive al decreto di esproprio che immutino radicalmente la precedente previsione generale, quando da tale radicale mutamento derivi la liberazione del bene espropriato dalla destinazione precedente per la cui attuazione era stato emesso il decreto ablativo, quanto sia intervenuta decadenza dalla dichiarazione di p.u. ad essa relativa (a tale diversa fattispecie si riferiscono le sentenze n. 870-1984 di queste S.U. e n. 836-1965 e n. 6622-1983 della Sezione Ia civile).

Tale situazione non interessa tuttavia il presente giudizio, nel quale come ha accertato la Corte di merito, la variante di cui si discute (la "quater" approvata con D.P.R. n. 1619 del 1965) è precedente al provvedimento ablativo ed era intesa a integrare l'originaria previsione del piano particolareggiato n. 120 della città di Roma (riguardante una vasta zona della stessa a nord in tutto il suo assetto globale), che per le aree in esame prevedeva genericamente una destinazione a servizi pubblici, mediante la precisazione che su di esse dovevano costruirsi edifici scolastici; senza però porre in essere mutamenti radicali del piano e senza comunque liberare, attraverso una destinazione diversa ed incompatibile, il suolo in questione da un vincolo espropriativo preesistente emesso per una diversa finalità pubblica.

Tornando ora all'esame della domanda di retrocessione che i Guiducci hanno proposto ai sensi dell'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, allegando cioè la inesecuzione totale dell'opera pubblica prevista nel decreto di espropriazione (l'edilizia scolastica) e la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità inerente alla variante (che aveva efficacia fino al 31 dicembre 1972), va rilevato - ai fini della questione di giurisdizione che il comune ha sollevato richiamandosi alla diversa ipotesi di cui al precedente art. 60 (nella quale si ricadrebbe ove dovesse ritenersi non provata l'inesecuzione parziale dell'opera pubblica intesa in senso unitario e globale), che, secondo la giurisprudenza di questa Suprema Corte sopra citata, il diritto alla retrocessione del bene, contemplato dall'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, quando l'opera pubblica non sia stata eseguita e siano trascorsi i termini all'uopo concessi, con conseguente decadenza della dichiarazione di pubblica utilità, deve essere azionato dinanzi al giudice ordinario in quanto il potere espropriativo in base al quale il decreto ablativo è stato emesso risulta venuto meno per la constatata inesecuzione totale dell'opera.

Sussiste invece difetto di giurisdizione del detto giudice, in relazione alla necessità che intervenga il previo riconoscimento (disciplinato nell'art. 61 della legge 25 giugno 1865, n. 2359) da parte dell'autorità espropriante che il bene espropriato non è più, in tutto o in parte, necessario per la realizzazione dell'opera pubblica, quando dopo l'esecuzione dell'opera si accerti che questa non ha interessato alcuni fondi espropriati o parti di questi. Nell'ipotesi di opera pubblica composita, oggetto di previsione da parte di piano regolatore particolareggiato e relative (eventuali) varianti (ipotesi alla quale occorre evidentemente adattare la disciplina contenuta negli artt. 60-63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359 che considerava l'espropriazione e il diritto alla retrocessione ex art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, quando l'opera predetta sia in corso di realizzazione, anche se in zona diversa da quella cui si riferisce la variante in attuazione della quale è stato emesso il decreto di espropriazione per la realizzazione di una particolare opera pubblica, in effetti poi non eseguita. Quando si verifichi una tale situazione (per la quale non ha ovviamente rilevanza il grado di esecuzione del piano particolareggiato, cioè la quantità di opere singole realizzate nell'ambito della previsione globale), permane la distinzione del bene privato al pubblico generale interesse, anche se esso risulti concretamente non utilizzato per la specifica finalità indicata nel provvedimento espropriativo ed anche se la particolare opera pubblica da eseguire sullo stesso non sia più realizzabile (per l'inefficacia della dichiarazione di pubblica utilità nel frattempo verificatasi per altra causa) e la retrocessione sarà possibile solo nell'ambito del procedimento previsto negli artt. 60 e 61 della legge 25 giugno 1865, n. 2359.

3 - Facendo applicazione di tali principio appare evidente la infondatezza al ricorso principale, in tutti i suoi motivi.

Non esiste in primo luogo violazione dei principi di cui agli artt. 112 e 342 c.p.c. poiché, se è vero che il Tribunale aveva accolto la domanda di retrocessione ex art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, ritenendo provati entrambi i requisiti della stessa, e cioè l'inesecuzione totale dell'opera e l'intervenuta decadenza della dichiarazione di p.u. perché entrambi non contestati dal Comune, non è meno vero che il primo di essi quel giudice aveva, erroneamente, considerato l'opera pubblica ineseguita nel senso limitato di opera oggetto del decreto di espropriazione e non in quella di opera facente parte del più vasto piano unitario e globale in via di esecuzione. E pertanto la contestazione del comune fatta valere con l'atto di Appello, nel porre in evidenza, sotto il profilo della giurisdizione, che questa non competeva al giudice adito se l'opera pubblica da considerare fosse stata quella del piano particolareggiato integrato dalla variante e non quella del decreto di espropriazione (la prima in via di esecuzione, la seconda invece totalmente ineseguita), risultava sicuramente compresa nell'ambito originario della controversia quale delineato dalla domanda dei Guiducci ed era comunque strettamente inerente al merito della stessa, non potendosi accogliere una domanda di retrocessioneex art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, di un bene sul quale non era stata eseguita l'opera oggetto dell'espropriazione, quando tali situazione non determinava l'inesecuzione totale dell'opera, che e uno dei requisiti essenziali dell'azione proposta. La precisazione di tale elemento, proposta dal Comune al giudice di secondo grado e da questo accolta puntualmente, dimostra che non vi era stata - come si sostiene col secondo motivo di ricorso - accettazione da parte del comune della circostanza di fatto dedotta dagli attori, e cioé la totale inesecuzione dell'opera (oltre che l'intervenuta decadenza della dichiarazione di pubblica utilità). Vi era invece una situazione di carenza di prova, da parte degli attori, di uno dei requisiti indicati dall'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, posto a base della domanda di retrocessione. Ed anzi la stessa prospettazione fatta dai Guiducci, di una inesecuzione totale riferita alla sola opera oggetto del decreto di espropriazione, lasciava chiaramente intendere l'equivoco in cui gli stessi erano incorsi e perciò la mancanza della prova che essi dovevano fornire perché a loro carico.

Cosicché la contraria affermazione del Comune, che cioé il piano particolareggiato era invece in corso di attuazione, valeva a riaffermare la infondatezza della richiesta di retrocessione, in assenza del provvedimento previsto nell'art. 61 della legge 25 giugno 1865, n. 2359. Provvedimento certamente adottabile anche nel caso in cui, dando attuazione ad un piano particolareggiato, l'amministrazione ritenesse taluni suoli inutilizzati non più necessari per attuare la destinazione originaria cui era correlata la dichiarazione di pubblica utilità.

In relazione infine alle censure proposte col terzo motivo di ricorso, in gran parte già trattate nell'enunciare i principi di diritto applicabili in materia, specie per quanto riguarda il problema della variante successiva al decreto di espropriazione incompatibile con la destinazione originaria, nonché per quanto riguarda la non rilevanza del grado di attuazione del piano particolareggiato (che potrebbe essere, contrariamente a ciò che ipotizzano i ricorrenti, anche molto avanzato, pur se ancora inattuato sul fondo espropriato), va aggiunto che non può avere concreta rilevanza il fatto che la dichiarazione di pubblica utilità inerente alla variante e in base alla quale il decreto di espropriazione venne emanato sia divenuta inefficace per il trascorrere del tempo fissato per il completamento dell'espropriazione e dei lavori, rimasti ineseguiti. Ciò perché tale circostanza (che comunque non esclude la legittimità originaria del provvedimento ablativo e l'esistenza del potere espropriativo in quel momento) costituisce uno dei requisiti per la proposizione della domanda di retrocessione, necessario, ma non da solo sufficiente, dovendo ad esso accompagnarsi anche quello della inesecuzione totale dell'opera, intesa nel senso sopra più volte ricordato. Rappresenta infine un mero inconveniente del sistema, senza che ne risulti compromesso alcun diritto fondamentale del privato proprietario del fondo espropriato e non utilizzato, il fatto che nella descritta situazione risulti possibile alla P.A. di ritardare l'esecuzione dell'opera, quando ad essa (nel senso sopra detto) abbia dato su aree diverse una minima attuazione:

la mancata realizzazione dell'opera oggetto del decreto espropriativo e della variante (entrambi, in astratto, rinnovabili ulteriormente da parte della P.A., dopo le opportune modifiche del piano particolareggiato), non preclude infatti al privato la domanda di retrocessione del bene ai sensi dell'art. 60, previo accertamento da parte della P.A. che il fondo espropriato e non utilizzato più non occorre ai fini dell'attuazione del piano, la quale segna ad un tempo il limite del potere della P.A. e del diritto del privato alla retrocessione. In definitiva, la sentenza della Corte di merito, pur se ha fatto derivare il rigetto della domanda attrice dal fatto che il Comune non aveva provato la parziale inesecuzione dell'opera ai fini dell'eccezione di difetto di giurisdizione (mentre sarebbe stato più corretto rilevare che gli attori non avevano provato il requisito della totale inesecuzione), deve essere confermata, poiché essa ha ritenuto la propria giurisdizione ed ha respinto nel merito la domanda, come correttamente doveva fare. E il ricorso principale va di conseguenza rigettato. »»


CASS 16904/2003: «« Tanto premesso, il Latronico chiedeva che venisse ordinata in suo favore la retrocessione del suolo espropriato, previa restituzione, a beneficio del Comune, dell'indennità a suo tempo riscossa.

Si costituiva il convenuto, deducendo:

a) che, effettivamente, la costruzione della scuola non era stata realizzata sull'area di proprietà dell'attore a tal fine espropriata;

b) che alcune parti di detta area erano state cedute all'Enel ed alla Sip;

c) che sull'area residua, destinata con delibera del Consiglio Comunale in data 25 gennaio 1986 alla realizzazione di opere pubbliche e di interesse pubblico con esclusione dello specifico riferimento a quelle di carattere scolastico, era stata prevista la costruzione di capannoni destinati al ricovero di automezzi comunali adibiti al servizio di trasporto pubblico.

L'attore, quindi, preso atto di quanto precede ed in ragione dell'impossibilità di far luogo alla retrocessione del bene espropriato per effetto della destinazione dell'area ad altra opera pubblica in via di realizzazione, convertiva la domanda di retrocessione in quella di risarcimento del danno.

Esperita consulenza tecnica, il Tribunale adito, con sentenza del 15 giugno / 18 ottobre 1994, rigettava la domanda attorea, assumendo che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento del diritto dell'attore alla retrocessione del bene e delle condizioni per l'eventuale conversione di tale diritto in quello al risarcimento per equivalente, dal momento che l'irreversibile trasformazione dell'area non era imputabile ad un comportamento illegittimo della Pubblica Amministrazione, ma aveva trovato causa nel comportamento dell'attore, il quale non aveva proposto tempestivamente la domanda di retrocessione, alla scadenza dei termini previsti per l'esecuzione dell'opera originaria, ma solamente dopo che, con la richiamata delibera del 25 gennaio 1986, era stata impressa al bene la nuova destinazione.

Avverso la decisione, proponeva appello il Latronico, censurando l'impugnata sentenza sono il profilo che non era stato considerato come la realizzazione della nuova opera non fosse stata preceduta dalla dichiarazione di pubblica utilità e che non poteva essere negato il suo diritto ad essere indennizzato, quanto meno entro i limiti stabiliti dall'art. 2041 c.c.

Resisteva nel grado l'appellato, il quale, a propria volta, spiegava appello incidentale al fine di ottenere la condanna del Latronico al pagamento delle spese processuali del primo grado interamente compensate dal Tribunale, formulando quindi, in corso di causa, eccezione di prescrizione del diritto alla retrocessione, sul rilievo che l'atto di citazione fosse stato notificato dopo il decorso di un decennio dal "dies a quo" del relativo termine, da individuare nella data della delibera consiliare n. 4 del 14 gennaio 1977, esecutiva il 7 febbraio 1977, con la quale era stata mutata l'ubicazione della scuola in argomento "delocalizzandola" dal fondo attoreo, ovvero, in subordine, nella scadenza dei termini di inizio dei lavori contenuti nelle dichiarazioni di pubblica utilità.

La Corte di Appello di Potenza, con sentenza del 5 maggio/9 giugno 1998, rigettava ambo gli appelli, assumendo, per quanto qui interessa:

a) che fosse fondata la preliminare eccezione di prescrizione tempestivamente sollevata dal Comune, di per sé ammissibile in sede di appello ai sensi del disposto del vecchio testo dell'art. 345 c.p.c.;

b) che il diritto alla retrocessione totale risultasse soggetto infatti a prescrizione decennale, il cui termine, sorgendo il diritto medesimo a seguito della decadenza della dichiarazione esplicita di pubblica utilità, decorreva dalla scadenza del termine fissato a norma dell'art. 13 della legge n. 2359 del 1865, mentre, nel caso di dichiarazione implicita, decorreva dal momento del sopravvenire di un atto o di un fatto, amministrativo o legislativo, tale da rendere impossibile la realizzazione dell'opera;

c) che, nel caso di specie, il termine di cinque anni per l'inizio dei lavori fosse scaduto (l'8 novembre 1973) senza che risultasse avviata la costruzione dell'opera stessa e che, sotto tale data, si fosse verificata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità in relazione all'edificazione della scuola in oggetto;

d) che, anche a voler far decorrere dalla data della richiamata delibera consiliare del 14 gennaio 1977 il termine decennale di prescrizione, l'azione per la retrocessione si palesasse comunque prescritta; (...) d) che si palesa dunque intempestiva ed irrilevante una domanda di risarcimento del danno, formulata in corso di causa, la quale ha preceduto una relazione di consulenza tecnica che ha accertato solo il parziale impegno delle aree e prima di una declaratoria del diritto alla retrocessione.

Il motivo non è fondato.

Premesso, infatti, che il tenore della doglianza deve essere inteso nel senso (il solo, peraltro, capace di attribuire significato alla doglianza medesima) che venga in realtà censurato il mancato rilievo d'ufficio, ad opera della Corte territoriale, della (pretesa) "mutatio libelli" intervenuta in primo grado, giova osservare come il vizio denunziato non sia ravvisabile, dal momento che, avendo il Tribunale deciso nel merito ed avendo, quindi, implicitamente denegato la sussistenza della anzidetta "mutatio", occorreva sul punto proporre necessariamente appello incidentale (spiegato invece, nella specie, soltanto "al fine di ottenere la condanna del Latronico Vincenzo al pagamento delle spese processuali di primo grado", giusta l'incensurato apprezzamento della stessa Corte territoriale), in relazione al criterio in forza del quale la rilevabilità di ufficio di una questione deve coordinarsi con i principi generali del processo, onde siffatto rilievo trova un limite nel caso in cui tale questione sia stata decisa nel precedente grado, restando precluso per effetto del giudicato interno formatosi in conseguenza della pronunzia esplicita sulla questione medesima ovvero della definizione implicita di essa (Cass. 20 marzo 2001, n. 4009; Cass. 9 gennaio 2002, n. 194; Cass. 28 ottobre 2002, n. 15168).

Con l'unico motivo di impugnazione, lamenta il ricorrente principale violazione e falsa applicazione dell'art. 63 della legge n. 2359 del 1865, in relazione all'art. 13 della stessa legge e all'art. 2935 c.c., nonché insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione, deducendo:

a) che il giudice di merito ha dichiarato che, in materia, è intervenuta la prescrizione, richiamando a sostegno del proprio assunto la sentenza della Suprema Corte n. 6829 del 1982;

b) che in tanto può chiedersi la retrocessione in quanto il bene in contestazione sia stato oggetto di un decreto di esproprio, prima del cui intervento il privato non ha alcun diritto del genere;

c) che, nel caso in esame, l'espropriazione è intervenuta con il decreto del Prefetto di Matera del 17 maggio 1977, onde da quella data il Latronico poteva agire in retrocessione, secondo quanto poi accaduto con atto del 14 maggio 1987, ovvero entro il decennio dal decreto anzidetto;

d) che nel caso, invece, affrontato dalla richiamata sentenza della Suprema Corte n. 6829/1982, il decreto di esproprio risulta emesso in data anteriore alle ulteriori vicissitudini cui era stato soggetto il bene in contestazione, laddove, nella specie, quelle vicissitudini si sono verificate prima dell'emissione del decreto in parola, onde la domanda di retrocessione del Latronico si palesa del tutto tempestiva.

Il motivo, ammissibile, è fondato.

Sotto il primo riguardo, occorre subito disattendere la preliminare, contraria eccezione sollevata dal Comune di Pomarico in relazione al fatto che la Corte territoriale ha dichiarato l'intervenuta prescrizione sulla base di un duplice profilo, mentre l'impugnazione principale - si assume - non è orientata verso entrambi i riferiti profili che sostengono la declaratoria in questione.

Detto giudice, infatti, ha affermato:

1) che il diritto alla retrocessione totale è soggetto a prescrizione decennale;

2) che il termine prescrizionale, allorquando il diritto sorge a seguito della decadenza della dichiarazione esplicita di pubblica utilità, decorre dalla scadenza del termine fissato a norma dell'art. 13 della legge n. 2359 del 1865, laddove, nel caso di dichiarazione implicita, la prescrizione può cominciare a decorrere dal momento in cui sopravviene un fatto o un atto amministrativo o legislativo che rende impossibile la realizzazione dell'opera pubblica;

3) che, nella specie, il termine di anni cinque per l'inizio dei lavori ebbe a scadere in data "8 novembre 1973" senza che fosse stata avviata la costruzione dell'opera stessa, onde, sotto la medesima data, si è verificata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità in relazione alla costruzione della scuola media in oggetto;

4) che con delibera n. 4 del 4 gennaio 1977, il Consiglio comunale di Pomarico dispose la "delocazzazione" dell'opera pubblica in questione, stabilendo che la scuola stessa venisse realizzata, anziché sul fondo espropriato al Latronico, "nel Piano di Zona e precisamente nell'area destinata a servizi sociali";

5) che, pertanto, anche a voler far decorrere dalla data della riferita delibera il termine decennale di prescrizione, l'azione per la retrocessione sarebbe da ritenere comunque prescritta, essendo stato l'atto introduttivo del giudizio di primo grado notificato al Comune di Pomarico il 15 maggio 1987, con la conseguenza che deve ritenersi prescritto anche il diritto al risarcimento del danno da riconoscersi all'espropriato nel caso in cui non sia possibile farsi luogo alla retrocessione per essere stata realizzata sul sito oggetto del provvedimento ablatorio un'opera del tutto diversa da quella per la quale era stata emessa la dichiarazione di pubblica utilità, atteso che il cennato risarcimento del danno presuppone il giuridico riconoscimento del diritto dell'espropriato stesso alla retrocessione.

Pur tuttavia, vale notare come il ricorrente principale abbia espressamente dedotto che "nel caso in esame l'espropriazione è avvenuta con il decreto del Prefetto di Matera del 17 maggio 1977 e (che) pertanto è da quella data che, ex art. 2935 c.c., in relazione all'art. 63 della citata legge n. 2359 del 1865, il Latronico poteva agire in retrocessione, il che fece con atto (del) 14 maggio 1987 e cioè entro il decennio dal pronunziato decreto di esproprio", onde la censura appare tale da cogliere "ambedue" le "rationes decidendi" (sopra riportate ai numeri 3 e 4, secondo quanto poi illustrato al numero 5) poste dal giudice di merito a fondamento della decisione impugnata, deducendo il medesimo ricorrente, con siffatta censura, un profilo, segnatamente afferente l'esatta individuazione del "dies a quo" del termine di prescrizione (decennale) in oggetto, che si palesa di per sé incompatibile con entrambe le anzidette "rationes", siccome fondato sulla data del "17 maggio 1977" in luogo vuoi della data dell'"8 novembre 1973" vuoi della data del "14 gennaio 1977".

Sotto il secondo profilo, poi, non essendovi censura in questa sede circa l'ammissibilità e la tempestività dell'eccezione di prescrizione sollevata in secondo grado dall'appellato, come pure in ordine al termine relativo (decennale e non quinquennale) concretamente applicabile, si osserva che la Corte territoriale ha ritenuto:

a) che il termine prescrizionale, allorquando il diritto alla retrocessione totale sorge a seguito della decadenza della dichiarazione esplicita di pubblica utilità, decorre dalla scadenza del termine fissato a norma dell'art. 13 della legge n. 2359 del 1865;

b) che nel caso di dichiarazione implicita, la prescrizione può cominciare a decorrere dal momento in cui sopravviene un fatto o un atto amministrativo o legislativo che rende impossibile la realizzazione dell'opera, là dove, a tale secondo proposito, il giudice di merito ha espressamente richiamato la sentenza di questa Corte n. 6829 del 13 dicembre 1982.

Giova subito notare che un simile riferimento non è pertinente, dal momento che la pronuncia sopra indicata, al pari del resto di quelle riportate nella decisione impugnata con riguardo al termine di prescrizione (decennale ovvero quinquennale) cui va soggetto il diritto alla retrocessione totale (Cass. 26 gennaio 1993, n. 954 e Cass. 26 giugno 1990, n. 6492, potendosi a queste ultime altresì aggiungere Cass. 9 novembre 1983, n. 6622; Cass. 8 giugno 1998, n. 5619; Cass. 10 gennaio 2000, n. 150), malgrado abbia affermato che il momento nel quale sopravviene la giuridica impossibilità di realizzazione dell'opera pubblica originariamente contemplata segna il "dies a quo" del relativo termine di prescrizione comportando la nascita del diritto appunto alla retrocessione del bene, attiene tuttavia ad una fattispecie che vede pur sempre il previo intervento del decreto di espropriazione rispetto all'atto (costituito, nel caso ivi esaminato, dall'approvazione di variante al piano particolareggiato di esecuzione di piano regolatore, in base al quale era stata disposta l'espropriazione) determinativo della richiamata impossibilità.

Quante volte, invece, la realizzazione dell'opera prevista nella dichiarazione di pubblica utilità divenga giuridicamente impossibile, vuoi per effetto della scadenza del termine di cui all'art. 13 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, vuoi per effetto di un mutamento nelle scelte di politica urbanistica che si sostanzino nella formale manifestazione della volontà dell'Amministrazione Pubblica di non utilizzare il bene per gli scopi cui l'espropriazione era finalizzata (liberandolo così da ogni vincolo o destinandolo ad un'opera del tutto diversa), in un momento "anteriore" all'emanazione del decreto di esproprio (come nella specie, risalendo quest'ultimo, secondo l'incensurato apprezzamento di fatto della Corte territoriale, al "17 maggio 1977", a fronte dell'inutile scadenza del termine per l'inizio dei lavori verificatasi l'"8 novembre 1973" e della "delocalizzazione" dell'opera pubblica in questione avvenuta a seguito di delibera consiliare del "14 gennaio 1977"), il termine di prescrizione del relativo diritto alla retrocessione totale, ai sensi dell'art. 63 della legge n. 2359 del 1865, deve farsi decorrere dal giorno dell'emanazione anzidetta.

A tanto induce la considerazione che, in forza della norma generale contenuta nell'art. 2935 c.c., la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, laddove, secondo quanto traspare dal rilievo circa la natura stessa dell'istituto in esame (avvalorato dalla lettera del sopra citato art. 63, il quale consente agli "espropriati", "fatta l'espropriazione", di domandare, se l'opera non siasi eseguita e siano trascorsi i termini a tal uopo concessi o prorogati, che sia dall'autorità giudiziaria competente pronunciata la decadenza dell'ottenuta dichiarazione di pubblica utilità e siano loro restituiti i beni "espropriati"), la retrocessione totale presuppone un valido ed efficace (decreto di espropriazione, attribuendo esattamente al proprietario dell'immobile "espropriato", ma non utilizzato per la realizzazione dell'opera pubblica a causa di un fatto verificatosi "ex post", un diritto potestativo di "riacquisto" del bene, il cui esercizio, peraltro, lungi dal dare luogo alla caducazione del precedente acquisto coattivo risolvendo la relativa espropriazione, ne postula la perdurante operatività, non eliminandone gli effetti, ma producendone di nuovi e parzialmente contrari, ovvero ponendo solo le condizioni per un nuovo trasferimento a titolo derivativo con effetto "ex nunc" e per un prezzo da determinarsi "ex novo" con riferimento al momento della sentenza costitutiva che, in mancanza di accordo amichevole, si sostituisca alla volontà delle parti, previo accertamento della persistente possibilità del trasferimento medesimo (Cass. 28 luglio 1994, n. 7065; Cass. 20 febbraio 1998, n. 1776; Cass. 21 agosto 1998, n. 8301).

Passando, quindi, a trattare dei rimanenti motivi del ricorso incidentale (ad eccezione del terzo, già fatto oggetto della sentenza pronunciata dalle Sezioni Unite di questa Corte in data 12 ottobre 2001 / 29 gennaio 2002), si osserva che il giudice del merito, secondo quanto riconosciuto dallo stesso Comune di Pomarico, "ha arrestato il proprio esame a questione (quella, cioè, di prescrizione) asseritamente esaminata 'in via preliminarè, con assorbimento di tutti i restanti temi decisori", onde il secondo, il quarto ed il quinto degli anzidetti motivi, che attengono (tutti) esattamente a temi decisori di quest'ultimo genere, si palesano inammissibili, occorrendo fare applicazione del principio in forza del quale il ricorso incidentale per cassazione, anche se condizionato, deve essere giustificato da un interesse che abbia per presupposto una situazione sfavorevole al ricorrente, ovvero una soccombenza, così che va dichiarato esattamente inammissibile quante volte, come nella specie, la parte vittoriosa sollevi questioni che il giudice di appello non abbia deciso in tal senso (sfavorevole cioè), avendole ritenute assorbite, laddove simili questioni, non considerate dalla sentenza impugnata, possono, in caso di accoglimento del ricorso principale, essere eventualmente riproposte davanti al giudice di rinvio (Cass. 20 luglio 1998, n. 7103; Cass. 16 luglio 2001, n. 9637; Cass. 8 ottobre 2002, n. 14382).

Pertanto, il ricorso principale merita accoglimento, laddove il primo motivo del ricorso incidentale va rigettato e del secondo, del quarto e del quinto deve essere dichiarata l'inammissibilità, onde, assorbito il sesto, siccome relativo alla disciplina della sorte delle spese processuali, l'impugnata sentenza soggiace a cassazione in riferimento al motivo accolto, con rinvio, anche ai fini delle spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Napoli, affinché detto giudice provveda a decidere la controversia rimessa alla sua cognizione facendo applicazione del seguente principio di diritto: "Qualora la realizzazione dell'opera prevista nella dichiarazione di pubblica utilità divenga giuridicamente impossibile, vuoi per effetto della scadenza del termine di cui all'art. 13 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, vuoi per effetto di un mutamento nelle scelte di politica urbanistica che si sostanzino nella formale manifestazione della volontà dell'Amministrazione Pubblica di non utilizzare il bene per gli scopi cui l'espropriazione era finalizzata (liberandolo così da ogni vincolo o destinandolo ad un'opera del tutto diversa), in un momento anteriore all'emanazione del decreto di esproprio, il termine di prescrizione (decennale) del relativo diritto alla retrocessione totale, ai sensi dell'art. 63 della richiamata legge n. 2359 del 1865, deve farsi decorrere dal giorno dell'emanazione anzidetta, atteso che, in forza della norma generale contenuta nell'art. 2935 c.c., la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere e che, del resto, la sopra indicata retrocessione presuppone un valido ed efficace decreto di espropriazione, attribuendo al proprietario dell'immobile espropriato, ma non utilizzato per la realizzazione dell'opera pubblica a causa di un fatto verificatosi 'ex post', un diritto potestativo di 'riacquistò del bene, il cui esercizio, lungi dal dare luogo alla caducazione del precedente acquisto coattivo risolvendo la relativa espropriazione, ne postula la perdurante operatività, non eliminandone gli effetti, ma producendone di nuovi e parzialmente contrari, ovvero ponendo solo le condizioni per un nuovo trasferimento a titolo derivativo con effetto 'ex nunc'". »»

CASS 8057/2002: «« Con atto di citazione notificato in data 11 novembre 1985 la s.a.s. Stabilimento di Zanica di Carini Adriana & C. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Bergamo la S.p.A. Concessioni e Costruzioni Autostrade per sentir ordinare la retrocessione di un'area di mq 1.240, espropriata unitamente ad altra maggior superficie per la sistemazione della bretella di accesso al casello di Bergamo dell'autostrada "Serenissima", con condanna della società convenuta al risarcimento dei danni da liquidarsi in prosieguo di giudizio; in via subordinata, ne chiedeva la condanna al solo risarcimento dei danni qualora fosse rimasta accertata la impossibilità della retrocessione dell'area, che, destinata originariamente alla costruzione di un impianto di rifornimento di carburante rimasto ineseguito, era stata poi espropriata dal Comune di Bergamo per la costruzione di capannoni artigianali e commerciali a seguito di approvazione di variante del piano regolatore generale secondo le previsioni del piano particolareggiato per insediamenti produttivi.

La società convenuta eccepiva il proprio difetto di legittimazione passiva in quanto il decreto di espropriazione era stato emesso in favore dell'A.N.A.S., della quale veniva autorizzata la chiamata in causa.

Costituitasi in giudizio, l'A.N.A.S. eccepiva preliminarmente l'incompetenza territoriale del giudice adito, appartenendo la causa alla competenza del giudice da individuarsi secondo le regole del foro erariale, operanti nella specie.

Con ordinanza del 18 aprile 1988 il giudice istruttore dichiarava la competenza territoriale del Tribunale di Brescia, dinanzi al quale il giudizio veniva tempestivamente riassunto.

Quindi, con sentenza 24 marzo - 22 settembre 1993, il tribunale condannava l'A.N.A.S. al pagamento della somma di L. 116.304.165 nei confronti della società attrice e rigettava la domanda da questa proposta nei confronti della S.p.A. Concessioni e Costruzioni Autostrade per difetto di legittimazione passiva.

Su gravame dell'A.N.A.S. - in favore della quale spiegava intervento adesivo la S.p.A. Concessioni e Costruzioni Autostrade - la Corte d'Appello di Brescia, con sentenza del 28 gennaio - 17 febbraio 1998, dichiarava inammissibile l'impugnazione adesiva così qualificando l'intervento della predetta società e, in parziale riforma della sentenza impugnata, condannava l'A.N.A.S. al pagamento della somma di L. 89.706.260, pari all'importo della indennità di espropriazione liquidata in L. 95.000.000, detratte le somme ricevute dalla società in misura di complessive L. 6.043.740 per la prima espropriazione di detta area, con gli interessi legali dal 22 giugno 1988 al saldo.

Respinta preliminarmente l'eccezione di difetto di giurisdizione in quanto - come già affermato dal giudice di primo grado - nella specie doveva ritenersi superfluo l'avviso di inservibilità dell'area relitta o il sostitutivo decreto prefettizio poiché la sopraggiunta espropriazione di detta area da parte del Comune di Bergamo aveva reso del tutto impossibile la realizzazione integrale dell'opera pubblica programmata, la Corte affermava che ciò aveva determinato la nascita del diritto della società espropriata di ottenere dall'A.N.A.S. l'indennità da essa percepita per la seconda espropriazione essendosi il diritto alla retrocessione dell'area relitta convertito nel diritto al pagamento dell'indennità liquidata per la seconda espropriazione, senza necessità di alcun pagamento del prezzo del relitto successivamente espropriato poiché di esso non aveva riottenuto la disponibilità; precisava inoltre che, trattandosi di debito di valuta, l'obbligazione dell'A.N.A.S. si estingueva con la restituzione del danaro nel suo valore nominale senza alcuna rivalutazione, salva restando l'aggiunta degli interessi legali.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l'Ente Nazionale Strade - A.N.A.S. con quattro motivi.

Ha resistito con controricorso illustrato da memoria la s.a.s. Stabilimento di Zanica di Pelandi Quirino & C., già s.a.s. Stabilimento di Zanica di Carini Adriana.

Con sentenza del 4 maggio - 7 agosto 2001 le Sezioni Unite della Suprema Corte, respinte le eccezioni di inammissibilità sollevate dalla controricorrente, hanno rigettato il secondo motivo di ricorso, ribadendo la giurisdizione del giudice ordinario in base alla considerazione che l'intervenuta destinazione a una diversa opera di pubblica utilità di parte dei beni espropriati e non utilizzati dal primo espropriante consentiva di prescindere dalla dichiarazione d'inservibilità dei relitti da parte dell'espropriante o della autorità prefettizia e comportava l'applicazione a tali beni del meccanismo della tutela giurisdizionale del diritto alla retrocessione secondo lo schema della retrocessione totale; hanno rimesso quindi a questa sezione l'esame degli ulteriori motivi di ricorso.

La società controricorrente ha depositato ulteriore memoria.

Motivi della decisione

L'esame delle eccezioni di inammissibilità del ricorso per difetto di rappresentanza in giudizio dell'Ente Nazionale Strade e per intervenuta acquiescenza dell'ente soccombente, riproposte dalla società controricorrente nella seconda memoria illustrativa, resta precluso dalla pronuncia delle Sezioni Unite, cui è stato devoluto l'esame del secondo motivo di ricorso.

Passando all'esame delle ulteriori censure mosse contro la sentenza impugnata, con il primo motivo si denuncia la violazione degli artt. 60 e 61 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, e dell'art. 112 cod. proc. civ. in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 4, dello stesso codice, e si sostiene che erroneamente sarebbe stato ravvisato nella specie il diritto della società attrice alla retrocessione, non essendo ipotizzabile la retrocessione di un bene da parte dell'espropriante che ne abbia perduto la disponibilità per essere stato a sua volta espropriato; si afferma, inoltre, che la sentenza impugnata sarebbe incorsa nel vizio di extrapetizione avendo accolto una domanda diversa da quella proposta dalla società attrice, la quale aveva chiesto in via gradata, nell'ipotesi di ritenuta impossibilità della retrocessione, la condanna dell'ente convenuto al risarcimento dei danni.

Con il terzo motivo, che per la portata delle censure articolate può formare oggetto di trattazione congiunta, viene denunciata la violazione dell'art. 60 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, e si sostiene che la sentenza impugnata sarebbe incorsa in errore avendo negato l'obbligo dell'originario proprietario di corrispondere all'espropriante il prezzo della retrocessione poiché, ove dovesse escludersi nella specie ogni riferimento al fenomeno della retrocessione, l'azione proposta non potrebbe trovare altra giustificazione se non quella di azione risarcitoria o di arricchimento indebito, dovendo escludersi la risoluzione dell'avvenuta espropriazione.

Le censure meritano accoglimento nei limiti che saranno meglio precisate in prosieguo.

Va considerato innanzi tutto che la prospettazione posta a fondamento del primo profilo del motivo di ricorso in esame si richiama alla costruzione formulata dalla dottrina secondo cui il diritto alla retrocessione, per la sua natura di diritto potestativo ad esercizio giudiziale, si sostanzia in una aspettativa reale, e cioè in una situazione preliminare la cui funzione è quella di preservare la nascita di un diritto reale.

Tale posizione giuridica - che viene talora definita come "ius ad rem" per sottolinearne taluni caratteri di realità - pur comportando l'inopponibilità all'espropriato di qualsiasi atto di disposizione del bene compiuto dall'espropriante (c.d. diritto di seguito), non si configura tuttavia come un diritto reale e non può esser fatta rientrare perciò nelle previsioni dell'art. 52 della legge n. 2359 del 1865, secondo cui, pronunciata l'espropriazione, tutti i diritti che insistano sul fondo possono farsi valere solo sull'indennità che lo rappresenta.

Da ciò viene fatta discendere l'inammissibilità della conversione del diritto alla retrocessione in un diritto di credito all'indennità fissata per il secondo esproprio, in quanto la retrocessione dà luogo ad un nuovo trasferimento, del tutto autonomo e svincolato dall'originario trasferimento coattivo, come può desumersi dall'avvenuta abrogazione del terzo comma dell'art. 60 della legge del 1865, per il quale il prezzo dei fondi retrocessi non poteva eccedere l'ammontare dell'indennità ricevuta dal proprietario per l'espropriazione del suo fondo, salvo che vi fossero dall'espropriante eseguite opere nuove che ne avessero aumentato il valore.

Orbene, l'affermazione che il diritto alla retrocessione resta paralizzato per l'impossibilità della restituzione del bene relitto, espropriato per una nuova finalità di interesse pubblico, e si estingue definitivamente non ha tuttavia trovato consenso nella giurisprudenza, che ha sempre posto a fondamento delle sue pronunce in materia l'affermazione della conversione del diritto alla retrocessione nel diritto all'indennità stabilita per la seconda espropriazione.

Tale orientamento merita di essere ribadito, seppur con opportune precisazioni, perché, non può non concordarsi con l'affermazione che il diritto alla retrocessione si estingue nell'ipotesi in cui l'area relitta, che non sia stata impiegata nella realizzazione dell'opera pubblica cui era originariamente destinata, non possa più essere retrocessa in quanto espropriata per la realizzazione di una diversa opera pubblica.

Va considerato, peraltro, che l'espropriazione dell'area relitta non comporta soltanto l'effetto di estinguere il diritto di proprietà del primo espropriante, ma determina anche l'estinzione del diritto potestativo dell'originario proprietario alla retrocessione dell'area relitta, della quale è rimasta definitivamente esclusa l'utilizzabilità per la realizzazione dell'opera pubblica cui era originariamente destinata.

Il sacrificio del diritto alla retrocessione, se, da un lato esclude che possa verificarsi una sua automatica conversione nel diritto all'indennità corrisposta dal secondo espropriante al primo espropriante - come ritenuto dalla sentenza impugnata - poiché non è ipotizzabile una reviviscenza della prima espropriazione dopo che la vicenda espropriativa si è ormai esaurita con il pagamento dell'indennità, non può tuttavia neppure restare senza ristoro da parte del primo espropriante che avrebbe dovuto soggiacere alla domanda di retrocessione: tale ristoro non può essere superiore all'importo dell'indennità ricevuta dal primo espropriante il quale, non essendo in alcun modo responsabile dell'estinzione del diritto alla retrocessione, non può essere tenuto oltre i limiti dell'importo dell'indennità ricevuta dal secondo espropriante, fermo restando il suo diritto alla corresponsione del prezzo che avrebbe ottenuto per la retrocessione, qualora questa fosse stata possibile, a fronte della perdita definitiva dell'area relitta.

Al riguardo deve ritenersi insussistente il denunciato vizio di extrapetizione alternativamente prospettato dal ricorrente con riferimento alla pronuncia restitutoria dell'indennità originaria emessa in accoglimento della domanda risarcitoria proposta in via subordinata dalla società attrice, poiché il giudice, cui appartiene il potere di qualificazione giuridica della domanda dedotta in giudizio, esorbita dai limiti della mera qualificazione della domanda solo quando proceda a un mutamento della stessa sostituendo la "causa petendi" dedotta in giudizio con una differente, basata su fatti diversi da quelli allegati dalle parti. Tale situazione non si verifica nella specie essendosi limitato il giudice di merito a qualificare il diritto derivante dalla sopravvenuta impossibilità della retrocessione, dedotto in giudizio dalla società attrice come diritto al risarcimento del danno, in termini di obbligazione restitutoria dell'indennità percepita dall'A.N.A.S. per l'espropriazione dell'area relitta senza procedere ad alcuna immutazione dei fatti posti a fondamento della domanda.

Deve perciò concludersi nel senso che il proprietario che non possa più ottenere la retrocessione dell'area relitta a causa della sua espropriazione per la realizzazione di una diversa opera pubblica ha diritto al versamento dell'indennità corrisposta al primo espropriante previo pagamento del prezzo che avrebbe dovuto pagare per la retrocessione, ove questa fosse stata possibile secondo quanto già affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 1757 del 20 maggio 1969.

L'accoglimento per quanto di ragione del primo e del terzo motivo di ricorso comporta l'assorbimento dell'esame della censura proposta col quarto motivo, avente natura subordinata, con la quale si denuncia l'omessa rivalutazione dell'indennità liquidata per la primitiva espropriazione.

In conclusione il ricorso merita accoglimento e, conseguentemente, la sentenza impugnata dev'essere cassata con rinvio della causa ad altro giudice il quale si conformerà al principio di diritto secondo cui allorquando i beni relitti, non utilizzati nella realizzazione dell'opera per la quale sono stati espropriati, abbiano formato oggetto di una successiva espropriazione per una diversa opera pubblica il diritto alla retrocessione si estingue e il proprietario originario può pretendere dal primo espropriante solo il pagamento dell'indennità di espropriazione da lui ricevuta previo versamento del prezzo che sarebbe stato tenuto a corrispondere nel caso in cui la retrocessione fosse stata possibile. »»


CASS 8301/1998: «« Il Greco era deceduto ed aveva nominato eredi la moglie Luisa Tonini ed il nipote Francesco Greco, la prima anche a nome del secondo era intervenuta in un giudizio di retrocessione iniziato da altri condomini dello stabile di via Giolitti.

Con la sentenza parziale dell'11 maggio 1971, il Tribunale di Roma aveva dichiarato la decadenza del comune di Roma dall'esecuzione dell'opera pubblica con diritto di retrocessione dei privati, sotto condizione del previo pagamento del prezzo, per la determinazione del quale il giudizio era continuato dinanzi al Tribunale di Roma. La decisione ha trovato conferma in sede di gravame da App. Roma 11 luglio 1975.

Per la determinazione del prezzo da pagare al comune, al fine della retrocessione del bene, il giudizio proseguì in primo grado presso il Tribunale di Roma, se non che, con ordinanza del 15 dicembre 1976 il G.I. dispose la separazione del giudizio in questione da quello iniziato dagli altri espropriati, ed il processo fu poi cancellato dal ruolo con ordinanza del 13 dicembre 1977 a seguito della morte della Tonini.

Nel frattempo, con atto per notar Verde del 13 febbraio 1972, Nicola Santoro aveva acquistato dalla Tonini il diritto controverso alla retrocessione della proprietà sull'area, sotto la condizione sospensiva dell'accoglimento delle domande giudiziali spiegate dalla Tonini, con sentenza passata in giudicato.

Cancellato dal ruolo il processo in cui era intervenuta la Tonini, prima del decorso dell'anno il Santoro con atto del 7 dicembre 1978 riassunse il giudizio, ma, con sentenza del 9.2.81 il Tribunale di Roma ha dichiarato inammissibile la riassunzione della causa da parte del Santoro, successore a titolo particolare nel diritto controverso.

Il Santoro non ha impugnato questa sentenza, ma con successivo atto di citazione, in data 1° dicembre 1982 ha instaurato un nuovo giudizio con il quale chiede la condanna del Comune di Roma, in via principale, ad un indennizzo sostitutivo degli immobili demoliti, con gli interessi legali, come per legge e, in subordine, la retrocessione di 38 millesimi dell'area risultante dopo la demolizione dell'edificio.

Con sentenza del 17 febbraio 1993 il Tribunale di Roma ha respinto ogni domanda, sia principale che subordinata. Con atto di impugnazione, notificato in data 10 febbraio 1994, Nicola Santoro ha proposto appello avverso la sentenza chiedendo, la condanna del Comune di Roma al pagamento in favore dell'appellante della somma di lire 429.975.000 (da lire 485.100.000, valore degli immobili demoliti, dedotte lire 55 125.000 dovute al Comune quale prezzo della retrocessione). In via subordinata, ha chiesto la condanna del Comune al trasferimento in favore dell'appellante della proprietà del locale-negozio, sito in Roma via Giolitti n. 63/A, o in subordine, della proprietà di 38 millesimi dell'area di quanto relitto dell'edificio demolito, il tutto previa corresponsione del prezzo della retrocessione.

Con sentenza del 29 gennaio 1996, la Corte d'Appello di Roma ha rigettato l'impugnazione perché con il rogito Verde, il ricorrente non aveva acquistato un diritto, ma solo un'aspettativa peraltro mai verificatasi.

Avverso questa decisione propone ricorso il Santoro. Resiste con controricorso il comune di Roma. Il ricorrente ha depositato tempestiva memoria.

Motivi della decisione

Con il primo motivo del proposto ricorso, si censura l'impugnata sentenza per violazione dell'art. 1353 c.c., per non aver il giudice a quo rilevato che il Santoro, con la citazione del 1982, aveva posto in essere un comportamento concludente idoneo a dar luogo alla rinuncia tacita della condizione.

La censura non è fondata perché il giudice del merito prende atto, in via subordinata, di questa possibilità, ma precisa che l'eventuale rinuncia alla condizione sospensiva non comporta l'effetto sperato dell'avvenuto acquisto per retrocessione dei beni già espropriati, anche per l'avvenuta interruzione del processo di retrocessione, iniziato dalla Tonini, ma successivamente estinto, prima che fosse determinato il prezzo dovuto per l'esercizio del diritto potestativo alla retrocessione. Il trasferimento dei diritti e lo stesso pagamento del prezzo era infatti subordinato all'effettiva restaurazione dei diritti del venditore mediante sentenza definitiva, evento futuro ed incerto, mai verificatosi.

In altri termini i giudici di merito hanno ben sottolineato, senza che sul punto sia stata avanzata censura di sorta, come l'acquisto di un diritto al diritto o di una mera aspettativa non comporti in alcun modo il verificarsi dell'evento futuro ed incerto sol perché una delle parti intenda tacitamente rinunciare alla condizione, promuovendo il presente giudizio con l'atto introduttivo del 1982. L'aver iniziato la causa con l'amministrazione comunale non produce affatto l'effetto dell'acquisto per la dante causa del Santoro della proprietà dei beni in virtù di un giudizio di retrocessione che non ha avuto luogo viste le sorti del processo iniziato dalla Tonini e del giudicato formatosi sulla inammissibile prosecuzione del Santoro.

Infatti il ricorrente non può dolersi del mancato rilievo della rinuncia alla condizione allorché il Tribunale di Roma ha, con sentenza 9 febbraio 1981, passata in giudicato, negato al Santoro la prosecuzione del giudizio di retrocessione. Inoltre la Corte d'Appello, al di là di ogni problema sulla legittimazione, ha rilevato, per quanto attiene al profilo di merito, che con il rogito per notar Verde del 13 febbraio 1972, titolato "compravendita sotto condivisione sospensiva", premesse le vicende espropriative e quelle successorie, i beni e i diritti immobiliari vengono alienati in condizioni di fatto e di diritto in cui si trovano per la somma di lire tre milioni non versata, ma consegnata a titolo di custodia infruttifera che sarebbe divenuta corrispettivo solo se si fosse verificata la retrocessione dei beni stessi: somma "che si intenderà convertita a titolo del prezzo pattuito, al verificarsi della condizione, poiché la proprietà e il possesso di quanto venduto si trasferiranno al compratore solo nel caso che la condizione si avveri". "Nella contraria ipotesi, saranno restituite al Santoro, nel termine di dieci giorni, la somma suddetta e le spese tutte sostenute; trascorso il quale termine, le somme stesse frutteranno interessi penitenziali del dieci per cento (10%) annuo".

Di fronte a questa chiara volontà delle parti correttamente interpretata dal giudice del merito si infrange ogni censura che non tenga conto della reale situazione di mera aspettativa in cui versava la dante causa del Santoro. Con la conseguenza che di fronte ad un'attribuzione traslativa di diritti, mai realizzata, il mancato verificarsi della retrocessione non poteva essere ovviata per effetto dell'inizio del giudizio da parte del Santoro qualificato come rinuncia tacita alla condizione.

Con il secondo motivo del proposto ricorso, si censura l'impugnata sentenza per violazione del giudicato che nel frattempo si era formato come cessione di credito litigioso, senza tener conto delle vicende della retrocessione.

La censura non è fondata. Anche a voler degradare la vendita sotto condizione sospensiva della retrocessione a cessione di credito litigioso, resta pur sempre da precisare che anche nella cessione del diritto di credito, occorre pur sempre un momento traslativo del diritto acquisito dopo aver esperito fruttuosamente il diritto potestativo alla retrocessione il che non è avvenuto nella fattispecie.

La retrocessione, infatti, è una "facoltà" riconosciuta all'espropriato nel presupposto dell'inutilizzazione del bene da parte della p.a., ma l'oggetto della retrocessione non va oltre quel che resta del bene espropriato. Pertanto, quando la retrocessione non sia possibile a causa dei mutamenti apportati alla struttura del bene, nella specie, demolizione di una costruzione inesistente sull'area espropriata, nessun risarcimento spetta all'espropriato per la perdita del bene, avendo l'indennità a suo tempo corrisposta già compensato l'acquisizione del bene in capo all'espropriante (così Cass., Sez. I, 18 agosto 1997, n. 7665).

In altri termini, il diritto soggettivo alla retrocessione parziale di quei beni che, compresi nel provvedimento espropriativo, non siano stati effettivamente utilizzati in occasione della realizzazione dell'opera pubblica presuppone la dichiarazione da parte della p.a. di tale sopravvenuta inutilità ed ha natura di diritto potestativo, il cui esercizio non risolve la precedente espropriazione, ma soltanto pone condizioni per un nuovo trasferimento con effetto ex nunc dal momento della sentenza costitutiva che, in mancanza di accordo amichevole, tenga luogo alla volontà delle parti, previo accertamento della persistente possibilità del trasferimento stesso, del quale determina il prezzo. Con la retrocessione del fondo espropriato, infatti, non rivive l'obbligazione dell'espropriante di pagare l'indennità di esproprio, ormai adempiuta con il deposito della somma presso la cassa depositi e prestiti, ma nasce l'obbligazione dell'espropriato al pagamento del prezzo della retrocessione (o del nuovo trasferimento) determinato dal giudice; con la conseguenza che, ove l'espropriato, per propria scelta, non abbia riscosso l'indennità dalla predetta cassa, non ha alcun credito da opporre all'espropriante in compensazione di quello costituente il prezzo della retrocessione. (Cass., Sez. I, 28 luglio 1994, n. 7065; Cass., Sez. I, 1 luglio 1994, n. 6253).

In definitiva, il diritto alla retrocessione di un bene espropriato, per mancata o impossibile esecuzione, nei termini, dell'opera pubblica programmata, o dei diritti ad esso relativi, nell'impossibilità di restituzione del bene, si realizza pur sempre mediante un nuovo trasferimento con effetto ex nunc dal momento della sentenza costitutiva che, in mancanza di accordo amichevole, ne determini il prezzo.

Questo presupposto è del tutto mancato nel caso di specie per cui nessun diritto vanta il Santoro, in quanto la dante causa ricevette all'epoca l'indennità di esproprio per il bene perduto e non fece utilmente valere il proprio diritto potestativo alla retrocessione, né ottenne una sentenza costituita con efficacia ex nunc avente ad oggetto il trasferimento, previo pagamento di un corrispettivo da stabilirsi dal giudice, ma di fatto né richiesto né stabilito, del diritto reale sul bene immobile o sul risarcimento del danno che tenesse luogo al bene non più ritrasferibile. »»


CASS 11215/1997: «« Ciò aveva indotto essi attori, divenuti eredi dei proprietari espropriati, a chiedere, ma invano, la retrocessione del fondo espropriato.

Peraltro, con D.M. 15 aprile 1986 n. 8169, il Ministero dei Lavori Pubblici aveva disposto il passaggio del bene in questione dal demanio al patrimonio disponibile dello Stato.

Tale provvedimento nell'altro era che l'avviso col quale l'espropriante indica, ai sensi e per gli effetti di cui al primo comma dell'art. 61 L. 25 giugno 1865 n. 2359, "i beni che, non dovendo più servire all'eseguimento dell'opera pubblica, sono in condizione di essere rivenduti"; e che, a mente dello stesso art. 61, i precedenti proprietari (o i loro aventi causa) di un bene espropriato hanno diritto a riacquistarne la proprietà anche nell'ipotesi in cui l'opera pubblica per la quale era stata disposta l'espropriazione sia stata realizzata e sia stata effettivamente destinata allo scopo di pubblica utilità posto a base del provvedimento ablatorio, ma successivamente, sia stata distratta da questo scopo e non si configuri più un interesse dell'espropriante al suo utilizzo.

Ne risultava, perciò, il loro diritto alla retrocessione del fondo, per cui avevano reiterato la relativa richiesta, peraltro non accolta.

Pertanto, con lo stesso atto gli eredi Ammaturo convennero il Ministero dei Lavori Pubblici e la Regione Campania davanti al Tribunale di Napoli al quale chiesero di disporre previo accertamento del loro diritto alla retrocessione e del relativo prezzo la retrocessione medesima con il connesso ordine. di pagamento del prezzo.

I convenuti costituitisi in giudizio, contestarono la domanda. Il Ministero dei Lavori pubblici ne eccepì l'inammissibilità, l'improponibilità e l'infondatezza.

A sostegno delle eccezioni dedusse:

che stante la disciplina dettata dagli artt. 60 61 L. n. 2359/1865 i proprietari espropriati non hanno diritto alla retrocessione nell'ipotesi in cui l'opera per la quale era stata disposta l'espropriazione pur essendo stata realizzata entro i termini prescritti e pur essendo stata adibita al fine sotteso al provvedimento ablatorio successivamente, sia divenuta non più idonea a servire all'uso pubblico o sia stata distratta da quell'uso; che, in ogni caso, nella specie, non sussistevano i presupposti per la retrocessione dato che non era stato emanato l'avviso (tra l'altro insuscettibile di equipollenti e, comunque, non surrogabile con il provvedimento di sdemanializzazione) di non utilizzabilità dell'immobile, né il provvedimento prefettizio pronunciato su istanza della parte, previsto in alternativa dal terzo comma dell'art. 61;

che, comunque, i ricorrenti erano decaduti dall'azione di retrocessione.

La Regione Campania, in via preliminare, eccepì il difetto della propria legittimazione passiva. In subordine uniformò la propria difese a quella del Ministero dei Lavori Pubblici; eccepì, inoltre, che il bene non era libero da vincoli né disponibile in quanto dalla vasca aveva origine un manufatto di proprietà comunale, costituito dall'imbocco del canale di scarico, funzionante, destinato a raccogliere le acque superficiali provenienti da monte di via Ottaviano.

Nelle conclusioni definitive in primo grado, gli attori chiesero che i convenuti fossero condannati a chiudere l'imbocco sulla vasca della condotta di scarico di proprietà comunale.

Il Tribunale adito, pronunciando con sentenza depositata il 19 novembre 1992, dichiarò che la domanda di chiusura dell'imbocco del canale di scarico era improponibile, stante il disposto dell'art. 4 L. 20 marzo 1865 n. 2248, All. E; e rigettò quella di retrocessione. La pronuncia è stata confermata dalla Corte d'appello di Napoli davanti alla quale gli eredi Ammaturo avevano proposto impugnazione in secondo grado con sentenza depositata il 18 aprile 1994.

Il giudice del merito ha fondato la reiezione della domanda di condanna alla chiusura dell'imbocco della condotta di scarico sulla sua nullità conseguente all'assoluta indeterminatezza della relativa causa petendi.

Ha fondato, poi, la reiezione della domanda di retrocessione sul rilievo che l'art. 61 L. n. 2359/1865 non prevede neanche in forza di una sua interpretazione estensiva od analogica che i precedenti proprietari dell'immobile espropriato abbiano diritto alla retrocessione anche nell'ipotesi della dismissione o della non utilizzazione dell'opera pubblica verificatasi successivamente alla sua realizzazione.

Amedeo Ammaturo, Aniello Ammaturo e Francesco Ammaturo, hanno proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi di annullamento, illustrati da memoria.

L'intimata Amministrazione dei Lavori Pubblici resiste con controricorso e propone ricorso incidentale affidato ad un unico motivo di annullamento.

L'intimata Regione Campania, resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1. A norma dell'art. 335 Cod. proc. civ. si deve disporre la riunione dei ricorsi per la cassazione della sentenza della Corte d'appello di Napoli del 18 aprile 1994 proposti. in via principale, dagli Ammaturo e, in via incidentale, dal Ministero dei Lavori Pubblici. 2.1. I due motivi del ricorso principale ineriscono al principio affermato dalla Corte territoriale secondo cui le disposizioni degli artt. 60 e 61 L. 25 giugno 1865 n. 2359 (sulla espropriazione per pubblica utilità) consentono la retrocessione delle sole aree non utilizzate per la realizzazione dell'opera pubblica in previsione della quale erano state espropriate, e non già anche delle aree espropriate sulle quali insista l'opera realizzata, tutte le volte che difetti (sin dall'origine o successivamente) l'utilizzazione di quest'opera per il fine pubblico previsto nel provvedimento di espropriazione.

a) Il primo mezzo ravvisa in quella statuizione la violazione e falsa applicazione degli artt. 60, 61 e 63 della L. n. 2359/1865, nonché il vizio di motivazione, dato che la corretta interpretazione di queste disposizioni ne impone una lettura del tutto opposta.

A ciò, sostengono nella sostanza i ricorrenti Ammaturo, conduce la considerazione che l'ordinamento positivo pone un nesso inscindibile tra il fine pubblico previsto nel provvedimento di espropriazione e la sua attuazione, nel senso che subordina la permanenza della situazione giuridica originata dal provvedimento ablativo all'effettiva utilizzazione del bene espropriato per il fine originariamente previsto; che, in questo nesso si identifica un presupposto e la ratio dell'istituto della retrocessione; che tale nesso non sussiste, non solo nell'ipotesi (espressamente considerata nel Titolo I, Capo VI della L. n. 2359/1865) in cui il fine non venga mai attuato stante la mancata destinazione del bene espropriato, sin dall'origine, alla realizzazione dell'opera pubblica ed al fine pubblico programmato, anche quando quest'opera, ancorché realizzata ed utilizzata per il fine previsto, non sia più destinata ad alcun fine pubblico o sia destinata ad un fine diverso; e che, di conseguenza, stante l'eadem ratio e la sussistenza del medesimo presupposto essenziale, la disciplina sulla retrocessione deve trovare applicazione, quanto meno in via analogica, anche con riferimento a questa ipotesi.

b) Il secondo mezzo denuncia che il regime degli artt. 60, 61 e 63 L. n. 2359/1865 come ricostruito dalla Corte territoriale presenta profili di incostituzionalità.

Infatti, contrastata sia con il principio, fissato dall'art. 3 della Costituzione della parità di trattamento giuridico in relazione a situazioni di fatto di uguale contenuto sostanziale; e sia con la previsione, dettata dall'art. 42 della Costituzione, di "un inscindibile collegamento tra l'istituto della espropriazione della proprietà privata e la finalizzazione dell'espropriazione stessa alla pubblica utilità", previsione che ha quale imprescindibile corollario il principio per cui tale collegamento (deve sussistere in qualsiasi tempo, anteriore o posteriore alla realizzazione dell'opera).

2. 2. Nell'unico motivo della sua impugnazione incidentale, il ricorrente Ministero dei Lavori Pubblici denuncia che la Corte di Napoli ha violato le regole ed i principi in tema di riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo allorché ha affermato (implicitamente) la sussistenza della giurisdizione di quello ordinario rispetto alla domanda di retrocessione introdotta dagli Ammaturo.

Infatti, specifica, avrebbe dovuto dichiarare il difetto di giurisdizione del giudice ordinario adito, essendo principio che in assenza, come nella specie, della dichiarazione di inservibilità il privato non vanta un diritto soggettivo alla retrocessione dei bene ma un mero interesse legittimo.

3. Il ricorso incidentale deve essere esaminato prioritariamente stante il carattere pregiudiziale della questione di giurisdizione con esso proposta.

La questione è infondata.

Nella controversia che ne occupa gli Ammaturo hanno sostenuto (e sostengono) che con il suo Decreto n. 8169 del 15 aprile 1986 il Ministero dei Lavori pubblici ha dichiarato, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 61 comma 1 L. 25 giugno 1865 n. 2359, che il fondo espropriato ai loro danti causa col decreto 3 luglio 1928 non serve più al fine pubblico cui l'opera prevista nel provvedimento ablatorio era strumentale; e che, pertanto, essi si sono venuti a trovare nella situazione giuridica disciplinata nel secondo comma dello stesso art. 61 e, perciò, hanno dichiarato all'espropriante di voler conseguire la retrocessione del bene espropriato e gli hanno chiesto, ma invano, di procedere agli adempimenti di sua competenza. Sulla base di queste deduzioni, hanno chiesto al giudice ordinario di assumere le conseguenti statuizioni.

Ora, valutata nella sua effettiva natura, nonché nella sua intrinseca ed obbiettiva consistenza ed in relazione alla disciplina legale sulla materia, la situazione giuridica che costituisce oggetto della controversia deve essere ricondotta alla posizione giuridica che l'ordinamento positivo riconosce a chi abbia subito l'espropriazione di uno o più aree a seguito del riconoscimento attraverso la c.d. dichiarazione di inservibilità di cui al primo comma dell'art. 61 L. n. 2359/1865 che una porzione dell'area espropriata (o nel caso dell'espropriazione di più aree, una di esse) non serve più all'eseguimento dell'opera pubblica: ossia, ad una posizione giuridica che, come è saldo principio, ha natura di diritto soggettivo, ed è tutelabile davanti al giudice ordinario (v. Cass., S.U. 7 luglio 1994 n. 6378, 28 novembre 1990 n. 11463, 10 gennaio 1977 n. 239, 28 giugno 1975 n. 2550, 4 marzo 1966 n. 634).

La controversia che ne occupa, perciò, ha per oggetto una posizione giuridica di diritto soggettivo, di modo che la giurisdizione rispetto ad essa spetta ai giudice ordinario.

Né, in contrario può valere l'eccezione del Ministero dei Lavori pubblici secondo cui, nella specie, difetta la dichiarazione di inservibilità, posto che il D.M. 15 aprile 1986 n. 8169 ha un diverso contenuto ed un diverso scopo, sicché, a tutto concedere, gli Ammaturo si troverebbero nella situazione giuridica disciplinata dai terzo comma dell'art. 61 (ove l'avviso predetto non venga pubblicato (cioé, ove non venga emesso il decreto di inservibilità) potranno i proprietari o gli aventi ragione da essi rivolgersi al Prefetto, perché con suo decreto dichiari che i beni più non servono all'opera pubblica") che è di mero interesse legittimo.

Si tratta, infatti, di un'eccezione che attiene al merito della causa e non rileva in alcun modo ai fini della identificazione del suo petitum sostanziale.

Il motivo ed il ricorso incidentale, pertanto, devono essere respinti.

4.1. I due motivi del ricorso principale devono essere esaminati congiuntamente.

Gli stessi propongono la questione se l'istituto della retrocessione c.d. parziale o dei relitti disciplinato negli artt. 60 62 L. 25 giugno 1865 n. 2359 trovi applicazione anche nell'ipotesi in cui sull'area espropriata sia stata realizzata l'opera pubblica per la quale era stato pronunciato il provvedimento ablatorio, e che quest'opera, dopo la sua ultimazione, sia stata effettivamente adibita alla destinazione programmata, ma abbia poi perso siffatta utilizzazione.

4.2. L'esegesi della disciplina positiva impone l'accoglimento dell'opzione negativa, sulla quale, del resto, la dottrina conviene in modo unanime.

Infatti, da quella analisi emerge in modo univoco: che gli anzidetti artt. 60 e 61 limitano rigorosamente la "retrocessione" alle sole aree o porzione di esse sulle quali non sia stata eseguita l'opera pubblica per la quale erano state espropriate ed abbiano conservato i caratteri fisici e strutturali che le tipicizzavano alla data del provvedimento ablativo; che il presupposto e la ragion d'essere della c.d. retrocessione parziale stanno nella non necessità dell'area espropriata rispetto alla realizzazione dell'opera pubblica prevista nel decreto di espropriazione, non necessità che si configura giuridicamente sol quando sussistano due condizioni: l'avvenuta realizzazione dell'opera, ma su altra area o su altra porzione dell'area; l'inservibilità della porzione rispetto all'opera (anche quale semplice pertinenza od accessorio) accertata formalmente attraverso i provvedimenti di cui all'art. 61 L. n. 2359/1865 ossia in concreto, il c.d. dichiarazione di inservibilità o, ove questa manchi, il decreto del Prefetto.

che, correlativamente, è da escludere che il presupposto e la ratio dell'istituto possano essere ravvisati nell'inutilità dell'area espropriata rispetto al fine pubblico da conseguire attraverso l'opera pubblica prevista nel decreto di espropriazione.

Lo denota, in primo luogo, il rilievo che le richiamate disposizioni da un canto, non ricollegano in alcun modo la retrocessione alla mancata utilizzazione dell'area espropriata; e dall'altro, prevedono quale suo unico presupposto essenziale la mancata esecuzione dell'opera pubblica per cui era stata disposta l'espropriazione.

Indi, il dato secondo cui il "diritto" attribuito da quelle norme all'espropriato ha quale unico oggetto il "fondo" espropriato e non l'opera realizzata sullo stesso.

Tanto si evince, in concreto, già dal dettato dell'art. 60. Soprattutto, però, dalla prescrizione del secondo comma dell'art. 61 che struttura la retrocessione dei relitti quale diritto a Riacquistare la proprietà dei suddetti fondi. Ciò comporta, infatti, sia che la retrocessione può riguardare solo i beni nei cui confronti il soggetto era titolare di un diritto di proprietà perduto per effetto della espropriazione, posto che solo per questi si può configurare il riacquisto della proprietà; e sia che la retrocessione non può riguardare l'opera realizzata sui fondo espropriata, posto che nei suoi confronti non può mai configurarsi un riacquisto della proprietà.

Correlativamente, in questa ipotesi, non potendosi configurare la retrocessione dell'opera diventa impossibile anche il riacquisto della proprietà del fondo sul quale detta opera insiste. »»


CASS 3602/2003: «« che, in conclusione, mancavano i presupposti per l'accoglimento sia della domanda di retrocessione, sia della domanda di risarcimento dei danni da occupazione appropriativa.

Avverso tale sentenza il Mengozzi propose appello con atto notificato il 23 maggio 1996.

Richiamato tutto quanto prospettato nel corso del processo di primo grado, addusse i seguenti motivi:

1) il Tribunale, interpretando erroneamente la domanda, diretta alla restituzione dell'area espropriata, avrebbe ritenuto che il Mengozzi avesse chiesto la retrocessione parziale del fondo di sua proprietà, rigettando quindi la domanda sulla base di due argomenti non corretti: la mancanza della dichiarazione dell'espropriante sul punto che i beni relitti non fossero più necessari per l'esecuzione dell'opera pubblica e l'edificazione della maggior parte dei complessi edilizi previsti dal piano di zona.

Invece l'attore avrebbe proposto una domanda di restituzione "analoga ovvero equipollente alla retrocessione totale delle aree espropriate ai sensi dell'art. 63 della legge n. 2359 del 1865".

A fronte di tale domanda non sarebbe esistito affatto un difetto di giurisdizione dell'A.G.O., né la retrocessione totale (o restituzione) sarebbe stata subordinata a declaratoria di sopravvenuta inutilità del fondo per la costruzione dell'opera programmata perché, sussistendo i presupposti di cui al citato art. 63, il relativo diritto soggettivo del privato sarebbe sorto in modo autonomo.

La norma avrebbe richiesto che l'opera non fosse stata attuata e che fossero trascorsi i termini entro i quali portarla a compimento. Per costante giurisprudenza la fattispecie della retrocessione totale sarebbe stata ravvisabile anche quando l'opera realizzata fosse qualitativamente diversa da quella progettata.

Proprio tale ipotesi, invocata dal Mengozzi in modo chiaro e specifico, sarebbe stata integrata nella fattispecie. Infatti, nella convenzione stipulata dall'ente territoriale con la società coop. Edile di Predappio ai sensi dell'art. 35, comma 8°, lett. c, della legge n. 865 del 1971, sarebbero state indicate le caratteristiche costruttive e tipologiche degli edifici da realizzare, ma i parametri non sarebbero stati rispettati sicché non sarebbero state costruite abitazioni a carattere popolare bensì delle vere e proprie villette ovvero appartamenti di tipo residenziale, risultando così tradita la funzione della legge n. 167 del 1962.

Inoltre la discrasia tra i parametri legali e quelli adottati non avrebbe potuto non condurre ad una differenza qualitativa tra l'opera progettata e quella realizzata, differenza idonea a legittimare la domanda di restituzione (ovvero di retrocessione totale), ovvero, qualora questa non fosse stata possibile, la domanda di ristoro attraverso equivalente pecuniario.

2) Il Tribunale di Forlì avrebbe errato nel compensare le spese giudiziali nella misura di un terzo soltanto, mentre avrebbe dovuto considerare le incertezze giurisprudenziali in tema di fissazione dei termini iniziali e finali per il completamento dell'opera, nonché l'andamento del processo di primo grado.

L'appellante, pertanto, formulò conclusioni analoghe a quelle assunte davanti al Tribunale.

Il comune di Predappio si costituì per resistere al gravame.

La Corte di appello di Bologna, con sentenza depositata il 17 maggio 1999, rigettò l'impugnazione e condannò l'appellante al pagamento delle spese del grado, considerando:

che, quanto al primo motivo di gravarne, rispetto alle istanze formulate con le citazioni introduttive dei giudizi riuniti la domanda diretta alla restituzione del bene espropriato (o al pagamento dell'equivalente economico) per essere l'opera realizzata qualitativamente diversa da quella progettata introduceva in appello una pretesa radicalmente nuova, mai prospettata in precedenza, e pertanto inammissibile;

che, infatti, il relativo tema d'indagine divergeva totalmente da quello, pure ampio, presentato in primo grado, e si basava su una situazione di fatto e giuridica (asserita realizzazione di opera diversa qualitativamente rispetto a quella divisata) non esposta nel corso del giudizio di primo grado;

che la domanda, dunque, andava dichiarata inammissibile;

che, "ad abundantiam", la domanda stessa si fondava su un equivoco perché, alla stregua della statuizione di questa Corte invocata dall'appellante, se l'opera era stata eseguita sul fondo del richiedente non si verificava retrocessione totale ed eventuali violazioni andavano fatte valere in sede amministrativa; (...) Quest'ultimo, con l'atto di appello, formulò due specifici motivi di gravame. Con il primo, censurando la sentenza del Tribunale nella parte in cui questa aveva ritenuto di ravvisare (nella prima citazione) una domanda di retrocessione parziale, affermò di avere proposto una domanda di restituzione "analoga ovvero equipollente alla retrocessione totale delle aree espropriate ai sensi dell'art. 63 della legge n. 2359 del 1865".

Dopo aver rimarcato che in ordine a tale domanda sussisteva la giurisdizione dell'A.G.O., sostenne che la domanda di retrocessione totale, ovvero di restituzione, non era affatto subordinata alla declaratoria di sopravvenuta inutilità del fondo, in quanto - in presenza dei presupposti di cui al citato art. 63 - era ravvisabile un diritto soggettivo del privato immediatamente azionabile davanti al giudice ordinario.

Inoltre, sostenne che il detto art. 63 della legge n. 2359 del 1865 richiedeva che l'opera non fosse stata eseguita e che fossero trascorsi i termini entro i quali portarla a compimento; che la fattispecie della retrocessione totale ricorreva anche qualora l'opera realizzata fosse stata qualitativamente diversa da quella progettata; che proprio tale ipotesi sarebbe stata integrata nel caso in esame, non essendo state rispettate le caratteristiche costruttive e tipologiche degli immobili da realizzare (perciò il Mengozzi avrebbe lamentato l'illiceità dell'espropriazione e degli atti consequenziali).

Orbene - a parte il rilievo che sulla conformità a diritto del decreto di esproprio si era formato il giudicato, a seguito del giudizio di opposizione alla stima celebrato tra le stesse parti di questa causa e concluso con la determinazione dell'indennità di espropriazione (giudizio che postula, come antecedente logico necessario della determinazione dell'indennità, la validità ed efficacia del provvedimento ablatorio) - basta porre a confronto le domande formulate dall'attore in primo grado con la pretesa azionata in sede di appello per coglierne le diversità di elementi costitutivi.

Come emerge dal contenuto delle due citazioni sopra richiamate, la restituzione delle aree e, in via gradata, il risarcimento dei danni erano stati richiesti sul presupposto che il decreto di espropriazione fosse invalido, inidoneo ad attribuire la proprietà all'espropriante ed andasse, perciò, disapplicato.

La retrocessione totale, o restituzione, chiesta dal Mengozzi in sede di appello con specifico e ribadito riferimento all'art. 63 della legge n. 2359 del 1865, invece, presuppone (come, del resto, la retrocessione parziale, ancorché si tratti di due figure giuridiche distinte) che l'espropriazione sia stata validamente eseguita, che la proprietà del bene sia quindi passata all'espropriante e che il bene possa ritornare al proprietario originario (ritrasferimento) in presenza degli estremi contemplati dal citato art. 63 della legge n. 2359 del 1865, tra cui il pagamento del prezzo della retrocessione da quantificare sulla base degli stessi criteri alla stregua dei quali si fece luogo alla determinazione dell'indennità di esproprio.

L'atto di retrocessione è autonomo rispetto a quello espropriativo, sicché la relativa pronuncia costituisce il titolo del nuovo trasferimento con effetto "ex nunc".

Tra le domande formulate dal Mengozzi in primo grado e quella fatta valere con l'atto di appello, dunque, non esiste soltanto diversità di "causa petendi" e "petitum"; si tratta in realtà di domande tra loro incompatibili.

Né può condividersi l'assunto del ricorrente, secondo cui egli si sarebbe limitato in appello a precisare la pretesa iniziale, rimasta nella sostanza immutata. Ancorché nell'atto di appello vi sia un accenno ad una asserita illiceità dell'espropriazione, lo specifico richiamo all'istituto della retrocessione totale - emergente non soltanto dal dato letterale ma anche dal ripetuto riferimento all'art. 63 della legge n. 2359 del 1865 ed ai principi che governano il detto istituto - non consente di nutrire dubbi sul fatto che il motivo illustrato a sostegno del gravame si riferisse appunto alla retrocessione totale.

Ne deriva che la sentenza impugnata - la quale ha ritenuto la domanda introdotta con tale motivo radicalmente nuova, mai prospettata in precedenza e, pertanto, inammissibile - si rivela corretta.

Con il secondo mezzo di cassazione il ricorrente denunzia "violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c. per omesso esame di punti decisivi della causa nonché per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, n. 4 e n. 5".

I giudici di appello non avrebbero esaminato i numerosi capi della domanda espressamente richiamati nell'atto di appello, costituenti oggetto di specifiche censure ampiamente trattate in comparsa conclusionale. La ritenuta inammissibilità della domanda (oggetto del precedente motivo) non avrebbe sottratto la Corte territoriale all'obbligo di statuire in ordine alle altre questioni riproposte in sede di gravame. Il Mengozzi, infatti, nell'atto di appello avrebbe richiamato "tutto quanto prospettato (in più di centocinquanta pagine complessivamente considerate) nel corso del processo di prime cure", domande non dismesse come potrebbe evincersi dalla comparsa conclusionale in cui sarebbero state analiticamente trattate.

La pronuncia impugnata sarebbe viziata per non avere affrontato un punto della controversia dotato di rilievo sostanziale, trascurando ingiustificatamente le censure mosse alla sentenza di primo grado, in assenza di preclusioni all'esame delle domande.

La Corte territoriale avrebbe operato una "trasformazione riduttiva", decidendo soltanto su alcuni capi senza rigettare espressamente gli altri, con manifesta violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, o comunque incorrendo in carenza di motivazione.

Tali censure non hanno fondamento.

Come già si è accennato, l'atto di appello si articolava su due soli motivi specifici: il primo concernente la presunta retrocessione totale e il secondo relativo al regolamento delle spese disposto dalla sentenza del Tribunale. Per il resto esso richiamava "tutto quanto prospettato (in più di centocinquanta pagine complessivamente considerate) nel corso del processo di prime cure" e riproponeva, poi, le conclusioni già articolate in primo grado (peraltro non coerenti con la domanda di retrocessione specificata nel primo motivo del gravame).

Orbene, ai sensi dell'art. 342 c.p.c. (primo comma) l'appello deve contenere (tra l'altro) i motivi specifici dell'impugnazione.

Come questa Corte ha più volte affermato, ai sensi di detta norma l'appellante ha l'onere di riproporre, attraverso specifici motivi di appello, tutte le domande che il giudice di primo grado abbia disatteso e nulla può aggiungere in prosieguo, in quanto il diritto d'impugnazione si consuma con l'atto di appello, che fissa i limiti della devoluzione della controversia in sede di gravame, mentre i motivi specifici svolgono la funzione di delimitare l'estensione del riesame e d'indicarne le ragioni ("ex multis", e tra le più recenti, cfr. Cass., 20 settembre 2002, n. 13763; 6 settembre 2002, n. 12976; 27 giugno 2002, n. 9378; 2 agosto 2001, n. 10569; 30 luglio 2001, n. 10401).

L'onere di specificazione dei motivi, imposto dal citato art. 342 c.p.c., non è assolto con il semplice richiamo "per relationem" alle difese svolte in primo grado, perché per dettato di legge i motivi di gravarne devono essere contenuti nell'atto d'impugnazione e, peraltro, la generica "relatio" a tutto quanto prospettato in prime cure finisce per eludere il menzionato precetto normativo, demandando inoltre al giudice "ad quem" un'opera d'individuazione delle censure che la legge processuale non gli affida (Cass., 20 settembre 2002, n. 13756; 22 gennaio 2001, n. 875; 17 gennaio 2001, n. 573; 27 luglio 2000, n. 9867; 24 marzo 2000, n. 3539; Cass., sez. un. , 29 gennaio 2000, n. 16).

L'inosservanza dell'onere di specificazione dei motivi, imposto dall'art. 342 c.p.c. cit., integra una nullità che determina l'inammissibilità dell'impugnazione, con conseguente effetto del passaggio in giudicato della sentenza impugnata, senza possibilità di sanatoria dell'atto a seguito di costituzione dell'appellato e senza che tale effetto possa essere rimosso dalla specificazione dei motivi avvenuta in corso di causa (Cass., sez. un., n. 16 del 2000, cit.).

Nel quadro dei principi ora esposti, che il collegio condivide, il mero richiamo a "tutto quanto" prospettato in primo grado non impegnava la Corte territoriale a prendere in esame censure irritualmente proposte, onde non sono configurabili né l'asserita violazione dell'art. 112 c.p.c. né i presunti vizi denunziati con riguardo all'art. 360 c.p.c., n. 3, n. 4 e n. 5.

Non si potrebbe giungere a diverse conclusioni per il fatto che, nell'atto di appello, erano contenute le conclusioni già rassegnate in primo grado, risultando esse prive di motivi idonei a sostenerle. Con il terzo mezzo di cassazione il ricorrente adduce "violazione e/o falsa applicazione dell'art. 63 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, degli artt. 1, 37 e 41 c.p.c. e dell'art. 113, primo comma, c.p.c., dell'art. 2043 c.c., nonché omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5".

Egli censura la sentenza impugnata nella parte in cui, "ad abundantiam" e con riferimento ad una sentenza di questa Corte (n. 6459 del 1994, menzionata anche nell'atto di appello), ha affermato che, se l'opera è stata eseguita sul fondo del richiedente, non si verifica retrocessionetotale ed eventuali violazioni vanno fatte valere in sede amministrativa.

Secondo il ricorrente tale assunto non potrebbe essere condiviso. Richiamato l'orientamento di questa Corte circa il criterio di distinzione tra retrocessione totale e retrocessione parziale, il Mengozzi sostiene che la Corte di merito avrebbe erroneamente ritenuto che, nel caso di specie, non ricorresse un'ipotesi di retrocessione totale (ravvisando, per conseguenza, il difetto di giurisdizione del giudice ordinario), perché non avrebbe considerato che i vizi denunciati (inerenti alla mancata fissazione dei termini e al difetto di pubblica utilità) sarebbero stati idonei a radicare la competenza giurisdizionale del detto giudice.

Il ricorrente richiama, quindi, i criteri che determinano la giurisdizione, afferma di avere azionato una pretesa restitutoria e risarcitoria devoluta alla cognizione dell'a.g.o., riferendosi al contenuto degli atti introduttivi, pone l'accento sulla sentenza di questa Corte n. 500 del 1999 e conclude sostenendo che, nel caso in esame, la giurisdizione del giudice ordinario non poteva essere negata.

Il mezzo è inammissibile.

La sentenza impugnata, dopo aver dichiarato l'inammissibilità del primo motivo di appello ritenendo che con esso fosse stato addotto un tema d'indagine del tutto nuovo, ha aggiunto, con argomento espressamente definito "ad abundantiam" che, "se l'opera è stata eseguita sul fondo del richiedente, non si verifica retrocessione totale, ed eventuali violazioni dovranno esser fatte valere in sede amministrativa". »»


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