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ANNO XVII
ISSN 1971-9817
   
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Possiamo autorizzare lo svincolo dell'indennità definitiva depositata, se è pendente un ricorso ?


UNIVERSITA' DELLA CALABRIA: « Le indennità definitive relative a terreni inedificabili, determinate dalla Commissione provinciale espropri, non opposte e non accettate nei termini, sono state depositate presso la Cassa Depositi e Prestiti. Nei riguardi del decreto di esproprio, emanato con procedura ex articolo 22 del t.u., i proprietari espropriati hanno proposto ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e, successivamente, hanno richiesto in via incidentale anche la sospensiva del provvedimento ablativo. Gli stessi stanno ora producendo la documentazione per lo svincolo delle indennità depositate. In presenza di ciò, si ritiene che questa autorità espropriante possa rilasciare la relativa autorizzazione senza tener conto del ricorso in atto, stante che, ad esempio, in caso di annullamento del decreto di esproprio e ricorrendo l'applicazione dell'articolo 43 del t.u., si potrebbe quantificare un risarcimento del danno, in ipotesi, anche inferiore agli importi delle attuali indennità ? In ogni caso, l'aver percepito le indennità definitive, non potrebbe concretizzare una forma di acquiescenza da parte degli espropriati, da far valere  nei riguardi del ricorso tuttora in istruttoria presso il Ministero competente ? »


PL -  Sulla questione dello svincolo in caso di non definitività del quantum debeatur, non si può certo dire che il testo unico sia un esempio di chiarezza. Dal combinato disposto degli articoli 20 comma 14 e 26 comma 1 si desume che deve procedersi al deposito quando l’indennità non sia accettata, e dunque sia oggetto di ulteriore rideterminazione; poi però il comma 5 dell’articolo 26 stabilisce che « qualora manchino diritti dei terzi sul bene, il proprietario può in qualunque momento percepire la somma depositata, con riserva di chiedere in sede giurisdizionale l’importo effettivamente spettante », e il successivo comma 6 stabilisce che la Cassa Depositi e Prestiti svincola la somma senza accertare la definitività della somma, ma solamente dietro mera assunzione di responsabilità da parte del proprietario in ordine ai diritti di terzi. Cioè, kafkianamente, (in linea peraltro con una contraddizione forse già insita nei meandri del precedente sistema, con riferimento ai commi 3-4 dell’articolo 12 della legge 865/71 che secondo taluni dovevano ritenersi abrogativi dell’articolo 55 della legge 2359/1865 che invece richiedeva la definitività della somma: va detto, però, che la Cassa Depositi e Prestiti ha continuato a richiedere una certificazione di non opposizione alla stima, nel presupposto, appunto, che la somma debba essere incontestata per poter essere svincolata), l’espropriante è tenuto a depositare una somma per il motivo che è incerta, mentre il proprietario la può già svincolare, nonostante sia incerta, rimanendo in tal caso un mistero il motivo della inutile quanto pesante incombenza del deposito e dello svincolo. Sennonché l’articolo 28 stabilisce che « L'autorità espropriante autorizza il pagamento della somma depositata al proprietario od agli aventi diritto, qualora sia divenuta definitiva rispetto a tutti la determinazione dell'indennità di espropriazione, ovvero non sia stata tempestivamente notificata l'opposizione al pagamento o sia stato concluso tra tutte le parti interessate l'accordo per la distribuzione dell'indennità ». Ora il contrasto tra il comma 5 dell’articolo 26 e il comma primo dell’articolo 28, è francamente imbarazzante: si potrebbe tentare una spiegazione osservando che l’articolazione delle norme (art. 26: pagamento  deposito e svincolo della provvisoria, art. 27: pagamento e deposito definitiva) può indurre a ritenere che l’articolo 28 riguardi esclusivamente lo svincolo della definitiva, ma non se non se ne capisce il senso, e inoltre questa interpretazione contrasta con l’articolo 26 comma 5, nella parte in cui la norma consente al proprietario di ottenere lo svincolo con riserva di richiedere una determinazione giudiziale dell’indennità, prerogativa questa ammissibile, com’è noto, solo dopo la definitiva. Il contrasto tra l’articolo 28 e l’articolo 26 commi 5 e 6 si traduce anche nel fatto che solo nel primo caso, e  non nel secondo, è previsto l’ordine di pagamento da parte dell’autorità espropriante. Ad ogni modo il vostro problema è quello dello svincolo di una somma definitiva dal punto di vista dell’indennità, la quale però potrebbe essere sostituita da un risarcimento del danno. Dunque, da un punto di vista formale, sembra che i commi 5 e 6 dell’articolo 26 TU consentano ai proprietari tout court lo svincolo sulla base di una mera assunzione di responsabilità nei confronti dei terzi, e nel vostro caso sussistono finanche i presupposti dello svincolo di cui all’articolo 28, non essendo stata impugnata l’indennità definitiva. Ora, se il bene è stato utilizzato, si ricorrerà mal che vada all’articolo 43, e dunque si può senz’altro ritenere che un debito in capo all’amministrazione sia sorto, se non indennitario, risarcitorio. Dunque una qualche somma spetta sicuramente al proprietario. A questo punto: l’indennità è definitiva perché non è stata opposta né dal proprietario né da voi in Corte d’Appello, mentre l’eventuale risarcimento del danno ex art. 43, nonostante teoricamente dovrebbe essere superiore, non è ancora stato quantificato, per cui il relativo importo è, allo stato attuale, sconosciuto. Il proprietario avrà interesse a sostenere che, non avendo voialtri proposto opposizione alla stima della Commissione, si è configurato un vostro riconoscimento di debito che ha consolidato il livello minimo del quantum debeatur nella somma depositata in Cassa Depositi e Prestiti, che dunque non vi è ragione di non svincolare. A questa considerazione si può però opporre la diversa natura dell’indennità e del risarcimento, tant’è che anche gli organi giudicanti sono diversi se si tratti di giudizio risarcitorio o indennitario (con diversi CTU), e nulla impedisce alla quantificazione del risarcimento di essere inferiore rispetto a quella dell’indennità (si pensi ad esempio - anche se non è il vostro caso - al fatto che il giudice dell’indennità abbia considerato l’area edificabile, mentre il giudice del risarcimento la ritenga non edificabile). A questo punto credo che una soluzione di buon senso possa essere un accordo tra voi e i proprietari che abbia ad oggetto lo svincolo di una parte della somma depositata, in ordine alla quale lo svincolo stesso costituirà un riconoscimento di debito da parte vostra, al di sotto della quale l’ente ritenga ragionevolmente ed oggettivamente che il quantum non possa scendere.  Un’altra soluzione ragionevole può essere lo svincolo dell’intera somma, con vostra espressa riserva di poter sostenere in eventuale giudizio risarcitorio la debenza di una somma inferiore di un tot rispetto a quella svincolata, facendovi prestare dai proprietari una fidejussione bancaria o assicurativa (dal costo modesto) che vi garantisca del rientro di quel tot nel caso in cui l’esito del giudizio risarcitorio dovesse darvi ragione. Potete comunque sempre stabilire che la somma depositata indennitaria (cui non vi siete opposti) può costituire il livello minimo anche in un giudizio risarcitorio, e decidere di svincolare la intera somma depositata senza garanzie: in tal caso la controparte sosterrà in giudizio che il risarcimento non può essere inferiore alla somma svincolata. E’ dubbio se lo svincolo dell’indennità possa configurare una qualche forma di acquiescenza sul quantum ovvero sulla legittimità della procedura espropriativa (si pensi al fatto che la richiesta dell’indennità da parte dei proprietari o l'offerta dell'indennità da parte degli esproprianti sono eventi pacificamente ritenuti in giurisprudenza idonei a interrompere il termine prescrizionale dell'eventuale azione risarcitoria: ciò fa ritenere che se anche l'espropriato incassa l'indennità, non per questo gli è preclusa la pretesa del danno), e in ogni caso dubito che il legale della controparte sia così sprovveduto da non far dichiarare ai proprietari, all’atto di incassare la somma, che ciò avviene senza alcun pregiudizio per le ulteriori pretese risarcitorie, rispetto alle quali la somma incassata debba considerarsi mero acconto. Credo piuttosto che la percezione dell’indennità svincolata possa configurare acquiescenza alla opzione risarcitoria rispetto a quella restitutoria, cioè acquiescenza ad una scelta “abdicatoria” da parte dei proprietari, che presuppone il risarcimento del danno, rispetto alla domanda di restitutio in integrum, cioè di restituzione del bene con demolizione dell’opera e rimessione in pristino del fondo. Con i tempi che corrono - mi riferisco alle note prese di posizione del 2005 del Consiglio di Stato - nulla è impossibile, e se per qualche ragione dovesse andarvi storto l’articolo 43, perché ad esempio non fatto nei termini o impugnato al TAR ed annullato, la scelta tra l’”abdicazione” con risarcimento del danno, da un lato, e la restitutio in integrum con demolizione dell’opera, dall’altro, potrebbe essere rimessa ai proprietari. Ecco allora che la percezione dell’indennità da parte loro vi verrebbe in aiuto per scongiurare la restitutio in integrum, valendo quale implicita scelta abdicatoria. In conclusione, è meglio svincolare.


D.P.R. 327/2001
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