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Indennità di Occupazione


INDENNITA' DI OCCUPAZIONE


a cura di Ines Melloni


Ai sensi dell'art. 22 bis comma 5 DPR 327/2001 «5. Per il periodo intercorrente tra la data di immissione in possesso e la data di corresponsione dell'indennità di espropriazione o del corrispettivo, stabilito per l'atto di cessione volontaria e' dovuta l'indennità di occupazione, da computare ai sensi dell'articolo 50, comma 1. (L) »

Il richiamato art. 50 comma 1 dispone: « 1. Nel caso di occupazione di un'area, è dovuta al proprietario una indennità per ogni anno pari ad un dodicesimo di quanto sarebbe dovuto nel caso di esproprio dell'area e, per ogni mese o frazione di mese, una indennità pari ad un dodicesimo di quella annua. (L)

Sulla base delle richiamate norme l'indennità di occupazione è dovuta per il periodo intercorrente dalla data di immissione in possesso e la data di corresponsione dell'indennità di espropriazione o del corrispettivo stabilito per l'atto di cessione volontaria.

Nel sistema introdotto dal testo unico l'indennità di occupazione sembra assumere pertanto la natura di mero corrispettivo per il posticipato pagamento dell'indennità di espropriazione per cui il dies a quem è fatto coincidere con il pagamento dell'indennità.

Relativamente al dies a quo, coincidente con l'immissione in possesso, occorre tenere presente anche il disposto di cui all'art. 24 comma 4 DPR 327/2001 richiamato dall'art. 22 bis per cui l'immissione in possesso s'intende effettuata anche quando, nonostante la redazione del relativo verbale, il bene continui ad essere utilizzato, per qualsiasi ragione, da chi in precedenza ne aveva la disponibilità.

Il decreto di occupazione d'urgenza non deve invece contenere la contestuale determinazione dell'indennità di occupazione; secondo costante giurisprudenza quest'ultima non costituisce infatti condizione di legittimità del provvedimento (cfr. Tar Lombardia Sez. IV Milano n. 5001 del 11 novembre 2009; Tar Toscana Sez. III n. 555 del 3 aprile 2007, CDS Sez. IV n. 2411 del 28 aprile 2006); la quantificazione potrà essere pertanto contenuta in provvedimento successivo e separato sulla base dei criteri di cui agli artt. 22 bis comma 4 e 50 TU.

Il diritto all'indennità di occupazione è esigibile alla scadenza di ciascun anno d'occupazione; tale momento assume rilevanza anche ai fini della prescrizione decennale e calcolo di interessi.

Il parametro per il calcolo dell'indennità di occupazione è costituito dall'indennità di espropriazione; ne consegue che il nuovo criterio indennitario introdotto dalla L. n. 244/2007, per effetto della sentenza della Corte Cost. n. 348/2007 relativamente alle aree edificabili, ha comportato conseguenze anche per il calcolo dell'indennità di occupazione che andrà parametrata al valore di mercato del bene occupato (cfr. Corte di Cass. Sez. I Civ. n. 23050 del 30 ottobre 2009; Tar Lombardia Sez. II Milano n. 4748 del 29 settembre 2009; Corte di Cass. Sez. I civ. n. 19123 del 3 settembre 2009; Corte di Cass. Sez. I civ. n. 28817 del 5 dicembre 2008).

Viene applicato lo stesso criterio indennitario del dodicesimo per ogni tipo di occupazione a prescindere cioè dalla natura edificabile o meno del bene occupato.

L'indennità di occupazione spetta al proprietario del bene occupato; ciò sulla base del combinato disposto art 22 bis comma 5 e art. 50 comma 1 TU .
In caso di mancata accettazione dell'indennità di occupazione dispone l'art. 22 bis TU commi 2 e 3:

« 2. Se manca l'accordo, su istanza di chi vi abbia interesse la commissione provinciale prevista dall'articolo 41 determina l'indennità e ne dà comunicazione al proprietario, con atto notificato con le forme degli atti processuali civili. (R)
3.Contro la determinazione della commissione, è proponibile l'opposizione alla stima. Si applicano le disposizioni dell'articolo 54 in quanto compatibili. (L) »
4.

 


___________


Esempi di Giurisprudenza.


 CASS 25013/2007: «« Con atto di citazione notificato il 11.4.1991, G.Z.M. D. conveniva davanti alla Corte di Appello di Roma la Regione Lazio, chiedendo che fosse determinata la giusta indennità di occupazione, rispetto a quella calcolata dalla stessa Regione sulla base dell'indennità di esproprio provvisoria stimata ed offertale nella misura di L. 315.115.000, relativa all'ablazione di un'area, in comproprietà con altri, estesa mq. 9.352 e sita in (OMISSIS), avvenuta in occasione dei lavori di costruzione, nella zona, di un ospedale regionale.

Esponeva l'attrice che tale area, già di proprietà indivisa di Z.V., M.F. ed V.A., le era pervenuta per successione ereditaria nella sua qualità di figlia naturale riconosciuta dello Z., in concorso con la di lui vedova M.A. (detta A.) Z..

Radicatosi il contraddittorio, la Regione Lazio eccepiva il difetto di legittimazione attiva dell'attrice (non risultando la G. Z. intestataria catastale) e prospettava l'incontestata attendibilità della valutazione effettuata dall'UTE, nonchè la soggezione della zona di ubicazione dell'area a vincoli conformativi imposti dal P.R.G..

Con separato atto di citazione notificato il 7/8.6.1991, gli altri comproprietari dell'area anzidetta, avendo ricevuto anch'essi la comunicazione dell'indennità provvisoria di cui sopra, avanzavano la medesima domanda nei confronti della Regione Lazio e della U.S.L. RM (OMISSIS), nel cui comprensorio ricadeva l'Ospedale "(OMISSIS)", eretto sull'area stessa, chiedendo una più congrua determinazione dell'indennità di occupazione, fissata dall'UTE nella misura di L. 18.704.000 annue e di L. 1.558.667 per ciascun mese di occupazione.

I due giudizi venivano riuniti.

Con ulteriore atto di citazione notificato il 23/24.4.1993, gli stessi comproprietari, dopo aver appreso che in data 2.5.1991 era stato emanato il decreto ablatorio, proponevano opposizione avverso la determinazione dell'indennità di espropriazione, definitivamente liquidata nell'identica misura originariamente stabilita.

In tale giudizio, spiegava intervento adesivo autonomo G.Z. M.D., chiedendo la liquidazione della giusta indennità espropriativa anche nei propri confronti.

Riunito quest'ultimo giudizio a quelli già pendenti tra le parti, la Corte adita, con sentenza in data 18.12.1996/10.2.1997, determinava l'indennità di occupazione in L. 437.616.000 e quella di espropriazione in L. 1.085.970.000.

Osservava detto Giudice:

a) che, al momento dell'occupazione d'urgenza, attuata il 3.9.1987, l'area in questione, originariamente compresa in zona (OMISSIS), sottozona (OMISSIS) (comprensorio di (OMISSIS)), oggetto di destinazione a "insediamenti misti per attività direzionali e terziarie: servizi e residenze", come tale non preordinata all'esproprio, a seguito della variante di piano regolatore approvata con Delib. Giunta Regionale 2 dicembre 1986, n. 7415 risultava inserita nella zona (OMISSIS), sottozona (OMISSIS), destinata a "servizi generali pubblici o gestiti da enti pubblici";

b) che, accertata la natura edificatoria dell'area e l'applicabilità della disciplina sopravvenuta introdotta dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis la valutazione del terreno espropriato doveva essere effettuata senza tenere conto del vincolo preordinato all'esproprio, ovvero con riferimento alla situazione giuridica e di fatto immediatamente antecedente, onde occorreva avere riguardo all'indice di fabbricabilità previsto per l'edilizia residenziale e per quella direzionale originariamente operante nella zona interessata dall'espropriazione;

c) che l'indennità di occupazione doveva essere commisurata all'importo degli interessi legali sul valore venale del fondo, dovendosi limitare l'applicabilità della norma sopravvenuta, dianzi richiamata, alla sola determinazione dell'indennità di espropriazione;

d) che, sulla differenza tra l'importo dell'indennità di espropriazione determinato giudizialmente e quello già depositato presso la Cassa Depositi e Prestiti, gli interessi legali decorrevano dalla domanda, mentre sulla somma liquidata a titolo di indennità di occupazione tali interessi decorrevano dalle singole annualità.

Avverso la decisione, ricorreva per cassazione G.Z.M. D., deducendo cinque motivi di gravame.

Ricorrevano altresì Z.A. e G.G., erede di V.A., deducendo sei motivi.

Resisteva con controricorso la Regione Lazio, spiegando a propria volta ricorso incidentale affidato ad un solo motivo.

Non presentavano difese le altre parti private e la U.S.L. RM (OMISSIS).

La Suprema Corte, con sentenza in data 10.2/29.4.1999, riuniti i ricorsi, dichiarava l'inammissibilità del ricorso incidentale ed, in parziale accoglimento dei ricorsi proposti dalle parti private dianzi nominate, cassava la pronuncia impugnata, rinviando ad altra sezione della medesima Corte territoriale e segnatamente statuendo:

a) che erroneamente tale pronuncia avesse fatto riferimento, nel determinare il valore di mercato dell'area espropriata, agli indici di fabbricabilità fissati originariamente, nel piano regolatore generale, in 1,6 mc/mq, invece che a quelli introdotti dalla successiva variante, la quale, con riferimento a tutte le aree fabbricabili comprese nella zona (OMISSIS), li aveva portati a 2 mc/mq e della quale occorreva tenere conto siccome provvista di natura conformativa;

b) che gli interessi sulla maggiore somma liquidata in sede giudiziale a titolo di indennità di espropriazione avessero natura compensativa e decorressero, quindi, dal giorno dell'avvenuta espropriazione fino al deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti.

Riassunto il procedimento con separati atti di citazione rispettivamente notificati ad istanza, l'uno, di Z.A. e di G.G., l'altro di G.Z.M.D., nei due giudizi, riuniti, si costituivano gli altri espropriati nonchè la Regione Lazio.

La Corte territoriale di Roma, nella diversa composizione sezionale dianzi indicata, con sentenza del 28.1/26.3.2002, così provvedeva:

a) condannava la Regione Lazio a depositare presso la Cassa Depositi e Prestiti vuoi l'indennità di espropriazione, determinata nella misura di L. 2.384.000.000, detratto quanto già versato, a tale titolo, in via provvisoria, oltre agli interessi legali, sulla differenza, dal decreto di esproprio, vuoi l'indennità di occupazione, pari agli interessi legali, anno per anno, dal 3.9.1987 al 2.5.1991, sulla predetta somma di L. 2.384.000.000, detratto quanto già versato, a tale titolo, in via provvisoria;

b) determinava nelle frazioni dei 5/16, del 18,75% e del 50%, le quote delle indennità sopra liquidate rispettivamente spettanti ad Z.A. e a G.G. cumulativamente, a G. Z.M.D. ed agli intervenuti costituiti meglio indicati in epigrafe.

Assumeva detto Giudice:

a) che, facendo applicazione di un indice di fabbricabilità di 2 mc/mq, il valore di mercato del terreno risultasse pari a L. 4.767.000.030, onde la determinazione della misura dell'indennità di esproprio in L. 2.384.000.000, quale si ricavava dalla semisomma prevista dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis;

b) che su quest'ultima somma decorressero gli interessi legali dalla data dell'esproprio (2.5.1991) fino all'effettivo pagamento;

c) che proporzionale maggiorazione dovesse essere attribuita all'indennità di occupazione, commisurata al tasso d'interesse legale sulla somma liquidata a titolo di indennità di esproprio, calcolata anno per anno dal 3.9.1987 (data dell'immissione in possesso) al 2.5.1991 (data del decreto ablatorio);

d) che da entrambe le voci fossero da detrarre le somme già depositate dal Comune di Roma (rectius, Regione Lazio), rispettivamente di L. 1.085.870.000 quale indennità di esproprio e di L. 437.616.000 a titolo di indennità di occupazione, liquidate nella sentenza pronunciata dalla stessa Corte territoriale nel 1997, con gli interessi dal di del deposito.

Avverso quest'ultima sentenza, ricorrono per cassazione M.R. e gli altri meglio nominati in epigrafe, deducendo un solo motivo di gravame.

Non resistono la Regione Lazio e la Gestione Stralcio degli Enti UU.SS.LL. di Roma - U.S.L. RM (OMISSIS), nè resistono Z.A., G.G. e G.Z.M.D.: questi ultimi tre, tuttavia, spiegano due distinti ricorsi incidentali, affidati entrambi a tre motivi, rispettivamente proposti, il primo, dalla Z. e dal G., il secondo dalla G.Z..

Motivi della decisione

Deve, innanzi tutto, essere ordinata, ai sensi del combinato disposto degli artt. 333 e 335 c.p.c., la riunione di tutti e tre i ricorsi sopraindicati, relativi ad altrettante impugnazioni separatamente proposte contro la medesima sentenza.

Giova, quindi, esaminare congiuntamente l'unico motivo del ricorso principale ed il primo motivo di ciascuno dei due ricorsi incidentali, i quali involgono la trattazione dell'identica questione.

Con l'unico motivo di gravame, dunque, lamentano i ricorrenti principali violazione dell'art. 2909 c.c. e dell'art. 324 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, deducendo:

a) che la Corte territoriale, nell'impugnata sentenza, ha determinato l'indennità di occupazione, dal 3.9.1987 al 2.5.1991, in misura pari agli interessi legali sull'importo di L. 2.384.000.000, a propria volta corrispondente all'indennità di esproprio calcolata ai sensi della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis senza tenere conto del giudicato interno formatosi sul capo in questione attraverso la sentenza della stessa Corte n. 421 del 18.12.1996/10.2.1997, mediante la quale detta indennità di occupazione era stata determinata prendendo a base il valore venale del bene;

b) che tale giudicato si è formato per effetto della sentenza di rinvio della Suprema Corte n. 4320 pubblicata il 29.4.1999, in forza della quale era stato dichiarato inammissibile il ricorso proposto dalla Regione Lazio avverso la riferita decisione della Corte romana n. 421/1997, mentre era stato accolto il ricorso avanzato dagli espropriati in ordine alla determinazione del valore venale del terreno ablato;

c) che il Giudice del rinvio, nella sentenza attualmente impugnata, dopo avere fissato, sulla scorta della pronuncia della Suprema Corte, in L. 4.767.000.030 tale valore venale, ha calcolato l'indennità di occupazione sulla somma di L. 2.384.000.000, ovvero ragguagliandola all'indennità di esproprio, anzichè procedere alla determinazione della stessa indennità di occupazione sulla base dell'anzidetto importo di L. 4.767.000.030;

d) che la Corte di merito, cioè, in aperta violazione dei principi di legge in materia di giudicato, non ha tenuto conto di quest'ultimo e non ha, quindi, fissato l'indennità di occupazione sul valore venale delle aree espropriate, il quale era appunto pari a L. 4.767.000.000, laddove non restava che calcolare l'indennità di occupazione secondo il criterio esposto dalla sentenza della medesima Corte passata in giudicato, sostituendo all'importo di L. 2.169.976.000, da essa determinato, quello, in concreto dovuto, di L. 4.767.000.000 accertato nella sentenza attualmente impugnata.

Con il primo motivo di gravame, poi, lamentano i ricorrenti incidentali Z. e G. violazione ed erronea applicazione di norme di diritto (art. 324 c.p.c. ed art. 2909 c.c.), in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, deducendo:

a) che la Corte territoriale, in sede di rinvio, ha fissato il valore venale del terreno espropriato in L. 4.767.000.000 ed ha determinato l'indennità di esproprio in L. 2.384.008.000, riconoscendo gli interessi su tale importo;

b) che detto Giudice non ha tenuto in conto il giudicato formatosi in ordine alla statuizione della prima sentenza (la n. 421/1997), la quale aveva fissato e commisurato l'indennità di occupazione al valore di mercato del bene e non sulla base dell'indennità di esproprio;

c) che, in effetti, mentre il ricorso per cassazione proposto dalla Regione Lazio è stato dichiarato inammissibile, la prima sentenza della Corte territoriale (la n. 421/1997 appunto) aveva specificato che l'indennità di occupazione andava commisurata "al valore venale e non all'indennità di espropriazione", onde quale base per il calcolo dell'indennità doveva e deve essere assunto il valore di L. 4.767.000.000.

Con il primo motivo di gravame, infine, lamenta la ricorrente incidentale G.Z. violazione e falsa applicazione dell'art. 324 c.p.c. e dell'art. 2909 c.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, deducendo:

a) che la Corte territoriale, in sede di rinvio, uniformandosi ai principi enunciati dalla Suprema Corte con la sentenza n. 4320/1999, ha nuovamente determinato il valore venale dell'area espropriata, fissandolo in L. 4.767.000.000, onde, di conseguenza, ha nuovamente determinato l'indennità di esproprio in L. 2.384.000.000 e quella di occupazione nella misura "pari agli interessi legali, anno per anno, dal 3.9.1987 al 2.5.1991, sulla predetta somma di L. 2.384.000.000, detratto quanto già versato a tale titolo, in via provvisoria";

b) che l'indennità di occupazione, dunque, è stata dalla Corte del rinvio nuovamente determinata commisurandola all'indennità di esproprio piuttosto che al valore di mercato del bene, diversamente da quanto statuito dal primo Giudice dell'opposizione alla stima con la sentenza n. 421/1997, là dove tale Giudice aveva, invece, commisurato detta indennità al valore venale del fondo e non all'indennità di espropriazione, senza che, del resto, una simile statuizione sia stata oggetto di impugnazione, da parte degli espropriati, nel precedente giudizio di cassazione, mentre del ricorso incidentale proposto dalla Regione Lazio è stata, in quella stessa sede, dichiarata l'inammissibilità;

c) che la Corte del rinvio, quindi, adottando il diverso criterio sopra riferito, non ha tenuto conto del fatto che, sulla statuizione del primo Giudice, limitatamente a tale punto, si era formato il giudicato;

d) che dalla formazione del giudicato, invece, consegue, ed avrebbe dovuto conseguire nella pronuncia della medesima Corte, l'applicazione del criterio della determinazione dell'indennità di occupazione con riferimento al valore venale dell'area come determinato in siffatto giudizio, pari a L. 4.767.000.000, onde la sentenza impugnata dovrà essere cassata e la causa decisa nel merito, a norma dell'art. 384 c.p.c..

I riportati motivi, nei sensi di cui appresso, sono fondati.

Si osserva al riguardo:

a) che la Corte capitolina, nella primitiva sentenza n. 421 del 18.12.1996/10.2.1997, dopo avere, in applicazione della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis e sulla base della media tra il valore venale attribuito all'area in questione (stimato pari a L. 2.169.976.000) ed il reddito dominicale decennale (stimato pari a L. 1.963.920), determinato nella misura di L. 1.085.970.000 (per arrotondamento) l'indennità di espropriazione da liquidare complessivamente alle parti attrici, con gli interessi legali, sulla somma residua (ovvero "detratto quanto in precedenza versato allo stesso titolo a favore delle attrici medesime"), dal 23.4.1993 (ovvero a decorrere "dalla domanda") sino al saldo, ha provveduto, quindi, a determinare in L. 437.616.000 l'indennità di occupazione d'urgenza per il periodo dal 3.9.1987 al 1.5.1991 (tenendo presente l'inizio dell'occupazione anzidetta in data 3.9.1987 e l'emanazione del decreto di espropriazione in data 2.5.1991), con gli interessi legali sulle singole somme dovute annualmente e a decorrere dal primo giorno dell'annualità successiva, calcolando tale indennità di occupazione sulla base degli interessi legali commisurati "al valore venale del fondo (determinato, come già accennato, in L. 2.169.976.000) e non alla indennità di espropriazione" (determinata, come pure già accennato, in L. 1.085.970.000);

b) che, in sede di impugnazione per cassazione della riportata sentenza di merito n. 421/1997, questa Corte, con la decisione n. 4320 in data 10.2/29.4.1999, previa dichiarazione di inammissibilità del ricorso incidentale della Regione Lazio, ebbe ad accogliere i ricorsi degli espropriati nel senso che "erroneamente la sentenza impugnata ha fatto riferimento, nel determinare il valore di mercato dell'area espropriata, agli indici di fabbricabilità fissati originariamente in 1.6 mc/mq nel piano regolatore generale, invece che a quelli introdotti dalla successiva variante, che li ha portati a 2 mc/mq con riferimento a tutte le aree fabbricabili comprese nella zona (OMISSIS) e che "gli interessi sulla maggior somma liquidata in sede giudiziale a titolo di indennità di espropriazione hanno natura compensativa, trovando la loro giustificazione nel mancato godimento dell'intera somma spettante per la perdita della proprietà dell'area espropriata, e decorrono quindi dal giorno dell'avvenuta espropriazione fino al deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti";

c) che il Giudice del rinvio, nella sentenza attualmente impugnata, dopo essersi uniformato al principio di diritto, enunciato da questa Corte nella richiamata sentenza n. 4320/1999, relativo al criterio di determinazione del valore di mercato dell'area espropriata e dopo essere così addivenuto alla stima finale (del valore venale appunto) del terreno nella misura di L. 4.767.000.030, determinando così l'indennità di esproprio nella misura (arrotondata) di L. 2.384.008.000 (ma, poi, nella stessa motivazione e nel dispositivo indicate in L. 2.384.000.000), ha, quindi, proceduto ad attribuire "proporzionale maggiorazione ... all'indennità di occupazione commisurata al tasso d'interesse legale sulla somma liquidata a titolo di indennità di esproprio", ovvero sulla predetta somma di L. 2.384.000.000;

d) che, però, detto Giudice, così statuendo a quest'ultimo riguardo, è incorso nella violazione del giudicato interno costituito dal capo della sentenza della Corte territoriale n. 421/1997 relativo al criterio di determinazione dell'indennità di occupazione sulla base degli interessi legali "commisurati al valore venale del fondo e non alla indennità di espropriazione", nel senso esattamente che, poichè tale criterio (e, segnatamente, la base di riferimento - valore venale del fondo e non indennità di espropriazione - degli anzidetti interessi legali) non aveva di per se formato oggetto di impugnazione per cassazione da parte degli espropriati mentre il ricorso incidentale della Regione Lazio era stato dichiarato inammissibile in sede di legittimità, la successiva determinazione dell'indennità di occupazione, da operare in sede di rinvio una volta modificata (da L. 2.169.976.000 a L. 4.767.000.030) la stima del valore venale del fondo alla stregua del principio di diritto enunciato da questa Corte nella richiamata sentenza n. 4320/1999, avrebbe dovuto tenere conto del valore venale indicato da ultimo, onde la medesima indennità di occupazione, anzichè essere "commisurata al tasso d'interesse legale sulla (nuova) somma liquidata a titolo di indennità di esproprio" (pari a L. 2.384.000.000, in luogo della precedente determinazione, pari a L. 1.085.970.000), avrebbe dovuto essere commisurata al tasso d'interesse legale sul (nuovo) valore venale del fondo, determinato, come detto, in L. 4.767.000.030 piuttosto che in L. 2.169.976.000, secondo quel che risultava dalla precedente determinazione. (...) a) che la Corte territoriale è incorsa in una erronea statuizione anche per quel che concerne gli interessi sulla indennità di occupazione per la parte liquidata con la sentenza n. 1241/2002;

b) che tali interessi sono senza ombra di dubbio dovuti, laddove, in ordine agli stessi, detto Giudice nulla ha statuito.

Con il terzo motivo di gravame, infine, lamenta la ricorrente incidentale G.Z. omessa pronuncia, nonchè violazione e falsa applicazione degli artt. 1282 e 1224 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, deducendo:

a) che la Corte territoriale ha completamente omesso di pronunciarsi sulla domanda di riconoscimento degli interessi sull'indennità di occupazione, per la parte liquidata dal Giudice del rinvio;

b) che gli espropriati hanno chiesto a detto Giudice l'attribuzione degli interessi sulla determinanda indennità di occupazione negli stessi termini riconosciuti dalla prima sentenza della Corte territoriale, là dove quest'ultima li aveva attribuiti sulle singole annualità sino al soddisfo, secondo una statuizione coperta, peraltro, dal giudicato;

c) che, indebitamente, sebbene nel riportare in sentenza le conclusioni delle parti si dia atto della richiesta di detti interessi, il Giudice del rinvio nulla ha statuito;

d) che, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., si chiede la condanna della Regione alla corresponsione agli aventi diritto degli interessi sulla indennità di occupazione per ciascuna annualità sino al soddisfo.

I due motivi, nei sensi di cui appresso, sono fondati.

Si osserva al riguardo:

a) che la Corte capitolina, dietro specifica domanda ("oltre interesse) degli espropriati, nella primitiva sentenza n. 421/1997 ebbe a determinare in L. 437.616.000 l'indennità di occupazione per il periodo dal 3.9.1987 al 1.5.1991, "con gli interessi legali sulle singole annualità, sino al soddisfo, nei sensi precisati in motivazione", ovvero "sulle singole somme dovute annualmente e a decorrere dal primo giorno dell'annualità successivà";

b) che quest'ultima statuizione, relativa all'applicazione degli interessi legali sull'indennità di occupazione, non ha, di per sè, formato oggetto di impugnazione per cassazione da parte dei medesimi espropriati, mentre, come accennato, il ricorso incidentale della Regione Lazio è stato in quella sede dichiarato inammissibile, onde siffatta statuizione è rimasta coperta dal giudicato;

c) che la Corte del rinvio, dopo avere proceduto alla nuova determinazione dell'indennità di occupazione (peraltro sulla base dell'indennità di esproprio, pure nuovamente determinata, anzichè sulla base del maggior valore venale del fondo accertato nella stessa sede, giusta quanto dianzi illustrato in sede di accoglimento del ricorso principale e del primo motivo dei due ricorsi incidentali), nulla ha statuito in ordine agli interessi legali sulla predetta indennità di occupazione, laddove tale Giudice, al riguardo, avrebbe dovuto provvedere in termini esattamente corrispondenti a quelli risultanti dal giudicato di cui sopra;

d) che la medesima Corte è così incorsa nel vizio di omessa pronuncia, ex arti 12 c.p.c., denunciato da tutti e tre i ricorrenti incidentali, atteso che il giudice dinanzi al quale sia stato riassunto il processo in sede di rinvio, anche indipendentemente dalla rigorosa riproduzione in quella sede di tutte le domande delle parti in modo specifico, incorre appunto nel vizio sopraindicato quando, come nella specie, non abbia pronunciato su tutte le domande proposte nel procedimento in cui fu emessa la sentenza annullata, tenuto conto del fatto che, nel giudizio di rinvio, le parti stesse conservano l'identica posizione processuale che avevano nel procedimento indicato da ultimo e che, a seguito della riassunzione, prosegue il processo originario, onde ogni riferimento a domande ed eccezioni pregresse e, in genere, alle difese svolte, ha l'effetto di richiamare univocamente ed integralmente domande, eccezioni e difese assunte e spiegate nel primitivo giudizio (Cass. 2 febbraio 2007, n. 2309).

Pertanto, i tre ricorsi come sopra riuniti meritano accoglimento nei sensi di cui in motivazione, onde la sentenza impugnata va cassata in relazione alle censure accolte, laddove, decidendo la causa nel merito ravvisata la sussistenza delle condizioni previste dall'art. 384 c.p.c., comma 1, ultima parte (nel testo, applicabile ratione temporis, anteriore alla sostituzione introdotta dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 12), deve così provvedersi:

a) condannando la Regione Lazio a depositare presso la Cassa Depositi e Prestiti, a titolo di indennità per l'espropriazione di cui si tratta, la somma di L. 2.384.000.000, pari ad Euro 1.231.233,24, detratto quanto già versato a tale titolo, con i relativi interessi legali decorrenti dalla data del decreto di esproprio sull'intero e sulla minor somma conseguente ai versamenti parziali dalla data di tali versamenti parziali, il tutto fino alla data dell'effettivo deposito;

b) condannando la Regione Lazio a depositare presso la Cassa Depositi e Prestiti l'indennità di occupazione legittima, commisurata agli interessi legali per anno, o frazione di anno, dal 3 settembre 1987 al 2 maggio 1991, sull'importo di L. 4.767.000.030, pari ad Euro 2.461.950,05, con i relativi interessi legali decorrenti dalle singole scadenze (3 settembre 1988, 3 settembre 1989 e così via), detratti gli importi già versati a titolo d'indennità di occupazione;

c) confermando nel resto l'impugnata sentenza, anche per quanto riguarda il regolamento delle spese processuali.

La sorte di dette spese, infatti, come pure di quelle del presente giudizio di Cassazione, segue il criterio della soccombenza, da applicare nei riguardi della Regione Lazio all'esito finale della controversia: queste ultime spese si liquidano, quanto ai ricorrenti principali, in complessivi Euro 10.800,00, di cui Euro 10.000,00 per onorari, quanto ai ricorrenti incidentali Z. e G., in complessivi Euro 8.500,00, di cui Euro 8.000,00 per onorari e, quanto alla ricorrente incidentale G.Z., in complessivi Euro 7.200,00, di cui Euro 7.000,00 per onorari, oltre, in tutti e tre i casi, alle spese generali (nella misura percentuale del 12,50% sull'importo degli onorari medesimi) e agli accessori (I.V.A. e Cassa Previdenza Avvocati) dovuti per legge.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, li accoglie nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e, decidendo la causa nel merito, così provvede:

a) condanna la Regione Lazio a depositare presso la Cassa Depositi e Prestiti, a titolo di indennità per l'espropriazione di cui si tratta, la somma di L. 2.384.000.000, pari ad Euro 1.231.233,24, detratto quanto già versato a tale titolo, con i relativi interessi legali decorrenti dalla data del decreto di esproprio sull'intero e sulla minor somma conseguente ai versamenti parziali dalla data di tali versamenti parziali, il tutto fino alla data dell'effettivo deposito;

b) condanna la Regione Lazio a depositare presso la Cassa Depositi e Prestiti l'indennità di occupazione legittima, commisurata agli interessi legali per anno, o frazione di anno, dal 3 settembre 1987 al 2 maggio 1991, sull'importo di L. 4.767.000.030, pari ad Euro 2.461.950,05, con i relativi interessi legali decorrenti dalle singole scadenze (3 settembre 1988, 3 settembre 1989 e così via), detratti gli importi già versati a titolo d'indennità di occupazione; »»


CASS 110/1999: «« L'indennità di occupazione era richiesta relativamente all'intero complesso immobiliare.

All'esito dell'istruzione la giunta speciale, con sentenza n. 84/96 depositata il 14 novembre 1996, notificata al consorzio EDINA il 6 febbraio 1997:

a) dichiarò il difetto di legittimazione passiva della presidenza del Consiglio dei Ministri - Ministero per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, compensando le spese giudiziali tra le attrici e l'amministrazione;

b) dichiarò che non era dovuta alcuna somma a titolo d'indennità di espropriazione dal consorzio EDINA alle attrici, relativamente ai cespiti censiti alla particella 432 sub 5, 6, 14, 15 e 16;

c) determinò l'indennità di espropriazione dovuta dal consorzio EDINA alle attrici, relativamente ai cespiti censiti alla particella 430 sub 6 ed alla particella 432 sub 9 in lire 19.113.275 ed ordinò al detto consorzio di depositare presso la Cassa depositi e prestiti la somma pari alla differenza tra l'importo di cui sopra e quello già depositato, oltre agli interessi legali dalla data del decreto di espropriazione (21 marzo 1990);

d) condannò il consorzio EDINA a pagare, in favore delle attrici, mediante deposito con le stesse modalità, l'indennità di occupazionelegittima in misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore pieno dei cespiti censiti alla particella 432 sub 5, 6, 14, 15 e 16, pari a lire 587.562.000, con decorrenza dall'11 giugno 1981 alla data di deposito della sentenza n. 723/90 del Consiglio di Stato, che aveva annullato il provvedimento di individuazione e di occupazione (3 ottobre 1990), oltre agli interessi legali ulteriori sull'importo così determinato da quest'ultima data a quella dell'effettivo deposito del dovuto;

e) condannò il consorzio EDINA a pagare alle attrici, mediante deposito con le stesse modalità, l'indennità di occupazione legittima nella misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore pieno dei cespiti espropriati, censiti alla particella 430 sub 6 ed alla particella 432 sub 9, pari a lire 37.200.000, con decorrenza dall'11 giugno 1981 alla data del decreto di espropriazione (21 marzo 1990), oltre agli interessi legali ulteriori sull'importo così determinato, da quest'ultima data a quella di effettivo deposito del dovuto;

f) condannò il consorzio EDINA al pagamento delle spese giudiziali (come in sentenza).

La giunta speciale considerò:

Che andava esclusa la legittimazione passiva ad causam della presidenza del Consiglio dei Ministri, perché - ai sensi degli artt. 80, 81 e 84 della legge 14 maggio 1981 n. 219, nonché dell'ordinanza commissariale n. 45 del 16 dicembre 1981 - per le opere di cui al programma edilizio affidate in concessione mediante apposite convenzioni, è demandato all'ente concessionario il compimento in nome proprio di tutte le operazioni (materiali, tecniche e giuridiche) occorrenti per la realizzazione del programma edilizio, ancorché comportanti l'esercizio di poteri di carattere pubblicistico, quali quelli inerenti all'espletamento delle procedure di espropriazione, all'offerta, al pagamento o al deposito delle indennità;

Che, pertanto, l'ente concessionario assumeva la qualità di soggetto responsabile nei confronti dell'espropriato per tutte le obbligazioni delle quali, anche se anteriormente insorte, non poteva non essere consapevole nel momento della sottoscrizione del capitolato di concessione;

Che del pari andava respinta l'eccezione secondo la quale nessuna somma si sarebbe dovuta versare alle attrici a titolo d'indennità di occupazione, perché l'art. 80 sesto comma ultima parte della legge n. 219 del 1981 (ritenuta legittima con ordinanza n. 607/1987 della Corte costituzionale) riconosce ai proprietari "tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385", la quale nell'art. 2 contempla anche l'indennità di occupazione;

Che, peraltro, tale interpretazione era conforme al principio generale per cui ogni occupazione temporanea e di urgenza di beni immobili ingenera un'obbligazione indennitaria, diretta a compensare - per tutta la sua durata - il nocumento connesso al mancato godimento del bene occupato, vale a dire una perdita che, essendo diversa da quella derivante dall'espropriazione, postula un separato ristoro;

Che il fabbricato in Napoli al corso Secondigliano n. 310, a seguito della sentenza del Consiglio di Stato n. 723/90 (passata in giudicato), non era più oggetto della richiesta di rideterminazione dell'indennità di espropriazione;

Che, quindi, la domanda delle attrici andava limitata:

- alla determinazione dell'indennità di occupazione del fabbricato in Napoli al corso Secondigliano 310, e precisamente dei cespiti censiti alla particella 432 sub 5, 6, 14, 15 e 16;

- alla determinazione dell'indennità di espropriazione ed occupazione, relativamente ai cespiti al corso Secondigliano n. 296 censiti alla particella 430 sub 6 ed alla particella 432 sub 9;

che gli immobili (di cui le signore Laurenza erano proprietarie in virtù dei titoli richiamati in sentenza) presentavano la consistenza, le caratteristiche, le identificazioni catastali e le destinazioni, come analiticamente riportate nella sentenza medesima (v. pag. 7, 8, 9) e per essi erano state stimate dall'ufficio commissariale le indennità in quest'ultima indicate;

che il decreto di espropriazione relativo al cespite censito alla particella 432 sub 3 era stato emesso il 21 settembre 1989 col n. 2177, quello relativo al cespite censito alla particella 430 sub 6 era stato emesso il 21 marzo 1990 col n. 2975, mentre non risultava emesso decreto di esproprio relativamente ai cespiti censiti alla particella 432 sub 5, 6, 9, 14, 15 e 16;

che il consulente tecnico delle attrici aveva stimato il valore dei cespiti nell'importo complessivo di lire 1.371.231.000, senza però fornire alcun dato storico comparativo;

che il consulente tecnico del consorzio aveva stimato in lire 90.048.000 il valore di mercato dell'immobile censito alla particella 432 sub 3, del pari senza fornire alcun dato storico di raffronto;

che, però, l'immobile censito alla particella 432 sub 3 era stato oggetto, in ordine all'opposizione a stima dell'indennità di espropriazione ed alla richiesta dell'indennità di occupazione, di separato giudizio deciso dalla G.S.E. con sentenza n. 69 del 1996;

che - essendo stato annullato (con la citata sentenza del Consiglio di Stato) il provvedimento d'individuazione ed occupazione relativamente ai cespiti di cui alla particella 432 sub 5, 6, 14, 15 e 16 - non era dovuta somma alcuna a titolo d'indennità di espropriazione per detti immobili;

che, invece, relativamente ai cespiti censiti alle particelle 432 sub 9 e 430 sub 6 la giunta (all'esito delle indagini tecniche espletate) riteneva congruo determinare, con riferimento al marzo 1990, il valore di mercato in totale pari a lire 37.200.000, al quale, in mancanza della prova di fitti certi, andava aggiunto il coacervo decennale della rendita catastale, ammontante a lire 1.026.550, sicché, operando la media aritmetica tra il valore di mercato e il coacervo decennale, si otteneva l'indennità di espropriazione effettivamente dovuta, nell'importo di lire 19.113.275, che il consorzio era tenuto a pagare, detratto l'importo già depositato, con gli interessi legali dal 21 marzo 1990; che la giunta - preso atto dell'annullamento in sede giurisdizionale dei provvedimenti d'individuazione ed occupazione degli immobili delle attrici censiti alla particella 432 sub 5, 6, 14, 15 e 16 - era tenuta a calcolare il valore di mercato di tali cespiti ai fini della determinazione dell'indennità di occupazione spettante alle attrici medesime dall'11 giugno 1981 fino alla data di deposito della sentenza del Consiglio di Stato;

che tale valore di mercato ammontava a lire 587.862.000, onde l'indennità di occupazione andava liquidata nella misura convenzionale, corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul detto valore, con riferimento al periodo indicato (11 giugno 1981/3 ottobre 1990);

che alle attrici con le stesse modalità di calcolo era dovuta l'indennità di occupazione per i cespiti occupati ed espropriati, censiti alla particella 430 sub 6 ed alla particella 432 sub 9, da determinare sul valore di mercato di lire 37.200.000, con decorrenza dalla data della perdita del possesso (11 giugno 1981) alla data del decreto di espropriazione (21 marzo 1990), oltre agli interessi legali fino alla data dell'effettivo deposito. (...) Andrebbe rilevato il difetto di giurisdizione della giunta speciale relativamente alla domanda avente per oggetto l'indennità di occupazioneconcernente l'intero compendio immobiliare. La stessa sentenza impugnata dà atto che, con decisione n. 723/90, il Consiglio di Stato ha statuito l'illegittimità dell'intervento espropriativo in ordine al fabbricato sito in Napoli al civico 310 del corso Secondigliano.

In conseguenza di ciò, già davanti alla G.S.E. si sarebbe precisato che, essendo stata pronunciata l'illegittimità della disposta occupazione con efficacia senz'altro ex tunc, ogni domanda attinente a quest'ultima (essendo la stessa divenuta illegittima) non potrebbe avere ad oggetto richieste d'indennità ed andrebbe rivolta al giudice avente giurisdizione nella specie, ossia al tribunale competente per territorio.

Sul punto la sentenza impugnata avrebbe omesso qualsiasi motivazione; e la cosa risulterebbe tanto più incomprensibile in quanto la medesima sentenza, per l'indicato ordine di ragioni, avrebbe escluso di poter riconoscere l'indennità di espropriazione, sicché soltanto con evidente contraddizione avrebbe poi provveduto per l'indennità di occupazione.

La censura è fondata, nei sensi in prosieguo indicati.

La sentenza impugnata pone in rilievo che, con decisione del TAR per la Campania n. 312 del 1986, confermata dal Consiglio di Stato con pronuncia n. 723/90 depositata il 3 ottobre 1990 (passata in giudicato), che respinse l'appello proposto dalla P.A. contro la prima statuizione, furono annullati i provvedimenti di individuazione ed occupazione relativi al fabbricato in Napoli al corso Secondigliano 310, riportato nel NCEU al foglio 5 particella 432, sub 5, 6, 14, 15 e 16 (v. pag. 4).

Su tale presupposto "rileva che il fabbricato in Napoli al corso Secondigliano n. 310 a seguito della sentenza del Consiglio di Stato n. 723/90, passata in giudicato, non è più oggetto della richiesta di rideterminazione dell'indennità di espropriazione" (v. pag. 6).

Procede tuttavia, relativamente allo stesso immobile (fabbricato in Napoli al corso Secondigliano 310, cespiti censiti alla particella 432 sub 5, 6, 14, 15 e 16), alla determinazione dell'indennità di occupazione per il periodo dall'11 giugno 1981 fino al 3 ottobre 1990 (data di deposito della sentenza del Consiglio di Stato), in misura pari al saggio degli interessi legali per anno sul valore di mercato dei detti beni, calcolato in lire 587.862.000.

In tal guisa operando, tuttavia, la sentenza impugnata ha omesso di considerare che la pronuncia di annullamento adottata dal giudice amministrativo aveva efficacia ex tunc, rendeva quindi illegittima l'occupazione - in relazione ai cespiti per i quali era intervenuta la decisione di annullamento - fin dall'origine, con la conseguenza che per quei beni non poteva essere richiesta e liquidata un'indennità per occupazione legittima, ma (ricorrendone gli estremi) un risarcimento dei danni per occupazione illegittima; domanda, quest'ultima, esulante dalla competenza giurisdizionale della giunta speciale che, ai sensi dell'art. 18 del DLL 27 febbraio 1919 n. 219, è limitata alla determinazione giudiziale delle indennità di espropriazione e di occupazione legittima (Cass., sez. un., 30 dicembre 1992, n. 13703).

Conseguentemente, la sentenza impugnata deve essere cassata nella parte in cui ha provveduto a liquidare l'indennità di occupazionelegittima per i cespiti censiti alla particella 432 sub 5, 6, 14, 15 e 16 (v. capo 4 del dispositivo della sentenza medesima). La cassazione in ordine a tale capo va disposta senza rinvio, stante la riscontrata carenza di giurisdizione, e deve essere dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda concernente l'occupazione per i cespiti predetti.

Con il secondo mezzo di cassazione il ricorrente denunzia violazione dell'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, nonché eccesso di potere per motivazione insufficiente, perplessa e contraddittoria, con riferimento all'art. 360, n. 3 e 5, c.p.c., sostenendo che, essendo entrato in vigore (nelle more del giudizio) il detto art. 5 bis, erroneamente la giunta speciale non avrebbe applicato la normativa sopravvenuta.

La doglianza non ha fondamento perché, come già affermato da questa corte, i nuovi criteri di determinazione dell'indennità di espropriazione, di cui all'art. 5 bis l. 8 agosto 1992 n. 359, applicabili in generale, in sostituzione del criterio del valore venale di cui all'art. 39 l. 25 giugno 1865 n. 2359, alle aree fabbricabili o a destinazione edificatoria, non si applicano alle espropriazioni disposte in base alla legge n. 219 del 1981, per le quali la determinazione dell'indennità è regolata in modo speciale mediante il richiamo agli artt. 12 e 13 della l. 15 gennaio 1885 n. 2892 (Cass., sez. un., 13 maggio 1998, n. 4821; 6 novembre 1993, n. 10998).

Con il terzo motivo, poi, si deduce ancora violazione e falsa applicazione dell'art. 80 della legge 14 maggio 1981 n. 219, dell'ordinanza n. 45/1981 del sindaco commissario di governo, eccesso di potere per difetto d'istruttoria, difetto assoluto di motivazione, omessa valutazione di circostanze decisive, difetto di giurisdizione, omessa pronuncia, in relazione all'art. 360, n. 1, 3 e 5, c.p.c.

In ordine alla domanda relativa all'indennità di occupazione, davanti alla giunta speciale sarebbe stato osservato quanto segue:

a) l'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992 sarebbe applicabile al caso in esame, ad onta del diverso avviso espresso dalla giurisprudenza di questa corte, che avrebbe considerato vigente in materia la disciplina di carattere speciale nascente dall'art. 80 comma sesto della legge n. 219 del 1981. Dovrebbe comunque giungersi ad una conclusione differente con riferimento alla disciplina dell'indennità di occupazione, regolata dalla normativa generale.

Da ciò discenderebbero ulteriori considerazioni:

1) l'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992 avrebbe superato la previgente identità dell'indennizzo espropriativo con il giusto prezzo del bene in una libera contrattazione, sicché gli interessi legali a titolo d'indennità di occupazione andrebbero riconosciuti sull'importo liquidato ai sensi della legge n. 219 del 1981 quale indennità di esproprio;

2) in forza del rinvio operato dall'art. 80 sesto comma della legge n. 219 del 1981 si renderebbe applicabile l'art. 2 della legge n. 385 del 1980, ma con l'entrata in vigore della legge n. 359 del 1992 sarebbe venuto a mancare il supporto giuridico al collegamento tra interessi legali e valore venale del bene espropriato, quali fattori di determinazione dell'indennità di occupazione legittima;

b) sussisterebbe difetto di giurisdizione della giunta speciale in ordine all'indennità di occupazione, perché l'art. 80 comma sesto della legge 219 del 1981 si riferirebbe soltanto all'indennità di espropriazione. Inoltre, non essendoci stata offerta della relativa indennità, il proprietario non potrebbe rivolgersi al giudice dell'opposizione alla stima, ma al giudice amministrativo affinché obblighi l'amministrazione a determinarla oppure al giudice ordinario per la relativa pronuncia di condanna;

c) sussisterebbe altresì il difetto di legittimazione passiva del consorzio, in quanto, ai sensi dell'art. 80 della legge n. 219 del 1981, l'individuazione delle aree, l'occupazione e la redazione del verbale di consistenza sarebbero riferibili al sindaco o ad un suo delegato, nel caso di specie il concessionario avrebbe ricevuto la consegna del cespite soltanto nel 1983, cioé due anni dopo l'occupazione (11 giugno 1981), onde a nessun titolo si potrebbe affermare la legittimazione passiva del concessionario medesimo per attività dallo stesso non effettuate e rispetto alle quali potrebbe sussistere, al più, un suo obbligo di pagamento, quando fosse riconosciuto a favore del proprietario - ma in contraddittorio con l'unico possibile legittimato, cioé il sindaco commissario straordinario - un debito di quest'ultimo;

d) andrebbe esclusa la spettanza nel caso di specie dell'indennità di occupazione, perché la materiale occupazione degli edifici sarebbe avvenuta in termini variamente articolati, nelle more dei quali il sindaco commissario straordinario di governo avrebbe dato facoltà alle parti di restare negli immobili o di riscuotere il canone di locazione, prevedendo espressamente che nessun indennizzo si sarebbe dovuto erogare fino alla materiale occupazione dei beni.

Pertanto le opponenti avrebbero dovuto provare la data nella quale in concreto avevano perduto il godimento dei cespiti, restando esclusa la coincidenza di tale data con quella della redazione dei verbali di occupazione;

e) nulla sarebbe dovuto per l'occupazione dei cespiti o, meglio, l'indicato indennizzo sarebbe compreso - in caso di opposizione - in quello assicurato dalla legge per l'espropriazione, come dovrebbe desumersi dall'art. 80 della legge n. 219 del 1981;

f) andrebbero ribadite l'illegittimità e l'incongruità di ancorare l'indennità di occupazione al valore venale dell'immobile;

g) tale indennità, comunque, non potrebbe essere determinata in misura pari agli interessi legali, anche qualora fosse riconosciuta la legittimità della pretesa;

h) la legge n. 219 del 1981 non recherebbe disposizioni relative all'indennità di occupazione;

i) sull'indennità predetta, in ogni caso, non sarebbero dovuti interessi e svalutazione, trattandosi di debiti di valuta.

Tutti i profili suddetti sarebbero stati ignorati dalla G.S.E., che non avrebbe addotto alcuna motivazione per pervenire alle diverse soluzioni in questa sede impugnate.

Le complesse censure come sopra articolate devono formare oggetto di esame congiunto (perché tra loro connesse) secondo il rispettivo ordine logico. Pertanto si osserva quanto segue:

Non sussiste il difetto di giurisdizione della G.S.E. in ordine alla determinazione dell'indennità di occupazione legittima, nel quadro degli interventi di cui al titolo VIII~ della legge n. 219 del 1981.

Essendo pacifico che nella specie si verte in tema di un programma straordinario di edilizia residenziale rientrante nella previsione dell'art. 80 di tale legge, è il sesto comma di questa norma che, con il rinvio in esso operato, radica la competenza giurisdizionale (per la determinazione della citata indennità) del detto organo secondo costante giurisprudenza di queste sezioni unite (v. le sentenze indicate nell'esame del sesto motivo, trattato con priorità).

Non è esatto che la norma in questione si riferisca soltanto all'indennità di espropriazione. Essa attribuisce agli espropriati tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385 e quest'ultima nell'art. 2 prevede per l'appunto l'indennità per le occupazioni di urgenza (in termini, per l'attribuzione alla giunta speciale della cognizione esclusiva circa le controversie concernenti le indennità dovute per le occupazioni strumentali ai successivi provvedimenti ablativi, v., tra le altre, Cass., sez. un., 10 novembre 1993, n. 11078).

Neppure rileva che, nella specie, non sia stata offerta alcuna indennità, perché né l'art. 80 della legge n. 219 del 1981 né la normativa di cui al DLL 27 febbraio 1919 n. 219 condizionano a tale offerta la proposizione al suddetto organo di giurisdizione speciale della domanda per la determinazione dell'indennità medesima.

Non sussiste il difetto di legittimazione passiva (recte: di titolarità passiva delle obbligazioni indennitarie) in capo al consorzio.

Come questa corte a sezioni unite ha ripetutamente affermato, quando - ai sensi degli artt. 80, 81 e 84 della legge 14 maggio 1981 n. 219 - le opere attuative del piano di ricostruzione e sviluppo delle zone colpite dagli eventi sismici sono state oggetto di concessione c.d. traslativa, con attribuzione al concessionario di poteri pubblicistici (compresi quelli occorrenti per l'espletamento delle procedure ablatorie: v. art. 81 terzo comma della legge n. 219 del 1981), lo stesso concessionario, quale soggetto attivo del rapporto espropriativo, diviene unico titolare del lato passivo di tutte le obbligazioni indennitarie che a quel rapporto si collegano (v., da ultimo, ex multis, Cass., sez. un., I~ giugno 1998, n. 8496; 10 marzo 1998, n. 2644, nonché la precedente giurisprudenza in tali pronunzie richiamata).

Il dato, del resto, trova esplicito riconoscimento normativo, perché l'art. 81 terzo comma della legge n. 219 del 1981 stabilisce che forma oggetto della concessione (tra l'altro) "il pagamento delle indennità ai sensi della presente legge". Vi è dunque una precisa imputazione legale in capo al concessionario della titolarità passiva delle obbligazioni indennitarie.

L'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992 non si applica alle espropriazioni disposte in base alla legge n. 219 del 1981 (v. quanto esposto a proposito del secondo motivo). Né giova addurre che i principi affermati a proposito dell'indennità di espropriazione non sarebbero applicabili all'indennità di occupazione, perché tale principio ignora lo stretto collegamento strumentale e funzionale esistente tra le due indennità (v., al riguardo, Cass., sez. un., 20 gennaio 1998 n. 493, e, con riferimento alle ipotesi in cui l'indennità di espropriazione sia calcolata con criteri speciali, Cass., sez. un,, 10 marzo 1998, n. 2644). Correttamente, quindi, la G.S.E. non ha tenuto conto del citato art. 5 bis.

La tesi secondo cui le proprietarie avrebbero dovuto provare la data in cui in concreto avevano perduto il godimento dei cespiti, dovendosi escludere la coincidenza di tale data con quella di redazione dei verbali di occupazione, non può essere condivisa.

La sentenza impugnata, attraverso l'esame dei verbali di consistenza ed occupazione in data 11 giugno 1981, ha accertato che l'occupazione medesima era stata realizzata. Tale accertamento non è superabile con l'affermazione che l'occupazione materiale degli immobili "sarebbe avvenuta in termini variamente articolati secondo le necessità che sarebbero emerse dal programma costruttivo di ciascun intervento debitamente approvato". A parte la genericità dell'assunto, il verbale di occupazione impone di presumere che questa sia stata portata a compimento, sicché sarebbe ricaduto sull'attuale ricorrente l'onere di dimostrare il contrario, trattandosi di un fatto modificativo o estintivo della pretesa azionata nei suoi confronti (art. 2697, comma secondo, c.c.).

Neppure può essere condivisa la tesi - peraltro in contrasto con la richiamata giurisprudenza di questa corte - secondo cui, in caso di opposizione alla stima, l'indennità di occupazione sarebbe compresa in quella di espropriazione. L'art. 80, sesto comma, della legge n. 219 del 1981 chiaramente si riferisce ad entrambe le indennità. E tale riferimento concerne sia la determinazione operata in sede amministrativa, sia quella effettuata in sede giurisdizionale, attraverso l'opposizione alla stima. La diversa tesi propugnata dal ricorrente, secondo cui l'opposizione alla stima riguarderebbe la sola indennità di espropriazione, è priva di ogni aggancio normativo e, peraltro, condurrebbe ad un'interpretazione incostituzionale della norma, in quanto priverebbe l'espropriato del diritto di agire in giudizio per conseguire anche l'indennità di occupazione, la quale, come questa corte ha altre volte affermato, postula un ristoro separato dall'indennità espropriativa, essendo diretta a compensare - per tutta la durata dello stato di temporanea indisponibilità del bene - il detrimento dato dal suo mancato godimento (v., da ultimo, Cass., sez. un., 13 maggio 1998, n. 4821).

É invece fondata la censura, relativa al criterio di determinazione dell'indennità di occupazione seguito dalla giunta (il discorso, a questo punto, vale per i cespiti censiti alla particella 430 sub 6 ed alla particella 432 sub 9, stante l'accoglimento del motivo concernente i beni oggetto delle pronunzie del giudice amministrativo) ed ancorato al valore pieno degli immobili espropriati anziché all'importo determinato come indennità di espropriazione.

Invero questa corte ha recentemente affermato il principio secondo cui la materia relativa all'indennità per le occupazioni di suoli a vocazione edificatoria, preordinate alla successiva espropriazione, deve ritenersi assoggettata alla norma di cui all'art. 72, quarto comma, della legge n. 2359 del 1865, da interpretare nel senso che all'immobile va attribuito il medesimo valore per la determinazione tanto dell'indennità per l'occupazione quanto di quella per la sua successiva espropriazione (essendo il procedimento per l'occupazione preliminare divenuto - da autonomo e meramente collegato - fase subprocedimentale del più ampio procedimento espropriativo), attesa la omogeneità morfologica e funzionale delle indennità spettanti al proprietario in relazione a ciascuno dei due provvedimenti e la conseguente perdita di autonomia, sotto tale profilo, dell'indennità di occupazione rispetto a quella espropriativa.

Detta indennità di occupazione, se determinabile ai sensi dell'art. 72 quarto comma della legge n. 2359 del 1865 (il cui precetto trova generale applicazione in assenza di peculiari disposizioni che fissino diversi criteri), deve pertanto essere sempre liquidata in misura corrispondente ad una percentuale (legittimamente riferibile al saggio degli interessi legali) dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area occupata, e non anche con riferimento al valore venale del bene, pur nell'ipotesi in cui la determinazione (ovvero la rideterminazione) dell'indennità di esproprio sia soggetta ai criteri di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, non rilevando all'uopo la natura eccezionale o meno di tale normativa (Cass., sez. un., 20 gennaio 1998, n. 493; v. anche Cass., 5 maggio 1998, n. 4498).

Il principio è stato altresì affermato con riferimento alle ipotesi in cui l'indennità di espropriazione sia calcolata con criteri speciali (e, segnatamente, in base all'art. 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892 sul risanamento di Napoli, richiamata dalla legge 14 maggio 1981 n. 219 sulla realizzazione del programma straordinario di edilizia residenziale per le aree del Mezzogiorno colpite dal sisma del 1980), chiarendosi che anche in tal caso l'indennità di occupazione va liquidata in misura corrispondente ad una percentuale, che ben può corrispondere all'interesse legale, dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area finalizzata all'opera pubblica per cui avviene l'occupazione medesima (Cass., sez. un., 10 marzo 1998, n. 2644).

Gli argomenti a sostegno di tale orientamento, che va consolidandosi ed al quale il collegio intende dare continuità, possono riassumersi nelle seguenti proposizioni.

Tra le diverse tipologie di provvedimenti di occupazione (per la cui analisi si rinvia alla citata Cass., sez. un., n. 493 del 1998), viene qui in evidenza l'occupazione preordinata alla successiva espropriazione del bene. È vero che i due procedimenti amministrativi di occupazione e di espropriazione restano distinti, in quanto il secondo può anche non realizzarsi o non giungere a compimento. È pur vero, però, che nel sistema normativo (al quale occorre riferirsi considerandone non le eventuali patologie bensì la regolare dinamica istituzionale) è venuta enucleandosi una nozione, che trova la sua norma base nell'art. 72 della legge n. 2359 del 1865, alla stregua della quale l'occupazione di urgenza finalizzata alla successiva espropriazione è diretta a consentire al soggetto espropriante di ottenere subito la disponibilità concreta del bene, rendendo così possibile il sollecito inizio dell'opera pubblica grazie all'anticipata immissione in possesso del bene medesimo, prima ancora che il procedimento espropriativo pervenga alla sua naturale conclusione.

Essendo questo lo scopo dell'occupazione di urgenza preordinata all'esproprio, risulta evidente che i due procedimenti, ancorché distinti, sono tra loro collegati da un nesso strumentale e funzionale, in quanto il primo permette al soggetto espropriante di disporre subito del bene e di dare corso all'esecuzione dell'opera pubblica, in sostanza anticipando gli effetti del successivo provvedimento ablatorio. Se così è, l'indennità di occupazione - volta a rimunerare il proprietario per il detrimento costituito dallo stato d'indisponibilità del bene per la durata di tale indisponibilità - non può che essere parametrata al valore attribuibile a quel bene in sede di espropriazione, perché a tale valore si riferisce la perdita patrimoniale che, quanto al fatto ablatorio, va compensata con l'indennità di esproprio e, quanto alla perdita reddituale (postulante un separato ristoro) deve trovare compenso, in assenza di un meccanismo normativamente previsto, attraverso un criterio che ben può essere individuato negli interessi legali (frutti civili) sulla somma spettante per l'appunto a titolo d'indennità di espropriazione.

La conseguenza è che, qualora quest'ultima indennità per legge debba essere determinata in misura diversa dal valore venale del bene, occorre riferirsi non a tale valore bensì a quello che la legge medesima attribuisce al bene ai fini espropriativi: conclusione imposta sia dal segnalato nesso esistente tra occupazione ed espropriazione, sia da ragioni di coerenza e di armonia del sistema, perché, se il bene esistente nel patrimonio dell'espropriando ha un valore normativamente determinabile ai fini dell'ablazione, i frutti civili per il mancato godimento del bene, durante lo stato d'indisponibilità cagionato dall'occupazione finalizzata a quell'evento ablatorio, vanno necessariamente calcolati su quello stesso importo.

Le conclusioni fin qui svolte trovano applicazione anche nel caso di procedimenti regolati dalla legge n. 219 del 1981, non ravvisandosi argomenti di contrasto con tale normativa che valgano ad infirmarle.

Nei sensi predetti, dunque, la censura ora esaminata deve essere accolta, affermandosi che l'indennità di occupazione deve essere liquidata sulla base di una percentuale (corrispondente agli interessi legali) dell'indennità dovuta per l'espropriazione come calcolata secondo i criteri di cui alla legge n. 2892 del 1885 e non sulla base di una percentuale del valore venale del bene espropriato (Cass., S.U., 5 maggio 1998, n. 4505).

Non può invece essere condiviso l'ulteriore assunto del ricorrente, secondo cui l'indennità di occupazione non potrebbe in ogni caso essere determinata in misura pari agli interessi legali. Invero tale criterio di liquidazione può essere legittimamente adottato dal giudice, poiché risponde all'esigenza di attribuire al proprietario quanto meno la somma corrispondente ai frutti civili che egli avrebbe percepito se gli fosse stata corrisposta, al momento dell'occupazione, l'indennità di esproprio.

Infine, quanto al rilievo di cui al capo i) del terzo motivo, la sentenza impugnata non riconosce svalutazione (onde il rilievo stesso é inammissibile in parte qua), mentre la questione relativa agli interessi spettanti sull'indennità di occupazione legittima rimane assorbita (ed affidata al giudice del rinvio) dovendosi procedere a nuova determinazione di tale indennità per effetto dell'accoglimento della censura sul criterio adottato dalla giunta speciale.

Con il quarto mezzo di cassazione il consorzio EDINA deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 80 della l. 14 maggio 1981 n. 219, 12 e 13 della l. n. 2892 del 1885, eccesso di potere per difetto d'istruttoria, omessa valutazione di circostanze rilevanti, difetto di motivazione ed omessa pronuncia, in relazione all'art. 360, n. 1, 3 e 5 c.p.c.

La sentenza impugnata avrebbe riconosciuto anche le indennità di espropriazione ed occupazione relative ai cespiti distinti nel NCEU alle particelle 430 sub 6 e 432 sub 9. Ciò sull'erroneo presupposto che tali beni sarebbero rimasti estranei al giudizio conclusosi davanti al Consiglio di Stato con la sentenza n. 723 del 1990.

Per contro già davanti alla G.S.E. sarebbe stato precisato:

"Parimenti inammissibile ed infondata appare la parte della domanda tesa ad ottenere indennità di espropriazione limitata alle particelle espropriate con il decreto esibito e di fatto occupate e demolite, contraddistinte con i numeri 432 sub 3-9, sub 6 e cortile e locale interno civico 296.

In punto di fatto va sottolineata la circostanza che non solo l'assunto avversario contrasta con la ricostruzione dei cespiti operata dal consulente tecnico di parte delle opponenti, ing. Russo, ma contrasta soprattutto con gli stati di consistenza e il decreto di esproprio già in atti.

Infatti da tali documenti è dato evincere che l'unico cespite residuato alla pronunzia del giudice amministrativo (e attualmente ricompreso nel procedimento espropriativo) è quello di cui alla particella 432 sub 3, non risultando agli atti alcun riferimento al sub 9 della stessa particella nonché alla stessa particella sub 6, per le quali la controparte non ha dato prova del loro attuale coinvolgimento nel procedimento, limitandosi a chiedere un'ispezione dello stato dei luoghi del tutto inammissibile davanti ad un giudice speciale a composizione tecnica capace di valutare ampiamente ogni prova documentale fornita dalle parti. Ne segue che ogni domanda, ferme restando tutte le eccezioni di fatto e di diritto già precisate, non può che riguardare l'unica particella per la quale la procedura espropriativa ha avuto compimento, a nulla rilevando l'avvenuta espropriazione e demolizione di fatto che, in assenza di un provvedimento che la legittima, potrebbe fondare, al più, soltanto una domanda risarcitoria, per la quale - si ripete - l'Ecc.ma Giunta speciale adita è del tutto priva di giurisdizione".

La sentenza impugnata avrebbe omesso qualunque motivazione al riguardo, onde il punto andrebbe riproposto come mezzo d'impugnazione.

Il motivo deve essere dichiarato inammissibile.

Contrariamente alla tesi del ricorrente, la giunta speciale ha effettuato una dettagliata individuazione ed analisi dei cespiti interessati alla procedura, prendendo le mosse dai titoli di provenienza, esaminando i verbali di consistenza ed occupazione, considerando le schede di valutazione redatte dall'ufficio commissariale e l'ordinanza di fissazione dell'indennità, rilevando che l'immobile censito alla particella 432 sub 3 era stato oggetto, in ordine all'opposizione a stima dell'indennità di espropriazione ed alla richiesta dell'indennità di occupazione, di separato giudizio definito con sentenza n. 69/96 e tenendo conto delle decisioni adottate dai giudici amministrativi (sempre ai fini dell'individuazione dei cespiti interessati: v. pag. 7 - 13 della sentenza impugnata). Si tratta di accertamenti e valutazioni compiuti da un giudice speciale a composizione tecnica che, come lo stesso ricorrente ebbe a dedurre, è "capace di valutare ampiamente ogni prova documentale fornita dalle parti". Ne deriva che l'assunto del consorzio svolto nel motivo in esame viene a porsi in contrasto con gli accertamenti di fatto compiuti da quel giudice e non suscettibili di riesame nella presente sede di legittimità. »»


CASS 9038/2008: «« che tra il Consorzio e l'attore era intervenuto, in conformità delle previsioni di detta legge, un concordamento dell'indennità di espropriazione (in data 17.5.1991) - per somma poi in effetti percepita dall'istante - ma non anche dell'indennità di occupazione legittima;

- che al concordamento non aveva tuttavia fatto seguito - entro il 18.11.1998, data di scadenza dell'occupazione legittima - nè la cessione volontaria del fondo occupato, nè l'emissione del decreto di esproprio;

- che essendo stata realizzata nelle more l'opera pubblica, a detta data si era verificata l'occupazione appropriativa del fondo, con illecita estinzione del diritto dominicale privato: evento che aveva determinato la caducazione dell'accordo sull'indennità;

- che nella titolarità dell'opera in questione era destinato a subentrare il Comune di Boscoreale, donde la concorrente legittimazione passiva di tale ente.

Tanto premesso, il C. chiedeva che i convenuti fossero condannati al risarcimento del danno, commisurato al valore venale del terreno, nonchè al pagamento dell'indennità di occupazione legittima, o in subordine, alla restituzione del fondo, previa demolizione dell'opera pubblica.

Instauratosi il contraddittorio, i convenuti eccepivano, ciascuno per quanto di ragione, il difetto di giurisdizione del giudice ordinario; l'incompetenza per materia del Tribunale adito, per essere competente la Corte d'appello in unico grado L. n. 865 del 1971, ex art. 19; il proprio difetto di legittimazione passiva; si opponevano altresì, nel merito, all'accoglimento delle domande, in particolare sul rilievo che il termine di scadenza dell'occupazione d'urgenza del fondo era stato prorogato dal D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9.

Nelle more del giudizio il Comune di Boscoreale emanava, in data 25.10.2002, decreto di espropriazione del terreno in causa.

Con sentenza del 17.6.2003 il Tribunale di Napoli dichiarava il proprio difetto di giurisdizione in ordine alla domanda di risarcimento dei danni conseguenti alla dedotta occupazione appropriativa, per essere la stessa devoluta al giudice amministrativo ai sensi del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, mentre rigettava la domanda di pagamento dell'indennità di occupazione: nel quadro dell'atto di concordamento intervenuto tra le parti - cui doveva essere attribuita natura transattiva, e la cui efficacia derivava dall'utile conclusione del procedimento espropriativo, con decreto intervenuto il 25.10.2002, in costanza dell'occupazione legittima prorogata per effetto del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, comma 2, - era ravvisabile la rinuncia all'indennità.

A seguito del gravame interposto dal C., la pronuncia veniva confermata dalla Corte d'appello di Napoli con sentenza del 17 gennaio 2005, che dichiarava conseguentemente assorbito l'appello incidentale condizionato del Consorzio Cooperative Costruzioni.

La Corte territoriale osservava che il D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, aveva disposto la proroga biennale dei termini di efficacia dei decreti di occupazione d'urgenza a prescindere tanto dal fatto che alla data della sua entrata in vigore le occupazioni fossero o meno legittime, quanto dalla circostanza che alla medesima data si fosse o meno verificata l'irreversibile trasformazione dell'area occupata. Posto, infatti, che l'acquisto a titolo originario del fondo a favore della p.a., nel caso di detta trasformazione, si verifica solo alla data di scadenza dell'occupazione legittima, ne derivava che fino a quando il relativo termine, originario o prorogato, non sia decorso, il proprietario nulla può pretendere, al di fuori dell'indennità di occupazione, essendo sempre possibile, fino a tale momento, l'emanazione del decreto di esproprio. Nella specie, pertanto - tenuto conto anche delle ulteriori proroghe disposte dal D.L. n. 390 del 2001, conv. in L. n. 444 del 2001, e dal D.L. n. 236 del 2002, conv. in L. n. 284 del 2002 - il decreto di espropriazione doveva ritenersi tempestivamente emanato.

Nè, d'altro canto, tale conclusione implicava - contrariamente a quanto sostenuto dall'appellante - la violazione dell'art. 1, del protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dell'art. 42 Cost., giacchè tali disposizioni - aventi, peraltro, "valore programmatico" - riservano espressamente al legislatore nazionale la possibilità di disciplinare la materia delle espropriazioni.

Egualmente infondata doveva ritenersi la censura relativa alla pretesa violazione del D.L. n. 333 del 1992, art. 5 bis, conv. con modif., in L. n. 359 del 1992, proprio perchè l'acquisizione dell'area a favore della p.a. si era avuta soltanto con l'emissione del suddetto decreto di esproprio.

Correttamente, d'altro canto, il primo giudice aveva ritenuto che il concordarmento dell'indennità, intercorso tra le parti, comportasse una rinuncia onnicomprensiva del C. ad ogni ulteriore pretesa, e dunque anche alla corresponsione dell'indennità di occupazione. Premesso che la relativa eccezione - da qualificarsi peraltro come eccezione in senso lato, e dunque rilevabile anche d'ufficio - era stata sollevata dal Comune di Boscoreale già con l'atto di costituzione in giudizio in primo grado, e non soltanto in sede di precisazione delle conclusioni (come viceversa asserito dall'appellante), la Corte di merito osservava come il Tribunale avesse interpretato la comune volontà delle parti in piena aderenza ai canoni di ermeneutica contrattuale: nè, d'altra parte, la rinuncia inserita nell'atto di concordamento poteva essere qualificata come clausola vessatoria, essendosi al cospetto di accordo di natura transattiva, che assicurava all'espropriato una maggiorazione dell'indennità a lui spettante per legge. (...) pronunciata sulla problematica, ad essa specificamente sottoposta, della incompatibilità della proroga retroattiva "con il regime di validità dei contratti": nel senso che - ove pure, in via d'ipotesi, la previsione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, potesse ritenersi idonea ad incidere sull'assetto proprietario del fondo occupato - essa non potrebbe comunque far "rivivere" l'accordo sull'indennità, ormai travolto dal mancato completamento della procedura espropriativa entro il 19 novembre 1998. Con la conseguenza che l'eventuale rinuncia all'indennità di occupazione, contenuta in tale accordo, rimarrebbe egualmente priva di effetti: prospettazione, questa, che si risolverebbe in una autonoma domanda, volta a conseguire l'anzidetta indennità a prescindere dalla valenza del citato art. 9. 1.8. - Con l'ottavo motivo il C. deduce violazione dell'art. 1418 c.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, censurando che la Corte territoriale abbia ipotizzato la perdurante validità di un contratto, quale quello avente ad oggetto l'indennità, che doveva ritenersi ormai nullo, sia perchè a fronte del negozio già caducato la comune volontà delle parti si era tramutata in un insanabile dissenso, con conseguente carenza del requisito di cui all'art. 1325 c.c., n. 1; sia per l'impossibilità del suo oggetto (citato art. 1325, n. 2), stante il fatto che, a seguito dell'intervenuta accessione invertita, il ricorrente non era più proprietario dell'immobile.

1.9. - Con il nono motivo il ricorrente lamenta omissione e insufficienza della motivazione su punti decisivi della controversia, ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione alla violazione e mancata applicazione del combinato disposta degli artt. 1362 e 1363 c.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè violazione "delle norme sulla contabilità pubblica", per avere la sentenza impugnata ritenuto che il concordamento dell'indennità implicasse la rinuncia, da parte del ricorrente, all'indennità di occupazione, senza tener conto dei concreti contenuti dell'accordo, e in particolare della circostanza che la formula "null'altro a pretendere a qualsiasi titolo" non era presente nel verbale di concordamento provvisorio del 17.4.1985 (a fronte del quale era già stato corrisposto al ricorrente un acconto pari al 90% della somma concordata), ma soltanto in quello di concordamento definitivo, sottoscritto sei anni dopo (il 17.5.1991): sicchè, anche a voler identificare in quest'ultimo la fonte dell'obbligazione in questione, la suddetta clausola non poteva essere considerata "di valore negoziale o essenziale" secondo una lettura coordinata dei due atti. La stessa sentenza avrebbe inoltre omesso di considerare che, in relazione alla particella n. (OMISSIS) del foglio (OMISSIS), di mq. 20, la dicitura in questione non era mai stata sottoscritta. Nè, d'altra parte, l'accettazione senza riserve da parte del ricorrente della somma concordata poteva essere interpretata come rinuncia a far valere un diverso o maggior diritto, posto che - essendo stata la quietanza predisposta da un soggetto tenuto al rispetto delle norme sulla contabilità pubblica - la quietanza non poteva che essere incondizionata.

1.10. - Con il decimo motivo il C. deduce violazione dei "principi giurisprudenziali in tema di rinuncia", ex art. 360 c.p.c., n. 3, omessa e insufficiente motivazione su punti decisivi della controversia, ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione alla mancata applicazione e alla conseguente violazione dell'art. 1370 c.c., per avere la Corte di merito ritenuto che l'accordo sull'indennità implicasse una rinuncia onnicomprensiva ad ogni ulteriore diritto, non ricavabile affatto dal tenore letterale dell'atto.

1.11. - Con l'undicesimo motivo il ricorrente lamenta omessa e insufficiente motivazione su punti decisivi della controversia, ex art. 360 c.p.c., n. 5, nonchè violazione “dei principi giurisprudenziali in tema di rinuncia” e degli artt. 1341, 1469 bis, 1469 ter, 1469 quater e 1469 quinquies c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, censurando che la Corte territoriale - ancorchè l'accordo sull'indennità fosse stato concluso mediante uso di moduli uniformi predisposti dalla p.a. - abbia escluso, da un lato, l'operatività dell'art. 1341 c.c., comma 1, a fronte del quale le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell'altro solo se conosciute o conoscibili con l'ordinaria diligenza (situazione che non ricorreva in rapporto alla supposta rinuncia all'indennità di occupazione), e dall'altro, il carattere vessatorio e la conseguente inefficacia della clausola che contemplava siffatta rinuncia.

1.12. - Con il dodicesimo motivo il C. lamenta omessa o insufficiente motivazione su punti decisivi della controversia, nonchè violazione e falsa applicazione "di richiami giurisprudenziali" e dell'art. 1965 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per avere la sentenza impugnata erroneamente attribuito all'accordo sull'indennità valenza di transazione.

2.1. - Con il primo motivo del ricorso incidentale il Comune di Boscoreale deduce omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere la Corte territoriale esaminato la propria eccezione di avvenuta formazione del giudicato sulla parte della sentenza del Tribunale di Napoli che aveva espressamente escluso - alla luce tanto della L. n. 144 del 1999, art. 42, comma 3, che dell'art. 6, del verbale di trasferimento del 20 aprile 2002 - la legittimazione passiva di esso Comune in ordine alle domande proposte in primo grado: punto che non era stato specificamente investito dai motivi di appello del C..

2.2. - Con il secondo motivo il Comune denuncia omessa pronuncia su un punto decisivo della controversia, nonchè violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, censurando che la sentenza impugnata - nel dichiarare assorbito, a fronte del rigetto dell'appello principale del C., l'appello incidentale condizionato proposto dal Consorzio Cooperative Costruzioni - abbia omesso viceversa di pronunciarsi, anche solo al fine di dichiararlo parimenti assorbito, sull'appello incidentale condizionato del Comune, con il quale erano state reiterate le eccezioni di prescrizione dei diritti dedotti in giudizio dall'attore e la domanda riconvenzionale di manleva proposta nei confronti del Consorzio e del Commissario straordinario di Governo in relazione alle eventuali conseguenze pregiudizievoli connesse all'accoglimento della domanda.

3.1. - Con il primo motivo il Consorzio Cooperative Costruzioni denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 187, 329, 352 e 353 c.p.c., nonchè del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, e L. n. 205 del 2000, art. 7, in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 1, 4 e 5, ed omesso esame di un punto decisivo della controversia, rilevando come la Corte territoriale, che non ha specificamente pronunciato sulla questione della giurisdizione relativamente alla domanda di risarcimento del danno conseguente alla supposta occupazione appropriativa, ove non abbia implicitamente confermato la statuizione negativa del Tribunale, si sarebbe pronunciata nel merito su tale domanda, relativamente alla quale era intervenuto il giudicato sul diniego di giurisdizione.

Dal tenore della sentenza impugnata sembrerebbe che la Corte di merito abbia implicitamente confermato la pronuncia di primo grado, nella parte in cui ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario su detta domanda, limitandosi ad esaminare la causa nel merito solo in rapporto alla domanda di corresponsione dell'indennità di occupazione, e non pure a quella risarcitoria: e ciò tanto più a fronte del fatto che, ove il giudice d'appello avesse ritenuto la giurisdizione del giudice ordinario su quest'ultima, avrebbe dovuto rinviare la causa al giudice di primo grado ai sensi dell'art. 353 c.p.c..

Qualora, tuttavia, si dovesse ritenere che la Corte territoriale - annullando in parte qua la pronuncia di primo grado - abbia senza alcuna motivazione affermato la propria giurisdizione sulla domanda risarcitoria, tale statuizione risulterebbe illegittima, giacchè in detta parte la sentenza di primo grado doveva considerarsi passata in giudicato ai sensi dell'art. 329 c.p.c., non avendo il C. proposto, con l'atto di appello, alcuna specifica censura contro il capo in questione.

La decisione del Tribunale sul punto non poteva ritenersi in ogni caso superata dai rilievi svolti dal C. solo nella comparsa conclusionale del giudizio di secondo grado. La sentenza della Corte costituzionale n. 281 del 2004 - dichiarativa della illegittimità costituzionale, per eccesso di delega, del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, commi 1 e 2, nella parte in cui devolveva al giudice amministrativo tutte le controversie in materia di edilizia ed urbanistica - avrebbe fatto comunque salva la giurisdizione di detto giudice in ordine alle domande risarcitorie proposte da privati a seguito della presunta illegittimità della procedura espropriativa: e, dunque, anche sulla domanda di risarcimento del danno conseguente alla realizzazione dell'opera pubblica nel periodo di occupazione legittima, ancorchè questa sia divenuta inefficace perchè protrattasi oltre il termine di legge senza che sia intervenuto il decreto di esproprio, dato che in tal caso la presenza della dichiarazione di pubblica utilità e del decreto di occupazione qualificherebbe la fattispecie pur sempre come esercizio di una potestà ablatoria, e non già come comportamento materiale non sorretto da alcun potere.

La giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di espropriazioni con riguardo a tutte le controversie "aventi per oggetto gli atti, i provvedimenti, gli accordi e i comportamenti delle amministrazioni pubbliche e dei soggetti ad esse equiparati" - è d'altro canto tuttora prevista dal D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 53, non toccato dalla citata pronuncia del Giudice delle leggi.

3.2. - Con il secondo motivo il Consorzio deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 187, 329, 352 e 353 c.p.c., nonchè del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, L. n. 205 del 2000, art. 7, e L. n. 141 del 1990, art. 11, in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 1, 4 e 5, ed omesso esame di un punto decisivo della controversia, censurano che la Corte d'appello abbia ritenuto la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda di determinazione della indennità di occupazione: punto sul quale esso Consorzio aveva proposto appello incidentale.

Nella specie, infatti, oggetto della controversia non era la semplice determinazione dell'indennità spettante all'attore - che rimane attribuita al giudice ordinario - ma l'accertamento della sussistenza stessa del relativo diritto, in rapporto alla contestazione della legittimità dell'intera procedura espropriativa: la domanda attrice e la richiesta di riforma della sentenza di primo grado si fondavano, infatti, sull'assunto che la mancata adozione del decreto di espropriazione nei termini di legge avrebbe determinato l'inefficacia del concordamento dell'indennità intercorso tra le parti.

Per tal verso, emergeva anche un ulteriore profilo di difetto di giurisdizione del giudice adito a decidere la domanda, connesso al fatto che la L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 11, riserva alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie in materia di formazione, conclusione ed esecuzione degli accordi tra privati e p.a.: previsione da ritenere riferibile anche alla cessione volontaria e all'accordo sull'indennità intervenuti nel corso della procedura di espropriazione, i quali concretano negozi bilaterali tra ente promotore ed espropriato finalizzati a concludere il procedimento in forane alternative a quella ordinaria. Conclusione questa, peraltro confortata dal D.P.R. n. 327 del 2001, art. 53, che prevede espressamente la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sugli accordi in materia espropriativa.

Su tale questione di giurisdizione - ancorchè proposta nella forma dell'appello incidentale condizionato - la Corte d'appello avrebbe dovuto comunque pronunciarsi in quanto incidente sulla stessa ammissibilità dell'impugnazione dell'appellante principale.

Allo stesso modo, il giudice del gravame avrebbe dovuto comunque pronunciarsi sulla questione, proposta nella medesima forma, ma costituente comunque una questione preliminare di merito, ai sensi dell'art. 279 c.p.c., concernente il difetto di legittimazione passiva del Consorzio, stante la sua qualità di mero delegato alla realizzazione dell'opera pubblica, senza alcuna attribuzione dei poteri e delle funzioni inerenti allo svolgimento della procedura espropriativa: poteri e funzioni attribuiti, per converso, dapprima al Commissario straordinario di Governo e quindi al Comune di Boscoreale, che aveva in effetti emanato il decreto di espropriazione.

4.1. - Preliminarmente, è necessario definire esattamente l'oggetto del contendere di cui questa Corte di legittimità deve prendere cognizione, in rapporto alle preclusioni maturate nel giudizio di merito.

In proposito sembra il caso di esaminare il ricorso incidentale del Consorzio Cooperative Costruzioni, che. seppur condizionato, pone questioni a carattere pregiudiziale, inerenti, al primo motivo, il giudicato sulla questione di giurisdizione sulla domanda di risarcimento, ed al secondo motivo, la giurisdizione sulla domanda di determinazione dell'indennità di occupazione: l'interesse al ricorso sorge per il fatto stesso che la vittoria conseguita sul merito dalla parte è resa incerta dalla proposizione del ricorso principale e non dalla sua eventuale fondatezza e che le regole processuali sull'ordine logico delle questioni da definire -applicabili anche al giudizio di legittimità (art. 141 disp. att. c.p.c., comma 1) - non subiscono deroghe su sollecitazione delle parti (Cass. 1.3.2007, n. 4795).

Con il primo motivo il ricorrente incidentale muove un'eccezione di giudicato sulla questione di giurisdizione, giacchè non essendovi stato appello sul diniego di giurisdizione da parte del Tribunale, riguardo alla domanda di risarcimento del danno da occupazione appropriativa, la Corte d'appello non avrebbe potuto pronunciarsi in merito, essendo mancata una censura sul relativo capo della sentenza.

In effetti la Corte d'appello non si è pronunciata sul punto "risarcimento del danno da occupazione appropriativa". Coglie nel segno l'osservazione del Consorzio, per cui, ove si fosse pronunciata sulla giurisdizione, avrebbe dovuto rimettere la causa al primo giudice, in ottemperanza alla previsione dell'art. 353 c.p.c..

La pronuncia di diniego di giurisdizione del giudice ordinario, riguardo alla domanda di risarcimento da occupazione appropriativa, è passata in giudicato: ove il giudice di merito ha espressamente statuito sulla questione di giurisdizione, i giudici dei gradi successivi possono conoscere di essa solo ove abbia formato oggetto di specifica impugnazione (Cass. 10.3.2005, n. 5207).

Nel riportare, in narrativa, i motivi di appello, la Corte territoriale non fa menzione di contestazioni, da parte del proprietario espropriato, su quanto statuito dal primo giudice in punto specifico di giurisdizione.

A voler verificare la portata della sentenza oggetto del ricorso per cassazione, attraverso la lettura degli atti processuali (in tema di interpretazione del giudicato la Corte di cassazione è anche giudice del fatto: Cass. 28.11.2007, n. 24664, rv. 600071), dall'atto di citazione in appello non compare alcuna contestazione in ordine alla formale statuizione del Tribunale sul diniego di giurisdizione.

Nel dispositivo della sentenza di primo grado, in consequenzialità con la motivazione svolta riguardo all'ambito di applicazione del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, si dichiara formalmente il difetto di giurisdizione del giudice ordinario "in ordine alle domande di risarcimento da occupazione appropriativa", e poi, distintamente, si rigetta nel merito "ogni altra domanda così come proposta dall'attore".

Orbene, l'atto di appello in nessuna parte contesta espressamente la statuizione sulla questione pregiudiziale: è vero che la censura della ricostruzione operata dal giudice di primo grado, nel senso dell'applicabilità della proroga di legge e della non ravvisabilità di una fattispecie di occupazione appropriativa, induce l'appellante ad insistere nella domanda di risarcimento del danno per la perdita della proprietà, ma ad essa non è associata una impugnazione del decisum del Tribunale su tale specifica domanda. Neppure può dirsi che tale ultima circostanza non fosse chiara all'appellante, che nella parte iniziale dell'atto di impugnazione, dedicata allo svolgimento dei fatti, riferisce che la sentenza "per la domanda di risarcimento danni da occupazione appropriativa affermava in virtù del disposto del D.Lgs. n. 80 del 1998, la giurisdizione del giudice amministrativa". Anzi, mentre i motivi si appuntano tutti sulla ricostruzione del merito della vicenda, nella parte conclusiva dell'atto di citazione, si insiste nella domanda risarcitoria “anche in via incidentale nell'ipotesi che venga rilevato il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo", e ancora, "in ipotesi di accertamento della sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario in subiecta materia della accessione invertita".

L'ampiezza della richiesta di riforma della sentenza, peraltro - "voglia la Corte d'appello dichiarare viziata in fatto e in diritto la sentenza del Tribunale di Napoli" - non vale a ritenere l'implicita contestazione sulla statuizione in punto di giurisdizione, per la doverosa specificità dei motivi di appello, anche in punto di giurisdizione (Cass. 25.2.1992, n. 2303). E nemmeno rileva che in comparsa conclusionale l'appellante abbia (tardivamente) svolto considerazioni riduttive sulla giurisdizione esclusiva di cui al D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, alla luce della sentenza n. 204 del 2004 della Corte costituzionale.

L'atto di impugnazione mira in larga parte a confutare le argomentazioni del Tribunale sull'interpretazione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, che secondo il primo giudice, prorogando l'occupazione, renderebbe legittimo il decreto di esproprio del 2002, così garantendo la condizione di efficacia dell'atto di concordamento delle indennità intervenuto tra le parti.

Proprio perchè l'appellante aveva interesse a smentire tale ricostruzione, e a dimostrare che occupazione appropriativa vi fu, era suo preciso obbligo confutare un diniego di giurisdizione che proprio in rapporto all'auspicata qualificazione del rapporto, ostava alla cognizione del giudice sulla questione.

La statuizione in punto di giurisdizione costituisce un capo autonomo della sentenza, e attiene a una questione pregiudiziale. L'atto di appello ne deve confutare l'effetto dispositivo mediante specifica doglianza.

L'appellante si è preoccupato di confutare la qualificazione della vicenda operata dal primo giudice, senza rendersi conto che in assenza di impugnazione sul diniego di giurisdizione in ordine alla propria domanda, ogni statuizione sul merito della stessa risultava del tutto superflua, essendo il giudicante privo della potestas iudicandi.

La sentenza d'appello, coerentemente, pur dando atto, nella parte espositiva, della dichiarazione di difetto di giurisdizione riguardo alla domanda risarcitoria, confuta puntualmente i motivi di gravame confermando la ricostruzione del primo giudice, sia sotto il profilo della legittima conclusione del procedimento espropriativo, sia sulla ravvisabilità di una rinuncia all'indennità di occupazione per effetto dell'atto di concordamento.

Tornando al primo motivo del ricorso incidentale del Consorzio Cooperative Costruzioni, esso muove da un presupposto erroneo (sia pur professato in forma dubitativa), sull'esistenza di una pronuncia del giudice d'appello affermativa in punto di giurisdizione sulla domanda risarcitoria - invece la Corte d'appello appare aver rispettato il giudicato - per cui la doglianza è inammissibile.

4.2. - Il contendere di cui il giudice ordinario può ancora conoscere, nella presente causa, attiene all'indennità di occupazione legittima, la cui domanda fu rigettata dal primo giudice, con pronuncia confermata dalla Corte d'appello. Anche riguardo all'indennità di occupazione il Consorzio pone una questione pregiudiziale, sul preteso difetto di giurisdizione del giudice ordinario, riguardo alla domanda concernente l'indennità di occupazione, su cui la Corte d'appello, peraltro, avrebbe omesso di pronunciare pur in presenza di specifico motivo del proprio appello incidentale.

Il motivo è infondato.

La questione di giurisdizione riguardo al concordamento dell'indennità (oggetto del secondo motivo), si rivela infondata. Correttamente il giudice d'appello ha ritenuto implicitamente la giurisdizione ordinaria inquadrando la pretesa del proprietario espropriato come attinente a questione indennitaria, che rientra nella giurisdizione del giudice ordinario: se anche la questione attenga alla patologia dell'accordo, essa comunque è funzionale alla determinazione dell'indennità, come, parallelamente, appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la questione circa la nullità del contratto di cessione volontaria del bene assoggettato a procedura espropriativa, la cui disciplina inerisce finalisticamente alla commisurazione dell'indennizzo, e quindi tutela in modo diretto ed immediato la posizione del soggetto espropriando nella sua pretesa indennitaria (Cass. 24.4.2007, n. 9845).

5. - Le ragioni che hanno indotto alla dichiarazione d'inammissibilità del primo motivo del ricorso incidentale del Consorzio, comportano anche l'inammissibilità dei primi otto motivi del ricorso per cassazione svolti dal C., formulati allo scopo di pervenire al riconoscimento del proprio diritto al risarcimento del danno per occupazione appropriativa, del quale il giudice ordinario non può occuparsi in quanto carente di giurisdizione. Che nell'intenzione del ricorrente tali doglianze non mirino semplicemente ad inficiare il verbale di concordamento ai soli fini di conseguire l'indennitàdi occupazione - la qualificazione dell'occupazione in termini di legittimità, nella ricostruzione dei giudici di merito, vale semplicemente a rendere efficace il verbale di concordamento - si legge inequivocabilmente nella stessa intestazione del ricorso per cassazione del C., che attribuisce alla decisione impugnata la negazione del diritto all'indennità di occupazione, ma anche (e quest'ultima parte è riportata in neretto) il diritto a conseguire il risarcimento per l'occupazione appropriativa.

La sentenza impugnata, invece, non può negare il diritto risarcitorio, semplicemente perchè di esso non può disporre, in quanto a seguito del diniego di giurisdizione da parte del Tribunale, non impugnato, su di esso si è formato il giudicato.

Nè può sostenersi un recupero delle doglianze in essi contenute, sotto il limitato profilo dell'accertamento del diritto all'indennità di occupazione, che costituisce l'unico oggetto per il quale rimane ancora materia del contendere.

La sentenza della Corte d'appello infatti, perviene alla conferma della decisione di rigetto del giudice di primo grado, in virtù del constatato carattere abdicativo dell'atto di concordamento. La ricostruzione della volontà delle parti (e della rinuncia del proprietario all'indennità di occupazione), operata dal giudice secondo i canoni dell'interpretazione contrattuale, assorbe ogni altra questione inerente la legittimità dell'acquisto del bene da parte della p.a., posto che, comunque, la procedura espropriativa, in presenza di una dichiarazione di pubblica utilità che non è mai stata contestata, conosce un primo periodo di occupazione che ingenera il diritto ad un compenso in favore del proprietario, indipendentemente dalle modalità di conclusione della vicenda espropriativa.

La problematica inerente la durata dell'occupazione e la legittimità del decreto di esproprio sono stati considerati dal giudice di merito, come si è constatato, condizione di efficacia dell'atto di concordamento. In realtà ciò vale per la sola indennità di espropriazione (che ovviamente non è dovuta ove la procedura espropriativa non si sia conclusa), ma non anche per l'indennità di occupazione, posto che la conclusione irrituale del procedimento, per via dell'irreversibile trasformazione del fondo in assenza di tempestivo decreto di esproprio, non esclude la legittimità dell'occupazione fino alla sua scadenza. Ogni argomentazione in merito alla ritualità del decreto di esproprio si dimostra superflua, atteso che l'indennità di occupazione è comunque dovuta, a meno che non sia stata, come nella fattispecie, oggetto di rinuncia. Il giudicato sulla giurisdizione e l'irrilevanza della conclusione del procedimento rispetto all'accordo sull'indennità di occupazione, rendono superflua ogni questione di applicabilità, e di legittimità costituzionale, relativamente allo ius superveniens, costituito dal D.L. 28 dicembre 2006, n. 300, art. 3, comma 3, conv. in L. 26 febbraio 2007, n. 17, che riconosce comunque efficacia vincolante agli accordi sull'indennità, indipendentemente dall'emanazione del decreto di esproprio.

L'esame delle doglianze contenute nel ricorso principale investe in conclusione i soli motivi dal nono al dodicesimo, nella verifica in ordine alla decisione del giudice di merito circa l'ampiezza dell'accordo intervenuto dalle parti sull'indennità, ed in particolare riguardo alla rinuncia ivi contenuta, comprensiva dell'indennità di occupazione. Va detto subito che tutti i motivi appaiono infondati, mirando a sollecitare la Corte di legittimità, sotto la parvenza del vizio di motivazione, ad una riproduzione del giudizio di merito operato dalla Corte d'appello, in larga parte fondato su accertamenti di fatto.

6.1. - Il nono motivo è infondato.

Che il verbale di concordamento provvisorio non riporti la clausola per cui il proprietario non ha "null'altro da pretendere" (mentre la riporta il definitivo) non assume rilevanza nel senso preteso dal ricorrente, posto che, come lo stesso C. ricorda, in quella prima occasione era stato versato solo l'acconto del 90% dell'indennità.

Non si vede perchè solo il verbale provvisorio debba integrare un valore negoziale, e non anche il definitivo, particolarmente nella dicitura della cui ampiezza ora si discute, che si addice maggiormente, quale definitivo suggello dei rapporti inter partes (con il contestuale versamento di saldo), all'atto conclusivo di un accordo a fattispecie progressiva.

Riguardo alla discrepanza che sussisterebbe tra il definitivo ed il provvisorio, riguardo ad una limitata frazione (mq. 20) della particella n. 919, le deduzioni del ricorrente sono assolutamente incomprensibili per il giudice di legittimità, che è chiamato alla mera verifica sulla completezza e logicità della motivazione, essendogli precluso ripercorrere la ricostruzione dei fatti, e del resto sia il verbale provvisorio che quello definitivo, siccome testualmente trascritti nel ricorso, si riferiscono ad un'espropriazione che ha riguardato la particella n. (OMISSIS) per mq. 80, senza alcuna discrepanza tra l'uno e l'altro.

La doglianza per cui agli enti pubblici sarebbe precluso dalle norme di contabilità addivenire ad accordi in cui il privato rinuncia ad ogni pretesa nei confronti del primo, è inammissibile nella sua novità e genericità (il ricorrente si guarda bene dal citare norme che avvalorino la sua affermazione).

6.2. - Il decimo motivo è infondato.

La correttezza logica del convincimento del giudice emerge dall'aver ricollegato l'onnicomprensività della rinuncia all'indennità, impegnandosi a non esperire azione alcuna di determinazione indennitaria. Quanto al riferimento ai principi giurisprudenziali, il ricorrente non considera che in subiecta materia, ove le parti abbiano definito contrattualmente gli aspetti patrimoniali dell'espropriazione, non vi è più spazio per invocare l'indennità di occupazione degli immobili, nella considerazione che il giudice di merito appresti sui tempi della vicenda espropriativa (Cass. 20.10.2006, n. 22626), anche attesa l'ampia accezione lessicale del termine indennità di espropriazione, comprensiva dell'indennità di occupazione (Cass. 8.9.2004, n. 18068), in considerazione dell'omogeneità morfologica e funzionale dei due procedimenti e attesa la compensazione di un medesimo pregiudizio delle indennità spettanti al proprietario in relazione a ciascuno dei due provvedimenti ablatori, e la conseguente perdita di autonomia, sotto tale profilo, dell'indennità di occupazione rispetto a quella espropriativa (Cass. 20.1.1998, n. 493/SU). »»
 
 CASS 4557/2003: «« Resisteva alla domanda l'Ente anzidetto, sostenendo che nel prezzo pagato per la cessione volontaria del terreno doveva essere compreso qualsiasi altro credito derivante dalla vendita, tra cui quello relativo all'indennità di occupazione.

La Corte adita, con sentenza del 18 febbraio/7 aprile 2000, determinava in L. 98.829.335 quest'ultima indennità, siccome dovuta agli attori, con gli interessi legali sull'ammontare di ogni annualità e con le consequenziali statuizioni in tema di deposito della stessa presso la Cassa DD. e PP.

Assumeva in particolare detto giudice:

a) che fosse infondata la deduzione dell'Ente secondo cui tale indennità non competeva per la porzione di terreno successivamente alienata, non rinvenendosi nel sopra indicato rogito del 12 giugno 1991, stipulato oltre due anni dopo la disposta occupazione, alcuna pattuizione dalla quale poter desumere, secondo i principi generali di interpretazione del contratto, che la volontà delle parti risultasse quella di ritenere compresa nel prezzo di vendita anche l'indennità di occupazione fino ad allora maturata; (...) c) che siffatta intenzione emerge, nel testo del medesimo contratto, non solo dalla rinuncia espressa, ad opera del Fioravanti e della Gori, al ricorso proposto davanti al Tar della Toscana, ma anche dal fatto che, nell'ambito degli oneri che vengono pattiziamente attribuiti alla Provincia, non figura in alcun modo l'indennità di occupazione, relativamente alla quale non viene convenuto né un obbligo espresso per l'Amministrazione di corrispondere la medesima in aggiunta al prezzo di cessione, né alcuna riserva, a favore dei cedenti, di poter agire per la suddetta indennità;

d) che la Corte di merito ha invece omesso di prendere in considerazione queste ultime due circostanze, mancando di apprezzare che, dall'analisi della struttura del contratto, emerge chiaramente come le parti abbiano previsto espressamente gli oneri che dovevano rimanere a carico della Provincia, laddove, se avessero voluto inserire tra detti oneri, come tali non compresi nel corrispettivo pattuito, anche l'indennità di occupazione, l'avrebbero fatto espressamente;

e) che la stessa Corte ha altresì desunto la volontà di conservare in capo ai suindicati cedenti il diritto all'indennità di occupazione dal fatto che la rinunzia di questi ultimi sarebbe stata limitata al giudizio pendente davanti al Tar, laddove a tale previsione non si accompagna, in realtà, alcuna specifica convenzione circa eventuali, residui obblighi della Provincia in relazione al pregresso periodo di occupazione dell'area ceduta;

f) che il comportamento degli alienanti, i quali, dopo aver stipulato la cessione volontaria, hanno agito per ottenere anche l'indennità di occupazione, ha costituito una violazione del principio di buona fede nell'esecuzione del contratto, sancito dall'art. 1375 c.c., che la Corte territoriale avrebbe dovuto riscontrare nel caso di specie, anche perché l'occupazione preordinata all'esproprio è una fase del procedimento ablatorio, il quale, nel caso in esame, con riferimento all'area di mq. 8295, è stato completamente superato e sostituito dall'intervenuta cessione volontaria, che, ponendo fine al suindicato procedimento, ha necessariamente concluso e definito anche il subprocedimento di occupazione d'urgenza ad esso funzionalmente collegato.

Il motivo non è fondato.

Premesso, infatti, che l'interpretazione del contratto, risolvendosi nell'accertamento della volontà dei contraenti ed in una indagine di fatto riservata quindi al giudice del merito, è censurabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole ermeneutiche o per inadeguatezza della motivazione (Cass. 21 gennaio 1999, n. 545; Cass. 3 luglio 2001, n. 8994; Cass. 29 novembre 2001, n. 15185), giova osservare come la Corte territoriale abbia, al riguardo, argomentato:

a) che "leggendo l'atto di vendita... in data 12 giugno 1991, stipulato oltre due anni dopo la disposta occupazione, non si rinviene alcuna pattuizione dalla quale possa desumersi, secondo i principi generali di interpretazione del contratto, che la volontà delle parti fosse quella di ritenere compresa nel prezzo di vendita anche l'indennità di occupazione fin'allora maturata";

b) che "anzi, che i venditori non avessero rinunciato affatto a tale pretesa si ricava dal fatto che nella determinazione del prezzo di cessione, stabilito in L. 35.000 al mq., non si fa alcun riferimento alla comprensione, in esso, dell'utilità derivata dalla pregressa occupazione, nonché dalla circostanza che, pur essendo state citate in atto le vicende relative alla occupazione dell'area - sospesa temporaneamente a seguito di ordinanza del Tar su impugnazione degli odierni attori - nulla si dice sul diritto maturato da questi ultimi al riguardo, limitandosi le parti a dichiarare che quel giudizio verrà lasciato estinguere con compensazione di spese (e ciò all'evidente scopo di togliere ogni dubbio circa l'effettiva volontà degli attori di trasferire in modo piano alla Provincia la proprietà del fondo)".

Appare, dunque, palese, da quanto sopra riportato, che il giudice di merito ha:

1) dato implicitamente atto della mancanza di qualsivoglia pattuizione espressa "dalla quale possa desumersi... che la volontà delle parti fosse quella di ritenere compresa nel prezzo di vendita anche l'indennità di occupazione fin'allora maturata";

2) ritenuto che una tale volontà non sia suscettibile di essere ricavata neppure da "alcuna (altra) pattuizione";

3) tratto dalle due circostanze sopra riportate alla lettera b) il convincimento che "anzi,... i venditori non avessero rinunciato affatto a tale pretesa".

Così argomentando, detto giudice ha proceduto all'accertamento della volontà dei contraenti operando una indagine di fatto la quale:

1) per un verso, si palesa rispettosa dei canoni legali di ermeneutica contrattuale che si pretendono violati, e segnatamente di quello di cui all'art. 1363 c.c. (il quale, sotto la rubrica "Interpretazione complessiva delle clausole", recita "Le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell'atto"), essendo la Corte territoriale pervenuta in effetti al relativo apprezzamento sulla base altresì delle pattuizioni della convenzione in data 12 giugno 1991, secondo quanto traspare dall'esame delle circostanze sopra riportate alla lettera b), laddove la mancata considerazione del fatto che le parti abbiano previsto espressamente gli oneri che dovevano rimanere a carico della Provincia ("liquidazione dell'indennizzo al mezzadro ed all'affittuario, obbligo di realizzare un pozzo artesiano sull'area rimasta di proprietà dei cedenti, concessione di una servitù temporanea di passaggio in favore dei cedenti"), senza tuttavia prevedere, sul punto che qui interessa, alcun obbligo residuo dell'Amministrazione, si palesa niente affatto decisiva, trattandosi di aspetti puramente e strettamente "accessori" rispetto al fenomeno del trasferimento in sé della proprietà, i quali, quindi, pur nel quadro di un collegamento funzionale e procedimentale dell'occupazione temporanea e d'urgenza rispetto all'espropriazione, nulla hanno a che vedere, in realtà, con il profilo geneticamente "ablatorio" di un simile trasferimento (che è proprio del caso di specie), ben potendo, cioè, una pattuizione del genere trovare collocazione in un qualsivoglia atto di alienazione, indipendentemente dalla sua matrice "espropriativa";

2) per altro verso, non denota alcuna inadeguatezza della relativa motivazione, atteso che, per quanto riguarda il "fatto che nella determinazione del prezzo della cessione... non si fa alcun riferimento alla comprensione, in esso, dell'utilità derivata all'acquirente dalla pregressa occupazione", trattasi di apprezzamento del tutto incensurato, mentre, per quanto riguarda il fatto che le parti si siano limitate a dichiarare che il giudizio davanti al Tar sarebbe stato abbandonato, nulla aggiungendo sul diritto all'indennità di occupazione legittima maturato dai cedenti, basterà osservare come non sia, di nuovo, minimamente censurato l'apprezzamento della Corte territoriale in ordine al significato della clausola sopra riportata (la quale aveva l'"evidente scopo di togliere ogni dubbio circa l'effettiva volontà degli attori di trasferire in modo pieno alla Provincia la proprietà del fondo") e come, quindi, non si palesi per nulla contraddittorio argomentare dalla mancata presenza di una specifica pattuizione al riguardo, "pur essendo citate in atto le vicende relative alla occupazione dell'area - sospesa temporaneamente a seguito di ordinanza del Tar su impugnazione degli odierni attori -" per concludere "che la volontà delle parti (non) fosse quella di ritenere compresa nel prezzo di vendita anche l'indennità di occupazione fin'allora maturata".

Con il secondo motivo di impugnazione, lamenta la ricorrente principale omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (parametro di determinazione dell'indennità di occupazione), deducendo:

a) che, per quanto attiene all'area ceduta, l'indennità di occupazione doveva essere calcolata assumendo come parametro appunto il prezzo della cessione, cioè il corrispettivo del contratto di compravendita;

b) che, più in particolare, poiché il prezzo della cessione volontaria è alternativo all'indennità di esproprio, nel caso in esame la riferita indennità doveva essere quantificata in base agli interessi legali sul prezzo anzidetto;

c) che la Corte territoriale ha invece ritenuto che siffatta indennità dovesse essere determinata, anche nell'ipotesi di cessione volontaria di un'area, sulla base dell'indennità virtuale di espropriazione, atteso che il corrispettivo del trasferimento volontario si correla in modo vincolato ai parametri legali circa la determinazione dell'indennità espropriativa, laddove, nella specie, quest'ultima era ben superiore al prezzo pattuito per il trasferimento volontario;

d) che, nel caso in esame, non si è verificata né una manifestazione di volontà del privato del tutto sprovvista di riferimento al prezzo, né la determinazione del prezzo stesso in violazione di criteri legali, dalle quali possa ricavarsi la necessità di assumere, come parametro per la determinazione dell'indennità di occupazione, l'indennità virtuale di espropriazione anziché il prezzo della cessione volontaria intervenuta tra le parti;

e) che, secondariamente, il relativo contratto è stato stipulato nel 1991, ovvero antecedentemente all'entrata in vigore dell'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992, onde appare semplicistica e non adeguatamente motivata la comparazione tra il prezzo di una cessione volontaria stipulata in modo definitivo prima della anzidetta entrata in vigore ed i valori che il consulente tecnico, e quindi la Corte di merito, ha successivamente individuato applicando i criteri stabiliti dalla normativa sopravvenuta, costituita dal richiamato art. 5-bis, facendo poi discendere da tale raffronto le conseguenze sopra indicate.

Con il primo motivo di impugnazione, del cui esame congiunto con il precedente si palesa l'opportunità involgendo essi la medesima questione, sia pure sotto contrapposti profili, lamentano a propria volta i ricorrenti incidentali violazione dell'art. 20 della legge n. 865 del 1971 e dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, nonché difetto assoluto di motivazione, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, assumendo, contro la sentenza impugnata, che, a seguito della dichiarazione di incostituzionalità parziale dell'art. 20 sopra richiamato, l'indennità di occupazione loro dovuta era da ragguagliare bensì al criterio degli interessi legali, applicati tuttavia sul valore venale delle aree, segnatamente argomentando, per un verso, dall'orientamento giurisprudenziale anteriore alla pronuncia delle Sezioni Unite di questa Corte n. 493 del 1998, ovvero, per altro verso, dalla inapplicabilità dei principi applicati da quest'ultima decisione, ed in particolare dalla inapplicabilità del riferimento all'indennità di esproprio calcolata secondo il criterio fissato dall'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992, alle occupazioni di urgenza già in corso alla data di entrata in vigore del medesimo art. 5-bis, cioè disposte prima di tale data.

I due motivi non sono fondati.

Giova al riguardo premettere che le Sezioni Unite di questa Corte, attraverso ripetute pronunce (Cass. 20 gennaio 1998, n. 493; Cass. 5 maggio 1998, n. 4505; Cass. 9 maggio 2000, n. 299), hanno, come noto, enunciato il principio secondo cui la materia relativa all'indennità per le occupazioni di suoli a vocazione edificatoria preordinate alla successiva espropriazione deve ritenersi assoggettata alla disciplina generale della norma di cui all'art. 72, quarto comma, della legge n. 2359 del 1865, da interpretarsi nel senso che, all'immobile, va attribuito il medesimo valore per la determinazione tanto dell'indennità per l'occupazione quanto di quella per la sua successiva espropriazione (essendo il procedimento per l'occupazione preliminare divenuto, da autonomo e meramente collegato, semplice fase subprocedimentale del più ampio procedimento espropriativo), attesa la omogeneità morfologica e funzionale - compensazione di un medesimo pregiudizio - delle indennità spettanti al proprietario in relazione a ciascuno dei due provvedimenti ablatori e la conseguente perdita di autonomia, sotto tale profilo, dell'indennità di occupazione rispetto a quella di esproprio, onde siffatta indennità di occupazione, se determinabile ai sensi dell'art. 72, quarto comma, sopra richiamato (il cui precetto trova generale applicazione in assenza di peculiari disposizioni che fissino diversi criteri), deve essere sempre liquidata in misura corrispondente ad una percentuale (legittimamente riferibile al saggio degli interessi legali) dell'indennità che è o sarebbe dovuta per l'espropriazione dell'area occupata, secondo i criteri fissati dall'ordinamento positivo per questa distinta indennità, non anche con riferimento al valore venale del bene, pur nell'ipotesi in cui la determinazione (ovvero la nuova determinazione) dell'indennità di esproprio sia soggetta ai criteri riduttivi di cui all'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992, non rilevando, all'uopo, la natura eccezionale o meno di tale normativa.

Tale orientamento, confermato dalla successiva giurisprudenza (Cass. 5 maggio 1998, n. 4498; Cass. 9 luglio 1999, n. 7200; Cass. 23 febbraio 2001, n. 69; Cass. 26 luglio 2002, n. 11047), là dove trovasi ribadita la necessità che l'indennità di occupazione legittima venga determinata con riferimento appunto non già al valore venale (ovvero pieno) del bene, bensì all'importo dell'indennità che è o sarebbe (anche virtualmente, cioè) dovuta per l'espropriazione, va quindi esteso ad ogni evento ablatorio del diritto di proprietà del privato (e ove pure la procedura non si concluda con l'ablazione), onde risulta applicabile non soltanto al caso in cui sia intervenuta una formale espropriazione, ma altresì al caso in cui siano intervenuti o la cessione volontaria del bene medesimo (Cass. 21 novembre 1998, n. 11791; Cass. 19 luglio 2002, n. 10535), come nella specie, oppure il fenomeno della c.d. occupazione appropriativa (finendo per rendersi configurabile, a vantaggio del proprietario ed in difetto di un valido ed efficace provvedimento finale di espropriazione, non già il diritto alla relativa indennità, bensì quello al risarcimento del danno: Cass. 4 febbraio 2000, n. 1210), oppure, ancora, al termine del periodo di occupazione, la restituzione dell'area occupata allo stesso proprietario (Cass. 26 gennaio 2001, n. 28).

Del resto, per quanto specificatamente attiene al tema della cessione volontaria del bene assoggettato a procedura di esproprio, la presenza di elementi negoziali tipici dell'autonomia privata, come l'"in idem placitum" ed il prezzo, al pari dell'applicabilità di istituti come l'accertamento di nullità dell'oggetto (per occupazione appropriativa avvenuta in precedenza), la risoluzione o l'annullamento per errore, con le relative conseguenze risarcitorie, dimostra soltanto l'esistenza di un contratto come accordo delle parti per regolare un rapporto giuridico patrimoniale, i cui requisiti strutturali propri figurano anche in quella particolare categoria che va sotto il nome di "contratti pubblici", onde, nell'ambito di tale categoria, la cessione volontaria, regolata dall'art. 12 della legge n. 865 del 1971 e la cui causa va ricondotta ad una forma alternativa di realizzazione del procedimento espropriativo mediante l'utilizzo di uno strumento privatistico tale da operare l'immediato trasferimento della proprietà a favore dell'ente pubblico e soggetto, peraltro, sotto alcuni aspetti, come quello che attiene esattamente al prezzo, a norme imperative, è caratterizzata dalla inderogabilità delle regole sulla determinazione dell'indennità di esproprio, nel senso che il corrispettivo del trasferimento volontario si correla in modo vincolato ai parametri legali circa la determinazione di siffatta indennità, così che la manifestazione di volontà del privato la quale si riferisca ad un prezzo che sia stato ricavato dall'Amministrazione non sulla base dei criteri legali ma in violazione delle norme imperative dettate ad integrazione del contenuto necessario del contratto, resta priva di ogni efficacia negoziale pubblicistica (Cass. 27 novembre 1999, n. 13250; Cass. 14 febbraio 2000, n. 1603; Cass. 5 luglio 2000, n. 8969; Cass. 3 luglio 2001, n. 8970).

Nella specie, l'impugnata sentenza reca l'apprezzamento della circostanza secondo cui "la disposta Ctu ha accertato... che l'indennità di espropriazione era ben superiore al prezzo pattuito per il trasferimento volontario", onde è palese, giusta quanto precede, che di tale prezzo la Corte territoriale del tutto legittimamente non ha tenuto conto, neppure per il terreno oggetto di cessione appunto, ai fini dell'individuazione della base di calcolo su cui poi determinare l'indennità di occupazione in oggetto, non potendo, del resto, trovare ingresso le contrapposte censure, rispettivamente dedotte dalla ricorrente principale e dai ricorrenti incidentali, relative, per un verso, al fatto che la suindicata indennità di espropriazione è stata determinata dal consulente tecnico in relazione al dettato dell'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992, ovvero in forza di una norma "successiva" alla stipula (che risale al 12 giugno 1991) della cessione volontaria in argomento, nonché, per altro verso, al fatto che tale norma non possa trovare applicazione alle occupazioni, come quella di specie (che risale, si assume, all'8 giugno 1989), disposte "anteriormente" alla data della sua entrata in vigore.

Al contrario, infatti, si osserva che l'indennità per l'occupazione legittima deve essere liquidata, quanto al calcolo virtuale dell'indennità di espropriazione ai fini del reperimento del parametro base di commisurazione, in relazione ai criteri legali introdotti dal già richiamato art. 5-bis, i quali, anche là dove vengano in considerazione a causa dell'impossibilità (come nella specie, per le ragioni dette) di fare riferimento al corrispettivo della cessione volontaria intervenuta anteriormente all'entrata in vigore della legge n. 359 del 1992 (Cass. 8970/2001, cit.), sono comunque applicabili in tutte le ipotesi in cui, a tale data, l'indennità in parola non sia ancora "definitiva" ai sensi del combinato disposto del sesto (come modificato dall'art. 1, comma sessantacinquesimo, della legge 28 dicembre 1995, n. 549) e del settimo comma del precitato art. 5-bis, onde la nuova disciplina si applica a tutti i procedimenti che non siano ancora "definiti" o in sede amministrativa o in sede giurisdizionale (Cass. 11791/1998, cit.; Cass. 21 dicembre 2000, n. 16061), risultando perciò applicabile anche con riguardo ad occupazioni, conclusesi prima dell'entrata in vigore della norma da ultimo richiamata (Cass. 7200/1999, cit.; Cass. 10535/2002, cit.), il cui giudizio di determinazione penda alla data di entrata in vigore della legge n. 359 del 1992 e nel corso del quale, quindi, detta legge sia sopravvenuta.

Con il terzo motivo di impugnazione, lamenta la ricorrente principale violazione degli artt. 99 e 112 c.p.c. (vizio di ultrapetizione), deducendo come la Corte territoriale si sia pronunciata oltre i limiti della domanda, nel senso esattamente che gli alienanti, nell'atto di citazione, avevano espressamente chiesto di fare riferimento, ai fini della determinazione dell'indennità di occupazione, alla misura dell'indennità di espropriazione fissata concordemente tra le parti nel contratto di cessione volontaria stipulato in data 1 giugno 1991, avendo gli stessi altresì chiesto la determinazione dell'indennità di occupazione nella misura di L. 57.262.950, laddove detto giudice, scegliendo di aderire, tra i valori accertati dal consulente tecnico, al calcolo dell'indennità relativa all'area ceduta sulla base di un'indennità "virtuale" di espropriazione, determinata ai sensi dell'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992, è giunta ad una pronuncia che supera i limiti della domanda originaria, riconoscendo alla parte istante un "quid pluris" rispetto a quanto da essa richiesto.

Il motivo non è fondato.

Conviene al riguardo osservare:

a) che nell'atto di citazione, i medesimi istanti avevano in realtà quantificato la domanda nella misura di L. 57.262.950, ovvero nella diversa misura che (sarebbe stata) ritenuta di ragione e di legge";

b) che gli attori, all'udienza del 3 ottobre 1996, hanno quindi rassegnato le conclusioni, secondo il tenore riportato del resto dalla stessa pronuncia impugnata, nel senso di richiedere la determinazione dell'indennità di occupazione, relativamente al terreno di mq. 8295, "in tesi nella somma di L. 123.478.817, in ipotesi nella somma di L. 79.673.107; in ulteriore ipotesi subordinata, nella somma di L. 61.795.000, ovvero di L. 42.329.385 ovvero di L. 32.056.719, ovvero nella diversa misura che sarà ritenuta di ragione e di legge", nonché, relativamente all'area di mq. 1205, "in tesi nella somma di L. 65.996.643; in ipotesi nella misura di L. 33.028.000; in ulteriore ipotesi subordinata, nella misura di L. 31.616.648, ovvero di L. 17.333.593 ovvero di L. 16.401.392, oppure nella diversa misura che sarà ritenuta di ragione e di legge", onde, in conclusione, è palese come non sussista affatto il denunciato vizio di ultrapetizione.

Con il quarto motivo di impugnazione, lamenta la ricorrente principale violazione e falsa applicazione dell'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992, deducendo:

a) che la Corte territoriale ha ritenuto di condividere le conclusioni cui è pervenuto il consulente tecnico, là dove le due aree in questione sono state considerate totalmente edificabili, pur avendo detto consulente accertato la sussistenza del requisito dell'edificabilità legale solo per una parte di esse, non già per la totalità, onde la parte di tali aree priva del requisito anzidetto doveva essere stimata in base ai criteri di cui al titolo secondo della legge n. 865 del 1971;

b) che i terreni in questione avevano infatti destinazione urbanistica incompatibile con l'edificazione, essendo inseriti, tra l'altro, in fascia di rispetto stradale e trovandosi quindi in zona sottoposta, già al momento dell'apposizione del vincolo preordinato all'esproprio, al relativo vincolo di inedificabilità assoluta, onde illegittimamente il giudice del merito ha riconosciuto e calcolato l'indennità di esproprio ritenendo applicabile alla fattispecie esclusivamente il primo comma dell'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992.

Il motivo è fondato.

Al riguardo, deve, innanzi tutto, essere disattesa la preliminare eccezione di inammissibilità sollevata dai controricorrenti sul rilievo che l'edificabilità legale delle aree per cui è causa non sia mai stata in discussione tra le parti ed abbia costituito perciò accertamento di fatto non contestato dalle medesime, avendo il consulente di parte provinciale concordato con il consulente d'ufficio nell'attribuire a dette aree siffatta vocazione ed avendo poi la stessa Amministrazione omesso ogni riferimento alla questione, tanto nelle conclusioni quanto in comparsa conclusionale.

Premesso, infatti, che, in tema di espropriazione per pubblica utilità, il giudice di merito deve procedere alla concreta determinazione della giusta e legittima indennità di occupazione alla stregua dei criteri legali riconosciuti applicabili al caso concreto, esercitando la propria indagine sugli elementi necessari per la relativa quantificazione, ancorché non espressamente contestati, quali che siano state al riguardo le richieste e le eccezioni di ciascuna delle parti, si osserva che, nella specie, la Corte territoriale si è espressamente riferita, ponendolo a base della propria decisione, non già al fatto che l'edificabilità in argomento non fosse mai stata in discussione tra le parti (secondo quanto preteso dai controricorrenti), bensì al fatto che il medesimo consulente d'ufficio "ha accertato la coesistenza dei due requisiti della edificabilità dei terreni - effettiva e legale - ", onde la censura in esame, che involge l'apprezzamento della Corte stessa fondato sopra detta consulenza, può trovare ingresso in questa sede.

Ciò posto, vale notare che l'odierna ricorrente principale, attraverso la materiale trascrizione delle affermazioni contenute nella relazione del consulente d'ufficio (pagina 13 del ricorso), ha dato specificatamente conto del fatto che in siffatta relazione si legge "prima del vincolo preordinato all'esproprio il terreno 'de quo" era classificato dallo strumento urbanistico come segue: Parte a sede stradale, parte a fascia di rispetto stradale, parte a verde pubblico ed attrezzature pubbliche e sportive, parte ad istituto Agronomo e per la maggior parte a centro Direzionale commerciale CDC2... successivamente, con delibera di Consiglio Comunale n. 18 del 15 febbraio 1970, vengono riconfermate le destinazioni precedenti, ad eccezione di quella destinata ad Istituto Agronomo che diventa zona agricola" (pagine 4, 9 e 10 della relazione).

Appare, pertanto, evidente come la censura di cui al motivo in esame, indipendentemente dalla denominazione formale datane dalla ricorrente principale, si sostanzi nella doglianza secondo cui la Corte territoriale ha ritenuto di condividere le conclusioni alle quali è pervenuto il consulente d'ufficio, che ha valutato le due aree in questione in termini di totale edificabilità, senza tuttavia apprezzare, come già il medesimo consulente, che una parte di tali aree, in forza della destinazione urbanistica risultante dalla relazione stessa del predetto consulente, è priva del requisito dell'edificabilità legale e doveva, perciò, essere stimata in base ai criteri indicati nel titolo secondo della legge n. 865 del 1971.

In questo senso, l'impugnata sentenza si palesa affetta da vizio di motivazione (così interpretando la censura, come sopra illustrata, di cui al motivo in esame), sotto le specie della mancata considerazione di una risultanza istruttoria (quale quella che, testualmente riprodotta nel ricorso principale, si ricava dalla relazione del consulente d'ufficio) che, se adeguatamente apprezzata, avrebbe necessariamente condotto ad una differente decisione da parte del giudice di merito (onde il carattere "decisivo" appunto della censura medesima), essendo al riguardo noto:

a) che, in tema di espropriazione per pubblica utilità, fermo restando il principio secondo cui, nel sistema di determinazione del relativo indennizzo, introdotto dall'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992 e caratterizzato dalla rigida dicotomia (senza che residui spazio per un "tertium genus") tra aree edificabili (indennizzabili in percentuale del loro valore venale) ed aree agricole o non classificabili come edificabili (tuttora indennizzabili in base a valori agricoli tabellari ai sensi della legge n. 865 del 1971), un'area va ritenuta edificabile quando, e per il solo fatto che, come tale essa risulti classificata, al momento dell'apposizione del vincolo espropriativo, dagli strumenti urbanistici, secondo un criterio di prevalenza o autosufficienza dell'edificabilità "legale", laddove la cosiddetta edificabilità "di fatto" rileva esclusivamente in via suppletiva (in carenza cioè dei predetti strumenti), ovvero, in via complementare ed integrativa, agli effetti della stima del concreto valore di mercato dell'area espropriata incidendo così sul calcolo dell'indennizzo (Cass. sezioni unite 23 aprite 2001, n. 172), onde l'orientamento di questa Corte che, con indirizzo nettamente prevalente, ha escluso siffatta vocazione edificatoria, e quindi la stessa edificabilità legale, in capo ad aree comprese in zone urbanistiche destinate a strade o, comunque, a fasce "di rispetto a protezione di nastri stradali" (Cass. 20 giugno 2000, n. 8369; Cass. 9 maggio 2002, n. 6635), a "zona verde" o a "verde attrezzato" (Cass. 16 novembre 2000, n. 14851; Cass. 6635/2002, cit.), a "strutture di servizio del verde" (Cass. 16 novembre 2000, n. 14851), a "verde sportivo" (Cass. 21 settembre 2001, n. 11932), a "verde pubblico attrezzato per il giuoco e lo sport" (Cass. 16 maggio 1998, n. 4921; Cass. 29 maggio 2001, n. 7258), ad "attrezzature per il tempo libero (e) sportive" (Cass. 15 marzo 1999, n. 2272) e, più in particolare, ad "impiantistica sportiva" (Cass. 20 marzo 1998, n. 2929; Cass. 9 luglio 1999, n. 7200);

b) che, in relazione ad un'area la quale risulti in parte non edificabile (per una delle ragioni sopra indicate) ed in parte edificabile (siccome destinata, appunto, ad utilizzazione commerciale o direzionale: Cass. 19 gennaio 1999, n. 465), la prima va indennizzata ricorrendo ai criteri applicabili ai suoli agricoli, la seconda ricorrendo al metodo della semisomma sulla base del valore venale accertato in prospettiva delle volumetrie concretamente realizzabili (Cass. 465/99, cit.).

Con il secondo motivo di impugnazione, lamentano i ricorrenti incidentali violazione dell'art. 1224, comma secondo, c.c. e dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, nonché difetto assoluto di motivazione, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, deducendo come la Corte territoriale abbia disatteso la richiesta degli attori intesa ad ottenere il riconoscimento del maggior danno ai sensi del richiamato art. 1224, secondo comma, c.c., non essendo stato provato da questi ultimi "che essi avrebbero potuto salvaguardare il potere di acquisto della moneta con investimenti produttivi di frutti in misura superiore all'interesse legale, se avessero avuto tempestivamente la disponibilità delle somme qui determinate", laddove, però, in tale maniera, detto giudice ha trascurato di considerare che il ricorso a presunzioni in favore dei medesimi attori avrebbe consentito senz'altro di attribuire loro il risarcimento del maggior danno richiesto, senza che fosse indispensabile fornire alcun ulteriore elemento probatorio.

Al riguardo, premesso che il motivo in esame non può ritenersi assorbito, dal momento che la stessa ricorrente principale, attraverso il sesto motivo di impugnazione, ha dato espressamente atto di avere provveduto a depositare solamente in data 18 novembre 1993, presso la Cassa Depositi e Prestiti, la somma di L. 9.957.980 a titolo di indennità di occupazione relativamente all'area di mq. 1205, cosicché è palese come tale deposito, ove pure astrattamente esaustivo, non escluda di per sé il diritto dei ricorrenti incidentali ai relativi accessori, come appunto il risarcimento del maggior danno ex art. 1224, secondo comma, c.c., sull'ammontare di ogni annualità di indennità di occupazione effettiva e a partire dall'inizio dell'anno successivo, per il periodo compreso tra la data di emissione del relativo decreto (24 aprile 1989) e la data del riferito deposito (18 novembre 1993), vale notare che detto motivo non è fondato.

Si osserva, al riguardo, come la Corte territoriale abbia affermato che il "maggior danno" lamentato dagli attori non è stato da questi ultimi "provato", laddove, a fronte di quanto sopra, la prospettazione dei ricorrenti incidentali, siccome priva di specifici riferimenti alle risultanze di causa, non consente, in relazione ai canoni di autosufficienza che sono propri dell'odierno gravame, di apprezzare, ai fini del riconoscimento della sussistenza del denunziato difetto di motivazione, se gli stessi attori abbiano, in sede di merito, effettivamente allegato e dimostrato (ciò che, di per sé, esclude altresì la possibilità di configurare la violazione di legge pure dedotta) circostanze tali, come appunto le proprie qualità o condizioni personali, da permettere al giudice di desumere, anche in via presuntiva, che la tempestiva disponibilità della somma dovuta ne avrebbe consentito l'impiego secondo una destinazione corrispondente alle riferite qualità o condizioni, così da superare il ristoro derivante dall'applicazione dell'interesse legale al tasso vigente all'epoca.

Pertanto, vanno rigettati i primi tre motivi del ricorso principale, nonché il ricorso incidentale, mentre, in accoglimento del quarto motivo del ricorso principale, restando assorbiti gli ultimi due motivi di quest'ultimo, i quali sottintendono un particolare esito del giudizio di rinvio (relativo alla determinazione della misura stessa dell'indennità di occupazione) e rimangono perciò strettamente subordinati a tale esito, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche ai fini delle spese, ad altra sezione della Corte di Appello di Firenze. »»


CASS 11354/1998: «« Ciò premesso la Marotta convenne in giudizio davanti alla Giunta speciale per le espropriazioni, istituita presso la Corte di appello di Napoli, il funzionario delegato CIPE ed il consorzio CPR 2, chiedendo che essi fossero condannati al pagamento della giusta indennità di espropriazione e dell'indennità di occupazione, nonché al risarcimento dei danni, oltre alla svalutazione monetaria, agli interessi legali ed al rimborso delle spese giudiziali.

Instauratosi il contraddittorio, il consorzio CPR 2 eccepì la carenza di legittimazione attiva, il difetto della propria legittimazione passiva, nonché l'inammissibilità, e l'infondatezza delle domande.

A sua volta il funzionario delegato del CIPE chiese il rigetto dell'opposizione.

All'esito dell'istruzione la Giunta speciale, con sentenza n. 27/95 depositata il 30 ottobre 1995, decidendo la causa:

1) dichiarò il difetto di legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (funzionario delegato CIPE) e compensò le spese giudiziali tra detto organo e l'attrice;

2) determinò l'indennità di espropriazione dovuta dal consorzio CPR 2 alla Marotta in lire 203.293.000 ed ordinò al detto consorzio di depositare, nel termine di giorni quindici dalla notifica della pronuncia, presso la sezione di Napoli della Cassa depositi e prestiti la somma pari alla differenza tra l'importo di cui sopra e quello eventualmente depositato, oltre agli interessi legali dalla data di pubblicazione della sentenza fino all'effettivo deposito;

3) condannò il consorzio a pagare alla Marotta, mediante deposito e con le modalità di cui sopra, l'indennità di occupazione legittima, nella misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore pieno del cespite espropriato (lire 387.226.000), con decorrenza dal 15 luglio 1982 fino alla data di pubblicazione della sentenza, oltre agli interessi legali ulteriori da quest'ultima data a quella dell'effettivo deposito; (...) Che quanto all'indennità di occupazione, la somma dovuta alla Marotta andava liquidata nella misura convenzionale, corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore di mercato pieno del cespite espropriato, ammontante a lire 387.226.000, con decorrenza dalla data della perdita del possesso (15 luglio 1982) fino alla data della sentenza e con gli ulteriori interessi (come in dispositivo).

Contro la suddetta sentenza il Consorzio CPR 2 ha proposto ricorso alle Sezioni unite civili di questa Corte di cassazione, deducendo quattro motivi di annullamento.

La signora Giuseppina Marotta resiste con controricorso ed ha depositato memoria.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri (C.I.P.E., in persona del funzionario delegato), cui pure il ricorso è stato notificato, non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il primo mezzo di cassazione il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione del combinato disposto della legge n. 219 del 1981, in relazione all'art. 360 primo comma n. 3 e 5 c.p.c., in ordine al criterio adottato per la determinazione dell'indennità di occupazione legittima, nonché violazione dell'art. 111 secondo comma Cost., per assoluta carenza e/o inidonea motivazione sul punto. Premesso che l'oggetto della censura si accentra sul criterio giuridico adottato dal giudice di merito sulla misura dell'indennità di occupazione principi affermati da questa corte circa l'applicabilità delle regole generali della legge 25 giugno 1865 n. 2359 per determinare la detta indennità in relazione ai fondi con carattere edificatorio, sostiene che sarebbe illegittimo il criterio (seguito dalla sentenza impugnata) di calcolare l'indennità di occupazione legittima mediante il computo degli interessi legali sulla indennità di esproprio determinata in base all'art. 39 della legge n. 2359 dei 1865. Ciò perché: 1) sarebbe venuto meno il nesso funzionale e strumentale che legava il criterio degli interessi al valore venale del bene espropriato (ex art. 39 L. n. 2359 del 1865);

2) sarebbe venuto meno un elemento intrinseco di tale meccanismo, essenziale al suo funzionamento, alla luce dell'entrata in vigore della legge n. 359 del 1992; 3) si sarebbe determinata la giuridica impossibilità di servirsi di tale meccanismo di calcolo, "alla luce della scomparsa della L. 2359/1865 dal sistema normativo in materia espropriativa ed in generale dal nostro panorama giuridico".

Infatti il legislatore, con l'art. 5 bis della legge n. 359 dei 1992, avrebbe inteso rimuovere il concetto d'indennizzo espropriativo, per le aree edificatorie quale giusto prezzo che a giudizio dei periti l'immobile avrebbe avuto in una libera contrattazione di compravendita, estendendo poi tale disciplina anche alle ipotesi risarcitorie allo scopo di stabilire un umico criterio valutativo per tutte le fattispecie connesse a procedure ablatorie legittime e/o illegittime, così intendendo superare la nozione d'indennità consistente nel controvalore pieno dell'immobile oggetto dell'ablazione.

Da questa ratio legislativa deriverebbe che, mutando il valore di riferimento per il calcolo dell'indennità di occupazione legittima in ragione degli interessi legali annua, detti interessi, non potrebbero che calcolarsi sull'importo riconosciuto a titolo d'indennità di esproprio e secondo criteri nella fattispecie riduttivi (L. n. 219 del 1981 o art. 5 bis L. n. 359 del 1992) rispetto al criterio del valore venale del bene espropriato.

Alla stregua del menzionato art. 5 bis, non sussistendo più identità sostanziale - sotto il profilo economico - tra indennizzo e valore venale dei bene, gli interessi legali a titolo d'indennità di occupazione legittima potrebbero soltanto calcolarsi sull'importo determinato dalla Giunta al sensi della legge n. 219 del 1981 quale indennità di esproprio, o comunque sull'importo allo stesso titolo riconosciuto secondo i criteri riduttivi sanciti dal legislatore attraverso la legge n. 359 del 1992.

In effetti, la prassi di determinare l'indennità di occupazione legittima secondo il criterio sussidiario del calcolo degli interessi legali sull'indennità di esproprio di cui all'art. 39 della legge n. 2359 del 1865 sarebbe stata giustificata esclusivamente dal suo legame con la reviviscenza, per le aree edificatorie, di tale ultima normativa. Entrata in vigore la legge n. 359 del 1992, sarebbe venuto a mancare il collegamento operato in giurisprudenza tra interessi legali e valore venale del bene espropriato, quale fattore di determinazione dell'indennità di occupazionelegittima.

Con il secondo mezzo di cassazione il ricorrente denunzia ancora violazione e falsa applicazione della legge n. 219 del 1981 e sue successive integrazioni e modificazioni, in riferimento all'art. 360 primo comma, n. 3 e 5 c.p.c., nonché violazione dell'art. 111 comma secondo Cost., per assoluta carenza e/o inidonea motivazione sul punto.

Il consorzio ribadisce che l'indennità di occupazione non potrebbe essere ancorata (come ritenuto dalla sentenza impugnata) al valore venale del bene espropriato. ma semmai all'indennità espropriativa, e soltanto qualora l'opponente dimostrasse l'effettività del pregiudizio derivante dalla perdita del godimento del fondo.

Andrebbe infatti precisato che. nel caso in esame, si sarebbe in presenza di occupazione legittima preordinata ad esproprio, in cui l'indennità di occupazione costituirebbe un corrispettivo per il fatto che, in sostanza. l'espropriazione retroagirebbe al momento dell'occupazione.

La detta indennità costituirebbe un ristoro per il privato in relazione al periodo corrente tra lo spossessamento e l'effettivo trasferimento del diritto di proprietà con il pagamento del dovuto indennizzo. Essa avrebbe la sola funzione di ricostituire il patrimonio dell'espropriato nella parte in cui viene depauperato della somma corrispondente ai frutti civili che egli avrebbe riscosso se gli fosse stata corrisposta l'indennità di esproprio al momento dello spossessamento.

La remunerazione, quindi non potrebbe che essere equiparata ai frutti che tale somma avrebbe prodotto ove fosse stata immediatamente corrisposta. traducendosi diversamente in una fonte illegittima di lucro per l'espropriato. In definitiva il sussidiario criterio di liquidazione interessi legali sul valore venale dei bene), proprio in virtù dell'esigenza di attribuire al proprietario la somma corrispondente ai frutti civili che egli avrebbe ricevuto se ali fosse stato corrisposto il dovuto indennizzo al momento dell'occupazione, non sarebbe più applicabile quando il criterio per la liquidazione dell'indennità di esproprio non sia più quello del valore venale del bene.

Sotto il profilo, della violazione dell'art. 111 Cost, poi. andrebbe rimarcato che la Giunta non avrebbe fornito una spiegazione esauriente, o comunque sufficiente a superare le argomentazioni del consorzio in ordine alla non spettanza di alcuna somma a titolo d'indennità di occupazione.

La Giunta, nel riconoscere alla Marotta l'indennità di occupazione, avrebbe verosimilmente preso spunto da una risalente giurisprudenza di questa corte, che peraltro avrebbe prescritto il calcolo dell'indennità di occupazione in misura pari agli interessi legali sul valore pieno del cespite (e non sul valore di esproprio), nelle ipotesi in cui non fossero aliunde reperibili precise indicazioni circa la redditività dei bene, oppure tale calcolo non avesse condotto a risultati equivalenti ai frutti non riscossi durante il periodo dell'occupazione.

Nel caso in esame tali ipotesi non troverebbero riscontro, per cui la sentenza impugnata, anziché applicare il richiamato orientamento giurisprudenziale, lo avrebbe disatteso pervenendo ad un calcolo attributivo all'espropriata di una somma - a titolo d'indennità di occupazione - del tutto svincolata dagli effettivi frutti (nulli) che ella avrebbe potuto ricevere durante il periodo dell'occupazione.

Sotto tale aspetto andrebbe ribadita l'assoluta carenza di motivazione del provvedimento impugnato.

I due motivi, essendo tra loro strettamente connessi, devono formare oggetto di esame congiunto.

Si deve premettere che, contrariamente a quanto sostiene la Marotta nel controricorso, essi sono ammissibili, perché si traducono in censure avverso i criteri giuridici adottati dalla sentenza impugnata per determinare l'indennità di occupazione legittima, e quindi fanno riferimento a violazioni di legge (segnatamente: artt. 39 e 72 della legge generale sull'espropriazione per pubblica utilità; artt. 80 e ss. legge n. 219 del 1981; artt. 12 e 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892), in relazione alle quali è ammesso il ricorso alle Sezioni unite di questa corte, al sensi dell'art. 19 terzo comma del D.L.L. 27 febbraio 1919 n. 219 e dell'art. 111 della Costituzione.

Essi sono altresì fondati, per quanto di ragione. Non può essere condiviso, in primo luogo, l'argomento secondo cui la sentenza impugnata non avrebbe motivato in ordine alla deduzione secondo cui all'espropriata non sarebbe spettata alcuna somma a titolo d'indennità di occupazione.

Tale spettanza, invero, si desume implicitamente ma chiaramente dalla pronunzia della Giunta speciale e, del resto, discende in modo univoco dalla legge. L'art. 80 sesto comma della legge 14 maggio 1981 n. 219 (pacificamente applicabile alla fattispecie) stabilisce infatti che al proprietario espropriato nel quadro di quella normativa spettano tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385, la quale richiama anche l'indennità di occupazione (art. 2). L'obbligazione indennitaria per l'occupazione legittima, dunque, nel caso in esame nasce a carico dell'espropriante direttamente dalla legge, sulla quale per questo aspetto si basa la sentenza impugnata, la cui motivazione resta in tal senso corretta ed integrata, nell'esercizio del potere attribuito a questa corte dall'art. 384 comma secondo c.p.c. (sulla spettanza dell'indennità di occupazione in fattispecie come quella in esame v. Cass., S.U., 10 marzo 1998, n. 2644).

Meritano accoglimento, invece, le doglianze relative alla base per la determinazione dell'indennità di occupazione legittima, adottata dalla Giunta speciale.

Questa Corte, a sezioni unite, ha recentemente affermato il seguente principio di diritto:

La materia relativa all'indennità per le occupazioni di suoli a vocazione edificatoria preordinate alla successiva espropriazione deve ritenersi assoggettata alla disciplina generale della nonna di cui all'art. 72, quarto comma, della legge n. 2359 del 1865, da interpretare nel senso che all'immobile va attribuito il medesimo valore per la determinazione tanto dell'indennità per l'occupazione quanto dell'indennità per la sua successiva espropriazione (essendo il procedimento per l'occupazione preliminare divenuto, da autonomo e meramente collegato, semplice fase subprocedimentale del più ampio procedimento espropriativo), attesa l'omogeneità morfologica e funzionale delle indennità dovute al proprietario in relazione a ciascuno dei due provvedimenti e la conseguente perdita di autonomia, sotto tale profilo dell'indennità di occupazione rispetto a quella espropriativa.

Detta indennità di occupazione, se determinabile al sensi dell'art. 72 quarto comma della legge n. 2359 del 1865 (il cui precetto trova generale applicazione in assenza di peculiari disposizioni che fissino diversi criteri) deve pertanto essere sempre liquidata in misura corrispondente ad una percentuale (legittimamente riferita al saggio degli interessi legali) dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area occupata, e non anche con riferimento al valore venale del bene, anche nell'ipotesi in cui la determinazione,(ovvero la rideterminazione) dell'indennità di esproprio sia soggetta ai, criteri di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, non rilevando all'uopo la natura eccezionale o meno di tale normativa (Cass., S.U, 20 gennaio 1998, n. 493, 10 marzo 1998 n. 2644, e, con riguardo alle occupazioni finalizzate alle espropriazioni di cui alla legge 15 gennaio 1885 n. 2892, nonché a quelle finalizzate ad espropriazioni soggette per legge a tale regime, Cass., S.U., 5 maggio 1998, n. 4505).

Il collegio condivide i principi suddetti e perciò intende darvi continuità, essendo essi ancorati al vigente quadro normativo (v., in particolare, le considerazioni svolte nella sentenza n. 493 del 1998).

La sentenza impugnata non si è invece conformata a tali principi, avendo essa liquidato l'indennità di occupazione sul valore di mercato pieno del cespite espropriato. Pertanto, in relazione alle censure accolte nel sensi indicati, la sentenza medesima deve essere cassata, con rinvio allo stesso speciale organo giurisdizionale affinché determini l'indennità di occupazione alla stregua dei principi sopra enunciati (art. 384 c.p.c.). »»


CASS 109/1999: «« u tali premesse l'attrice, opponendosi alla stima effettuata in sede amministrativa, convenne in giudizio davanti alla giunta speciale per le espropriazioni, istituita presso lo corte di appello di Napoli, la presidenza del Consiglio dei ministri (funzionario delegato C.I.P.E. e il consorzio C.P.R. 2, chiedendo la condanna dei medesimi al pagamento della giusta indennità di espropriazione e dell'indennità di occupazione, oltre alla svalutazione monetaria e agli interessi legali, con vittoria di spese.

Instaurato il contraddittorio, il consorzio C.P.R. 2 eccepì la carenza di legittimazione attiva, il difetto di legittimazione passiva e l'infondatezza delle domande.

L'amministrazione si costituì a sua volta deducendo l'inammissibilità, l'improponibilità e l'infondatezza dell'opposizione.

Esaurita la fase istruttoria la giunta speciale, con sentenza n. 54/94 depositata il 29 ottobre 1994, decise come segue:

1) dichiarò il difetto di legittimazione passiva della presidenza del Consiglio dei ministri e compensò le spese giudiziali tra questa e l'attrice;

2) determinò l'indennità di espropriazione dovuta dal consorzio alla Gallina in lire 20.780.780 e condannò lo stesso consorzio C.P.R. 2 a depositare presso la sezione di Napoli della Cassa depositi e prestiti la somma pari alla differenza tra l'importo di cui sopra e quello già depositato;

3) condannò il detto consorzio a pagare all'attrice l'indennità di occupazione legittima, nella misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sull'importo di lire 39.000.000 con decorrenza dal 9 giugno 1981 fino alla data della decisione; (...) 'impugnazione del consorzio C.P.R. 2 si articola su quattro motivi: il primo (definito in ricorso questione di carattere pregiudiziale) censura la sentenza della giunta speciale nella parte in cui ha disposto il pagamento diretto in favore della Gallina (e non il deposito presso la Cassa DD. e PP.) dell'indennità di occupazione; il secondo denunzia violazione e falsa applicazione di legge, nonché vizi di motivazione, in ordine al criterio adottato per la determinazione della detta indennità di occupazione; il terzo censura sotto ulteriori profili lo stesso criterio; il quarto, infine, lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 16 della legge n. 865 del 1971, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c.

Ragioni di ordine logico impongono di prendere in esame - in via preliminare e congiuntamente perché tra loro connessi - il secondo e il terzo motivo (primo e secondo in base alla numerazione contenuta in ricorso).

Con essi il ricorrente denunzia in primis "violazione e falsa applicazione del combinato disposto della L. 219/81 e L. 359/92 - art. 5 bis - ai sensi dell'art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., in ordine al criterio adottato per la determinazione dell'indennità di occupazione legittima, nonché omessa e/o insufficiente motivazione sul punto".

Le doglianze si imperniano sul criterio giuridico posto a base delle determinazioni espresse nella sentenza impugnata in ordine alla misura dell'indennità di occupazione legittima, sotto il profilo della violazione di norme di carattere generale nonché della mancata ottemperanza a principi stabiliti da questa corte.

Richiamati tali principi (in particolare, quelli di cui alla sentenza 11 novembre 1991 n. 12006), il ricorrente sostiene che essi condurrebbero a pronunciare l'illegittimità del criterio che calcola l'indennità di occupazione legittima mediante gli interessi legali sulla indennità di espropriazione determinata ai sensi dell'art. 39 della legge n. 2359 del 1865, perché, dopo l'entrata in vigore della legge n. 359 del 1992, sarebbe venuto meno il nesso funzionale e strumentale che collegava il criterio degli interessi al valore venale del bene espropriato (ex art. 39 cit.).

Infatti il legislatore, con l'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, avrebbe inteso rimuovere in via definitiva il concetto d'indennizzo espropriativo per le aree edificabili quale giusto mezzo dell'immobile in una libera contrattazione di compravendita (cosiddetto valore venale).

Ne deriverebbe che, mutando il valore considerato dalla giunta come base di riferimento per il calcolo dell'indennità di occupazione legittima in ragione degli interessi legali su base annua e dovendosi calcolare questi ultimi sull'indennità di espropriazione, gli interessi medesimi andrebbero liquidati sull'importo riconosciuto a titolo di tale indennità (nella specie, lire 20.780.780) alla stregua di criteri riduttivi (legge n. 219 del 1981 o art. 5 bis della legge n. 359 del 1992) rispetto a quello del valore venale del bene espropriato (nella specie, lire 39.000.000).

In sostanza, sia l'ente espropriante che il giudice, chiamato a dirimere una controversia relativa alla determinazione dell'indennità di occupazione legittima, non potrebbero che muoversi entro i canoni giuridici predeterminati dal legislatore, non essendo plausibile né il ricorso a criteri valutativi di carattere discrezionale né l'adozione di meccanismi generati da norme ormai non più vigenti.

In effetti la prassi di determinare l'indennità di occupazione legittima secondo il criterio sussidiario del calcolo degli interessi legali sull'indennità di espropriazione di cui all'art. 39 della legge n. 2359 del 1865 sarebbe stato giustificabile soltanto dal suo legame con la reviviscenza per le aree edificabili di detta normativa.

Ma con l'entrata in vigore della legge n. 359 del 1992 sarebbe venuto a mancare il supporto giuridico al collegamento, operato in giurisprudenza, tra interessi legali e valore venale del bene espropriato, quali fattori di determinazione dell'indennità di occupazione legittima, e ciò anche in ipotesi di non applicabilità della legge 359 del 1992 alle fattispecie di cui alla legge n. 219 del 1981.

Con l'ulteriore mezzo di cassazione (secondo, in base alla numerazione contenuta in ricorso) il consorzio denunzia ancora violazione e falsa applicazione della medesima legge n. 219 del 1981 e successive modificazioni, e dell'art. 5 bis L. n. 359 del 1992, in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c.

Ribadisce che l'indennità di occupazione in nessun caso potrebbe essere ancorata al valore venale del bene espropriato, ma semmai all'indennità espropriativa, e soltanto qualora l'opponente dimostri l'effettività del pregiudizio derivante dalla perdita di godimento del fondo.

Invero l'indennità di occupazione legittima costituirebbe un ristoro per il privato relativamente al periodo corrente tra il momento dello spossessamento e quello in cui avviene il trasferimento del diritto di proprietà. Essa avrebbe la sola funzione di ricostituire il patrimonio del soggetto espropriato nella parte in cui è depauperato della somma corrispondente ai frutti civili, che egli avrebbe riscosso se gli fosse stata versata l'indennità di esproprio al momento dello spossessamento.

Tale remunerazione, dunque, non potrebbe che essere equiparata ai frutti che tale somma avrebbe prodotto ove fosse stata immediatamente corrisposta, traducendosi altrimenti in una illegittima fonte di lucro per l'espropriato medesimo.

In definitiva il sussidiario criterio di liquidazione dell'indennità di occupazione in base agli interessi legali sul valore venale del bene non sarebbe più applicabile ove l'indennità di esproprio non sia più determinata in misura corrispondente al valore venale del bene stesso.

Le suddette censure sono fondate, nei sensi in prosieguo indicati.

Questa corte, a sezioni unite, con sentenza 20 gennaio 1998 n. 493, ha affermato il principio secondo cui la materia relativa all'indennità per le occupazioni di suoli a vocazione edificatoria preordinate alla successiva espropriazione deve ritenersi assoggettata alla disciplina generale della norma di cui all'art. 72, quarto comma, della legge n. 2359 del 1865, da interpretare nel senso che all'immobile va attribuito il medesimo valore per la determinazione tanto dell'indennità per l'occupazione quanto di quella per la sua successiva espropriazione (essendo il procedimento per l'occupazione preliminare divenuto - da autonomo e meramente collegato - fase subprocedimentale del più ampio procedimento espropriativo), attesa la omogeneità morfologica e funzionale delle indennità spettanti al proprietario in relazione a ciascuno dei due provvedimenti e la conseguente perdita di autonomia, sotto tale profilo, dell'indennità di occupazione rispetto a quella espropriativa.

Detta indennità di occupazione, se determinabile ai sensi dell'art. 72 quarto comma della legge n. 2359 del 1865 (il cui precetto trova generale applicazione in assenza di peculiari disposizioni che fissino diversi criteri) deve pertanto essere sempre liquidata in misura corrispondente ad una percentuale (legittimamente riferibile al saggio degli interessi legali) dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area occupata, e non anche con riferimento al valore venale del bene, anche nell'ipotesi in cui la determinazione (ovvero la rideterminazione) dell'indennità di esproprio sia soggetta ai criteri di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, non rilevando all'uopo la natura eccezionale o meno di tale normativa.

Il principio è stato ribadito con sentenza 5 maggio 1998, n. 4498, secondo cui, dopo l'entrata in vigore dell'art. 5 bis della legge 8 agosto 1992 n. 359, l'indennità di occupazione va determinata non con riferimento al valore venale del bene, bensì ricorrendo ai nuovi criteri dettati per l'indennità di espropriazione, perché da un lato il criterio del valore venale, ex art. 39 legge 25 giugno 1865 n. 2359, non ha più alcuna attualità applicativa in materia di espropriazione di suoli edificabili, e, dall'altro, l'occupazione di urgenza è divenuta fisiologicamente il momento preliminare della procedura espropriativa, con la quale ha in comune il presupposto della dichiarazione di pubblica utilità e condiziona i tempi di essa, nel senso che il decreto deve intervenire entro il termine di efficacia del decreto di occupazione. Ne consegue che, applicando per la perdita dei frutti il sistema degli interessi legali, questi vanno calcolati sul valore determinabile, anno per anno per la durata dell'occupazione, sul valore desumibile dal criterio di cui all'art. 5 bis, primo comma, della legge n. 359 del 1992.

Infine, con riferimento alle ipotesi in cui l'indennità di espropriazione sia calcolata con criteri speciali (e, segnatamente, in base all'art. 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892 sul risanamento di Napoli, richiamata dalla legge 14 maggio 1981 n. 219 sulla realizzazione del programma straordinario di edilizia residenziale per le aree del Mezzogiorno colpite dal sisma del 1980), é stato affermato che l'indennità di occupazione va liquidata in misura corrispondente ad una percentuale, che ben può corrispondere all'interesse legale, dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area finalizzata all'opera pubblica per cui avviene l'occupazione medesima (Cass., sez. un., 10 marzo 1998, n. 2644).

Gli argomenti a sostegno di tale orientamento, che va ormai consolidandosi ed al quale il collegio intende dare continuità, possono riassumersi nelle seguenti proposizioni.

Tra le diverse tipologie di provvedimenti di occupazione (per la cui analisi si rinvia alla citata Cass., S.U., n. 493 del 1998), viene qui in evidenza l'occupazione preordinata alla successiva espropriazione del bene. È vero che, come nota la resistente, i due procedimenti amministrativi di occupazione e di espropriazione restano distinti, in quanto il secondo può anche non realizzarsi o non giungere a compimento. È pur vero, però, che nel sistema normativo (al quale occorre riferirsi considerandone non le eventuali patologie bensì la regolare dinamica istituzionale) è venuta enucleandosi una nozione, che trova la sua norma base nell'art. 72 della legge n. 2359 del 1865, alla stregua della quale l'occupazione d'urgenza finalizzata alla successiva espropriazione è diretta a consentire al soggetto espropriante di ottenere subito la disponibilità concreta del bene, rendendo così possibile il sollecito inizio dell'opera pubblica grazie all'anticipata immissione in possesso del bene medesimo, prima ancora che il procedimento espropriativo pervenga alla sua naturale conclusione.

Essendo questo lo scopo dell'occupazione d'urgenza preordinata all'esproprio, risulta evidente che i due procedimenti, ancorché distinti, sono tra loro collegati da un nesso strumentale e funzionale, in quanto il primo permette al soggetto espropriante di disporre subito del bene e di dare corso all'esecuzione dell'opera pubblica (destinata ex se a realizzare interessi generali) così in sostanza anticipando gli effetti del successivo provvedimento ablatorio. Se così è, l'indennità di occupazione - volta a remunerare il proprietario per il detrimento costituito dallo stato d'indisponibilità del bene per la durata di tale indisponibilità - non può che essere parametrata al valore attribuibile a quel bene in sede di espropriazione, perché a tale valore si riferisce la perdita patrimoniale che, quanto al fatto ablatorio, va compensata con l'indennità di esproprio e, quanto alla perdita reddituale (postulante un separato ristoro) deve trovare compenso, in assenza di un meccanismo normativamente previsto, attraverso un criterio (qui, peraltro, non posto in discussione) che ben può essere individuato negli interessi legali (frutti civili) sulla somma spettante per l'appunto a titolo d'indennità di espropriazione.

La conseguenza è che, qualora quest'ultima indennità per legge debba essere determinata in misura diversa dal valore venale del bene, occorre riferirsi non a tale valore bensì a quello che la legge medesima attribuisce al bene ai fini espropriativi: conclusione imposta sia dal segnalato nesso esistente tra occupazione ed espropriazione, sia da ragioni di coerenza e di armonia del sistema, perché, se il bene esistente nel patrimonio dell'espropriando ha un valore normativamente determinabile ai fini dell'ablazione, i frutti civili per il mancato godimento del bene, durante lo stato d'indisponibilità cagionato dall'occupazione finalizzata a quell'evento ablatorio, vanno necessariamente calcolati su quello stesso importo.

Non è esatto che, così argomentando, l'indennità di occupazione verrebbe parametrata ad un'entità giuridica ed economica del tutto estranea all'occupazione, ossia all'indennità di espropriazione.

Già si è detto, e si deve qui ribadire, che i due procedimenti, seppur distinti, non sono tra loro del tutto scissi ed autonomi, ma si presentano funzionalmente e strumentalmente collegati.

Le considerazioni fin qui svolte, contrariamente alla tesi propugnata dalla resistente, trovano applicazione anche nel caso di procedimenti regolati dalla legge n. 219 del 1981, non valendo ad infirmarle il richiamo alla specialità della relativa disciplina.

É vero che, in un passaggio della sentenza n. 493 del 1998 si afferma, con riferimento alla fattispecie prevista dall'art. 12 cpv.

del d. leg. 27 febbraio 1919 n. 219, che essa rimane estranea alla problematica esaminata con la detta sentenza. Ma ciò è spiegato sul presupposto che l'occupazione contemplata dal citato art. 12 ha carattere non già temporaneo ma definitivo, e si risolve perciò in una vera e propria espropriazione. Nel caso in esame, invece, trova applicazione l'art. 80 della legge n. 219 del 1981 che, con il rinvio a tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385, contempla l'indennità di occupazione e di espropriazione, distinguendo così i due momenti, onde trovano applicazione i principi più sopra enunciati.

Né vale addurre che tali principi comunque si riferirebbero in via esclusiva all'occupazione di aree edificabili, formanti oggetto della disciplina di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, mentre nella specie si tratterebbe dell'esproprio di un'abitazione (fabbricato), quindi di un bene diverso da un'area edificabile e non soggetto alle regole di cui al citato art. 5 bis.

É ben vero che quest'ultima norma si applica alle aree fabbricabili o a destinazione edificatoria e, segnatamente, non trova applicazione per le procedure espropriative disposte in base alla legge n. 219 del 1980 (Cass., S.U., 6 novembre 1993, n. 10998; Cass., 6 febbraio 1997, n. 1113). Ma l'art. 80 sesto comma della legge n. 219 del 1981 richiama per la determinazione giudiziale delle indennità gli artt. 12 e 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892, la quale fa riferimento non già alle sole aree fabbricabili ma, più in generale, agli immobili espropriati e si riferisce dunque anche ai fabbricati (tant'é che, tra gli elementi per la determinazione dell'indennità, é contemplato anche "l'imponibile netto agli effetti delle imposte su terreni e su fabbricati": art. 13, comma quarto). Non vi sono dunque ragioni per escludere l'applicabile del suddetti principi anche nel caso in esame, nel quale pertanto l'indennità di occupazione deve essere liquidata sulla base di una percentuale (corrispondente agli interessi legali) dell'indennità dovuta per l'espropriazione come calcolata secondo i criteri di cui alla legge n. 2892 del 1885 e non sulla base di una percentuale del valore venale dello stabile espropriato (cfr. Cass., S.U., 5 maggio 1998 n. 4505). »»
 
 CASS 13942/1999: «« Con l'unico motivo di impugnazione le ricorrenti Galbani deducono violazione degli artt. 1282, 1219, 1223, 1224 e 1499 c.c., nonché difetto di motivazione su punto decisivo della controversia, e violazione del disposto di cui all'art. 112 c.p.c., lamentando che la Corte di merito abbia immotivatamente limitato la condanna al pagamento degli interessi legali sulla indennità di occupazione, ponendo come termine ad quem non già il giorno del deposito della somma capitale presso la Cassa Depositi e Prestiti ma quella della pronuncia del decreto di espropriazione (23 aprile 1982).

Con il ricorso incidentale il Consorzio censura - denunciando "violazione e falsa applicazione" degli artt. 5 bis legge 359/1992, 20 legge 865/1971, 1, comma 65, legge 549/1995, nonché vizio di motivazione - il criterio di determinazione della indennità di occupazione legittima adottato dalla Corte di merito che ha al riguardo conteggiato gli interessi legali sull'importo pari al valore venale del terreno occupato, quando invece il valore di riferimento doveva essere assunto nell'importo della indennità di espropriazione (come determinato in questo stesso giudizio).

2. Il motivo del ricorso principale è fondato.

Come per il debito dell'espropriante relativo alla indennità di espropriazione, così per quello relativo alla indennità di occupazione - costituenti entrambi obbligazione di valuta - sono dovuti interessi legali (ai quali la consolidata giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto natura compensativa, non moratoria) per il fatto stesso che il relativo importo è rimasto a disposizione dell'espropriante e a prescindere, quindi, da ogni indagine sulla colposa responsabilità per il ritardo nel pagamento: sicché non può dubitarsi che gli interessi compensativi, oggetto della obbligazione accessoria, sono dovuti fino al giorno dell'adempimento della obbligazione principale e cioé fino al pagamento della indennità di occupazione o al deposito di essa presso la Cassa Depositi e Prestiti con effetto parimenti liberatorio. La diversa decisione della Corte di merito, in nessun modo motivata, che ha applicato il principio ora richiamato limitatamente agli interessi maturati sulla indennità di espropriazione, ponendo il limite temporale del decreto espropriativo alla obbligazione degli interessi sulla indennità di occupazione, contraddice la funzione propria di tali interessi, compensativa del mancato godimento di una somma di denaro, sicché deve essere, in accoglimento del ricorso principale, sul punto cassata.

3. Anche il motivo del ricorso incidentale è fondato.

3.1. Le sezioni unite di questa Corte, con la sentenza 493/1998, componendo il contrasto manifestato nella più recente giurisprudenza di legittimità, hanno affermato il principio che la indennità per le occupazioni preordinate all'espropriazione deve essere liquidata non già in base al valore venale dell'area occupata, ma in misura corrispondente ad una percentuale "che ben può corrispondere al saggio degli interessi legali" dell'indennità che sarebbe dovuta per l'espropriazione dell'area stessa finalizzata all'opera pubblica, calcolata secondo i criteri fissati dall'ordinamento per questa distinta indennità. Condivide il collegio il principio così formulato, fondato sulla norma "di portata generale" dettata dall'art. 72, comma 4, della legge n. 2359 del 1865 (che, rinviando, per la determinazione della indennità di occupazione, alle disposizioni che disciplinano la indennità di espropriazione, fissa un collegamento funzionale tra le due indennità e configura la indennità di occupazione come un riflesso di quella di espropriazione) e sullo sviluppo normativo dell'istituto che ne ha modificato i presupposti fissati nell'art. 71, comma 1, ultima parte, stessa legge 2359/1865 e ad esso ha conferito i caratteri di uno strumento generale, in pratica necessitato al fine di accelerare i tempi di esecuzione dell'opera pubblica e ha attribuito all'Amministrazione occupante poteri sull'immobile incompatibili con il diritto di mero godimento, come quelli di procedere alla irreversibile trasformazione dell'area occupata (con l'effetto perfino di eventualmente acquisirne la proprietà, pur se non intervenga il formale provvedimento ablativo, attraverso la c.d. accessione invertita). La occupazione dunque consente l'appropriazione da parte dell'occupante delle facoltà connesse al diritto di proprietà sul bene, con anticipazione nel tempo dell'esautoramento del proprietario quanto al contenuto stesso del suo diritto reale; con la conseguenza che il procedimento per l'occupazione preliminare, da autonomo e meramente collegato, è venuto assumendo il carattere di momento normale dell'unitario procedimento di espropriazione, come suo subprocedimento.

Dal collegamento funzionale e procedimentale con l'espropriazione discende che le indennità spettanti al proprietario per ciascuno dei due istituti vengono a compensarlo del medesimo pregiudizio e cioé della perdita delle facoltà proprie del diritto di proprietà. E se la espressa previsione legislativa di due distinte indennità non consente che al proprietario possa essere liquidata una indennità formalmente unica (quella di espropriazione, aumentata degli interessi annui per il periodo di durata della occupazione) l'omogeneità funzionale e procedimentale dei due istituti esige che le rispettive indennità siano determinate, tuttavia, sulla medesima base, così che la indennità di occupazione deve essere rapportata al "valore del bene occupato secondo i criteri da adottarsi ai fini della liquidazione della indennità spettante per l'espropriazione prevista come momento finale del procedimento ablativo, strumentale alla realizzazione dell'opera pubblica per la cui esecuzione si è proceduto all'occupazione" (Cass. SS.UU. n. 493 del 1998): quindi, determinata in una misura percentuale della indennità dovuta per la preventiva espropriazione del bene occupato.

3.2. Nella memoria presentata dalla difesa delle ricorrenti in via principale si prospetta come privo di interesse il motivo del Consorzio, perché l'applicazione del criterio con esso prospettato (interessi legali sulla indennità di espropriazione) condurrebbe alla determinazione in concreto della indennità di occupazione in importo perfino superiore a quello calcolato dai giudici di merito, fatto riferimento alla indennità di espropriazione come liquidata nella stessa sentenza a norma dell'art. 5bis legge 359/1992 nella semisomma di valore venale del terreno al tempo del decreto di espropriazione e reddito catastale rivalutato.

Il rilievo, infondato, esige da un lato un chiarimento con riguardo al calcolo in concreto come sviluppato dalla Corte di merito per la determinazione dell'indennità di occupazione e comporta dall'altro, rispetto alla singolarità della fattispecie caratterizzata dallo sviluppo nel tempo della occupazione legittima (protrattasi per oltre otto anni fino al decreto di espropriazione), la necessità di precisare i modi di applicazione del principio affermato dalle sezioni unite di questa Corte nella sentenza n. 493 del 1998 con riguardo al momento - o ai momenti - in cui matura il diritto alla indennità di occupazione legittima che, secondo altro insegnamento delle stesse sezioni unite (sentenza n. 27 del 1999), "deve essere calcolata per periodi annuali e corrisposta anno per anno", con la conseguenza, rilevante in rapporto al tema posto dalla controversia con quella sentenza decisa, che il termine prescrizionale decorre alla fine di ogni anno di occupazione e, dal giorno in cui ha termine l'occupazione, per l'anno in corso.

3.3. Ebbene, con riguardo al primo profilo, si deve constatare che la Corte di merito si è adeguata al criterio di determinazione della indennità di occupazione prospettato dalle attrici che nella memoria di replica ex art. 190 c.p.c. avevano assunto, quale dato di base del calcolo, il valore venale del terreno come apprezzato dal consulente dell'ufficio con riferimento al tempo del decreto di espropriazione (lire 421.000.000); quell'importo avevano espresso partitamente adeguandolo al mutevole valore della moneta (secondo gli indici ufficiali di svalutazione) al tempo dell'inizio della occupazione (18 settembre 1983) e alla conclusione di ciascun anno consecutivo fino al provvedimento ablativo (23 aprile 1982) e su ogni importo annuale così calcolato avevano applicato gli interessi nel saggio legale, ottenendo così la somma di lire 88.242.312, come indennità unitaria dovuta per otto anni, sette mesi e cinque giorni, per il tempo cioé in cui si era protratta l'occupazione (sulla cui legittimità, in ragione di ripetute proroghe legali, non v'é controversia sul giudizio) e sulla indennità di occupazione così complessivamente determinata la Corte di merito ha riconosciuto gli interessi compensativi con decorrenza, per l'intero importo, dall'inizio dell'occupazione (18 settembre 1993), con decisione palesemente erronea, non censurata tuttavia dal Consorzio che nell'unico motivo del ricorso incidentale ha criticato il criterio di determinazione della indennità di occupazione fatta consistere nella somma degli interessi legali annuali rapportati al valore venale del terreno (espresso, come si è visto, di anno in anno secondo il mutevole valore della moneta) e non alla indennità di espropriazione.

3.4. Quanto poi alla esigenza di precisare i modi di applicazione alla presente fattispecie del principio argomentato dalle sezioni unite di questa Corte nella sentenza 493/1998, si deve tener conto (secondo l'insegnamento delle stesse sezioni unite che con la decisione n. 27 del 1999 hanno convalidato l'indirizzo già espresso dalla prima sezione con la sentenza n. 5537 del 1998) che il regime quale risulta definito dall'art. 20 legge 865/1971 a seguito dell'intervento della Corte Costituzionale (n. 470 del 1990) - nel senso che il proprietario del suolo occupato ha facoltà di conseguire l'indennità a prescindere dalla determinazione amministrativa e, quindi, prima di essa - comporta che il credito al riguardo, sorto con l'inizio della occupazione e riferito a un periodo annuale di essa, può essere fatto valere sin dalla scadenza di ciascun anno di occupazione, avendo ad oggetto - appunto -, come suo modulo, la indennità annua: che, se richiesta prima che sia definita in concreto anche la indennità di espropriazione, sarà commisurata al valore da attribuire a questa secondo un calcolo di determinazione virtuale.

Se, dunque, il diritto alla indennità di occupazione matura al compimento di ogni singola annualità a quel momento deve essere calcolato il parametro di riferimento che (per le aree fabbricabili) tiene conto, come termine da mediare, del valore venale attuale del bene (secondo il criterio di cui all'art. 5bis legge 359/1992), passibile nel tempo di variazioni dipendenti dalla vicenda dello specifico mercato immobiliare di riferimento e, innanzitutto, influenzato dal fenomeno della svalutazione monetaria. Con la conseguenza che la indennità di occupazione sarà determinata nella misura percentuale - pari al saggio degli interessi legali - della indennità di espropriazione come in concreto determinata al tempo del provvedimento ablativo nella sola verificata ipotesi in cui, rispetto alle maturate scadenze annuali del diritto alla indennità di occupazione, sia rimasto costante il valore venale di riferimento.

Ma se, al contrario, la determinazione monetaria del valore venale del bene abbia subito variazioni apprezzabili nello sviluppo della occupazione legittima e registrabili alle singole consecutive scadenze annuali, ad ogni scadenza dovrà procedersi al calcolo virtuale della indennità di espropriazione - fondata ripetesi anche sul valore venale del bene, come tale soggetto a variazioni nel tempo - per commisurare ad essa la indennità di occupazione in quel momento maturata ed esigibile, indipendentemente dall'ulteriore sviluppo della occupazione e dal tempo in cui sarà pronunciata l'espropriazione e determinata la relativa indennità.

Sicché nel caso di specie, che si segnala per lo sviluppo inusitatamente protratto nel tempo della occupazione legittima (dal 18 settembre 1973 al 23 aprile 1982), la indennità annua maturata alle singole scadenze annuali non può essere vincolata (nella assunta misura degli interessi legali) al rapporto proporzionale con la indennità di espropriazione come infine determinata con riferimento al valore venale del bene al tempo del provvedimento ablativo; né, tenuto conto che la vicenda del mercato immobiliare non è espressa dalla variazione dei valori monetari come registrata negli indici ufficiali (calcolati con riferimento ai prezzi di essenziali beni di consumo), sarebbe corretto operare sull'importo della indennità di espropriazione - riferito ai valori del 23 aprile 1982 - automatici adeguamenti monetari, secondo gli indici ufficiali di svalutazione, rapportati alle singole scadenze annuali. Ma dovrà alla singola scadenza annuale, che segna il momento in cui matura il diritto alla indennità di occupazione, procedersi al calcolo virtuale attualizzato della indennità di espropriazione come parametro di riferimento cui commisurare la indennità di occupazione, mantenendo il diritto alla singola indennità annuale una propria autonomia, riconosciuta ai fini di prescrizione e interessi; che appunto decorrono dalle singole scadenze annuali (ma, come già si è rilevato, la decisione della Corte di merito là dove ha fatto decorrere gli interessi sulla complessiva indennità di occupazione dal giorno dello spossessamento non è stata censurata dal Consorzio espropriante e perciò opera sul punto la preclusione dipendente dal giudicato interno al processo).

4. Cassata, dunque, la decisione impugnata in relazione ai motivi accolti di entrambi i ricorsi, il giudice di rinvio, designato in altra sezione della Corte d'appello di Milano, procederà - eventualmente disponendo la rinnovazione della indagine tecnica - alla determinazione della indennità di occupazione legittima secondo i criteri come indicati sub 3 della presente decisione, fissando al tempo del deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti il termine finale degli interessi maturati sulla indennità così determinata. »»


CASS 493/1998: «« 3.1. - Il secondo mezzo di annullamento attiene, invece, alla statuizione in tema di indennità di occupazione.

Ad avviso del ricorrente anche questa pronuncia è inficiata da due distinti vizi.

Sul piano formale ed assorbente, dalla violazione dell'art. 112 c.p.c., e del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato. Infatti, si sostiene, nell'attribuire al Sanna tale indennità la Corte territoriale ha deciso extra petita stante tanto "l'assenza di ogni rituale domanda in ordine a detta indennità", quanto l'impossibilità di ritenere che la domanda fosse ricompresa in quella diretta alla indennità di espropriazione, atteso che l'indennità di occupazione "si fonda su titoli e presupposti diversi rispetto all'indennità di esproprio, e può essere richiesta e determinata anche separatamente ancor prima ed indipendentemente dalla pronuncia del decreto di espropriazione".

Sul piano sostanziale, dalla circostanza che l'indennità di occupazione è stata liquidata secondo il criterio degli interessi sulla concreta indennità di esproprio parametrata al valore venale dell'area occupata, di modo che non può che essere "riliquidata e riferita alla nuova indennità di esproprio da determinarsi in base ai nuovi criteri dettati dalla sopravvenuta legge n. 359 del 1992".

3.2. - In ordine alla censura formulata nel primo profilo del mezzo, dagli atti processuali - che questa Corte di legittimità può apprezzare direttamente dovendo pronunciare sulla denuncia di un error in procedendo - risulta certo, innanzitutto, che in sede di precisazione delle conclusioni (puntualmente riportate nell'epigrafe della sentenza impugnata) il Sanna chiese espressamente alla Corte messinese di determinare anche il giusto ammontare della indennità di occupazione e di condannare i convenuti in solido al pagamento dell'importo così accertato. (...) Stante i limiti della censura, il thema devoluto a questa Corte di legittimità risulta circoscritto alla questione se - fermo restando che nella specie l'indennità di occupazione deve essere determinata in misura pari all'ammontare degli interessi legali sul valore del bene occupato - questo valore debba sempre corrispondere a quello posto a base della indennità spettante per la successiva espropriazione del bene stesso anche quando, ai fini di quest'ultima indennità, siffatto "valore" non coincida con quello venale, ma debba essere determinato in base a diversi e più limitati parametri. (...) Il principio è stato giustificato con la ragione che, avendo la disciplina dettata dall'art. 13 legge n. 2892 del 1885 portata derogatoria rispetto alla regola generale della parametrazione dell'indennità di espropriazione al valore venale fissata nell'art. 39 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, siffatta caratterizzazione ne impedisce l'applicazione in via estensiva od analogica alla indennità di occupazione. Infatti, l'interpretazione estensiva rimane preclusa dalla diversità ontologica degli istituti, rispettivamente, della espropriazione e di occupazione d'urgenza, una volta che quest'ultima, quand'anche sia preordinata all'espropriazione, ha rispetto a questa figura ablatoria autonomia sia funzionale (in quanto mira ad assicurare la disponibilità di fatto dell'immobile al soggetto interessato) che procedimentale; quella analogica è preclusa a norma dell'art. 14 delle preleggi, stante il suo carattere eccezionale rispetto alla regola generale posta dall'art. 39 legge n. 2359 del 1865.

b) In ordine alla ipotesi in cui l'indennità di espropriazione debba essere determinata sulla base del criterio fissato nell'art. 5-bis legge n. 359 del 1992 sussiste, invece, contrasto.

Mutuando gli argomenti recepiti in funzione della soluzione data alla precedente ipotesi, è stato affermato che la disposizione dell'art. 5-bis non influisce sulla indennità di occupazione, trattandosi di norma non applicabile analogicamente a fattispecie diversa da quella per la quale è stata posta, in quanto derogatoria al principio generale fissato nell'art. 39 legge n. 2359 del 1865 (così: Cass., 6 luglio 1996, n. 6223, 5 maggio 1995, n. 4914).

Ma è stato anche affermato il principio opposto, alla stregua del rilievo che una volta che ai fini della espropriazione il valore dell'immobile deve essere determinato sulla base del nuovo criterio, tale valore non può che essere posto a base anche della liquidazione della indennità di occupazione (v. tra le edite, Cass., 27 gennaio 1995, n. 1014). (...) 3.3.3.2. - La formula di questa norma, apparentemente anodina e neutra, ove valutata con specifico riguardo alle occupazioni preordinate alle espropriazioni, indirizza in realtà perla conclusione che all'immobile deve essere attribuito il medesimo valore ai fini sia dell'indennità per la sua occupazione che a quella per la sua espropriazione; ossia che l'indennità di occupazione deve essere commisurata ad un valore dell'immobile occupato da identificarsi sulla base della applicazione delle medesime regole positive alla cui stregua deve essere fissato il valore dello stesso immobile al fine della liquidazione della indennità per la espropriazione cui l'occupazione stessa è strumentale.

Alla conclusione conducono in modo univoco e convergente tutti i canoni ermeneutici.

I) In primo luogo, il dato letterale.

In particolare, la constatazione che il quarto comma dell'art. 72 rinvia alle norme dettate nel Capo IV del Titolo I della stessa fonte legislativa; ed il rilievo che, posto che questo capo disciplina la materia della indennità di espropriazione ed il modo di determinarla, col rinvio la norma viene a fissare un collegamento tra le due indennità, e fa diventare l'indennità di occupazione riflesso di quella di espropriazione. (...) Il rinvio alle disposizioni di cui al quarto comma dell'art. 72 è limitato alle regole in tema di indennità di espropriazione dettate nel Capo IV del Titolo I della stessa legge, sicché non può riguardare anche la disposizione di cui all'art. 68: sia perché questa è contenuta nel Capo I del Titolo II (riguardante le occupazioni temporanee per l'approvvigionamento dei materiali e per lo sfruttamento temporaneo di altre utilità del fondo occupato); sia perché essa attiene non già alla indennità di espropriazione, bensì a quella di occupazione con limitato ed esclusivo riferimento alle occupazioni previste nel precedente art. 64; e sia perché, diversamente opinando, il rinvio alle disposizioni in tema di indennità di espropriazione non avrebbe alcun senso, una volta che la disciplina circa il modo di determinare l'indennità di occupazione era già fissata in una apposita norma.(...) Certo, è, comunque, che l'omogeneità funzionale e procedimentale delle indennità per l'occupazione e l'espropriazione porta necessariamente a ritenere che l'indennità di occupazione non possa che essere un riflesso di quella di espropriazione; e, in definitiva, che - salvo che non sia diversamente disposto in modo espresso - entrambe non possano che essere determinate sulla medesima base e, dunque, con riferimento ad un identico valore dell'immobile.

Ne consegue pianamente che la lettura del precetto del quarto comma dell'art. 72 legge n. 2359 del 1865 qui accolta trova conferma anche nella ricostruzione sistematica della natura propria dei provvedimenti ablatori dei quali si tratta.

V) Detta interpretazione, infine, è definitivamente avvalorata, se non addirittura imposta, dai principi emergenti da specifiche norme dell'ordinamento positivo e dal sistema da esse delineato.

In questo senso presentano notevole valenza le disposizioni legislative che, nel disciplinare in modo espresso i criteri per la determinazione della indennità di occupazione preordinate ad espropriazioni speciali, stabiliscono che debba essere fissata in una percentuale (variamente stabilita) della indennità di espropriazione. Ad esempio, l'art. 20 comma 3 legge n. 865 del 1971; il combinato disposto degli art. 80 comma 6 legge n. 219 del 1981 e art. 2 legge n. 385 del 1980; il combinato disposto dell'art. 3 comma 5 D.L. 26 novembre 1980, n. 776 (recante provvedimenti urgenti in favore delle popolazioni colpite dal terremoto del novembre 1980) convertito con modificazioni in legge 22 dicembre 1980, n. 874.

Per vero, manifestamente, siffatte disposizioni costituiscono puntuale applicazione del principio secondo cui l'indennità per l'occupazione preliminare costituisce un riflesso di quella di espropriazione, si che deve essere ancorata ad un valore del bene determinato in modo omogeneo: nel senso, cioè, che il valore che è (o che dovrebbe essere) assunto a base della indennità per l'espropriazione (ove il relativo provvedimento fosse pronunciato) costituisce il parametro di riferimento anche della indennità di occupazione.

Né si può opporre che l'art. 20 legge n. 865 del 1971 e l'art. 3 comma 5 D.L. n. 376 del 1980 convertito in legge n. 874 del 1980 sono stati dichiarati incostituzionali. Il vero è, infatti, che la declaratoria di incostituzionalità inerisce non già al criterio di calcolo della indennità di occupazione fissato in una percentuale di quella di espropriazione, sibbene ed esclusivamente, alle concrete modalità di determinazione del "valore" dell'immobile ai fini della indennità di espropriazione. Tanto, del resto, è stato espressamente chiarito nella sentenza della Corte Costituzionale n. 62 dell'8 febbraio 1991 che, nel dichiarare l'illegittimità dell'art. 3 comma 5 D.L. n. 376 del 1980 convertito legge n. 874 del 1980, ha precisato che "il riferimento, per la determinazione della indennità di occupazione, alla misura di quella per l'espropriazione non contrasta in linea di principio con la garanzia prevista nell'art. 42, terzo comma, Cost., sempre che la misura della indennità posta a base del computo sia congrua e la percentuale prevista ragionevole".

E neppure si può opporre che dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 5 del 5 gennaio 1980, la regola di cui al terzo comma dell'art. 20 legge n. 865 del 1971 attiene ad un limitato numero di fattispecie espropriative, una volta, che comunque, il suo precetto non è stato espunto totalmente dall'ordinamento positivo.

Ne discende che le norme prima richiamate si configurano non già quale disposizioni eccezionali, ma come precetti esponenziali del corrispondente principio già insito nel sistema positivo in tema di espropriazioni in genere, e di occupazioni preliminari in particolare.

Ebbene, di fronte a questo dato, l'armonia del sistema esige che per tutte indistintamente le occupazioni preliminari, qualunque siano le caratteristiche dell'immobile occupato, l'opera da realizzare, il soggetto occupante, la relativa indennità debba essere determinata con riferimento ad un valore del bene occupato determinato secondo i criteri da adottarsi ai fini della liquidazione della indennità spettante per l'espropriazione prevista come momento finale del procedimento ablativo strumentale alla realizzazione dell'opera pubblica per la cui esecuzione si è proceduto all'occupazione. Con una formula sintetica, in una misura percentuale della concreta indennità spettante (o che sarebbe spettata) per la preventivata espropriazione del bene occupato.

Tanto, a definitiva ragione, in quanto non è dato individuare una qualsiasi plausibile spiegazione del perché mentre per talune aree l'indennità di occupazione deve essere commisurata all'indennità per l'espropriazione dello stesso bene determinata in base a criteri diversi e più limitati rispetto a quello corrispondente al giusto prezzo in un libero mercato, per altre aree l'indennità debba essere commisurata al valore venale del bene stesso.»»


CASS 14051/2008: «« 3.1. - Il secondo mezzo di annullamento attiene, invece, alla statuizione in tema di indennità di occupazione.

Ad avviso del ricorrente anche questa pronuncia è inficiata da due distinti vizi.

Sul piano formale ed assorbente, dalla violazione dell'art. 112 c.p.c., e del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato. Infatti, si sostiene, nell'attribuire al Sanna tale indennità la Corte territoriale ha deciso extra petita stante tanto "l'assenza di ogni rituale domanda in ordine a detta indennità", quanto l'impossibilità di ritenere che la domanda fosse ricompresa in quella diretta alla indennità di espropriazione, atteso che l'indennità di occupazione "si fonda su titoli e presupposti diversi rispetto all'indennità di esproprio, e può essere richiesta e determinata anche separatamente ancor prima ed indipendentemente dalla pronuncia del decreto di espropriazione".

Sul piano sostanziale, dalla circostanza che l'indennità di occupazione è stata liquidata secondo il criterio degli interessi sulla concreta indennità di esproprio parametrata al valore venale dell'area occupata, di modo che non può che essere "riliquidata e riferita alla nuova indennità di esproprio da determinarsi in base ai nuovi criteri dettati dalla sopravvenuta legge n. 359 del 1992".

3.2. - In ordine alla censura formulata nel primo profilo del mezzo, dagli atti processuali - che questa Corte di legittimità può apprezzare direttamente dovendo pronunciare sulla denuncia di un error in procedendo - risulta certo, innanzitutto, che in sede di precisazione delle conclusioni (puntualmente riportate nell'epigrafe della sentenza impugnata) il Sanna chiese espressamente alla Corte messinese di determinare anche il giusto ammontare della indennità di occupazione e di condannare i convenuti in solido al pagamento dell'importo così accertato. (...) Stante i limiti della censura, il thema devoluto a questa Corte di legittimità risulta circoscritto alla questione se - fermo restando che nella specie l'indennità di occupazione deve essere determinata in misura pari all'ammontare degli interessi legali sul valore del bene occupato - questo valore debba sempre corrispondere a quello posto a base della indennità spettante per la successiva espropriazione del bene stesso anche quando, ai fini di quest'ultima indennità, siffatto "valore" non coincida con quello venale, ma debba essere determinato in base a diversi e più limitati parametri. (...) Il principio è stato giustificato con la ragione che, avendo la disciplina dettata dall'art. 13 legge n. 2892 del 1885 portata derogatoria rispetto alla regola generale della parametrazione dell'indennità di espropriazione al valore venale fissata nell'art. 39 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, siffatta caratterizzazione ne impedisce l'applicazione in via estensiva od analogica alla indennità di occupazione. Infatti, l'interpretazione estensiva rimane preclusa dalla diversità ontologica degli istituti, rispettivamente, della espropriazione e di occupazione d'urgenza, una volta che quest'ultima, quand'anche sia preordinata all'espropriazione, ha rispetto a questa figura ablatoria autonomia sia funzionale (in quanto mira ad assicurare la disponibilità di fatto dell'immobile al soggetto interessato) che procedimentale; quella analogica è preclusa a norma dell'art. 14 delle preleggi, stante il suo carattere eccezionale rispetto alla regola generale posta dall'art. 39 legge n. 2359 del 1865.

b) In ordine alla ipotesi in cui l'indennità di espropriazione debba essere determinata sulla base del criterio fissato nell'art. 5-bis legge n. 359 del 1992 sussiste, invece, contrasto.

Mutuando gli argomenti recepiti in funzione della soluzione data alla precedente ipotesi, è stato affermato che la disposizione dell'art. 5-bis non influisce sulla indennità di occupazione, trattandosi di norma non applicabile analogicamente a fattispecie diversa da quella per la quale è stata posta, in quanto derogatoria al principio generale fissato nell'art. 39 legge n. 2359 del 1865 (così: Cass., 6 luglio 1996, n. 6223, 5 maggio 1995, n. 4914).

Ma è stato anche affermato il principio opposto, alla stregua del rilievo che una volta che ai fini della espropriazione il valore dell'immobile deve essere determinato sulla base del nuovo criterio, tale valore non può che essere posto a base anche della liquidazione della indennità di occupazione (v. tra le edite, Cass., 27 gennaio 1995, n. 1014). (...) 3.3.3.2. - La formula di questa norma, apparentemente anodina e neutra, ove valutata con specifico riguardo alle occupazioni preordinate alle espropriazioni, indirizza in realtà perla conclusione che all'immobile deve essere attribuito il medesimo valore ai fini sia dell'indennità per la sua occupazione che a quella per la sua espropriazione; ossia che l'indennità di occupazione deve essere commisurata ad un valore dell'immobile occupato da identificarsi sulla base della applicazione delle medesime regole positive alla cui stregua deve essere fissato il valore dello stesso immobile al fine della liquidazione della indennità per la espropriazione cui l'occupazione stessa è strumentale.

Alla conclusione conducono in modo univoco e convergente tutti i canoni ermeneutici.

I) In primo luogo, il dato letterale.

In particolare, la constatazione che il quarto comma dell'art. 72 rinvia alle norme dettate nel Capo IV del Titolo I della stessa fonte legislativa; ed il rilievo che, posto che questo capo disciplina la materia della indennità di espropriazione ed il modo di determinarla, col rinvio la norma viene a fissare un collegamento tra le due indennità, e fa diventare l'indennità di occupazione riflesso di quella di espropriazione. (...) Il rinvio alle disposizioni di cui al quarto comma dell'art. 72 è limitato alle regole in tema di indennità di espropriazione dettate nel Capo IV del Titolo I della stessa legge, sicché non può riguardare anche la disposizione di cui all'art. 68: sia perché questa è contenuta nel Capo I del Titolo II (riguardante le occupazioni temporanee per l'approvvigionamento dei materiali e per lo sfruttamento temporaneo di altre utilità del fondo occupato); sia perché essa attiene non già alla indennità di espropriazione, bensì a quella di occupazione con limitato ed esclusivo riferimento alle occupazioni previste nel precedente art. 64; e sia perché, diversamente opinando, il rinvio alle disposizioni in tema di indennità di espropriazione non avrebbe alcun senso, una volta che la disciplina circa il modo di determinare l'indennità di occupazione era già fissata in una apposita norma. (...) Certo, è, comunque, che l'omogeneità funzionale e procedimentale delle indennità per l'occupazione e l'espropriazione porta necessariamente a ritenere che l'indennità di occupazione non possa che essere un riflesso di quella di espropriazione; e, in definitiva, che - salvo che non sia diversamente disposto in modo espresso - entrambe non possano che essere determinate sulla medesima base e, dunque, con riferimento ad un identico valore dell'immobile.

Ne consegue pianamente che la lettura del precetto del quarto comma dell'art. 72 legge n. 2359 del 1865 qui accolta trova conferma anche nella ricostruzione sistematica della natura propria dei provvedimenti ablatori dei quali si tratta.

V) Detta interpretazione, infine, è definitivamente avvalorata, se non addirittura imposta, dai principi emergenti da specifiche norme dell'ordinamento positivo e dal sistema da esse delineato.

In questo senso presentano notevole valenza le disposizioni legislative che, nel disciplinare in modo espresso i criteri per la determinazione della indennità di occupazione preordinate ad espropriazioni speciali, stabiliscono che debba essere fissata in una percentuale (variamente stabilita) della indennità di espropriazione. Ad esempio, l'art. 20 comma 3 legge n. 865 del 1971; il combinato disposto degli art. 80 comma 6 legge n. 219 del 1981 e art. 2 legge n. 385 del 1980; il combinato disposto dell'art. 3 comma 5 D.L. 26 novembre 1980, n. 776 (recante provvedimenti urgenti in favore delle popolazioni colpite dal terremoto del novembre 1980) convertito con modificazioni in legge 22 dicembre 1980, n. 874.
Per vero, manifestamente, siffatte disposizioni costituiscono puntuale applicazione del principio secondo cui l'indennità per l'occupazione preliminare costituisce un riflesso di quella di espropriazione, si che deve essere ancorata ad un valore del bene determinato in modo omogeneo: nel senso, cioè, che il valore che è (o che dovrebbe essere) assunto a base della indennità per l'espropriazione (ove il relativo provvedimento fosse pronunciato) costituisce il parametro di riferimento anche della indennità di occupazione.

Né si può opporre che l'art. 20 legge n. 865 del 1971 e l'art. 3 comma 5 D.L. n. 376 del 1980 convertito in legge n. 874 del 1980 sono stati dichiarati incostituzionali. Il vero è, infatti, che la declaratoria di incostituzionalità inerisce non già al criterio di calcolo della indennità di occupazione fissato in una percentuale di quella di espropriazione, sibbene ed esclusivamente, alle concrete modalità di determinazione del "valore" dell'immobile ai fini della indennità di espropriazione. Tanto, del resto, è stato espressamente chiarito nella sentenza della Corte Costituzionale n. 62 dell'8 febbraio 1991 che, nel dichiarare l'illegittimità dell'art. 3 comma 5 D.L. n. 376 del 1980 convertito legge n. 874 del 1980, ha precisato che "il riferimento, per la determinazione della indennità di occupazione, alla misura di quella per l'espropriazione non contrasta in linea di principio con la garanzia prevista nell'art. 42, terzo comma, Cost., sempre che la misura della indennità posta a base del computo sia congrua e la percentuale prevista ragionevole".

E neppure si può opporre che dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 5 del 5 gennaio 1980, la regola di cui al terzo comma dell'art. 20 legge n. 865 del 1971 attiene ad un limitato numero di fattispecie espropriative, una volta, che comunque, il suo precetto non è stato espunto totalmente dall'ordinamento positivo.

Ne discende che le norme prima richiamate si configurano non già quale disposizioni eccezionali, ma come precetti esponenziali del corrispondente principio già insito nel sistema positivo in tema di espropriazioni in genere, e di occupazioni preliminari in particolare.

Ebbene, di fronte a questo dato, l'armonia del sistema esige che per tutte indistintamente le occupazioni preliminari, qualunque siano le caratteristiche dell'immobile occupato, l'opera da realizzare, il soggetto occupante, la relativa indennità debba essere determinata con riferimento ad un valore del bene occupato determinato secondo i criteri da adottarsi ai fini della liquidazione della indennità spettante per l'espropriazione prevista come momento finale del procedimento ablativo strumentale alla realizzazione dell'opera pubblica per la cui esecuzione si è proceduto all'occupazione. Con una formula sintetica, in una misura percentuale della concreta indennità spettante (o che sarebbe spettata) per la preventivata espropriazione del bene occupato.

Tanto, a definitiva ragione, in quanto non è dato individuare una qualsiasi plausibile spiegazione del perché mentre per talune aree l'indennità di occupazione deve essere commisurata all'indennità per l'espropriazione dello stesso bene determinata in base a criteri diversi e più limitati rispetto a quello corrispondente al giusto prezzo in un libero mercato, per altre aree l'indennità debba essere commisurata al valore venale del bene stesso. »»


CASS 14051/2008: «« Quanto all'indennità di occupazione, il Giudice del rinvio rilevava che, non essendo più discutibile il criterio di liquidazione, per via del giudicato, la rideterminazione dell'indennità di esproprio comportava la necessaria rideterminazione dell'indennità di occupazione.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso in Cassazione il Ministero delle Infrastnitture e Trasporti (già dei LL.PP.), con atto notificato il 21.7.2003. In qualità di resistenti, i sigg. M., G. e R., come indicati in epigrafe, proponevano ricorso incidentale (notificato il 13.10.2003), deducendo violazione e falsa applicazione dell'art. 336 c.p.c., e dell'art. 2909 c.c., e motivazione contraddittoria, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., nn. 4, 3 e 5, in relazione alla determinazione dell'indennità di occupazione. (...) Neppure può parlarsi di carenza o insufficienza della motivazione, ove si osservi che la sentenza impugnata appare sul punto esauriente e puntuale, basata su argomenti coerenti e logici che danno esatto conto della ragioni che hanno indotto la Corte torinese a concludere per l'edificabilità dell'area. 5. Il terzo motivo di ricorso appare volto a censurare la violazione degli artt. 2909 c.c., 336 c.p.c., e L. 25 giugno 1865, n. 2359, artt. 71 e 72, e L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 20, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3. La sentenza di rinvio sarebbe da censurare per avere la Corte erroneamente ritenuto coperti da giudicato i criteri di liquidazione, che stabilivano interessi legali annui sul valore venale dell'immobile, applicati dalla precedente sentenza di merito. In base al disposto dell'art. 336 c.p.c., e per effetto della pronuncia della Cassazione n. 3717/98, la sentenza di rinvio avrebbe dovuto procedere ex novo ed integralmente alla liquidazione dell'indennizzo, in applicazione della regola che prevede sia ragguagliata l'indennità di occupazione ad una percentuale della somma rappresentata dall'indennità di esproprio, così come affermato da Cass. S.U. n. 493/98 ed altre.

6. Prima di procedere all'esame del motivo così articolato dalla difesa del ricorrente principale, è opportuno riassumere il ricorso incidentale dei resistenti. Infatti, le motivazioni svolte in ordine al terzo motivo di ricorso del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti inducevano i resistenti M.C.M., M. M., G.R., R.C., R. L., R.G. e R.P. a proporre ricorso incidentale, deducendo l'asserita violazione e falsa applicazione dell'art. 336 c.p.c.. e dell'art. 2909 c.c., nonchè motivazione contradditoria, vizi deducibili a norma dell'art. 360 c.p.c., n. A, n. 3 e n. 5 c.p.c..

Secondo i ricorrenti in via incidentale la Corte di Cassazione aveva il potere - dovere di procedere all'esame diretto degli atti giudiziari, al fine di acquisire tutti gli elementi necessari per procedere alla pronuncia richiesta. Il giudicato interno era rilevabile d'ufficio da parte della Cassazione, la quale avrebbe dovuto esaminare gli atti per stabilire se sussistessero i presupposti di fatto. La sentenza impugnata riteneva che, poichè era stato determinato un nuovo e minore valore dei beni espropriati, e poichè la liquidazione dell'indennità di occupazione era stata calcolata sulla base degli interessi legali ragguagliati al valore venale dei terreni, la nuova determinazione dell'indennità di esproprio doveva comportare una nuova determinazione dell'indennità di occupazione. La cassazione della sentenza relativamente al punto determinazione del valore venale dei beni avrebbe spiegato efficacia anche sulla parte dedicata alla base di calcolo per l'indennità di occupazione, e tale questione avrebbe dovuto essere sollevata d'ufficio, vista la tardività del rilievo della stessa da parte del Ministero. Lamentavano i ricorrenti l'erroneità delle osservazioni del Giudice del rinvio, in quanto il capo della sentenza con il quale era stata riconosciuta la spettanza e liquidata l'indennità di occupazione, era indipendente da quello con cui era stata riconosciuta la spettanza e liquidata l'indennità di esproprio (citavano sul punto Cass. 9.2.2000 n. 1422). Il diritto alla percezione dell'indennità di occupazione esisteva a prescindere dal diritto a percepire l'indennità di esproprio, contrariamente a quanto osservato dal Giudice del rinvio, secondo cui il diritto alla percezione dell'indennità di esproprio era presupposto per la percezione dell'indennità di occupazione. Pertanto, la riforma dell'uno non esplicava alcun effetto sull'altro; da qui la considerazione dell'erronea applicazione dell'art. 336 c.p.c., in luogo dell'applicazione dell'art. 2909 c.c.. La Corte d'Appello aveva correttamente rilevato la non attinenza all'indennità di occupazione dell'impugnativa per cassazione del Ministero, e che la pronuncia rescindente aveva inciso sui criteri da applicare alla determinazione del valore venale dei beni come uno dei due valori su cui calcolare l'indennità di esproprio. In contraddizione con tali enunciazioni, aveva affermato che la rideterminazione del valore venale, in ordine alla determinazione dell'indennità di esproprio, avrebbe prodotto effetti anche sull'indennità di liquidazione, cioè su un bene diverso rispetto a quello su cui si era pronunciata la sentenza rescindente. I sigg. M., G. e R. chiedevano pertanto che fosse dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero.

Chiedevano inoltre l'accoglimento del ricorso incidentale proposto e la cassazione della sentenza impugnata, oltre al riconoscimento delle spese del giudizio di legittimità. 7. Per resistere al summenzionato ricorso incidentale avanzava controricorso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sulla base dell'infondatezza dell'unico motivo di ricorso, secondo il quale era da ritenersi indipendente l'indennità di occupazionedall'indennità di esproprio.

Sosteneva il Ministero come la Corte Suprema, con la pronuncia a Sezioni Unite del 20.1.1998, n. 493, ed altre successive, avesse stabilito, in caso di vertenze concernenti l'occupazione temporanea d'urgenza, finalizzata alla realizzazione di un'opera pubblica ed al conseguente esproprio dei terreni necessari, che la relativa indennità dovesse essere calcolata come una parte di quella dell'esproprio, costituendone accessorio, con riguardo al vincolo strumentale e di continuità funzionale tra l'occupazione in parola e la definitiva ablazione della proprietà. Sosteneva altresì il Ministero la necessità di dare applicazione a tali principi, tenuto conto che unica questione da decidere era la quantificazione dell'indennità d'occupazione, da cui la tangibile dipendenza della stessa dalla determinazione dell'indennità di esproprio. Asseriva inoltre l'erronea invocazione, da parte dei ricorrenti, della pronuncia della Cassazione n. 1422/2000, poichè questa aveva trattato un caso opposto a quello di specie, avendo avuto ad oggetto la relativa impugnazione solo la statuizione dipendente. Concludeva il resistente negando il vizio di contraddittorietà denunciato, in quanto appariva logico il ragionamento del Giudice del rinvio sul punto in cui, rideterminato il valore venale dell'immobile, aveva fissato al corrispondente ammontare la base su cui commisurare gli interessi annui; chiedeva pertanto il rigetto del suesposto ricorso incidentale, con le conseguenti statuizioni.

8. Il ricorso formulato nell'interesse dei resistenti deve essere qualificato come incidentale condizionato. Il suo esame è, infatti, condizionato all'accoglimento del terzo motivo del ricorso principale. Ora, questa Corte ritiene che il terzo motivo articolato dalla difesa del Ministero sia infondato e che conseguentemente risulti assorbito il ricorso incidentale.

Deve infatti essere considerato che la Corte d'appello con la sentenza qui impugnata ha rilevato che la precedente sentenza di merito aveva liquidato l'indennità di occupazione calcolando gli interessi sul valore di mercato dei beni espropriati; tale criterio di calcolo non era stato contestato nel ricorso per cassazione proposto proprio dal Ministero, che non aveva sostenuto che la base di calcolo dell'indennità di occupazione dovesse essere rappresentata dall'indennità di espropriazione, anzichè dal valore di mercato dei terreni occupati. Nel giudizio di rinvio, quindi, la Corte territoriale riteneva correttamente che, essendo stato determinato un nuovo e minor valore venale rispetto alla precedente statuizione, posto che nel precedente giudizio di merito la liquidazione dell'indennità di occupazione era stata fatta sulla base del valore venale dei terreni, la nuova determinazione dell'indennità di occupazione dovesse essere effettuata sulla base di tale nuovo valore venale. Ciò in quanto la cassazione della sentenza in punto determinazione del valore venale dei beni (con riferimento al quantum di tale valore) non travolgeva la metodologia seguita nel precedente giudizio di merito e da nessuno impugnata circa la determinazione dell'indennità di occupazione sul valore venale. »»


CASS 10165/2003: «« Con atto di citazione notificato il 16-17 ottobre 1991 Vincenza, Immacolata e Pasquale Cataldo, Francesca Romana Topa, Anna Maria Roscetti nella qualità di tutrice della minore Mariangela Topa, Lydia Attianese in proprio e quale legale rappresentante della figlia minore Anna Cataldo, nonché Antonio e Diego Cataldo convenivano in giudizio dinanzi alla Giunta Speciale per le Espropriazioni presso la Corte d'Appello di Napoli il Consorzio Edina e la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Funzionario Delegato C.I.P.E. proponendo opposizione contro l'indennità di espropriazione e per la determinazione della giusta indennità di occupazione relative a parte degli immobili loro appartenenti in proprietà indivisa siti in Napoli, alla Via Benedetto Brin, in catasto al foglio 147, particelle 137 e 138, occupate in data 3 novembre 1987 rispettivamente per mq. 35 e mq. 160 e per le quali era stata liquidata un'indennità di L. 12.878.775.

Con sentenza del 22 dicembre 1997 - 27 gennaio 1998 la Giunta Speciale adita escludeva preliminarmente la legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri, respingeva l'eccezione secondo cui nessuna somma poteva essere liquidata a titolo di indennità di occupazione e determinava la indennità di espropriazione in L. 29.310.000 e quella di occupazione nella somma corrispondente all'importo degli interessi legali sul valore di mercato degli immobili espropriati, determinato in L. 58.500.000, con decorrenza dal 3 novembre 1987 sino alla pubblicazione della sentenza e con gli ulteriori interessi legali sino alla data del deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti della differenza tra le somme liquidate e quelle già depositate. (...) Il ricorrente principale ha proposto una serie di censure con le quali deduce, rispettivamente, la mancata prova della legittimazione attiva (primo motivo); l'errata individuazione del momento di riferimento per la determinazione del valore dei beni espropriati (secondo motivo); il difetto di giurisdizione della Giunta Speciale in ordine alla liquidazione dell'indennità di occupazione, la quale, inoltre, nella specie non sarebbe dovuta, e, in subordine, sarebbe stata liquidata secondo criteri non condivisibili (terzo motivo); il difetto di giurisdizione e della competenza funzionale della Giunta Speciale (quarto motivo); il difetto di legittimazione passiva (quinto motivo); la mancanza di prova da parte degli attori della qualità di proprietari degli immobili e, in subordine, del mancato godimento dei benefici previsti dalla legge n. 219 del 1981 (sesto motivo); l'errata liquidazione dell'indennità di occupazione (settimo motivo). I ricorrenti incidentali censurano unicamente la ritenuta esclusione della legittimazione passiva concorrente del Funzionario Delegato C.I.P.E.

Nella memoria illustrativa, infine, il Consorzio Edina ha chiesto l'annullamento della sentenza impugnata in quanto pronunciata dalla Giunta Speciale per le Espropriazioni presso la Corte d'Appello di Napoli nella sua composizione dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza in data 25 luglio 2002, n. 393.

Deve osservarsi al riguardo che, contrariamente a quanto mostra di ritenere il ricorrente, la dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 17 del D.L.Lgt. 27 febbraio 1919, n. 219, è del tutto improduttiva di effetti nel presente giudizio.

La dedotta censura è infatti inammissibile in quanto la nullità della sentenza per difetto di costituzione del giudice, previa eccezione di illegittimità costituzionale della normativa dettata in materia, non è mai stata sottoposta all'esame del giudice di merito e costituisce questione nuova, sollevata per la prima volta nel giudizio di legittimità e per di più tardivamente, con riferimento ad una pronuncia di incostituzionalità intervenuta dopo la notificazione del ricorso per cassazione.

Passando all'esame del ricorso principale ragioni di ordine logico inducono ad esaminare innanzi tutto le questioni di giurisdizione e competenza funzionale del giudice adito (terzo e in parte quarto motivo), quindi le questioni sollevate con riferimento alla legittimazione attiva e alla legittimazione passiva (primo, quinto e sesto motivo e ricorso incidentale), e, infine, le questioni relative al momento di riferimento per la valutazione del bene espropriato (secondo motivo) e quelle relative alla spettanza e alla determinazione della indennità di occupazione (terzo motivo in parte, e settimo motivo).

Il Consorzio sostiene innanzi tutto che l'art. 80 della legge n. 219 del 1981 avrebbe escluso dalla giurisdizione della Giunta Speciale le cause relative all'opposizione alla stima dell'indennità di espropriazione e che, in ogni caso, la norma anzidetta non conterrebbe alcun riferimento alla liquidazione dell'indennità di occupazione.

Le questioni sono state ripetutamente esaminate dalle Sezioni Unite che hanno costantemente ribadito che rientrano nella giurisdizione della Giunta Speciale presso la Corte d'Appello di Napoli tutte le controversie in materia di espropriazione per la realizzazione in Napoli del programma straordinario di edilizia residenziale per le aree terremotate (SS.UU. 2 marzo 1999, n. 111; 14 luglio 2000, n. 495) e in materia di indennità di occupazione legittima (SS.UU. 2 marzo 1999, n. 110) la cui spettanza non incontra preclusioni nella legge n. 219 del 1981 (SS.UU. 1° giugno 2000, n. 388) e tale orientamento va confermato non essendo state addotte dal ricorrente argomentazioni di tale postata che inducano a riesaminarne il fondamento.

Per quanto attiene alla individuazione dei soggetti legittimati nei giudizi di opposizione alla stima, con particolare riferimento a quelli relativi alle espropriazioni nelle aree terremotate, viene contestata la legittimazione sia attiva che passiva sotto il duplice profilo della legittimazione del Consorzio e, in subordine, della legittimazione concorrente del Funzionario C.I.P.E., invocata dai ricorrenti incidentali.

Per quanto attiene alla legittimazione degli attori il Consorzio sostiene che il ricorso avrebbe dovuto esser dichiarato inammissibile in mancanza di prova dei titoli di proprietà, della rispettiva quota di appartenenza e della sua riferibilità a beni comuni, oggetto di eventuale divisione, e, infine, della mancata erogazione in loro favore di alcuno dei benefici previsti dalla legge n. 219 del 1981.

Le censure non hanno fondamento poiché, innanzi tutto, la legittimazione ad opporsi contro la stima dell'indennità di occupazione e di espropriazione va riconosciuta al soggetto indicato negli atti del procedimento ablatorio come proprietario del bene e che, i quanto tale, è titolare del credito indennitario dedotta in giudizio senza alcuna necessità di prova in ordine alla titolarità del diritto di proprietà o di altro diritto reale, vertendosi in tema di azione a tutela di posizioni creditorie e non di azione di rivendicazione o, comunque di azione reale (Cass. 30 febbraio 1994, n. 1116; 22 aprile 1998, n. 4082), come è confermato, del resto, dalla considerazione che la legge attribuisce al prefetto l'accertamento della libertà e della proprietà dell'immobile espropriato che si configura esclusivamente come condizione per il rilascio del nulla asta al pagamento delle indennità depositate presso la Cassa Depositi e Prestiti (art. 12, comma 4, della legge n. 865 del 1971). (...) In relazione all'indennità di occupazione il ricorrente si duole che le eccezioni formulate al riguardo nel giudizio di merito siano state disattese dalla sentenza impugnata senza alcuna motivazione e le ripropone sostenendo rispettivamente che l'indennità di occupazionedovrebbe essere commisurata all'importo dell'indennità di espropriazione, che la Giunta Speciale difetterebbe di giurisdizione al riguardo, che il consorzio sarebbe privo di legittimazione passiva, che nulla spetterebbe nella specie a titolo di indennità di occupazione in mancanza di prova circa l'avvenuto spossessamento dei proprietari del bene e comunque che l'indennizzo sarebbe compreso nell'indennità prevista per l'espropriazione, che tale indennità non potrebbe essere ancorata al valore venale dell'immobile ma sarebbe disciplinata dall'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992 e che non spetterebbero gli interessi sulla somma liquidata a titolo di indennità di occupazione (terzo motivo); si duole in particolare dell'erronea determinazione dell'indennità, che sarebbe stata effettuate sulla base di erronei criteri di liquidazione (settimo motivo); ripropone quindi tali eccezioni nei cui confronti i controricorrenti eccepiscono l'inammissibilità del terzo motivo del ricorso principale che, esaurendosi nella mera riproposizione delle eccezioni proposte contro i motivi di opposizione alla stima, non svolgerebbe alcuna censura contro la motivazione della sentenza impugnata.

L'eccezione di inammissibilità non ha fondamento poiché il Consorzio - diversamente da quanto ritenuto dai controricorrenti - ha dedotto una specifica censura che integra gli estremi del vizio di omessa motivazione su punti decisivi della controversi e, ciò chiarito, non può invocarsi nella specie la non deducibilità del vizio di motivazione nei confronti delle sentenze della Giunta Speciale che sono ricorribili per cassazione con il ricorso straordinario ai sensi dell'art. 111 Cost., e quindi solo per violazione di legge, poiché tale limite opera unicamente nei confronti del vizio di motivazione che cada su questioni di fatto.

Le numerose doglianze mosse contro la spettanze e la liquidazione dell'indennità di occupazione legittima costituiscono in gran parte riproposizione di censure già esaminate e decise in senso negativo nell'esame dei precedenti motivi di ricorso, essendo già stata affermata la giurisdizione della Giunta Speciale e la legittimazione passiva del Consorzio: resta perciò da accertare se essa spetti per i beni destinati alla realizzazione del programma di edilizia residenziale per le aree terremotate del Comune di Napoli, se sia stata determinata secondo corretti criteri di liquidazione con riferimento sia al suo ammontare sia alla sua decorrenza, e se sul suo importo decorrano interessi legali.

Il ricorrente afferma che l'indennità di occupazione non spetta agli opponenti poiché la legge n. 219 del 1981 nulla prevede al riguardo; sostiene, in subordine, che essa decorrerebbe solo dalla data dell'effettivo spossessamento del bene con prova a carico dell'opponente e dovrebbe essere calcolata sull'importo dell'indennità di espropriazione riconosciuta dalla Giunta speciale senza alcuna maggiorazione a titolo di interessi; contesta quindi le determinazioni della sentenza impugnata che hanno liquidato un importo corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore di mercato degli immobili espropriati con decorrenza alla data della perdita del possesso, fatta coincidere con quella dell'ordinanza do occupazione d'urgenza sino alla pubblicazione della sentenza e con gli interessi ulteriori sino alla data dell'effettivo deposito della somma presso la Cassa Depositi e Prestiti.

Le censure meritano in parte accoglimento.

Va innanzi tutto escluso che la legge n. 219 del 1981 deroghi al principio generale secondo cui ogni occupazione temporanea e d'urgenza ingenera un'obbligazione indennitaria diretta a compensare il mancato godimento del bene per tutta la durata della sua indisponibilità, poiché l'art. 80 di detta legge prevede la corresponsione di tutte le indennità di cui alla legge n. 385 del 1980, e quindi anche dell'indennità di occupazione prevista dall'art. 2, che non è assorbibile perciò nell'indennità di espropriazione (SS.UU. 25 maggio 1995, n. 5804); né tale principio potrebbe subire deroga per effetto di ordinanze commissariali poiché, a norma dell'art. 84 della legge n. 219 del 1981, il potere di ordinanza attribuito agli organi straordinari è assoggettato, tra l'altro, alle norme del titolo ottavo di detta legge, tra le quali è compreso l'art. 80 (SS.UU. 1° giugno 2000, n. 388).

Occorre altresì precisare che il periodo di occupazione legittima decorre dal giorno dell'emanazione del decreto che la autorizza, il quale determina la immediata ed automatica compressione del diritto dominicale a favore dell'occupante, restando irrilevanti sia l'anteriorità delle operazioni preliminari per la compilazione dello stato di consistenza, sia l'eventuale posteriorità della materiale apprensione del bene che segue alla immissione in possesso da parte dell'occupante (Cass. 6 novembre 1998, n. 11158).

Essa va calcolata e determinata in misura corrispondente ad una percentuale, legittimamente riferibile al tasso degli interessi legali, dell'indennità dovuta per l'espropriazione dei beni occupati anche nei casi in cui - come nella specie - questa debba essere calcolata con criteri speciali, come quelli di cui all'art. 13 della legge n. 2892 del 1885, richiamato dall'art. 80 della legge n. 219 del 1981 (SS.UU. 6 giugno 2000, n. 408).

Detta indennità dev'essere calcolata per periodi annuali e corrisposta anno per anno e gli interessi su tale indennità decorrono dalla scadenza di ciascuna annualità, quale momento di maturazione del relativo diritto, sino all'adempimento dell'obbligazione principale con il deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti (SS.UU. 5 febbraio 1999, n. 27; Cass. 19 luglio 2002, n. 10535).

L'errata liquidazione dell'indennità di occupazione da parte della Giunta Speciale comporta perciò la cassazione della sentenza impugnata nei limiti meglio innanzi specificati.

In conclusione, perciò, previo rigetto del ricorso incidentale, meritano parziale accoglimento il terzo e il settimo motivo del ricorso principale e, conseguentemente, la sentenza impugnata dev'essere cassata limitatamente ai mezzi accolti, e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito con la corretta determinazione dell'indennità di occupazione.

I modesti limiti dell'accoglimento delle censure del ricorrente principale costituiscono giusta causa di compensazione delle spese giudiziali tra il Consorzio e gli opponenti, tenuti entrambi in solido, atteso l'interesse comune alla lite, al loro pagamento nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Funzionario Delegato C.I.P.E.

P.Q.M.

La Corte, decidendo a sezioni unite, riunisce i ricorsi; rigetta il primo, il secondo, il quarto, il quinto e il sesto motivo del ricorso principale nonché il ricorso incidentale; accoglie per quanto di ragione il terzo e il settimo motivo del ricorso principale, cassa la sentenza impugnata nei limiti dei mezzi accolti e, pronunciando nel merito, determina l'indennità di occupazione legittima spettante agli opponenti in misura corrispondente al saggio degli interessi legali sull'indennità di espropriazione »»

CASS 10535/2002: «« Con il primo motivo del ricorso incidentale che per il suo evidente carattere pregiudiziale, va esaminato con precedenza, il comune di Scandicci, denunciando violazione dell'art. 39 cod. proc. civ. censura la sentenza impugnata per non aver dichiarato l'eccepita continenza della controversia con quella precedentemente intrapresa dalla Santi e dai Pagliarulo dinanzi al Tribunale di Firenze per ottenere il risarcimento del danno a causa dell'asserita occupazione espropriativa del medesimo terreno da parte di esso comune, posto che detto giudice era competente anche a provvedere alla liquidazione dell'indennità di occupazione temporanea richiesta in questo giudizio.

Tale motivo è inconsistente

La continenza di cause, prevista dal secondo comma dell'art. 39 cod. proc. civ., postula che, tra le cause, fra identici soggetti, contemporaneamente pendenti innanzi a giudici diversi, esista non soltanto una differenza quantitativa di "petitum" ma anche identità di "causa petendi", funzione della norma essendo quella di prevenire giudicati eventualmente contraddittori; laddove nel caso la domanda di determinazione dell'indennità di espropriazione si configura, rispetto a quella di risarcimento del danno da occupazione illegittima, come ontologicamente diversa, poiché il fatto costitutivo del diritto fatto valere (c.d. "causa petendi") è rappresentato, quanto alla prima, dalla tempestiva emissione di un provvedimento ablatorio, ancorché sia mancata la stima amministrativa dell'indennità, mentre nella seconda è costituito da un comportamento illecito della Pubblica Amministrazione (Cass. 11344/2001; 4485/1998). E, d'altra parte la domanda di determinazione dell'indennità di occupazione è devoluta dall'art. 20 della legge 865 del 1971 alla speciale competenza in unico grado della Corte di appello sicché le norme sulla continenza non sono nel caso comunque invocabili perché la causa asseritamente contenuta è oggetto di competenza inderogabile per materia e non rientra, perciò, nella cognizione del Tribunale di Firenze competente, secondo la stessa amministrazione ricorrente a conoscere della richiesta risarcitoria in conseguenza della dedotta occupazione acquisitiva dei loro terreni proposta dai Pagliarulo e dalla Santi.

Con i primi tre motivi del ricorso principale, quest'ultima deducendo violazione degli art. 20 della legge 865 del 1971 e 5 bis della legge 359 del 1992, nonché difetto di motivazione addebita alla sentenza impugnata di avere applicato la disposizione dell'art. 20 suddetta dichiarata incostituzionale, invece di quelle della legge 2359 del 1865 che prevede la liquidazione dell'indennità sulla base del valore venale del bene; e di non aver considerato che l'occupazione era cessata il 2 settembre 1994 sicché alla stessa non era applicabile né il comma 6^ dell'art. 5 bis della legge 359 del 1992, introdotto soltanto dalla legge 549 del 1995, né il comma 7^ riguardante l'indennità di espropriazione. Identiche censure formulano i Pagliarulo con il primo motivo del loro ricorso che si articola in più profili.

Anche questi motivi sono infondati.

La Corte di appello non ha applicato affatto per il calcolo dell'indennità, il criterio di cui al 3^ comma dell'art. 20 della legge 865 del 1971, dichiarato incostituzionale nella parte in cui si riferiva anche alle aree con destinazione edificabile, bensì (come riconosce la stessa Santi con il secondo e terzo mezzo), detto indennizzo ha determinato nella misura degli interessi legali annui sul valore dell'immobile, considerato quale area edificabile, calcolato in base al criterio riduttivo introdotto dall'art. 5 bis della legge 359 del 1992 per tale genere di aree.

Le Sezioni Unite di questa Corte, infatti, con la recente sentenza n. 493/98, risolvendo il contrasto insorto circa l'incidenza della normativa posta dall'art. 5 - bis d.l. n. 333/92 (convertito, con modificazioni, nella legge n. 359/92) sulla determinazione dell'indennità di occupazionetemporanea e d'urgenza, hanno affermato che detta indennità deve essere liquidata in misura corrispondente ad una percentuale dell'indennità che è (o sarebbe) dovuta per l'espropriazione dell'area occupata, finalizzata all'opera pubblica, calcolata secondo i criteri fissati dall'ordinamento positivo per tale indennità. Ne deriva che, ove l'occupazione di un'area sia preordinata ad un'espropriazione la cui indennità è calcolata secondo il criterio fissato dal citato art. 5 - bis, l'indennità di occupazione deve essere fissata in misura pari ad una percentuale, per ciascun anno di occupazione, della somma risultante dall'applicazione del criterio indennitario espropriativo e che tale misura percentuale ben può corrispondere al saggio degli interessi legali.

Dopo ampia ed approfondita ricostruzione della normativa in tema di esproprio e di occupazione temporanea, le Sezioni Unite sono pervenute a questa conclusione essenzialmente sulla base delle seguenti considerazioni: a) la formulazione dell'art. 72, 4^ comma della legge 2359/1865 (che trova applicazione generale, in carenza di disposizioni che fissino criteri diversi) va intesa nel senso che all'immobile deve essere attribuito il medesimo valore ai fini sia dell'indennità di occupazione che di quella per l'espropriazione: in altri termini, la prima indennità deve essere commisurata ad un valore dell'immobile occupato da identificarsi mediante applicazione delle medesime regole positive alla cui stregua deve essere fissato il valore al fine di liquidare la seconda indennità; b) l'evoluzione del sistema normativo induce a ritenere che l'esigenza legittimante l'occupazione non è più quella, originariamente prevista, connessa alla necessità, per la pubblica amministrazione, di fronteggiare situazioni di emergenza, ma la durata del procedimento ordinario per l'espropriazione dell'area, onde l'occupazione stessa è divenuta uno strumento generale e, per certi versi, necessitato per consentire alla P.A. di accelerare l'esecuzione dell'opera pubblica; c) anche la temporaneità dell'occupazione non è più correlata alla restituzione dell'immobile al proprietario, sebbene alla pronuncia del decreto di esproprio, con la conseguenza che, anche per tale via, tra l'istituto dell'occupazione e quello dell'espropriazione sussiste un vincolo strumentale del primo rispetto al secondo ed un'immanente continuità di funzione; d) le indennità spettanti al proprietario per ciascuno dei due istituti valgono a compensarlo di un medesimo pregiudizio, ossia della perdita di tutte le facoltà connesse al diritto di proprietà: l'indennità di occupazione, quindi, altro non é che un riflesso di quella espropriativa ed entrambe vanno determinate sulla stessa base, salvo che non sia disposto espressamente in modo diverso.

Pertanto, nessuna censura merita la sentenza impugnata per aver disatteso il criterio seguito dall'orientamento antecedente alla decisione delle Sezioni Unite ed applicato quest'ultimo indirizzo ormai del tutto consolidato nella giurisprudenza di questa Corte: anche perché nessuna argomentazione vi hanno contrapposto i ricorrenti Pagliarulo - Santi, i quali ne contestano, invece, l'applicabilità nel caso concreto in quanto l'occupazione temporanea ha avuto inizio nel corso dell'anno 1985, e cioé assai prima dell'entrata in vigore del criterio restrittivo introdotto dall'art. 5 bis della legge 359 del 1992 e si è conclusa il 2 settembre 1994, ancora una volta in epoca antecedente alla modifica apportata alla norma dall'art. 1 comma 65^ della legge 549 del 1995.

Ma, siffatte considerazioni sono state ripetutamente disattese da questa Corte per il fatto che il sesto comma del menzionato art. 5 bis prevedeva, nella sua originaria formulazione, che "le disposizioni di cui al presente articolo in materia di determinazione dell'indennità di espropriazione non si applicano ai procedimenti per i quali l'indennità predetta sia stata accettata dalle parti o sia divenuta non impugnabile o sia stata definita con sentenza passata in giudicato alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto"; e quel sesto comma fu sostituito dal 65 comma dell'art. 1 della legge 28 dicembre 1995, n. 549, secondo la seguente formulazione: "Le disposizioni di cui presente articolo si applicano a tutti casi in cui non sono stati ancora determinati in via definitiva il prezzo, l'entità dell'indennizzo e/o risarcimento del danno, alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto".

Tale sostituzione, dunque, oltre ad estendere l'applicabilità dei nuovi criteri anche al risarcimento del danno da occupazione acquisitiva (estensione poi dichiarata illegittima da Corte Costit. 2 novembre 1996, n. 369, e reintrodotta, con alcuni correttivi, dal 65 comma dell'art. 3 della legge 23 dicembre 1996, n. 662) ha fatto venir meno il precedente riferimento alla determinazione della sola indennità di espropriazione ed ha esteso l'efficacia retroattiva dei nuovi criteri a qualsiasi "indennizzo" che non sia stato ancora determinato in via definitiva alla data di entrata in vigore della legge n. 549 del 1995: perciò rendendo irrilevante che l'occupazione sia iniziata e/o si sia conclusa prima il sopravvenire della normativa dell'art. 5 bis come modificata da quest'ultima legge.

D'altra parte, se si accetta il principio cui sono pervenute le Sezioni Unite (sent. 493/1998 cit.) che "l'indennità di occupazione deve essere commisurata ad un valore dell'immobile occupato da identificarsi sulla base dell'applicazione delle medesime regole positive alla cui stregua deve essere fissato il valore dello stesso immobile al fine della liquidazione della indennità per l'espropriazione", non può dubitarsi che dette regole siano quelle introdotte dallo ius superveniens di cui al ricordato art. 5 bis, vigente al momento della liquidazione giudiziale e per espressa previsione del 7^ comma, immediatamente applicabile ai giudizi in corso a meno che non si sia formato sulla relativa questione il giudicato; per cui mutato il parametro per la valutazione dell'indennità di espropriazione, si deve utilizzare lo stesso parametro anche per la determinazione dell'indennità relativa alla occupazione temporanea pur se questa si è conclusa prima della legge 359 del 1992 (Cass. 2541/1998; 4798/1998; 11791/1998).

Va aggiunto che la Corte Costituzionale (sent. 148/1999; 283/1993; 39/1993) ha dichiarato costituzionalmente legittima la nuova disciplina con efficacia retroattiva, non confliggendo, da un lato tale carattere di retroattività con il principio di ragionevolezza giacché da tempo in materia si versava in una situazione di carenza normativa temporaneamente colmata dalla giurisprudenza con il ricorso al risalente criterio dettato dall'art. 39 della legge 2359 dl 1865 (peraltro non coincidente con la nozione di indennizzo di cui all'art. 42 Costit.); e non costituendo, dall'altro, limite invalicabile alla scelta del legislatore l'aspettativa dei titolari di aree fabbricabili di ottenere la liquidazione dell'indennità secondo un criterio per essi più favorevole di quello più riduttivo, ma non contrario a precetti costituzionali, introdotto con la legge del 1992.

I Pagliarulo con il secondo motivo e la Santi con il quarto, deducendo difetto di motivazione in ordine alla determinazione dell'indennità di occupazione, si dolgono che la Corte di appello abbia attribuito al terreno il valore di L. 112.000 mq., senza considerare quello più elevato indicato dall'Ufficio del Registro in relazione a due atti di vendita di fondi limitrofi né la stima della Commissione espropri che aveva valutato il terreno occupato in L. 166.000 mq.

Anche questo motivo è infondato.

La Corte territoriale è pervenuta a siffatta valutazione aderendo agli accertamenti compiuti al riguardo dal c.t.u. che pur aveva esaminato i due atti dell'Ufficio del registro menzionati dai Pagliarulo - Santi; e tuttavia aveva ritenuto di non recepirne il valore perché entrambi si riferivano ad appezzamenti di terreno assai meno estesi (rispettivamente mq. 958 e 683) di quello per cui é causa (mq. 9815), e, quindi più appetibili e più facilmente collocabili nel mercato immobiliare.

Ora, il giudice del merito, quando accoglie e fa proprie le conclusioni della consulenza tecnica d'ufficio, non è tenuto, avendo indicato le fonti del proprio convincimento, a soffermarsi ad un dettagliato esame delle ragioni che lo inducono a far proprie le osservazioni del consulente, né a confutare dettagliatamente ogni contraria deduzione, restando questa disattesa per implicito: a meno che l'operato di costui sia stato posto in discussione con censure specifiche, puntuali e tali, se fondate, da condurre a una soluzione diversa da quella adottata; in presenza delle quali soltanto detto giudice è tenuto a prendere in esame tali rilievi sia per verificarne la fondatezza anche attraverso ulteriori indagini tecniche, sia per disattenderli con adeguata motivazione.

Ma nel caso nessuno dei ricorrenti ha indicato (se ed) in quale difesa avesse contestato gli accertamenti compiuti dal c.t.u., poi recepiti dalla sentenza, né ha trascritto i rilievi formulati di cui peraltro il comune di Scandicci ha escluso la sussistenza nel giudizio di merito, deducendo che le controparti in tutte le difese avevano, invece, pienamente aderito alla valutazione del fondo compiuta dal consulente; e che soltanto alla seconda memoria conclusiva avevano allegato il menzionato atto di stima da parte della Commissione di cui all'art. 15 della legge 865 del 1971, dell'indennità di espropriazione; della quale, peraltro i Pagliarulo e la Santi avrebbero dovuto spiegare l'idoneità ad incidere sul valore del fondo calcolato dal c.t.u. e dalla sentenza impugnata con riguardo a periodi diversi e ad essa antecedenti, in cui si era protratta l'occupazione temporanea dell'immobile.

I Pagliarulo con il terzo motivo e Romana Santi con il quinto, sesto e settimo motivo, deducendo altra violazione dell'art. 20 della legge 865/1971, nonché degli art. 1224, 1282, 1283 e 1499 cod. civ.

lamentano che la sentenza impugnata abbia disposto il pagamento degli interessi legali sulla indennità di occupazione con decorrenza dalla data di notificazione della citazione; laddove in base alle menzionate disposizioni come applicate dalla giurisprudenza di questa Corte gli interessi dovevano essere riconosciuti in relazione alla annuale maturazione di detto indennizzo e fino all'effettivo adempimento, senza che ciò comportasse una inammissibile condanna in futuro.

Le censure sono fondate.

Questa Corte ha ripetutamente affermato che gli interessi dovuti sull'indennità di occupazione legittima, siccome diretti a compensare il proprietario della mancata disponibilità dei frutti che avrebbe percepito periodicamente, decorrono dalla scadenza di ciascuna annualità, quale momento di maturazione del relativo diritto; e si rende irrilevante, in proposito, il fatto che essa indennità venga liquidata sulla base del computo degli interessi legali sull'indennità di espropriazione, non valendo l'adozione di un tal criterio a trasformare, in obbligazione di interessi, quella che rimane un'obbligazione di reintegrare il proprietario, rispetto al pregiudizio subito in conseguenza del mancato godimento dell'immobile (Cass. 6722/1998; 1113/1997; 11220/1992).

D'altra parte, la circostanza, ricordata dalla sentenza impugnata, che l'indennità in questione integri un debito di valuta anche quando viene liquidata in sede giudiziaria ed è perciò soggetta alle norme che disciplinano le obbligazioni pecuniarie, non incide sulla loro decorrenza, ma comporta soltanto la conseguenza di cui all'art. 1224, 2^comma cod. civ., che cioé il proprietario, allorché intenda ottenere, oltre agli interessi, il risarcimento del maggior danno dipendente dalla svalutazione, ha l'onere di allegare e dimostrare quell'ulteriore pregiudizio richiesto: il che ha infatti influito sulla richiesta di rivalutazione monetaria avanzata dai ricorrenti nel giudizio di merito che la Corte di appello ha respinto proprio perché costoro non avevano adempiuto a siffatto onere (la statuizione per quel che riguarda la Santi è passata sul punto in giudicato).

Infine, proprio perché la funzione di detti interessi (art. 1282 e segg.) è quella di rappresentare i frutti civili della somma dovuta nonché di compensare il creditore del mancato godimento di quest'ultima in ottemperanza al principio secondo cui l'utilizzazione di un capitale (o di una cosa fruttifera) altrui obbliga l'utente al pagamento di una cosa dello stesso genere proporzionata al godimento ricavato, il loro pagamento è dovuto dalla debitrice amministrazione fino a quando non ne venga da questa eseguito il prescritto deposito presso la Cassa depositi e prestiti a garanzia di eventuali diritti di terzi (Cass. sez. un. 135 e 109/1999; nonché 13942/1999; 11360/1998; 10455/1990); per cui è erronea anche la statuizione con cui la decisione impugnata ne ha limitato arbitrariamente la corresponsione alla data della stessa sentenza.

Detta statuizione, infatti, non poteva giustificarsi neppure con il pericolo di attribuire in tal modo ai proprietari degli immobili gli interessi anatocistici di cui all'art. 1283 cod. civ., perché gli interessi successivi alla sentenza della Corte, al pari di quelli dalla stessa liquidati dalla data di notificazione della citazione "fino alla presente decisione" riguardano, come specificato dagli stessi giudici, non l'indennità di occupazione già aumentata annualmente dell'importo degli interessi via via maturati, ma la sola somma di L. 350.007.410 in precedenza liquidata dalla stessa Corte a titolo di detta indennità: e, quindi, le singole annualità in cui é ripartita dalla scadenza di ciascuna delle quali il giudice di rinvio dovrà dunque provvedere alla liquidazione della relativa quota di interessi dovuti fino alla data del deposito.

Con il quarto motivo del proprio ricorso, i Pagliarulo, deducendo violazione dell'art. 1224 cod. civ., lamentano, infine, che la sentenza impugnata abbia respinto la loro richiesta di maggior danno da svalutazione monetaria per aver ritenuto, che non vi sarebbe prova dell'effettiva utilizzazione dell'apertura di credito da essi ottenuta e comunque che non avevano neppure specificato la quota di loro proprietà degli immobili occupati: senza perciò considerare da un lato, la forte probabilità che gli stessi avessero utilizzato il credito, ricavabile dalla sua avvenuta concessione; e dall'altro la circostanza che la determinazione dell'indennità di occupazione concerne l'importo globale di questa che poi diviene oggetto di ripartizione interna tra i comproprietari.

Il motivo è infondato.

La Corte di appello, infatti, dopo avere premesso che nel periodo in contestazione non si era verificato alcun danno ulteriore da svalutazione monetaria, in aggiunta agli interessi legali dovuti ai ricorrenti, ha osservato che soltanto Filippo, Lucio e Michele Pagliarulo avevano documentato di avere contratto con un istituto bancario un mutuo ipotecario con ratei in scadenza a partire dal settembre 1994; e di avere altresì ottenuto un'apertura di credito temporaneo di L. 20.000.000 per il solo periodo 31 marzo 1995 - 30 settembre 1996.

E tuttavia ha respinto anche la richiesta di costoro pur con riferimento a tale più limitato periodo perché detti Pagliarulo non avevano provato di aver effettivamente utilizzato l'apertura di credito loro concessa né quale era stato il costo effettivo del mutuo nel periodo in questione; e non avevano allegato neppure quale fosse la quota di indennità loro spettante onde calcolare l'importo del maggior danno da essi sofferto.

Questa statuizione passata in giudicato per quel che riguarda il danno da svalutazione monetaria, appare del tutto aderente al principio giurisprudenziale assolutamente consolidato, per cui il creditore che alleghi l'esistenza di danni maggiori di quelli coperti con l'attribuzione degli interessi legali, ha l'onere di dimostrare il pregiudizio effettivamente subito, nonché la sua concreta entità; sicché quando lo stesso consiste in una maggiore spesa per aver preso a mutuo somme di denaro da terzi (Cass. 2335/1980), tale onere si concreta necessariamente nella dimostrazione dei maggiori interessi in concreto corrisposti al mutuante per adempiere all'obbligazione assunta nei confronti di costui: perciò non essendo al riguardo sufficiente la possibilità o la mera probabilità che la relativa spesa sia stata sostenuta.

Pertanto, poiché neppure i ricorrenti menzionati dalla sentenza hanno contestato di non aver assolto a siffatto onere nei termini posti dalla ricordata giurisprudenza, non avendo essi documentato per quel che riguarda l'apertura di credito, di averne usufruito né per quali somme e per quale periodo (peraltro nell'ambito del solo biennio per il quale era stata concessa), ed in relazione al mutuo realmente stipulato con la banca, gli effettivi costi sostenuti per il pagamento degli interessi per i ratei scaduti successivamente al settembre 1994, la decisione impugnata ha correttamente respinto la loro richiesta di detti maggiori oneri pretesi in conseguenza dell'inadempimento dell'amministrazione comunale, anche perché tutti i ricorrenti avevano formulato la relativa domanda; laddove tanto il mutuo quanto l'apertura di credito riguardavano i soli Filippo, Lucio e Michele Pagliarulo, sicché occorreva altresì quanto meno l'allegazione della quota di immobile di loro pertinenza onde permettere al giudice di merito di determinare il credito (corrispondente alla frazione di indennità loro spettante) sul quale calcolare il maggior pregiudizio da essi asseritamente sofferto.

Con il secondo motivo del ricorso incidentale, infine, il comune di Scandicci, deducendo violazione dell'art. 5 bis nonché omessa ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, censura la sentenza impugnata per aver determinato l'indennità in base al parametro degli interessi legali sull'indennità di espropriazione calcolata secondo il criterio stabilito dalla norma, omettendo l'ulteriore decurtazione del 40%, dalla stessa esclusa solo nell'ipotesi in cui l'indennità venga accettata dall'espropriando: senza perciò considerare che nel caso trattavasi di indennitàdi occupazione temporanea (e non di espropriazione) e che l'indennità offerta ai Pagliarulo - Santi non era stata accettata da costoro che avevano, invece, preferito proporre opposizione giudiziale.

Il motivo è fondato.

Il Collegio non ignora che la questione dell'applicabilità di detta decurtazione al calcolo della indennità c.d. virtuale di espropriazione su cui commisurare quella di occupazione, è tuttora controversa nella giurisprudenza di questa Corte in quanto alcune decisioni (sent. 5537/1998; 9681/2000) hanno ritenuto che quando l'indennità di esproprio è oggetto di mero calcolo virtuale, il giudice non può ai fini dell'esenzione della riduzione in questione, tener conto di una eventualità, quella di addivenire a cessione volontaria, o di accettare l'indennità offerta in via amministrativa, che potrebbe non verificarsi, ma deve determinare l'indennità di occupazione applicando nella sua integralità la disciplina dell'art. 5 bis, ivi compresa la riduzione del 40%. Mentre Cass. 9286/1999 è pervenuta alla conclusione opposta, che cioé in tal caso non debba mai essere applicata la decurtazione, in quanto la mancata successiva espropriazione, oggetto di autonoma scelta della amministrazione, non può incidere negativamente sulla posizione del privato cui non è consentita la cessione del bene.

Infine, altra decisione (sent. 4530/1999) ha recepito una soluzione intermedia, trasferendo i principi enunciati da questa Corte e dalla Corte Costituzionale per la stima dell'indennità di espropriazione anche al calcolo dell'indennità di occupazione e perciò affermando che la riduzione del 40% è legittimamente operata solo se l'espropriante abbia offerto all'espropriato un'indennità congrua e questi abbia omesso di accettarla.

Ma questi ultimi due risultati e le giustificazioni che li sorreggono non appaiono aderenti al contenuto né alla ratio della norma: dopo la ricostruzione del sistema di calcolo compiuta dalle menzionate sentenze delle Sezioni unite, devono infatti considerarsi punti fermi, che ogni occupazione temporanea e d'urgenza di beni immobili, imposta dall'esigenza di una più celere esecuzione dell'opera dichiarata di pubblica utilità rispetto ai termini occorrenti per le procedure espropriative ingenera un'obbligazione indennitaria volta a compensare, per tutta la durata dello stato di temporanea indisponibilità del bene, il detrimento provocato dal suo mancato godimento, cioé una perdita reddituale che, essendo diversa da quella della perdita della proprietà del cespite, postula un ristoro separato; e perciò derivante da un atto legittimo dell'amministrazione autonomo ed indipendente dal titolo in base al quale potrà verificarsi il trasferimento della proprietà dell'immobile. E conseguentemente che in tale ipotesi, qualunque sia l'evento giuridico (cessione volontaria, espropriazione formale, occupazione acquisitiva) ablatorio del diritto di proprietà del privato sull'immobile, il quantum spettantegli a ristoro del suo diritto deve essere liquidato con riferimento a un valore da determinarsi secondo il criterio che dovrebbe essere adottato ai fini della liquidazione della indennità per la sua (eventuale) formale espropriazione.

È stato in tal modo delineato un sistema complessivo ed uniforme per la determinazione dell'indennità di occupazione (legittima), che prescinde dal modo di acquisizione della proprietà del bene da parte della P.A. espropriante, ed anzi, dalla stessa acquisizione dell'immobile, ben potendo verificarsi l'ipotesi che l'espropriazione non possa più avere luogo e che l'amministrazione espropriante avvalendosi dell'istituto nella sua originaria e fisiologica funzione di acquisire soltanto l'uso del bene per un periodo limitato nel tempo in funzione delle esigenze dell'intervento di p.u., al termine di esso lo restituisca al proprietario (Cass. sez. un. 28/2001).»»


CASS 408/2000: «« Su tali premesse l'attore convenne in giudizio davanti alla Giunta speciale per le espropriazioni, istituita presso la Corte di appello di Napoli, il funzionario delegato CIPE ed il consorzio CO.RI., chiedendo che fossero determinate la giusta indennità di espropriazione e l'indennità di occupazione legittima, con condanna dei convenuti al pagamento delle suddette indennità, rivalutate nonché del maggior danno ex art. 1224, II^ comma, cod. civ., oltre agli interessi, con vittoria di spese giudiziali.

Instaurato il contraddittorio, il consorzio CO.RI. eccepì l'inammissibilità e l'infondatezza della domanda, anche per difetto di legittimazione attiva.

Si costituì anche la presidenza del Consiglio dei ministri, deducendo (tra l'altro) il proprio difetto di legittimazione passiva.

All'esito dell'istruzione la G.S.E., con sentenza n. 10/98 depositata il 5 gennaio 1998, statuì come segue:

1. - dichiarò il difetto di legittimazione passiva della presidenza del Consiglio dei ministri e compensò le spese giudiziali tra l'attore e detto ente;

2. - determinò l'indennità di espropriazione dovuta dal consorzio CO.RI. al Di Vicino in lire 55.743.750 ed ordinò al detto consorzio di depositare presso la sezione di Napoli della Cassa depositi e prestiti tale somma, con gli interessi legali dalla data di pubblicazione della sentenza fino all'effettivo deposito;

3. - determinò l'indennità di occupazione nella misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore pieno degli immobili espropriati (lire 105.737.500) con decorrenza dall'8 giugno 1981 fino alla data di pubblicazione della sentenza, dispose il pagamento degli ulteriori interessi legali fino alla data dell'effettivo deposito e condannò il consorzio ad eseguire il deposito stesso con le modalità di cui al capo precedente;

4. - provvide sulle spese ponendole a carico del convenuto.

La giunta, esclusa la legittimazione passiva della presidenza del Consiglio dei ministri e ritenuto che l'ente concessionario, in virtù dell'investitura dei poteri derivanti dalla legge 14 maggio 1981 n. 219 (artt. 80, 81, 84) e dall'ordinanza commissariale n. 45 del 16 dicembre 1981, aveva assunto la qualità di unico responsabile, nei confronti degli espropriati, per le obbligazioni indennitarie, affermò che all'attore (proprietario dei beni in questione per il titolo indicato in sentenza) spettava anche l'indennità di occupazione, ai sensi dell'art 80 della legge n. 219 del 1981 (sesto comma) ed in forza del principio generale per cui ogni occupazione temporanea e d'urgenza di beni immobili ingenera un'obbligazione indennitaria diretta a compensare, per tutta la sua durata, il nocumento connesso al mancato godimento del bene occupato.

Provvide poi alla identificazione e descrizione dei beni (dando atto del rilascio della concessione in sanatoria relativa ai beni indicati in sentenza e rilevando che non risultava ancora emesso il decreto di espropriazione) e, alla stregua d'indagini di mercato espletate dai componenti tecnici della giunta stessa, determinò all'attualità il valore venale dei beni espropriati in lire 105.737.500, tenendo conto delle superfici utili assentite nella concessione edilizia in sanatoria.

Aggiungendo a tale importo il coacervo decennale della rendita catastale presunta, ammontante a lire 5.750.000, ed operando la media aritmetica tra i valori di mercato e il coacervo decennale, determinò l'indennità di espropriazione in lire 55.743.750, per gli immobili come identificati nella sentenza in questa sede impugnata.

Liquidò poi l'indennità di occupazione - legittima nella misura convenzionale, corrispondente al saggio degli interessi legali per anno calcolati sul valore di mercato pieno degli immobili espropriati, pari a lire 105.737.500, con decorrenza dalla data della perdita di possesso (8 giugno 1981) e nei termini di cui al dispositivo. (...) Con il Primo il ricorrente sostiene che erroneamente la sentenza impugnata avrebbe ritenuto dovuta l'indennità di occupazione.

Il sistema indennitario stabilito dall'art. 80 della legge n. 219 del 1981 sarebbe diretto a favorire l'accettazione bonaria della somma offerta dall'ente espropriante; sicché, proposta l'opposizione alla stima, l'indennità per l'occupazione temporanea sarebbe inglobata in quella di espropriazione e non sarebbe suscettibile di autonoma valutazione.

La censura non ha fondamento.

Questa corte ha più volte affermato che in forza del rinvio operato dall'art. 80, sesto comma, della legge n. 219 del 1981 a tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385, spettano ai soggetti destinatari dei procedimenti ablatori ivi contemplati sia l'indennità di espropriazione sia l'indennità di occupazione, espressamente menzionata dall'art. 2 della citata legge n. 385 del 1980 (Cass., sez. un., 25 ottobre 1999, n. 739; 2 marzo 1999. n. 111; 10 marzo 1998, n. 2644; 25 maggio 1995, n. 5804; 24 giugno n. 6083).

Questo costante orientamento deve essere confermato, in assenza di argomenti idonei a determinare la formazione di un diverso convincimento (non addotti dal ricorrente), sia perché esso trova salda fondazione nel menzionato disposto normativo, sia perché coerente col principio alla stregua del quale ogni occupazione temporanea e d'urgenza di beni immobili, imposta dall'esigenza di una più celere esecuzione dell'opera dichiarata di pubblica utilità rispetto ai termini occorrenti per le procedure espropriative, ingenera un'obbligazione indennitaria diretta a compensare, per tutta la durata dello stato di temporanea indisponibilità del bene, il detrimento provocato dal suo mancato godimento, cioé una perdita reddituale che, essendo diversa da quella della perdita della proprietà del cespite, postula un ristoro separato.

Né tale principio, da ritenere recepito nell'art. 80 sesto comma della legge n. 219 del 1981 con il rinvio a tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 3 85, potrebbe subire deroga per effetto, di ordinanze commissariali in quanto l'art. 84 della citata legge n. 219 del 1981 stabilisce che il potere di ordinanza attribuito agli organi straordinari resta soggetto "alle norme di cui al presente titolo, della Costituzione e dei principi generali dell'ordinamento"; e, tra le "norme di cui al presente titolo" (titolo VIII) della legge n, 219 del 1981, rientra per l'appunto l'art. 80 cit, non suscettibile dunque di deroga da parte delle ordinanze commissariali.

Con il secondo profilo del mezzo di cassazione il ricorrente sostiene che, qualora si ritenesse dovuta l'indennità di occupazione, essa andrebbe posta a carico dell'Amministrazione dello Stato e non del consorzio concessionario. Infatti, gli immobili di proprietà Di Vicino sarebbero stati individuati ed occupati in forza di ordinanze del sindaco di Napoli - commissario straordinario di governo, n. 1 del 28 maggio 1981 e n. 2 del 3 giugno 1981.

In quest'ultimo provvedimento il concedente si sarebbe riservato di determinare l'indennità di occupazione distinta per ciascuna ditta catastale, ed ogni altra indennità aggiuntiva disposta dalla legge.

Tuttavia, poi, con ordinanza dello stesso organo, n. 363 del I^ febbraio 1983, il concedente avrebbe determinato la sola indennità di espropriazione, sicché il consorzio non avrebbe potuto né calcolare né erogare una indennità non determinata dal concedente.

Neppure questo profilo è fondato.

Fermo il punto che, come emerge dalla sentenza impugnata (e com'é incontroverso), si verte in tema di procedimento ablativo rientrante nel programma di edilizia residenziale d i cui "alla legge 14 maggio 1981, n. 219, si deve osservare che, nel quadro di tale normativa, avente carattere speciale e quindi derogatorio, dei principi generali in tema di espropriazione per pubblica utilità, assumono rilevanza ai fini della questione in esame gli articoli 80, 81 e 84 della legge citata. Segnatamente l'art. 81, disciplinante le modalità degli interventi di cui al precedente art. 80, stabilisce che le opere sono affidate in concessione - a mezzo di apposite convenzioni in deroga alle norme vigenti - a società ed imprese di costruzione idonee sotto il profilo tecnico e imprenditoriale, ed aggiunge nel terzo comma che "Formano oggetto della concessione tutte le operazioni necessarie per l'acquisizione delle aree occupate, ivi comprese le procedure di espropriazione ed il pagamento delle indennità ai sensi della presente legge", nonché tutte le altre attività dalla norma medesime elencate.

Come l'articolata formula legislativa rivela, l'attribuzione dei pubblici poteri al concessionario è molto ampia ed in modo espresso contempla (tra l'altro) anche le procedure di espropriazione e il pagamento delle indennità. La titolarità passiva delle relative obbligazioni in capo al soggetto concessionario delle opere (quale soggetto attivo del rapporto espropriativo) deriva dunque direttamente dalla legge. Ed in tal senso, del resto, questa corte si é già espressa (Cass., sez. un., 27 agosto 1998, n. 8496; 10 marzo 1998, n. 2644; 20 ottobre 1995, n. 10992; 25 maggio 1995, n. 5804).

Non può dunque essere condivisa la tesi secondo cui l'indennità di occupazione andrebbe posta a carico dell'Amministrazione dello Stato.

Né questa tesi può trovare sostegno negli argomenti addotti dal ricorrente (sopra riassunti), perché non ha alcun rilievo la circostanza che l'indennità di occupazione sia stata liquidata (o non liquidata) dal concedente in sede amministrativa, in quanto tale aspetto attiene ai rapporti tra concedente e concessionario ma non incide nei rapporti tra quest'ultimo e il destinatario del procedimento espropriativo, che per legge - deve rivolgersi al detto concessionario cui la legge medesima accolla l'obbligazione di pagamento.

Con il terzo profilo del secondo mezzo (2C) il consorzio ricorrente sostiene che erroneamente la sentenza impugnata avrebbe determinato l'indennità di occupazione nella misura convenzionale corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore di mercato pieno dell'immobile espropriato (lire 105.737.500). L'indennità in questione, invece, andrebbe calcolata non con riferimento al valore venale pieno dell'immobile, bensì in base ai criteri di cui alla legge n. 2892 del 1885, siccome correlata all'indennità di espropriazione.

La suddetta censura è fondata.

Questa corte, a sezioni unite, con sentenza 20 gennaio 1998 n. 493, ha affermato il principio secondo cui la materia relativa all'indennità per le occupazioni di suoli a vocazione edificatoria preordinate alla successiva espropriazione deve ritenersi assoggettata alla disciplina generale recata dall'art. 72, quarto comma, della legge n. 2359 del 1865, da interpretare nel senso che all'immobile va attribuito il medesimo valore per la determinazione tanto dell'indennità per l'occupazione quanto di quella per la sua successiva espropriazione (essendo il procedimento per l'occupazione preliminare divenuto - da autonomo e meramente collegato - fase subprocedimentale del più ampio procedimento espropriativo), attesa l'omogeneità morfologica e funzionale delle indennità spettanti al proprietario in relazione a ciascuno dei due provvedimenti e la conseguente perdita di autonomia, sotto tale profilo, dell'indennità di occupazione rispetto a quella di espropriazione.

Detta indennità di occupazione, se determinabile ai sensi dell'art. 72 quarto comma della legge n. 2359 del 1865 (il cui precetto trova generale applicazione, in assenza di peculiari disposizioni che fissino diversi criteri) deve pertanto esser sempre liquidata in misura che sia corrispondente ad una percentuale (legittimamente riferibile al saggio degli interessi legali) dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area occupata, e non anche con riferimento al valore venale del bene, pur nell'ipotesi in cui la determinazione (ovvero la rideterminazione) dell'indennità di esproprio sia soggetta ai criteri di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, non rilevando all'uopo la natura eccezionale o meno di tale normativa.

Con riferimento alle ipotesi in cui l'indennità di espropriazione sia calcolata con criteri speciali (e, segnatamente, in base all'art. 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892 sul risanamento di Napoli, richiamata dalla legge 14 maggio 1981 n. 219 sulla realizzazione del programma straordinario di edilizia. residenziale per le aree del Mezzogiorno colpite dal sisma del 1980), è stato del pari affermato che l'indennità di occupazione va liquidata in misura corrispondente ad una percentuale, che ben può corrispondere all'interesse legale, dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area finalizzata all'opera pubblica per cui avviene l'occupazione medesima (Cass., sez. un, 2 marzo 1999, n. 109; sez. un., 10 marzo 1998, n. 2644).

Gli argomenti a sostegno di tale orientamento, che va ormai consolidandosi (a modifica di un più risalente indirizzo), possono riassumersi nelle seguenti proposizioni.

Tra le diverse tipologie di provvedimenti di occupazione (per la cui analisi si rinvia alla citata Cass., S.U., n. 493 del 1998) viene qui in evidenza l'occupazione preordinata alla successiva espropriazione del bene.

Vero è che i due procedimenti amministrativi di occupazione e di espropriazione restano distinti, in quanto il secondo può non realizzarsi o non giungere a compimento. È pur vero, però, che nel sistema normativo (al quale occorre riferirsi considerandone non le eventuali patologie bensì la regolare dinamica istituzionale) è venuta enucleandosi una nozione, che trova la sua norma base nell'art. 72 della legge n. 2359 del 1865, alla stregua della quale l'occupazione d'urgenza finalizzata alla successiva espropriazione è diretta a consentire al soggetto espropriante di ottenere subito la disponibilità concreta del bene, rendendo così possibile il sollecito inizio dell'opera pubblica grazie all'anticipata immissione in possesso del bene medesimo, prima ancora che il procedimento espropriativo pervenga alla sua naturale conclusione.

Essendo questo lo scopo dell'occupazione d'urgenza preordinata all'esproprio, risulta evidente che i due procedimenti, ancorché distinti, sono tra loro collegati da un nesso strumentale e funzionale, in quanto il primo permette al soggetto espropriante di disporre subito del bene e di dare corso all'esecuzione dell'opera pubblica (destinata ex se a realizzare interessi generali) in tal guisa in sostanza anticipando gli effetti del successivo provvedimento ablatorio. Se così è, l'indennità di occupazione - diretta a remunerare il proprietario per il detrimento costituito dallo stato d'indisponibilità del bene per la durata di tale indisponibilità - non può che essere parametrata al valore attribuibile a quel bene in sede di espropriazione, perché a tale valore si riferisce la perdita patrimoniale che, quanto al fatto ablatorio, va compensata con l'indennità di esproprio e, quanto alla perdita reddituale (postulante un separato ristoro) deve trovare compenso, in assenza di un meccanismo normativamente previsto, attraverso un criterio che ben può essere individuato negli interessi legali (frutti civili) sulla somma spettante per l'appunto a titolo d'indennità di espropriazione.

La conseguenza è che, qualora quest'ultima indennità Per legge debba essere determinata in misura diversa dal valore venale del bene occorre riferirsi non a tale valore bensì a quello che la legge medesima attribuisce al bene ai fini espropriativi: conclusione imposta sia dal segnalato nesso esistente tra occupazione ed espropriazione, sia da ragioni di coerenza e di armonia del sistema, perché, se il bene esistente nel patrimonio dell'espropriando ha un valore normativamente determinabile ai fini dell'ablazione, i frutti civili per il mancato godimento del bene, durante lo stato d'indisponibilità cagionato dall'occupazione finalizzata a quell'evento ablatorio, vanno necessariamente calcolati su quello stesso importo.

Le considerazioni fin qui svolte devono trovare applicazione anche nel caso di procedimenti regolati dalla legge n. 219 del 1981, non valendo ad infirmarle il richiamo alla specialità della relativa disciplina.

É vero che, in un passaggio della sentenza n. 493 del 1998, si afferma, con riferimento alla fattispecie prevista dall'art. 12 cpv.

del d. leg. 27 febbraio 1919 n. 219, che essa rimane estranea alla problematica esaminata con la detta sentenza. Ma ciò è spiegato sul presupposto che l'occupazione contemplata dal citato art. 12 ha carattere non già temporaneo ma definitivo, e si risolve perciò in una vera e propria espropriazione. Nel caso in esame, invece, trova applicazione l'art. 80 della legge n. 219 del 1981 che, con il rinvio a tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385, contempla l'indennità di espropriazione e quella di occupazione, distinguendo così i due momenti, onde trovano applicazione i principi più sopra enunciati.

Non gioverebbe addurre che tali principi comunque si riferirebbero in via esclusiva all'occupazione di aree edificabili, formanti oggetto della disciplina di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, mentre nella specie si tratterebbe dell'esproprio (anche) di un fabbricato, quindi di un bene diverso da un'area edificabile e non soggetto alle regole di cui al citato art. bis.

É ben vero che quest'ultima norma si applica alla aree fabbricabili o a destinazione edificatoria e, segnatamente, non trova applicazione per le procedure espropriative disposte in base alla legge n. 219 del 1980 (Cass., sez. un., 6 novembre 1993, n. 10998; Cass., 6 febbraio 1997, n. 1113). Ma l'art. 80 sesto comma della legge n. 219 del 1981 richiama per la determinazione giudiziale delle indennità gli artt. 12 e 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892, la quale fa riferimento non già alle sole aree fabbricabili ma, più in generale, agli immobili espropriati e si riferisce, dunque, anche ai fabbricati (tant'é che, tra gli elementi per la determinazione dell'indennità, é contemplato anche "l'imponibile netto agli effetti delle imposte sui terreni e sui fabbricati": art. 13, comma quarto) . Non vi sono quindi ragioni per escludere l'applicabilità dei suddetti principi nel caso in esame, nel quale pertanto l'indennità di occupazione deve essere liquidata sulla base di una percentuale, corrispondente agli interessi legali, dell'indennità dovuta per l'espropriazione come calcolata secondo i criteri di cui alla legge n. 2892 del 1885 e non sulla base di una percentuale del valore venale del bene espropriato.

Nella discussione orale il difensore della parte resistente. per l'ipotesi di accoglimento della censura ora esaminata (ed accolta), ha sollevato questione di legittimità costituzionale della legge n. 219 del 1981 e della legge n. 2892 del 1885, nella parte in cui, secondo l'interpretazione qui condivisa condurrebbero a calcolare l'indennità di occupazione in misura pari agli interessi legali non sul valore pieno dell'immobile ma sulla somma determinata ai fini dell'indennità di espropriazione. »»


CASS 388/2000: «« Su tali premesse gli attori convennero in giudizio davanti alla Giunta speciale per le espropriazioni, istituita presso la Corte di appello di Napoli, il funzionario delegato CIPE ed il consorzio CO.RI., chiedendo che fossero determinate la giusta indennità di espropriazione e l'indennità di occupazione legittima, con condanna dei convenuti al pagamento delle suddette indennità rivalutate nonché del maggior danno ex art. 1224, II^ comma, cod. civ., oltre agli interessi, con vittoria di spese giudiziali.

Instaurato il contraddittorio, il consorzio CORI eccepì l'inammissibilità e l'infondatezza della domanda, anche per difetto di legittimazione attiva.

Si costituì anche la presidenza del Consiglio dei ministri, deducendo (tra l'altro) il proprio difetto di legittimazione passiva.

All'esito dell'istruzione la G.S.E., con sentenza n. 12/98 depositata il 5 gennaio 1998, statuì come segue:

1. - dichiarò il difetto di legittimazione passiva della presidenza del Consiglio dei ministri e compensò le spese giudiziali tra gli attori e detto ente;

2. - determinò l'indennità di espropriazione dovuta dal consorzio CO.RI gli istanti in lire 319.024.847 ed ordinò al detto consorzio di depositare presso la sezione di Napoli della Cassa depositi e prestiti tale somma, con gli interessi legali dalla data di pubblicazione della sentenza fino all'effettivo deposito;

3. - determinò l'indennità di occupazione nella misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore pieno degli immobili espropriati (lire 576.241.000) con decorrenza dall'8 giugno 1981 fino alla data di pubblicazione della sentenza, dispose il pagamento degli ulteriori interessi legali fino alla data dell'effettivo deposito e condannò il consorzio ad eseguire il deposito stesso con le modalità di cui al capo precedente;

4. - provvide sulle spese ponendole a carico del convenuto.

La giunta, esclusa la legittimazione passiva della presidenza del Consiglio dei ministri e ritenuto che l'ente concessionario, in virtù dell'investitura dei poteri derivanti dalla legge 14 maggio 1981 n. 219 (artt. 80, 81, 84) e dall'ordinanza commissariale n. 45 del 16 dicembre 1981, aveva assunto la qualità di unico responsabile, nei confronti degli espropriati, per le obbligazioni indennitarie, affermò che agli attori (proprietari dei beni in questione per i titoli indicati in sentenza) spettava anche l'indennità di occupazione, ai sensi dell'art. 80 della legge n. 219 del 1981 (sesto comma) ed in forza del principio generale per cui ogni occupazione temporanea e d'urgenza di beni immobili ingenera un'obbligazione indennitaria diretta a compensare, per tutta la sua durata, il nocumento connesso al mancato godimento del bene occupato.

Provvide poi alla identificazione e descrizione dei beni (dando atto del rilascio della concessione in sanatoria relativa ai beni indicati in sentenza e rilevando che non risultava ancora emesso il decreto di espropriazione) e, alla stregua d'indagini di mercato espletate dai componenti tecnici della giunta stessa, determinò all'attualità il valore venale dei beni espropriati in lire 576.241.000, tenendo conto delle superfici utili assentite nella concessione edilizia in sanatoria.

Aggiungendo a tale importo il coacervo decennale delle rendite catastali rivalutate, ammontanti a lire 61.808.694, ed operando la media aritmetica tra i valori di mercato e il coacervo decennale, determinò l'indennità di espropriazione in lire 319.024.847, per gli immobili come identificati nella sentenza in questa sede impugnata.

Liquidò poi l'indennità di occupazione legittima nella misura convenzionale, corrispondente al saggio degli interessi legali per anno calcolati sul valore di mercato pieno degli immobili espropriati, pari a lire 576.241.000, con decorrenza dalla data della perdita di possesso (8 giugno 1981) e nei termini di cui al dispositivo. (...) on il primo il ricorrente sostiene che erroneamente la sentenza impugnata avrebbe ritenuto dovuta l'indennità di occupazione.

Il sistema indennitario stabilito dall'art. 80 della legge n. 219 del 1981 sarebbe diretto a favorire l'accettazione bonaria della somma offerta dall'ente espropriante; sicché, proposta l'opposizione alla stima, l'indennità per l'occupazione temporanea sarebbe inglobata in quella di espropriazione e non sarebbe suscettibile di autonoma valutazione.

La censura non ha fondamento.

Questa corte ha più volte affermato che in forza del rinvio operato dall'art. 80, sesto comma, della legge n. 219 del 1981 a tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385, spettano ai soggetti destinatari dei procedimenti ablatori ivi contemplati sia l'indennità di espropriazione sia l'indennità di occupazione, espressamente menzionata dall'art. 2 della citata legge n. 385 del 1980 (Cass., sez. un., 25 ottobre 1999, n. 739; 2 marzo 1999, n. 111; 10 marzo 1998, n. 2644; 25 maggio 1995, n. 5804; 24 giugno 1994, n. 6083).

Questo costante orientamento deve essere confermato, in assenza di argomenti idonei a determinare la formazione di un diverso convincimento (non addotti dal ricorrente), sia perché esso trova salda fondazione nel menzionato disposto normativo, sia perché coerente col principio alla stregua dei quale ogni occupazione temporanea e d'urgenza di beni immobili, imposta dall'esigenza di una più celere esecuzione dell'opera dichiarata di pubblica utilità rispetto ai termini occorrenti per le procedure espropriative, ingenera un'obbligazione indennitaria diretta a compensare, per tutta la durata dello stato di temporanea indisponibilità del bene, il detrimento provocato dal suo mancato godimento, cioé una perdita reddituale che, essendo diversa da quella della perdita della proprietà del cespite, postula un ristoro separato.

Né tale principio, da ritenere recepito nell'art. 80 sesto comma della legge n. 219 del 1981 con il rinvio a tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385, potrebbe subire deroga per effetto di ordinanze commissariali, in quanto l'art. 84 della citata legge n. 219 del 1981 stabilisce che il potere di ordinanza attribuito agli organi straordinari resta soggetto "alle norme di cui al presente titolo, della Costituzione e dei principi generali del l'ordinamento"; e, tra le "norme di cui al presente titolo" (titolo VIII) della legge n. 219 del 1981, rientra per l'appunto l'art. 80 cit., non suscettibile dunque di deroga da parte delle ordinanze commissariali.

Con il secondo profilo del mezzo di cassazione il ricorrente sostiene che, qualora si ritenesse dovuta l'indennità di occupazione, essa andrebbe posta a carico dell'Amministrazione dello Stato e non del consorzio concessionario. Infatti, gli immobili di proprietà Di Vicino sarebbero stati individuati ed occupati in forza di ordinanze del sindaco di Napoli - commissario straordinario di governo, n. 1 del 28 maggio 1981 e n. 2 del 3 giugno 1981. In quest'ultimo provvedimento il concedente si sarebbe riservato di determinare l'indennità di occupazione distinta per ciascuna ditta catastale ed ogni altra indennità aggiuntiva disposta dalla legge. Tuttavia, poi, con ordinanza dello stesso organo sarebbe stata determinata la sola indennità di espropriazione, sicché il consorzio non avrebbe potuto né calcolare né erogare una indennità non determinata dal concedente.

Neppure questo profilo è fondato.

Fermo il punto che, come emerge dalla sentenza impugnata (e com'é incontroverso), si verte in tema di procedimento ablativo rientrante nel programma di edilizia residenziale di cui alla legge 14 maggio 1981, n. 219, si deve osservare che, nel quadro di tale normativa, avente carattere speciale e quindi derogatorio dei principi generali in tema di espropriazione per pubblica utilità, assumono rilevanza ai fini della questione in esame gli articoli 80, 81 e 84 della legge citata. Segnatamente l'art. 81, disciplinante le modalità degli interventi di cui al precedente art. 80, stabilisce che le opere sono affidate in concessione - a mezzo di apposite convenzioni in deroga alle norme vigenti - a società ed imprese di costruzione idonee sotto il profilo tecnico e imprenditoriale, ed aggiunge nel terzo comma che formano oggetto della concessione tutte le operazioni necessarie per l'acquisizione delle aree occupate, ivi comprese le procedure di espropriazione ed il pagamento delle indennità ai sensi della presente legge", nonché tutte le altre attività dalla norma medesima elencate.

Come l'articolata formula legislativa rivela, l'attribuzione dei pubblici poteri al concessionario è molto ampia ed in modo espresso contempla (tra l'altro) anche le procedure di espropriazione e il pagamento delle indennità. La titolarità passiva delle relative obbligazioni in capo al soggetto concessionario delle opere (quale soggetto attivo del rapporto espropriativo) deriva dunque direttamente dalla legge. Ed in tal senso, del resto, questa corte si é già espressa (Cass., sez. un., 27 agosto 1998, n. 8496; 10 marzo 1998, n. 2644; 20 ottobre 1995, n. 10992; 25 maggio 1995, n. 5804).

Non può dunque essere condivisa la tesi secondo cui l'indennità di occupazione andrebbe posta a carico dell'Amministrazione dello Stato.

Né questa tesi può trovare sostegno negli argomenti addotti dal ricorrente (sopra riassunti), perché non ha alcun rilievo la circostanza che l'indennità di occupazione sia stata liquidata (o non liquidata) dal concedente in sede amministrativa, in quanto tale aspetto attiene ai rapporti tra concedente e concessionario ma non incide nei rapporti tra quest'ultimo e il destinatario del procedimento espropriativo, che per legge deve rivolgersi al detto, concessionario cui la legge medesima accolla l'obbligazione di pagamento. Con il terzo profilo del secondo mezzo (2C) il consorzio ricorrente sostiene che erroneamente la sentenza impugnata avrebbe determinato l'indennità di occupazione nella misura convenzionale corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore di mercato pieno dell'immobile espropriato. L'indennità in questione, invece, andrebbe calcolata non con riferimento al valore venale pieno dell'immobile, bensì in base ai criteri di cui alla legge n. 2892 del 1885, siccome correlata all'indennità di espropriazione.

La suddetta censura è fondata.

Questa corte, a sezioni unite, con sentenza 20 gennaio 1998 n. 493, ha affermato il principio secondo cui la materia relativa all'indennità per le occupazioni di suoli a vocazione edificatoria preordinate alla successiva espropriazione deve ritenersi assoggettata alla disciplina generale recata dall'art. 72, quarto comma, della legge n. 2359 del 1865, da interpretare nel senso che all'immobile va attribuito il medesimo valore per la determinazione tanto dell'indennità per l'occupazione quanto di quella per la sua successiva espropriazione (essendo il procedimento per l'occupazione preliminare divenuto - da autonomo e meramente collegato - fase subprocedimentale del più ampio procedimento espropriativo), attesa l'omogeneità morfologica e funzionale delle indennità spettanti al proprietario in relazione a ciascuno dei due provvedimenti e la conseguente perdita di autonomia, sotto tale profilo, dell'indennità di occupazione rispetto a quella di espropriazione.

Detta indennità di occupazione, se determinabile ai sensi dell'art. 72 quarto comma della legge, n. 2359 del 1865(il cui precetto trova generale applicazione, in assenza di peculiari disposizioni che fissino diversi criteri) deve pertanto esser sempre liquidata in misura che sia corrispondente ad una percentuale (legittimamente riferibile al saggio degli interessi legali) dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area occupata, e non anche con riferimento al valore venale del bene, pur nell'ipotesi in cui la determinazione (ovvero la rideterminazione) dell'indennità di esproprio sia soggetta ai criteri di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, non rilevando all'uopo la natura eccezionale o meno di tale normativa.

Con riferimento alle ipotesi in cui l'indennità di espropriazione sia calcolata con criteri speciali (e, segnatamente, in base all'art. 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892 sul risanamento di Napoli, richiamata dalla legge 14 maggio 1981 n. 219 sulla realizzazione del programma straordinario di edilizia residenziale per le aree del Mezzogiorno colpite dal sisma del 1980), è stato del pari affermato che l'indennità di occupazione va liquidata in misura corrispondente ad una percentuale, che ben può corrispondere all'interesse legale, dell'indennità dovuta per l'espropriazione dell'area finalizzata all'opera pubblica per cui avviene l'occupazione medesima (Cass., sez. un., 2 marzo 1999, n. 109; sez. un., 10 marzo 1998, n. 2644).

Gli argomenti a sostegno di tale orientamento, che va ormai consolidandosi (a modifica di un più risalente indirizzo), possono riassumersi nelle seguenti proposizioni.

Tra le diverse tipologie di provvedimenti di occupazione (per la cui analisi si rinvia alla citata Cass., S.U., n. 493 del 1998) viene qui in evidenza l'occupazione preordinata alla successiva espropriazione del bene.

Vero è che i due procedimenti amministrativi di occupazione e di espropriazione restano distinti, in quanto il secondo può non realizzarsi o non giungere a compimento. È pur vero, però, che nel sistema normativo (al quale occorre riferirsi considerandone non le eventuali patologie bensì la regolare dinamica istituzionale) è venuta enucleandosi una nozione, che trova la sua norma base nell'art. 72 della legge n. 2359 del 1865, alla stregua della quale l'occupazione d'urgenza finalizzata alla successiva espropriazione è diretta a consentire al soggetto espropriante di ottenere subito la disponibilità concreta del bene, rendendo così possibile il sollecito inizio dell'opera pubblica grazie all'anticipata immissione in possesso del bene medesimo, prima ancora che il procedimento espropriativo pervenga alla sua naturale conclusione.

Essendo questo lo scopo dell'occupazione d'urgenza preordinata all'esproprio, risulta evidente che i due procedimenti, ancorché distinti, sono tra loro collegati da un nesso strumentale e funzionale, in quanto il primo permette al soggetto espropriante di disporre subito del bene e di dare corso all'esecuzione dell'opera pubblica (destinata ex se a realizzare interessi generali) in tal guisa in sostanza anticipando gli effetti del successivo provvedimento ablatorio. Se così è, l'indennità di occupazione - diretta a remunerare il proprietario per il detrimento costituto dallo stato d'indisponibilità del bene per la durata di tale indisponibilità - non può che essere parametrata al valore attribuibile a quel bene in sede di espropriazione, perché a tale valore si riferisce la perdita patrimoniale che, quanto al fatto ablatorio, va compensata con l'indennità di esproprio e, quanto alla perdita reddituale (postulante un separato ristoro) deve trovare compenso, in assenza di un meccanismo normativamente previsto, attraverso un criterio che ben può essere individuato negli interessi legali (frutti civili) sulla somma spettante per l'appunto a titolo d'indennità di espropriazione.

La conseguenza è che, qualora quest'ultima indennità per legge debba essere determinata in misura diversa dal valore venale del bene, occorre riferirsi non a tale valore bensì a quello che la legge medesima attribuisce al bene ai fini espropriativi: conclusione imposta sia dal segnalato nesso esistente tra occupazione ed espropriazione, sia da ragioni di coerenza e di armonia del sistema, perché, se il bene esistente nel patrimonio dell'espropriando ha un valore normativamente determinabile ai fini dell'ablazione, i frutti civili per il mancato godimento del bene, durante lo stato d'indisponibilità cagionato dall'occupazione finalizzata a quell'evento ablatorio, vanno necessariamente calcolati su quello stesso importo.

Le considerazioni fin qui svolte devono trovare applicazione anche nel caso di procedimenti regolati dalla legge n. 219 del 1981, non valendo ad infirmarle il richiamo alla specialità della relativa disciplina.

É vero che, in un passaggio della sentenza n. 493 del 1998, si afferma, con riferimento alla fattispecie prevista dall'art. 12 cpv.

del d. leg. 27 febbraio 1919 n. 219, che essa rimane estranea alla problematica esaminata con la detta sentenza. Ma ciò è spiegato sul presupposto che l'occupazione contemplata dal citato art. 12 ha carattere non già temporaneo ma definitivo, e si risolve perciò in una vera e propria espropriazione. Nel caso in esame, invece, trova applicazione l'art. 80 della legge n. 219 del 1981 che, con il rinvio a tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385, contempla l'indennità di espropriazione e quella di occupazione, distinguendo così i due momenti, onde trovano applicazione i principi più sopra enunciati.

Non gioverebbe addurre che tali principi comunque si riferirebbero in via esclusiva all'occupazione di aree edificabili, formanti oggetto della disciplina di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, mentre nella specie si tratterebbe dell'esproprio (anche) di un fabbricato, quindi di un bene diverso da un'area edificabile e non soggetto alle regole di cui al citato art. 5 bis.

É ben vero che quest'ultima norma si applica alla aree fabbricabili o a destinazione edificatoria e, segnatamente, non trova applicazione per le procedure espropriative disposte in base alla legge n. 219 del 1981 (Cass., sez. un., 6 novembre 1993, n. 10998; Cass., 6 febbraio 1997, n. 1113). Ma l'art. 80 sesto comma della legge n. 219 del 1981 richiama per la determinazione giudiziale delle indennità gli artt. 12 e 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892, la quale fa riferimento non già alle sole aree fabbricabili ma, più in generale, agli immobili espropriati e si riferisce, dunque, anche ai fabbricati (tant'é che, tra gli elementi per la determinazione dell'indennità, é contemplato anche "l'imponibile netto agli effetti delle imposte sul terreni e sui fabbricati": art. 13, comma quarto). Non vi sono quindi ragioni per escludere l'applicabilità dei suddetti principi nel caso in esame, nel quale pertanto l'indennità di occupazione deve essere liquidata sulla base di una percentuale, corrispondente agli interessi legali, dell'indennità dovuta per l'espropriazione come calcolata secondo i criteri di cui alla legge n. 2892 del 1885 e non sulla base di una percentuale del valore venale del bene espropriato.

Nella discussione orale il difensore della parte resistente, per l'ipotesi di accoglimento della censura ora esaminata (ed accolta), ha sollevato questione di legittimità costituzionale della legge n. 219 del 1981 e della legge n. 2892 del 1885, nella parte in cui, secondo l'interpretazione qui condivisa, condurrebbero a calcolare l'indennità di occupazione in misura pari agli interessi legali non sul valore pieno dell'immobile ma sulla somma determinata ai fini dell'indennità di espropriazione. »»


CASS 11210/1998: «« Che anche per la particella 279, espropriata con decreto n. 4674 del 24 gennaio 1992, notificato il 9 aprile successivo, l'Edifar aveva offerto la sola indennità di espropriazione; Che il consorzio non aveva provveduto a liquidare l'indennità di occupazione dovuta per il periodo compreso tra la materiale apprensione dei beni e la data dei decreti di espropriazione, né aveva depositato (benché fosse stata offerta) l'indennità di espropriazione per i capannoni e per la particella 481 (ex 279/b).

Ciò premesso la curatela del fallimento INCOMET convenne in giudizio davanti alla Giunta speciale per le espropriazioni, istituita presso la Corte di appello di Napoli, il funzionario delegato CIPE e il consorzio Edifar chiedendone la condanna al pagamento della giusta indennità di espropriazione per i manufatti condonati, nonché al pagamento diretto dell'indennità di occupazione temporanea per tutti i cespiti descritti in premessa, oltre agli interessi legali, con vittoria di spese giudiziali.

Instauratosi il contraddittorio il consorzio Edifar eccepì l'inammissibilità e l'infondatezza delle domande.

Il funzionario CIPE eccepì, tra l'altro, la carenza di legittimazione passiva.

All'esito dell'istruzione la Giunta speciale per le espropriazioni, con sentenza n. 48/96 depositata il 6 giugno 1996:

1) dichiarò il difetto di legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri CIPE, in persona del funzionario delegato) e compensò tra tali parti le spese del giudizio;

2) determinò l'indennità di espropriazione, dovuta in favore del fallimento INCOMET, in lire 292.875.000 per la particella 374 e in lire 9.940.000 per la particella 279, e condannò il consorzio Edifar a depositare - nel termine di giorni quindici dalla notifica della decisione - presso la sezione di Napoli della Cassa depositi e prestiti la somma pari alla differenza tra gli importi di cui sopra e quelli eventualmente già depositati, oltre agli interessi legali dal I ottobre 1984 sul primo importo e dal 24 gennaio 1992 sul secondo importo, fino alla data dell'effettivo deposito;

3) condannò il consorzio Edifar a pagare, mediante deposito entro il termine e con le modalità di cui sopra, l'indennità di occupazionelegittima nella misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno: sulla somma di lire 585.150.000, con decorrenza dal 25 ottobre 1982 fino alla data del decreto di espropriazione (1 ottobre 1984), oltre agli ulteriori interessi legali da tale data a quella dell'effettivo deposito (con riferimento alla particella 374); sulla somma di lire 23.980.000 con decorrenza dal 18 febbraio 1983 al 18 luglio 1983 e sulla somma di lire 19.800.000 con decorrenza dal 19 luglio 1983 al 24 gennaio 1992, oltre agli interessi legali da tale data fino all'effettivo deposito (con riferimento alla particella 279); sulla somma di lire 116.500.000 con decorrenza dal 5 giugno 1981 all'11 ottobre 1990, oltre agli interessi legali da tale data a quella dell'effettivo deposito (con riferimento alle particelle 387 e 388);

4) condannò il consorzio convenuto al pagamento delle spese del giudizio in favore della curatela, da liquidare a cura del presidente della Corte d'Appello di Napoli;

5) pose a carico del consorzio l'onorario dovuto ai componenti e il compenso spettante al segretario del collegio giudicante, nella misura che sarebbe stata determinata dal presidente della Corte d'Appello medesima.

La Giunta considerò:

Che doveva essere respinta l'eccezione di improponibilità della domanda, relativa alle particelle 387 e 388, formulata dal consorzio, secondo cui la domanda stessa sarebbe stata preclusa dalla quietanza datata 18 gennaio 1985, con la quale Vincenzo Treglia, amministratore unico della INCOMET s.r.l., aveva dichiarato di essere stato pienamente soddisfatto e di non avere null'altro a pretendere per l'occupazione e l'espropriazione a seguito della riscossione dell'indennità;

Che l'assunto del consorzio non poteva essere condiviso, in quanto l'atto di quietanza innanzi indicato si riferiva all'indennità di espropriazione, liquidata in lire 15.891.727, ma non anche all'indennità di occupazione, non determinata né offerta, accettata o ricevuta;

Che effettivamente il Treglia, nel contesto dell'atto di quietanza, aveva dichiarato di "essere stato pienamente soddisfatto e di non avere null'altro a pretendere per l'occupazione e l'espropriazione", ma tale dichiarazione come la coeva rinunzia erano inidonee a configurare una manifestazione di volontà diretta a porre in evidenza che la somma liquidata fosse comprensiva dell'importo ad essa spettante a titolo d'indennità di occupazione, in quanto le dichiarazioni sostitutive degli atti di notorietà, sottoscritte dal Treglia (nella qualità) non integravano validi negozi unilaterali satisfattivi per difetto degli elementi essenziali, che si sarebbero dovuti concretizzare nella specificazione della misura complessiva e delle varie componenti delle liquidazioni delle indennità effettuate in sede amministrativa;

Che, pertanto, non poteva attribuirsi valore giuridico nemmeno alle pedisseque ed altrettanto generiche rinunzie ad esperire l'azione diretta ad ottenere l'indennità di occupazione in quella sede; Che andava respinta l'eccezione d'inammissibilità delle domande relative all'indennità di espropriazione per gli immobili condonati, perché la legge n. 47 del 1985 aveva reso possibile la sanatoria degli immobili edificati senza la concessione edilizia, onde nessuna decadenza poteva essere eccepita con riferimento all'indennità di espropriazione dovuta per i manufatti, per i quali non era stato ancora emanato il decreto di espropriazione;

Che non aveva fondamento l'eccezione di carenza di legittimazione attiva, perché dalla documentazione prodotta risultava che l'INCOMET era titolare del potere di agire in giudizio; Che dal lato passivo, invece, doveva essere negata la legittimazione ad causam alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, da riconoscere in via esclusiva al concessionario, cui era demandato il compimento in nome proprio di tutte le operazioni occorrenti per la realizzazione del programma edilizio, ancorché comportanti l'esercizio di poteri pubblicistici, quali quelli inerenti all'espletamento delle procedure di espropriazione e quindi all'offerta, al pagamento o al deposito dell'indennità; Che, perciò, l'ente concessionario assumeva la qualità di soggetto responsabile nei confronti dell'espropriato di tutte le obbligazioni indennitarie connesse con l'attuazione del progetto ablatorio; Che andava respinta l'eccezione del concessionario, secondo cui nessuna somma si sarebbe dovuta corrispondere a titolo d'indennità di occupazione, perché l'art. 80 sesto comma ultima parte della legge n. 219 del 1981 riconosceva ai proprietari tutte le indennità previste dalla legge 29 luglio 1980 n. 385, la quale considerava anche l'indennità di occupazione;

Che dal verbale di consistenza relativo alla particella 374 risultava che sui fondi espropriati insistevano vari manufatti, tra cui una tettoia per la protezione dei materiali di deposito, nonché tre capannoni a due spioventi (come descritti in sentenza), costituenti locali di un'azienda di trattamento rottami metallici ed officina di fonderia con attrezzi e macchinari;

Che dal verbale del 5 e 16 giugno 1981 si evinceva che le particelle 387 e 388 erano destinate a deposito di rottami vari e ferro, recintate per tre lati da murature di tufo e dal quarto lato in parte con lamiera in ferro e in parte con ringhiera, ed esisteva inoltre una piccola guardiola in ferro;

Che dal verbale relativo alla particella 279 emergeva che sull'area espropriata esisteva una fabbrica di costruzione di cassette sifonate (il tutto come descritto in sentenza con i relativi provvedimenti che avevano interessato i beni in questione);

Che l'area oggetto dell'ablazione costituiva, unicamente alla particella 276 (ove erano ubicati gli uffici), un'unica azienda di trattamento rottami metallici ed officine di fonderia, sicché l'espropriazione aveva comportato una grave perdita di valore dell'area residuale;

Che il capannone esistente sulle particelle 374 e 279 del fl. 159 di mq. 2298,25 andava valutato soltanto per la parte di mq. 1950,50 in relazione alla quale era stato chiesto il condono edilizio con domanda n. 37488 del 4 giugno 1986;

Che il valore venale unitario del capannone (1950,50 mq.), comprensivo dell'area pertinenziale e dei relativi impianti e macchinari, andava valutato alla data del decreto di esproprio (1 ottobre 1984) in lire 300.000 al mq.;

Che il valore venale unitario delle aree di deposito con relative opere per 180 mq. della particella 279 (ora 481) andava determinato, alla data del decreto di esproprio (24 gennaio 1992), in lire 110.000 al mq.;

Che il valore unitario della superficie di 1165 mq., comprensiva di manufatti, delle particelle 387 e 388 andava determinato, alla data del decreto di esproprio (11 ottobre 1990), in lire 100.000 al mq.; Che, pertanto, il valore venale delle superfici oggetto dell'ablazione era di lire 585.150.000 (1950,50 per 300.000) in relazione alla particella 374, di lire 19.800.000 (180 per 110.000) in relazione alla particella 279 e di lire 116.500.000 (1165 per 100.000) in relazione alle particelle 387 e 388; Che a tali valori, in mancanza della prova di fitti certi, andava aggiunto il coacervo decennale della rendita catastale dominicale, ammontante a lire 599.149 per la particella 374 ed a lire 79.020 per la particella 279;

Che operando la media aritmetica tra il valore di mercato dei beni espropriati ed i rispettivi coacervi decennali e sommando i risultati ottenuti si otteneva l'indennità di espropriazione dovuta, pari a lire 302.815.000, di cui lire 292.875.000 per la particella 374 e lire 9.940.000 per la particella 279, onde il consorzio Edifar andava condannato a depositare in favore dell'attrice, a titolo d'indennità di espropriazione, la somma di lire 302.815.000, dalla quale andavano detratti gli importi già eventualmente depositati, con i relativi interessi legali;

Che all'attrice spettava altresì l'indennità di occupazione, la quale andava liquidata nella misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sul valore di mercato dei beni espropriati (come da dispositivo).

Contro la suddetta sentenza il consorzio Edifar ha proposto ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi.

La curatela del fallimento INCOMET s.r.l. resiste con controricorso e propone altresì ricorso incidentale e incidentale condizionato.

Le parti hanno depositate memorie.

Motivi della decisione

Il ricorso principale e quelli incidentali, in quanto proposti contro la medesima sentenza, devono essere riuniti ai sensi dell'art. 335 C.P.C.. Il fallimento INCOMET in via preliminare eccepisce "l'inammissibilità e l'improponibilità del ricorso per tardività", ma tale eccezione, non meglio specificata, non trova riscontro negli atti e deve, perciò, essere respinta.

Invero, secondo le risultanze degli atti, la sentenza impugnata risulta depositata il 6 giugno 1996 e notificata il 25 settembre 1996.

Il ricorso per cassazione del consorzio fu ritualmente notificato il 22 novembre 1996, quindi nel termine di sessanta giorni di cui all'art. 325, comma secondo, C.P.C.. Non sussiste, dunque, l'asserita tardività.

Con il primo mezzo di cassazione il consorzio Edifar denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 1324, 1362, 1363 e 1367 c.c., in relazione all'art. 360, primo comma, nn. 3 e 5, C.P.C..

Con riguardo alle particelle 388 (di mq. 165) e 387 (di mq. 1000) il consorzio convenuto in primo grado avrebbe eccepito l'inammissibilità delle domande della curatela, essendo intervenuto tra le parti atto di quietanza a mezzo di scrittura autenticata dal notaio Battista di Napoli in data 18 gennaio 1985 e successiva rettifica del 17 aprile 1985 con scrittura autenticata dal medesimo notaio.

Con l'atto menzionato l'amministratore della INCOMET avrebbe espressamente dichiarato di non avere null'altro a pretendere per l'occupazione e l'espropriazione degli immobili in questione, rilasciando quindi ampia finale e liberatoria quietanza a saldo.

Di fronte a tali specifiche dichiarazioni la Giunta speciale per le espropriazioni avrebbe effettuato un'operazione interpretativa in aperta violazione dei principi in tema di dichiarazioni unilaterali d'obbligo e delle norme d'interpretazione dei contratti ad essi applicabili.

Risulterebbe chiaro dal tenore testuale dell'atto per notar Battista che la dichiarazione di accettazione della INCOMET sarebbe stata resa a seguito di una precisa offerta dell'espropriante Edifar. In tale offerta non sarebbe stata computata l'indennità di occupazione, ma il privato interessato avrebbe accettato all'evidente scopo di addivenire ai benefici in termini di maggiorazione per accettazione e consegna brevi manu, in luogo del deposito delle indennità presso la Cassa depositi e prestiti, benefici di cui altrimenti non avrebbe goduto.

Sotto questi profili il tenore dell'offerta e della conseguente accettazione, con contestuale rinunzia alle opposizioni, sarebbe stato illegittimamente dequalificato dalla G.S.E., mentre la chiarezza della proposta e l'esaustività dell'accettazione e della quietanza non lascerebbero alcun margine all'interprete.

Nel controricorso si contesta l'assunto del ricorrente e si sostiene che le somme di cui agli atti di quietanza sarebbero state imputate esclusivamente a quanto dovuto a titolo d'indennità di espropriazione, senza alcuna attinenza con l'indennità di occupazione che, infatti, mai sarebbe menzionata. Si afferma, altresì, che agli atti di quietanza non potrebbe essere riconosciuto valore transattivo.

Le doglianze del ricorrente principale, rimettendo in discussione (peraltro con specifico riferimento alle particelle 388 e 387) il punto attinente all'accettazione dell'indennità che sarebbe stata comprensiva di ogni spettanza anche relativa all'occupazione, evitano il formarsi di un giudicato preclusivo su tale punto ed impongono a queste Sezioni unite di rilevare d'ufficio il difetto di giurisdizione, sul quale il consorzio pone l'accento con la memoria ex art. 378 C.P.C. in data 25 marzo 1998.

Si deve comunque ribadire che, contrariamente a quanto assume il ricorrente (pag. 6 della citata memoria), il carattere assorbente della questione di giurisdizione concerne soltanto le particelle 387 e 388 (e quindi si estende unicamente al secondo motivo, per quanto si dirà in prosieguo), perché - come pienamente risulta dalla sentenza impugnata e dal tenore del ricorso per cassazione (v. primo motivo, pag. 6) - soltanto a tali particelle si riferivano gli atti autenticati dal notaio Battista sull'interpretazione dei quali è insorta contestazione tra le parti.

Ciò posto, si deve premettere che, secondo un orientamento più volte affermato da questa Corte (per tutte, sent. 1 luglio 1997, n. 5898; 13 luglio 1993, n. 7703; 29 marzo 1989 n. 1529; 1 ottobre 1987, n. 7342), la competenza giurisdizionale in ordine all'opposizione avverso la stima dell'indennità espropriativa va determinata con riferimento alla normativa in base alla quale l'amministrazione ha promosso il procedimento ablativo e determinato l'indennità stessa: con la conseguenza che - nel caso di espropriazione per la realizzazione di un programma straordinario di edilizia residenziale in Napoli ai sensi della legge 15 (NDR: così nel testo) maggio 1981 n. 219 sugli interventi nelle zone terremotate (ipotesi ricorrente nella specie) - la giurisdizione spetta alla Giunta speciale presso la Corte d'Appello di Napoli, cui sono demandate le controversie attinenti all'indennità di esproprio ed anche di occupazione legittima, ai sensi degli artt. 17 e 18 del D.L.L. 27 febbraio 1919 n. 219 (cfr., per la cognizione anche sull'indennità di occupazione legittima, Cass., sez. un., 10 marzo 1998, n. 2645; 13 luglio 1993, n. 7703; 30 dicembre 1992, n. 13703).

La detta Giunta costituisce organo speciale di giurisdizione e fu istituita per giudicare, in luogo dell'A.G.O., specifiche controversie attinenti alle indennità derivanti dalle espropriazioni compiute in ambito territoriale normativamente determinato (v. l'art. 17 del D.L.L. n. 219 del 1919 e gli artt. 80 e seg. della legge 14 maggio 1981, n. 219). Con riguardo al detto art. 80, è stato chiarito da questa Corte che il rinvio da esso operato agli artt. 12 e 13 della legge 15 gennaio 1885 n. 2892 sul risanamento di Napoli rende applicabili alle espropriazioni per la realizzazione del programma straordinario di edilizia residenziale per le aree colpite dal sisma del 1980 sia la disciplina sostanziale sia quella processuale, compresa l'attribuzione di competenza in materia di determinazione giudiziale delle indennità di esproprio e di occupazione alla Giunta speciale presso la Corte d'Appello di Napoli (v., da ultimo, S. Un., n. 2645 del 1998).

Peraltro, in linea con la specialità della giurisdizione della Giunta, viene meno la cognizione di tale organo, e subentra quella dell'autorità giudiziaria ordinaria da individuare secondo gli appositi criteri, quando vi sia stata accettazione dell'indennità da parte dell'espropriato, rimanendo sottratte alla Giunta medesima anche le controversie relative alla valutazione ed interpretazione del patto dedotto in giudizio da una delle parti.

Nel caso in esame la Giunta speciale - decidendo in ordine alla validità, all'interpretazione e alla portata delle dichiarazioni sottoscritte dal Treglia quale amministratore unico della società INCOMET relativamente alle particelle 387 e 388 (pag. 5 e 6 della sentenza impugnata) - ha compiuto un accertamento di segno negativo sul contenuto dell'accordo a suo tempo raggiunto dalle parti, ed ha così deciso una questione che non riguardava la liquidazione dell'indennità ed era perciò sottratta alla sua speciale e limitata competenza giurisdizionale.

Pertanto, stante il rilevato difetto di giurisdizione sul punto suddetto, va dichiarata al riguardo la giurisdizione del giudice ordinario, con la cassazione senza rinvio dell'impugnata sentenza sul punto medesimo.

Con il secondo motivo il consorzio Edifar denunzia violazione e falsa applicazione dei principi desumibili dall'art. 20 della legge n. 865 del 1971 e dagli artt. 1 e 2 della legge n. 385 del 1980, censurando

- sempre "con riferimento alle particelle di cui sub 1", cioé alle particelle 387 e 388 (v. pag. 8 del ricorso per cassazione) - il criterio di determinazione dell'indennità di occupazione e sostenendo che la G.S.E. "nella ipotesi di rigetto della censura di cui sub I", avrebbe dovuto computare la detta indennità non versata in misura pari agli interessi legali sui valori di mercato già accettati dalla INCOMET con l'accettazione dell'indennità di espropriazione.

Pertanto, avendo la società accettato una stima pari a lire 14.170.477 per mq. 1165 (part. 387-388), la Giunta avrebbe dovuto calcolare l'indennità di occupazione sulla base dei predetti valori, e non rideterminare il valore in lire 100.000 al mq. alla data dell'11 ottobre 1990, su questo nuovo importo procedendo poi al calcolo del valore di occupazione.

Infatti l'indennità di occupazione non potrebbe avere un parametro valutativo diverso da quello del valore del fondo del quale si discute lo spossessamento; e poiché tale valore sarebbe stato accettato in sede di accettazione dell'indennità espropriativa, da esso non si potrebbe prescindere nella stima, sia pure giudiziale, dell'indennità di occupazione. (...) Passando al ricorso incidentale del fallimento INCOMET, si osserva che quest'ultimo sostiene che la sentenza impugnata non avrebbe correttamente valutato le circostanze di causa. Se tale corretta valutazione fosse stata compiuta, infatti, essa avrebbe dovuto, relativamente ai manufatti, determinare il valore venale all'attualità, mancando il decreto di esproprio e sulla base di tale valore determinare l'indennità di espropriazione con i criteri di cui agli artt. 12 e 13 della legge n. 2892 del 1885; determinare l'indennità di occupazione dovuta nella misura corrispondente al saggio degli interessi legali per anno sull'importo complessivo pari al valore venale calcolato con riferimento all'attualità, con decorrenza dal 25 ottobre 1982 ad oggi (non essendo stato emesso il decreto di esproprio), oltre agli interessi legali ulteriori fino al deposito; condannare il consorzio al pagamento di entrambe le indennità con gli accessori.

Relativamente all'area di sedime di mq. 2587 la sentenza impugnata avrebbe dovuto determinare il valore venale con riferimento alla data del decreto di esproprio, determinare l'indennità di occupazione sulla base di tale valore e condannare il consorzio al relativo pagamento. »»


CASS 19170/2007: «« Torcitura di Caselle Torinese conveniva in giudizio, dinnanzi alla Corte d'appello di Torino, il Comune di Caselle Torinese per sentirlo condannare al pagamento della giusta indennità di occupazione relativa a terreni siti in agro di detto Comune, attuata con decreto del 2 giugno 1992 e con la successiva demolizione degli edifici di proprietà di essa attrice.

Essendo decorsi i cinque anni previsti per il completamento della procedura espropriativa senza che fosse stato emanato il decreto di esproprio, la società attrice esponeva che, con autonomo atto di citazione, aveva convenuto lo stesso Comune avanti il Tribunale di Torino per ottenere il risarcimento dei danni subiti e, al fine della decisione della controversia concernente l'indennità di occupazione, produceva la relazione di c.t.u. disposta in quel giudizio, chiedendo che l'indennità di occupazione fosse determinata sulla base delle risultanze di detta c.t.u..

Nella contumacia del Comune, la Corte d'appello, con sentenza depositata il 2 agosto 2003, determinava l'indennità di occupazionespettante alla società attrice nella misura risultante dagli interessi legali annuali sulla somma di Euro 432.875,06, liquidata dal Tribunale di Torino con sentenza corretta con ordinanza del 15 ottobre 2002, per ciascuno dei cinque anni previsti per l'occupazione legittima; disponeva il deposito di detti interessi presso la Cassa depositi e prestiti e condannava il Comune al pagamento delle spese processuali.

La Corte rilevava che il Tribunale di Torino, adito dalla stessa parte attrice per la determinazione della somma ad essa spettante a titolo di risarcimento danni per l'acquisizione di fatto dei terreni e degli immobili di sua proprietà, aveva determinato detta somma nella misura di Euro 432.875,06. Ai fini della determinazione dell'indennità di occupazione non restava quindi null'altro da fare che prendere atto di detta sentenza, con conseguente determinazione della suddetta indennità nella misura risultante dagli interessi legali annuali su quella somma per ciascuno dei cinque anni previsti per l'occupazione legittima.

Per la cassazione di questa sentenza ricorre la s.a.s. Torcitura di Caselle Torinese sulla base di un unico motivo; resiste con controricorso il Comune di Caselle Torinese, il quale propone altresì ricorso incidentale affidato ad un motivo.

Motivi della decisione

Deve preliminarmente essere disposta la riunione del ricorso principale e di quello incidentale, trattandosi di impugnazioni proposte avverso la medesima sentenza (art. 335 c.p.c.).

Con l'unico motivo del ricorso principale, la s.a.s Torcitura di Caselle Torinese deduce violazione del principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112 c.p.c.; violazione dei principi giurisprudenziali relativi alla spettanza degli interessi sulle somme dovute a titolo di indennità di espropriazione e di occupazione d'urgenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4.

Con tale censura, la ricorrente principale si duole della mancata pronuncia da parte della Corte d'appello, sulla domanda relativa agli interessi sulla somma dovuta a titolo di indennità di occupazione temporanea. Questa somma, infatti, ancorchè rapportata agli interessi legali sulla indennità di espropriazione, costituisce il capitale sul quale sono dovuti gli interessi legali; e sul punto, la sentenza ha omesso di pronunciare.

Con l'unico motivo del ricorso incidentale, il Comune di Caselle Torinese denuncia la violazione dei principi in tema di liquidazione dell'indennità di occupazione. Il Comune rileva che, ai fini della determinazione dell'indennità di occupazione, occorre fare riferimento non già al valore venale del bene occupato, bensì al valore che deve (o dovrebbe) essere adottato in funzione della successiva espropriazione. Tale principio, affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, sarebbe stato disatteso dalla Corte d'appello, la quale ha calcolato l'indennità di occupazione sul valore venale dei terreni e dei fabbricati della società ricorrente, come individuato nella causa davanti al Tribunale di Torino, avente ad oggetto la determinazione della misura del risarcimento per l'adozione del valore venale poteva giustificarsi, nella specie, per la presenza di fabbricati sui suoli occupati. In tale situazione, infatti, la Corte territoriale, invece di valutare in modo unitario terreni e fabbricati secondo il loro valore venale, avrebbe dovuto individuare l'indennità virtuale di esproprio su cui conteggiare l'indennità di occupazione, distinguendo i terreni, da valutare secondo il criterio la L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, dai fabbricati, da valutare secondo il criterio di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 39.

Il ricorso incidentale, che deve essere esaminato per primo per evidenti ragioni di priorità logica, è innanzitutto ammissibile. Il Comune di Caselle Torinese, infatti, appunta le proprie censure in modo specifico sul fatto che la sentenza impugnata abbia assunto a base di calcolo per la determinazione della indennità di occupazione legittima il valore dei terreni e degli immobili di proprietà della ricorrente principale come determinato nel diverso giudizio di risarcimento del danno per l'acquisizione di fatto dei medesimi beni con la realizzazione dell'opera pubblica. Tanto basta, ad avviso del Collegio, tenuto conto che nelle premesse del controricorso e ricorso incidentale il Comune ha specificato che la procedura espropriativa interessava "un terreno della superficie di mq. 12.435 e da entrostanti fabbricati (mq. 7756) già destinati ad uso industriale", per ritenere che il ricorso incidentale risponda ai requisiti di ammissibilità previsti dal codice di rito.

Il ricorso è anche manifestamente fondato, giacchè la Corte territoriale si è discostata dal principio di diritto, affermato da questa Corte e che il Collegio condivide, secondo cui "Quando oggetto di espropriazione sia un fabbricato con latistante terreno, il manufatto costituisce un'entità economica da valutarsi come bene autonomo, il cui valore deve essere considerato in aggiunta al valore del suolo, effettuando la liquidazione corrispondente con riferimento al valore di mercato per l'edificio (comprensivo di area di sedime, che da esso non è scindibile nè autonomamente apprezzabile), senza che rilevi il fatto che il fabbricato sia destinato dall'espropriante alla demolizione. Quanto invece al terreno pertinenziale, la liquidazione va effettuata con riferimento ai criteri di cui alla L. 8 agosto 1992, n. 359, art. 5 bis, o alla L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 16, a seconda se esso risulti edificabile o in edificabile" (Cass., n. 6091 del 2004; n. 16980 del 2006).

Manifestamente fondato è anche il ricorso principale.

La Corte d'appello di Torino, nel riconoscere alla ricorrente l'indennità di occupazione legittima, determinata in ragione degli interessi legali dovuti sulla indennità di espropriazione per ciascuno anno di occupazione legittima e per cinque anni, ha infatti omesso di riconoscere alla società ricorrente gli interessi legali sulla somma così liquidata a titolo di indennità di occupazione.

Questa Corte ha già avuto modo di chiarire che "l'indennità di occupazione non è un interesse, bensì il corrispettivo del mancato godimento del bene occupato fino all'espropriazione, in relazione all'anticipata privazione del proprietario del suo diritto reale, ed è ragguagliato al tasso legale degli interessi sull'indennità di espropriazione, sicchè, per la loro natura e funzione compensativa, gli interessi legali dovuti al proprietario per la ritardata corresponsione delle somme spettanti a titolo di indennità di espropriazione e di occupazione decorrono dal momento di maturazione dei corrispondenti diritti, ovvero, rispettivamente, dalla data del decreto di esproprio, e dalla scadenza di ciascuna annualità di occupazione" (Cass., n. 5520 del 2006).

In altri termini, il fatto che l'indennità di occupazione debba essere determinata assumendo a base del calcolo la somma dovuta a titolo di indennità di espropriazione non comporta il venir meno della natura di sorte capitale della somma stessa, sulla quale decorrono gli interessi legali dalla scadenza di ciascuna annualità, quale momento di maturazione del relativo diritto (Cass., n. 16903 del 2003). Ed è indubbio che la ricorrente aveva espressamente chiesto la condanna del Comune al pagamento degli interessi legali sulla somma dovuta a titolo di indennità di occupazione legittima e che su tale domanda la Corte d'appello non ha statuito.

La sentenza impugnata, in accoglimento di entrambi i ricorsi proposti avverso di essa, deve pertanto essere cassata, con rinvio al altra sezione della Corte d'appello di Torino, la quale procederà a nuova determinazione della indennità di occupazione in favore della ricorrente principale in applicazione dei suindicati principi. »»

CASS 13599/2002: «« Ritenuta la propria competenza ed accertata la natura edificatoria del terreno in quanto compreso nella zona D - terziaria e commerciale, disattendeva la Corte d'Appello la valutazione operata dal C.T.U. in L 129.360 al metro quadrato con la seconda relazione e con riferimento al 1991, in quanto con una prima relazione aveva riferito che in altre consulenze espletate su incarico del Tribunale di Tempio Pausania aveva accertato per analoghe aree un prezzo oscillante tra L 63.700 a L 44.690 al metro quadrato con riferimento ai valori correnti nel 1994. Riteneva quindi congruo un valore di L 80.000 al metro quadrato. Conseguentemente determinava l'indennità di occupazione nella misura corrispondente agli interessi legali sul valore del terreno calcolato in base all'art. 5 bis della Legge 359/92, riducendola del 40% in virtù di detta disposizione e cumulando all'iniziale periodo di cinque anni la proroga annuale di cui all'art 5 della Legge 385/80 e quella biennale di cui all'art. 14 della Legge 47/88.
Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione il Consorzio Pubblico per lo Sviluppo Industriale di Olbia (già Consorzio per il Nucleo di Industrializzazione di Olbia), deducendo tre motivi di censura.

Resiste con controricorso Lucia Angela Carzedda che propone anche ricorso incidentale affidato a due motivi.

Il Consorzio resiste con controricorso al ricorso incidentale della Carzedda.

Entrambe le parti hanno presentato memoria.

Motivi della decisione

Pregiudizialmente i due ricorsi, il principale e l'incidentale, vanno riuniti ai sensi dell'art. 335 C.P.C., riguardando la stessa sentenza.

Con il primo motivo del ricorso principale il Consorzio Pubblico per lo Sviluppo Industriale di Olbia denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 5 bis della Legge 359/92 in relazione all'art. 360 n. 3 C.P.C.. Sostiene che, avendo la Carzedda adito il Tribunale di Tempio Pausania per ottenere anche il risarcimento del danno derivante dall'occupazione illegittima dello stesso terreno e dovendosi le due azioni ritenere alternative, la richiesta di risarcimento successivamente formulata comporta rinuncia, per perdita di interesse, a quella in esame di richiesta dell'indennità di occupazione, almeno dal 13.1.1996, giorno in cui, secondo la prospettazione della medesima, si sarebbe verificata l'irreversibile trasformazione. Sostiene altresì che, qualora risulti accertato che l'irreversibile trasformazione si fosse verificata sin dal Dicembre del 1991, l'indennità di occupazione sarebbe dovuta per il più breve periodo Febbraio - Dicembre1991, con la conseguente necessità di disporre ai sensi dell'art. 295 C.P.C. la sospensione del presente procedimento, di cui propone espressa richiesta. (...) e due censure, pur finalizzate ad opposte conclusioni, vanno esaminate congiuntamente, riguardando lo stesso punto della decisione relativo alla concreta determinazione dell'indennità di occupazione.

Entrambe sono fondate.

La Corte d'Appello ha correttamente ancorato la determinazione dell'indennità di occupazione al valore del bene calcolato secondo i criteri da adottarsi ai fini della determinazione dell'indennità di espropriazione in conformità dell'orientamento ormai consolidato di questa Corte (per tutte Sez. Un. 20.1.1998 n. 493), da ritenersi invocabile anche per l'ipotesi, come quella in esame, in cui all'occupazione non segua l'emissione di un tempestivo decreto di espropriazione (in tal senso Cass. 11228/98), non venendo meno in tal caso l'originario collegamento procedurale e funzionale dell'occupazione con l'espropriazione e dovendosi quindi procedere alla determinazione dell'indennità di espropriazione in via virtuale. (...) Orbene, posto, come si è già rilevato, che il valore del bene da assumere a base dell'indennità di espropriazione costituisce il parametro di riferimento anche dell'indennità di occupazione e che tale valore deve essere calcolato al momento del decreto di esproprio ovvero, nel caso come quello in esame in cui il provvedimento ablativo non sia stato emesso, rapportato al termine del periodo di occupazione legittima (di cui si dirà in relazione al successivo motivo), a tale momento deve essere fatto riferimento ai fini in esame attraverso un calcolo virtuale dell'indennità di espropriazione di cui va riconosciuta una misura percentuale che ben può corrispondere al tasso dell'interesse legale per ciascun anno di occupazione.

Sul punto non può trovare applicazione quindi il diverso riferimento temporale sostenuto dal ricorrente principale che lo ha correlato "all'epoca dell'apposizione del vincolo preordinato all'esproprio" (3.4.1989) con esplicito richiamo all'art. 5 bis comma 3 della Legge 359/92.

Con tale inciso infatti non si è inteso operare, come sembra sostenere detto ricorrente, uno spostamento temporale per la determinazione del valore del bene espropriato, ma solo ribadire il principio, secondo cui nell'accertamento di tale valore deve prescindersi dall'incidenza del vincolo espropriativo. In tal senso del resto si è espressa anche la Corte Costituzionale con la sentenza n. 442 del 16.12.1993 e si è formato il consolidato orientamento di questa Corte.

Tutto ciò, ovviamente, qualora sia rimasto invariato il valore venale di riferimento in quanto nella diversa ipotesi in cui tale valore abbia subito apprezzabili variazioni nel corso dell'occupazione legittima il calcolo virtuale dell'indennità di espropriazione dovrà essere rinnovato ad ogni scadenza annuale.

Con il terzo motivo del ricorso principale il Consorzio denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 5 della Legge 385/80 n. 385 e dell'art. 14 della Legge 47/88 in relazione all'art. 360 n. 4 C.P.C.. Lamenta che la Corte d'Appello, ai fini dell'indennità di occupazione, abbia cumulato all'iniziale quinquennio le proroghe disposte con l'art. 5 della Legge 385/80 e con l'art. 14 della Legge 47/88, senza considerare che dette norme si riferiscono alle occupazioni in corso alla data della loro emanazione e non a quelle, come l'occupazione in esame, disposte con provvedimento successivo e che le proroghe richiedono comunque l'adozione di appositi provvedimenti. Sostiene quindi che erroneamente sia stata riconosciuta l'indennità di occupazione per il periodo successivo al 22.21996, data di scadenza disposta con decreto del 7.12.1990. (...) In tale contesto ritiene il Collegio che debba trovare ugualmente applicazione, come si è già avuto modo di affermare in relazione al secondo motivo del ricorso principale ed al primo dell'incidentale, il principio del collegamento procedurale e funzionale fra l'indennità di occupazione e quella di espropriazione già affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (493/98), collegamento che non viene meno nemmeno quando all'occupazione non segua il decreto di esproprio, vale a dire qualunque sia l'evento giuridico ablatorio del diritto di proprietà (cessione volontaria, espropriazione formale, appropriazione acquisitiva), con la conseguenza che ai fini della determinazione dell'indennità di occupazionedebba farsi riferimento sempre allo stesso valore del bene che si è assunto o si sarebbe dovuto assumere per la determinazione dell'indennità di espropriazione.

Discende da quanto sopra che il problema relativo

all'applicabilità della decurtazione del quaranta per cento previsto dai commi 1 e 2 dell'art. 5 bis della Legge 359/92, invocabile nell'ipotesi in esame in presenza di un terreno a destinazione edificatoria, debba essere risolto negli stessi termini anche nel caso in cui, non essendo stato il procedimento definito con una formale espropriazione, il calcolo della relativa indennità debba essere compiuto in modo virtuale al solo fine di determinare l'indennità di occupazione.

Si pone quindi la questione, non nuova in verità nelle decisioni di questa Corte, dell'interpretazione dell'art. 5 bis nell'ipotesi, come quella in esame, della sua applicazione a regime e cioé se, in relazione ai soggetti nei cui confronti era ancora in atto l'occupazione legittima al momento della sua entrata in vigore e non invocabile, per i motivi sopra esposti, la sentenza della Corte Costituzionale n. 283 del 1993, debba provvedersi alla riduzione del quaranta per cento per il solo fatto che non sia intervenuta una cessione volontaria del bene, indipendentemente dall'esistenza e dalla congruità di un'offerta.

Ritiene il Collegio che anche nel sistema a regime la decurtazione debba essere operata solo in presenza del rifiuto di un'offerta congrua ed anche qualora l'indennità di espropriazione sia frutto di un mero calcolo virtuale, eseguito al solo fine di determinare il parametro di riferimento per la liquidazione dell'indennità di occupazione.

Al di là della formulazione adottata dall'art. 5 bis il quale, al comma 1, prevede la riduzione del quaranta per cento ed, al comma 2, la sua esclusione solo nell'ipotesi di cessione volontaria, formulazione che induce a ritenere che la riduzione costituisce la regola generale cui può ovviarsi unicamente con la cessione volontaria, non v'é dubbio che il meccanismo previsto da detta norma deve essere coordinato con il procedimento espropriativo che richiede, ai sensi degli artt. 11 e 12 della Legge 865/71, un'offerta provvisoria da parte dell'espropriante.

Se una tale offerta non vi sia stata o se essa risulti irrisoria o comunque non congrua rispetto al valore del bene ed al criterio di calcolo previsto dall'art. 5 bis, viene preclusa ogni possibilità di addivenire alla cessione volontaria, con la conseguenza che non può ritenersi consentito far discendere sull'espropriato gli effetti negativi di una situazione a lui non imputabile.

Del resto la stessa Corte Costituzionale (n. 300/00), pur dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 5 bis nella parte in cui non subordina, nel giudizio instaurato dopo l'espropriazione, l'abbattimento del quaranta per cento dell'indennità di espropriazione all'accertamento che l'indennità provvisoria offerta al privato sia conforme ai criteri di legge e pur ribadendo che l'indennità di espropriazione deve ritenersi fissata in via normale da detta norma nella misura decurtata del quaranta per cento, non ha escluso la rilevanza che possa assumere ai fini in esame il comportamento delle singole amministrazioni che facciano cattivo uso delle loro facoltà nella gestione amministrativa o non si attengano nella determinazione dell'indennità ai parametri di legge.

In tale spazio lasciato libero dalla Corte Costituzionale può trovare ingresso quindi la verifica del giudice di merito intesa ad accertare se un'offerta provvisoria vi sia stata, come richiede la legge, e se questa sia conforme a corretti parametri di legge (sostanzialmente ad analoghe conclusioni Cass. 3833/01; Cass. 6538/01).

Del resto una diversa interpretazione si presterebbe facilmente ad abusi da parte dell'espropriante che potrebbe essere indotto a comportamenti strumentalmente mirati e cioé ad un'offerta anche molto al di sotto dell'importo dovuto in base ai parametri legali al fine di evitare là. cessione volontaria e di beneficiare in ogni caso dell'abbattimento.

Né a diverse conclusioni può pervenirsi allorché il calcolo dell'indennità di espropriazione sia meramente virtuale e cioé operato al solo fine di offrire il necessario parametro per la liquidazione dell'indennità di occupazione.

Ritiene il Collegio, discostandosi consapevolmente

dall'orientamento espresso al riguardo da una precedente decisione di questa Corte (5537/98), che il richiamato collegamento fra le due indennità non consente una diversa soluzione.

Anche nel caso in cui il procedimento espropriativo non si concluda con il decreto di espropriazione e l'occupazione dia luogo, a seguito dell'irreversibile trasformazione del terreno, al fenomeno dell'accessione invertita, coerenza e razionalità richiedono non solo che il calcolo virtuale dell'indennità di espropriazione venga effettuato, come si è sopra già evidenziato, sulla base degli stessi criteri, ma anche la necessità di valutare se alla mancata cessione volontaria abbia dato causa lo stesso espropriante, omettendo qualsiasi offerta o proponendo un'offerta non congrua.

In, verità la contraria decisione testé richiamata si è occupata di una situazione in parte diversa, in cui il decreto di espropriazione non era ancora intervenuto, essendo evidentemente in atto la procedura amministrativa di cui non erano scaduti ancora i termini. In tal caso si è affermato che le condizioni in base alle quali la legge subordina l'abbattimento del quaranta per cento si pongono come mera eventualità e pertanto possono essere considerate solo e quando esse si verifichino.

Ma, al di là della situazione contingente, essa sembra formulare un principio generale applicabile anche alle ipotesi, come quella in esame, in cui non sia più consentito emettere un valido decreto di esproprio né determinare in via definitiva la relativa indennità ed in cui possa escludersi quindi che si siano verificate le condizioni richieste dalla legge.

Anche nell'ambito del calcolo virtuale, allorché l'occupazione non sia approdata alla espropriazione e non vi siano ormai incertezze al riguardo, non possono non valere però le stesse considerazioni sopra evidenziate sulla rilevanza del comportamento dell'espropriante, tenuto a porre le condizioni, attraverso una congrua offerta provvisoria, perché il privato addivenga ad una cessione volontaria.

Non mancano in verità delle tesi più radicali, in base alle quali nel calcolo virtuale deve essere esclusa in ogni caso la riduzione del quaranta per cento in quanto non sarebbe consentito assoggettare la determinazione dell'indennità di occupazione alla procedura amministrativa prevista unicamente per l'indennità di espropriazione, ma ragioni di coerenza con il principio di collegamento fra le due indennità, sopra più volte richiamato, inducono a ritenere applicabili gli stessi criteri sia per la liquidazione in concreto dell'indennità di espropriazione che per la sua determinazione virtuale al solo fine di costituire il parametro di riferimento per il calcolo dell'indennità di occupazione, con la conseguenza che anche in tal caso la riduzione non deve essere operata allorché siano mancate le condizioni sopra precisate.

Nell'uniformarsi ai principi accolti e nel determinare l'indennità di occupazione legittima nella misura che ben può corrispondere al tasso legale degli interessi per ciascun anno di occupazione, il giudice di rinvio dovrà far riferimento al valore del bene calcolato secondo i criteri previsti dall'art. 5 bis, operando la riduzione del quaranta per cento solo se risulti che l'espropriante abbia effettuato un'offerta e questa possa essere considerata congrua ed omettendo invece l'abbattimento qualora anche una di tali due condizioni non risulti essersi verificata. Il tutto attraverso una motivazione che dia sufficiente conto delle scelte operate.

Per quanto riguarda infine l'ultima parte della censura in esame, con cui viene lamentata la mancata considerazione dell'intero anno 1998 sino al Febbraio del 1999 ai fini della determinazione dell'indennità di occupazione in esame, la questione risulta assorbita dalla soluzione adottata in ordine al terzo motivo del ricorso principale relativo all'inapplicabilità delle proroghe. »»


CASS 1225/2002: «« La stessa Corte di Appello infatti, ha dato atto (ed i Pozzolini confermato) che il comune di Sesto Fiorentino, alla richiesta delle controparti di determinazione dell'indennità di occupazione temporanea, aveva "tempestivamente" opposto "l'eccezione di prescrizione ordinaria", per cui, a norma dell'art. 112 cod. proc. civ. la sentenza impugnata era tenuta a pronunciare non solo sulla domanda degli opponenti, ma anche sul fondamento di detta eccezione: e ciò tanto più che detti giudici, pur dichiarando che la prescrizione era stata interrotta soltanto da una lettera inviata il 28 giugno 1991 dalla dante causa dei Pozzolini, hanno poi liquidato per alcuni terreni l'indennità richiesta anche per i periodi anteriori al decennio precedente l'atto interruttivo; e che per altro verso il comune aveva contestato che la lettera in questione si riferisse a tutti indistintamente gli immobili compresi nei decreti di occupazione, assumendo che la stessa non includeva sicuramente aree complessivamente estese mq 1360, riportate nel fg. 44 del locale catasto.

Né può ipotizzarsi, come hanno fatto i Pozzolini, che la Corte ha omesso di pronunciarsi su questa eccezione per aver ritenuto che il comune di Sesto vi aveva rinunciato, anzitutto perché di una tale statuizione non vi è menzione in alcuna parte della motivazione della sentenza; la quale si è peraltro limitata a dedurre che l'ente pubblico nella memoria conclusiva aveva per la prima volta proposto un'eccezione nuova e diversa - quella di prescrizione quinquennale dell'indennizzo - perciò dichiarata inammissibile, senza perciò dedurne che quella originaria era stata rinunciata o semplicemente non riproposta (ad esempio, in sede di precisazione delle conclusioni), ed anzi riportando un ampio stralcio di detta memoria in cui l'amministrazione comunale vi insisteva comunque, assumendo che "resta dunque ferma ed indiscutibile la prescrizione del diritto alla percezione dell'indennità di occupazione per tutti i terreni per i quali il relativo decreto risale al 1981 o a data anteriore". Per cui a tale omissione rimedierà il giudice di rinvio, a nulla rilevando che il periodo da esaminare è anteriore al 31 ottobre 1990, data della pubblicazione della nota sentenza n. 470 del 1990 della Corte Costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 20 della legge n. 865 del 1971 laddove precludeva agli espropriandi l'esercizio dell'azione per ottenere la liquidazione giudiziale dell'indennità, in mancanza di determinazione da parte della Commissione di cui all'art. 16: in quanto la pregressa vigenza di una disposizione preclusiva o ostativa viziata di incostituzionalità poi accertata, secondo la giurisprudenza di questa Corte, configura, rispetto all'esercizio del diritto sottostante, non già un impedimento giuridico, sibbene un mero ostacolo di fatto ovviabile mediante la proposizione dell'incidente di costituzionalità, idoneo, appunto a rimuoverlo; sicché la stessa non può costituire la fonte normativa di un effetto impeditivo del decorso della prescrizione ai sensi dell'art. 2935 cod. civ. (cfr., per tutte, Cass., S.U., 27 del 1999; 7878 del 1998). (...) Di modo che, deve essere ribadita la giurisprudenza di questa Corte che il termine breve non trova applicazione per l'indennità di occupazione temporanea di urgenza alla quale si applica invece l'ordinaria prescrizione decennale, da determinarsi per ciascun anno di occupazione e da corrispondersi alla scadenza dello stesso, dal quale inizia dunque a decorrere la prescrizione decennale limitatamente all'importo dovuto per quel periodo. (...) Se, infatti, il diritto alla indennità di occupazione matura al compimento di ogni singola annualità, a ciascuno di questi momenti deve essere calcolato il parametro di riferimento che (per le aree fabbricabili) tiene conto, come termine da mediare, del valore venale attuale del bene (secondo il criterio di cui al menzionato art. 5-bis), passibile nel tempo di variazioni dipendenti dalla vicenda dello specifico mercato immobiliare di riferimento (nonché dell'aumento del costo della vita); con la conseguenza che, se la determinazione monetaria del valore venale del bene abbia subito variazioni apprezzabili nello sviluppo della occupazione legittima e registrabili alle singole consecutive scadenze annuali, ad ogni scadenza dovrà procedersi al calcolo virtuale della indennità di espropriazione (Cass., 6102/2001; 320/2001; 13942 del 1999 citata; 10561 del 1993) - fondata ripetesi anche sul valore venale del bene, come tale soggetto a variazioni nel tempo - per commisurare ad essa la indennità di occupazione in quel momento maturata ed esigibile, indipendentemente dall'ulteriore sviluppo della occupazione e dal tempo in cui sarà pronunciata l'espropriazione e determinata la relativa indennità (o in cui l'effetto traslativo sarà diversamente conseguito).

In altri termini, una volta accettato il criterio che l'indennità di occupazione legittima, in mancanza di altri elementi, possa determinarsi per le aree edificabili alla stregua del tasso di interesse legale sull'indennità di espropriazione calcolata tenendo conto tra gli altri parametri, del valore capitale del bene occupato, appare ovvia la conseguenza che, se il bene è soggetto ad aumento di valore nelle singole annualità durante cui si protrae l'occupazione, di detta maggiore entità capitale, cui ragguagliare il tasso di interesse legale, deve pur tenersi conto, ancorché con determinazioni periodiche; e che identico principio va applicato per le aree agricole in cui l'indennità di esproprio su cui applicare la frazione indicata dall'art. 20 della legge n. 865 del 1971 per determinare l'indennizzo dovuto per ciascuna annualità di occupazione, va calcolata in base al valore agricolo medio relativo all'annualità di riferimento.

Sicché nel caso di specie, che la stessa sentenza impugnata ha segnalato per lo sviluppo protratto nel tempo di ciascuna occupazione legittima e per la crescita dei valori immobiliari nel corso di questo periodo, la indennità annua maturata alle singole scadenze annuali non poteva essere vincolata (nella assunta misura degli interessi legali) al rapporto proporzionale con la indennità di espropriazione determinata con riferimento al valore venale del bene al tempo della scadenza di ciascun periodo di occupazione, ma la Corte territoriale avrebbe dovuto, alle singole scadenze annuali, che segnano il momento in cui matura il diritto alla indennità di occupazione e mantengono, ciascuna, una propria autonomia, procedere al calcolo virtuale attualizzato della indennità di espropriazione (da determinarsi con il criterio dell'art. 5-bis in caso di area edificabile e con quello dell'art. 16 della legge n. 865 del 1971 in caso di area agricola) come parametro di riferimento cui commisurare la indennità di occupazione: ferma restando la destinazione dell'immobile accertata alla data del decreto di occupazione, come si dirà più avanti in occasione dell'esame del 5° motivo. (...) Per converso, avvenuta (nel termine anzidetto) l'immissione in possesso dell'immobile, già da tale momento deve presumersi che il proprietario dell'immobile formalmente occupato subisce, e fino al termine dell'occupazione, il duplice danno di aver perso la facoltà di godimento dell'immobile stesso e di vedersi limitata la facoltà di disporne; ed allo stesso è dovuta dall'amministrazione l'indennità di occupazione. Con la conseguenza ulteriore che non è su di lui che incombe la prova di aver sofferto la perdita del possesso dell'immobile, ma è proprio il beneficiario del provvedimento di occupazione che deve dimostrare la mancata esecuzione del provvedimento amministrativo ablatorio (Cass., 7775/2001; S.U., 510 del 1999). (...) Siffatto momento è stato, quindi identificato in quello di adozione del decreto ablativo, ove si tratta di determinare l'indennità di espropriazione (Cass., 3873/2000; 425/2000; 5733 del 1999; 2279 del 1999; S.U., 818 del 1999); mentre per l'indennità di occupazione che è quella che interessa il caso concreto, la ricognizione dell'area deve coincidere con la data del decreto di occupazione che d'altra parte attribuisce immediatamente alla P.A. il diritto di disporre dell'immobile allo scopo di eseguire l'opera pubblica per la quale è stato emanato ed incide in misura corrispondente sui poteri dominicali del titolare del bene, privandolo (temporaneamente) di tutte le facoltà di godimento o soltanto di alcune di esse: e perciò stesso attuando automaticamente la compressione del diritto dominicale nel momento in cui viene pronunciato (Cass., 320/2001 citata; 1764 del 1999). (...) Con il sesto motivo, il comune deducendo infine, violazione dell'art. 72 della legge n. 2359 del 1865 e art. 5-bis della legge n. 359 del 1992, censura la sentenza impugnata per avere determinato la misura dell'indennità di occupazione in ragione degli interessi legali annui sull'indennità di esproprio che al momento dei decreti di occupazione era del 5% annuo sull'importo di detta indennità, sì da raddoppiare detto ammontare a decorrere dal 15 dicembre 1990 allorché il saggio legale di detti interessi è divenuto del 10%, senza considerare l'effettiva redditività del bene, che la liquidazione della stessa presuppone comunque l'accertamento della perdita indennizzabile, e che non era comunque consentito raddoppiarla da un giorno all'altro in base ad un criterio meramente presuntivo ed estraneo alla considerazione dei frutti effettivi che l'immobile avrebbe prodotto.

Anche questa censura è fondata.

La Corte territoriale ha inteso recepire al riguardo (senza contestazioni delle parti) il recente ed ormai consolidato orientamento di questa Corte, iniziato con la nota sentenza n. 493/98 delle Sezioni Unite, le quali risolvendo il contrasto insorto circa l'incidenza della normativa posta dall'art. 5-bis della L. n. 333 del 1992 (convertito, con modificazioni, nella legge n. 359 del 1992) sulla determinazione dell'indennità di occupazionetemporanea e d'urgenza, hanno affermato che detta indennità deve essere liquidata in misura corrispondente ad una percentuale dell'indennità che è (o sarebbe) dovuta per l'espropriazione dell'area occupata, finalizzata all'opera pubblica, calcolata secondo i criteri fissati dall'ordinamento positivo per tale indennità. Le sezioni unite hanno ricordato, tra l'altro, che questo meccanismo di calcolo è già stabilito da alcune disposizioni legislative vigenti, quali l'art. 20, terzo comma, della legge n. 865 del 1971 per le aree aventi destinazione non edificatoria, l'art. 80, sesto comma, della legge n. 219 del 1981 e l'art. 3 del D.L. n. 776 del 1980, recante provvedimenti urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici del 1980 e del 1981, nonché l'art. 2 della legge n. 385 del 1980; ed hanno enunciato la regola che ove l'occupazione di un'area sia preordinata ad un'espropriazione la cui indennità è calcolata secondo il criterio fissato dal citato art. 5-bis, l'indennità di occupazione deve essere fissata in misura pari ad una percentuale, per ciascun anno di occupazione, della somma risultante dall'applicazione del criterio indennitario espropriativo. A titolo meramente esemplificativo hanno rilevato che tale misura percentuale ben può corrispondere al saggio degli interessi legali.
Va aggiunto che questo meccanismo è stato recepito dal nuovo T.U. sulle espropriazioni per p.u. approvato con D.P.R. n. 327 del 2001 (ed in vigore dall'1 gennaio 2002), il cui art. 50 per l'indennità di occupazione temporanea di cui all'art. 49 ha stabilito la percentuale fissa di "1/12 di quanto sarebbe dovuto per l'espropriazione dell'area", già introdotta dall'art. 20 della L. n. 865 del 1971 e dall'art. 2 della L. n. 385 del 1980, considerata "più coerente perché segue un criterio di proporzionalità rispetto a quanto sarebbe dovuto nel caso di esproprio".

Consegue che l'indirizzo giurisprudenziale inteso applicare dalla sentenza impugnata non impone affatto al giudice di merito di commisurare l'indennità di occupazione al saggio corrente degli interessi, quali che ne siano le fluttuazioni nel periodo considerato, bensì di calcolarla comunque in misura percentuale all'importo dell'indennità di espropriazione eventualmente dovuto in quell'anno e di esplicitare le ragioni del parametro prescelto, che dunque ben potrebbero essere quelle della sua corrispondenza al tasso degli interessi legali in vigore per quel periodo; e che, compiuta una scelta e stabilito un indice percentuale il giudice di merito deve attenersi ad esso a meno che non specifichi i motivi che lo inducono a modificarlo a partire da una data annualità, ovvero per periodi di tempo individuati.

Pertanto, poiché nel caso la stessa Corte territoriale lo ha determinato per tutte le occupazioni ed a cominciare da quella che è iniziata il 28 maggio 1977, in 1/20 dell'indennità di espropriazione giustificandone la congruità con la sua corrispondenza al tasso degli interessi legali, e questo parametro ha mantenuto anche per le annualità successive e fino al 1990, lo stesso non poteva venir aumentato, peraltro nel corso e non alla fine dell'annata agraria 1990, se non specificando le ragioni che inducevano a presumere un corrispondente maggior reddito ricavabile dai terreni in oggetto a partire da questa data; e tali motivi dovevano nel caso essere palesati con rigore, posto che per un verso l'indice percentuale è stato addirittura raddoppiato (passando ad 1/10) e che siffatto raddoppio è stato applicato proprio in un periodo caratterizzato, invece, da una notevole diminuzione dei valori e dei redditi delle aree edificabili, tanto da richiedere ripetutamente l'intervento di provvedimenti legislativi a sostegno del settore. Laddove la sentenza impugnata ha omesso qualsiasi motivazione al riguardo, applicando, invece, la regola, estranea alla giurisprudenza che ha avuto inizio con la menzionata sentenza delle Sezioni Unite, che l'indennità di occupazione temporanea debba essere calcolata in misura in ogni caso corrispondente al saggio degli interessi legali annui di cui all'art. 1284 cod. civ. »»



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