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Fasce di Rispetto


FASCE DI RISPETTO




a cura di Ines Melloni



Le fasce di rispetto sono vincoli imposti dalla legge e dagli strumenti urbanistici, per ragioni di interesse generale, in ragione della vicinanza a luoghi o opere di interesse pubblico (strade, autostrade, cimiteri ecc…). Ipotesi tipiche sono la fascia di rispetto stradale prevista dall’art. 18 del DLGS n. 285/1992 (nuovo Codice della Strada) e artt. 26-28 del DPR 495/1992 (Regolamento di esecuzione e di attuazione del Codice della Strada), la fascia di rispetto cimiteriale di cui al RD 1265/1934 art. 338 e successive modificazioni e la fasce di rispetto ferroviario di cui al DPR 753/1980 art 49.

Si tratta di vincoli ai quali è riconosciuta natura conformativa, per essere configurati in maniera obbiettiva e rispetto alla totalità dei soggetti e beni che si trovano nelle suddette condizioni nonché in considerazione del fatto che il vincolo così imposto non è funzionale alla vicenda ablatoria.

Dalla natura conformativa del vincolo consegue che lo stesso non è soggetto a decadenza (Tar Lombardia, Sez. II Milano n. 5215 del 1 dicembre 2009; C.d.S. Sez. IV n. 4259 del 31 luglio 2007; Tar Puglia, Sez. I Salerno, n. 2178 del 27 novembre 2006). Consegue altresì che, in caso di esproprio, l'inclusione dei terreni in fascia di rispetto è rilevante ai fini indennitari.

La natura inedificabile è affermata da costante e uniforme giurisprudenza (cfr. Corte di Cass. Sez. I n. 11830 del 21 maggio 2009; Corte di Cass. Sez. I n. 81221 del 3 aprile 2009).



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Esempi di Giurisprudenza.


CASS 19629/2004: «« Svolgimento del processo -  Con citazione del 13 gennaio 1999 l'Azioni Vendite Acquisti s.p.a. - (da ora AVA), proprietaria di un più ampio terreno in Palau, per 17 ettari in Zona E inedificabile e nel resto in Zona F3 (semiestensiva mista) e residenziale di espansione con indice di edificabilità di 2 mc./mq., conveniva in giudizio davanti alla Corte di appello di Cagliari, Sezione di Sassari, il comune di Palau e si opponeva alla stima dell'indennità di L. 697.680, offerte per l'espropriazione di mq. 1.368 di detta area per l'ampliamento del locale cimitero. Il decreto d'esproprio del Presidente della Giunta regionale della Sardegna del 4 novembre 1998, aveva provocato lo spostamento della fascia di rispetto cimiteriale sulle aree in Zona C edificabili dell'opponente, la quale chiedeva un'indennità di L. 1.093.975.000, ex artt. 40 e/o 46 della L. n. 2359 del 1865, per la riduzione di valore subita dal terreno rimasto all'AVA reso inedificabile dalla fascia di rispetto. Il Comune di Palau resisteva alla domanda, che chiedeva di rigettare perchè l'area espropriata era inedificabile e ricadente nella fascia di rispetto cimiteriale, il cui spostamento costituiva effetto legale dell'ampliamento del cimitero non indennizzabile sui terreni contigui e nulla era dovuto per esso. La Corte di appello adita, con sentenza 27 settembre 2000, rigettava l'opposizione e condannava l'AVA alle spese di causa; negata la applicabilità dell'art. 46 della L. 2359 del 1865, per non essere il vincolo di inedificabilità cimiteriale effetto immediato e diretto dell'espropriazione e derivando da atto diverso dal decreto ablatorio, la Corte ha pure negato vi sia stata la perdita di valore dell'area rimasta in proprietà dell'opponente, perchè l'art. 11 delle Norme Attuative e Transitorie del Programma di Fabbricazione del Comune di Palau sancisce che le volumetrie già edificabili su aree soggette a vincolo di rispetto cimiteriale sono trasferite sui suoli contigui dei loro proprietari.

Per la cassazione di detta sentenza propone ricorso l'AVA con cinque motivi illustrati da memoria, e si difende il comune di Palau con controricorso.
Motivi della decisione

1. I primi due motivi di ricorso vanno esaminati congiuntamente, perchè riguardano la disciplina della espropriazione parziale; con il primo si deduce violazione dell'art. 112 c.p.c. e omessa pronuncia su un punto della domanda, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., perchè la sentenza impugnata nega l'applicabilità dell'art. 46 della L. 25 giugno 1865 n. 2359, ma o-mette di pronunciarsi sull'art. 40 di detta legge. La Corte doveva individuare la norma applicabile alla domanda dell'AVA, fondata sugli artt. 40 e 46 della L. n. 2359 del 1865, e l'omessa individuazione di essa è già vizio preliminare e decisivo della pronuncia.

1.1. Il secondo motivo di ricorso lamenta errata e omessa applicazione degli artt. 46 e 40 della L. 2359 del 1865, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c. Come rileva S.U. 26 settembre 1997 n. 9478 citata in ricorso, l'espropriazione parziale non è regolata dall'art. 46 ma dall'art. 40 della L. n. 2359 del 25 giugno 1865, per il quale, nel liquidare l'indennità d'esproprio, deve tenersi conto della diminuzione di valore eventualmente subita dal terreno rimasto agli espropriati a causa dell'espropriazione stessa, mentre la sentenza impugnata richiama il solo art. 46 della L. n. 2359/1865. 2.1. Il primo motivo di ricorso è infondato, in quanto la Corte nega l'esistenza di pregiudizi al terreno di cui l'AVA è rimasta proprietaria, che siano conseguenza diretta e immediata dell'esproprio relativo a altra parte di esso.

La Corte di merito nega l'applicabilità al caso dell'art. 46 della L. 2359 del 1865 per il difetto di nesso eziologico tra vincolo cimiteriale e espropriazione e non in quanto detta norma è applicabile ai soli danni permanenti subiti per effetto della esecuzione dell'opera pubblica su fondi di terzi non espropriati, così escludendo in questo caso la perdita di valore dell'area residuata all'AVA, a causa dello spostamento della fascia di rispetto cimiteriale sulle contigue aree già edificabili appartenenti all'espropriata. Secondo la sentenza, l'art. Il delle Norme d'Attuazione e Transitorie del Programma di Fabbricazione di Palau prevede infatti che le volumetrie non più edificabili per effetto del vincolo cimiteriale nella ed. fascia di rispetto, possano essere utilizzate sui terreni attigui, che nel caso appartenevano all'AVA, che di conseguenza non aveva perso la fabbricabilità complessiva dei suoli, che la disciplina urbanistica conferiva alle sue proprietà prima dell'esproprio. Correttamente ritenuta inedificabile e espropriata come agricola ai sensi dell'art. 5 bis della L. 359 del 1992 l'area della ricorrente utilizzata per l'ampliamento del cimitero e soggetta a fascia di rispetto per vincolo cimiteriale (Cass. 29 agosto. 1998 n. 8634 e 23 settembre 1998 n. 9503), la Corte ha ritenuto che solo detta perdita dovesse essere indennizzata. I terreni residui dell'opponente, secondo i giudici di merito, per effetto dell'esproprio, edificabili e assoggettati a vincolo cimiteriale, non perdono la loro fabbricabilità complessiva, recuperandola sulle aree contigue che aumentano la cubatura edificabile nella medesima misura perduta sul suolo rientrante nella c.d. fascia di rispetto di duecento metri dal cimitero. E' la mancanza di ogni pregiudizio per lo spostamento del vincolo di inedificabilità su aree originariamente edificabili che si è affermata dalla Corte di merito, a differenza di quanto ritenuto in passato da sentenze di questa Corte che hanno statuito, con l'applicazione dell'art. 40 della L. 2359/1865, l'indennizzabilità di un vincolo di regola non indennizzato (cfr. Cass. 23 luglio 1996 n. 6592 e 26 marzo 1988 n. 2592) . La mancata diminuzione del valore dell'area residua ha comportato il rigetto della richiesta di liquidare l'indennità ex art. 40 della L. 25 giugno 1865 n. 2359, per difetto dei presupposti di applicabilità di questa norma; non v'è stata omessa pronuncia ma rigetto della domanda e quindi i primi due motivi di ricorso sono da rigettare.

3. I residui motivi di ricorso censurano la sentenza impugnata per il negato riconoscimento del pregiudizio da espropriazione parziale.

3.1. Il terzo motivo deduce violazione dell'art. 42, comma terzo, della Costituzione, perchè la sentenza viola la distinzione tra vincoli derivanti dalla natura o da caratteristiche intrinseche e permanenti di un immobile e quelli effetto di atti della P.A. L'AVA deduce anche falsa applicazione dell'art. 338 T.U. 27 luglio 1934 n. 1265 e violazione dell'art. 40 L. n. 2359 del 1865 in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., perchè l'art. 42 Cost. impone l'indennizzabilità di ogni espropriazione o limitazione di proprietà private, ad eccezione di quelle connesse alla natura o a caratteri intrinseci e permanenti del bene sacrificato, per la preesistenza nel caso del vincolo in natura, logicamente non indennizzabile ai sensi dell'art. 16 della L. 1497 del 1939.

Il vincolo d'inedificabilità per la fascia di rispetto cimiteriale deriva dalla scelta discrezionale della P.A. di collocare e ampliare il cimitero e quindi erroneamente la Corte cagliaritana nega l'indennità ex art. 338 del T.U. n. 1265 del 1934, pur derivando detto vincolo da una scelta della P.A. espropriante, cioè dalle delibere del Consiglio comunale del 1995 e 1996, che hanno disposto detto allargamento. Nel caso vi è stato il pregiudizio al restante terreno dell'AVA con lo spostamento sulle aree edificabili appartenenti alla società della fascia di rispetto cimiteriale di 200 mt. da questo, che comporta danni ulteriori rispetto a quelli conseguenti alla perdita dell'altra porzione di terreno inedificabile, espropriata al fine di ampliare il cimitero.

Il ricorso denuncia l'errore della sentenza di merito per la parte in cui nega che il pregiudizio subito dal terreno rimasto in proprietà dell'AVA sia dipeso dalla espropriazione, in quanto per imporre una nuova fascia di rispetto e stato necessario un altro atto della P. A. e non basta il solo esproprio.

In realtà, l'art. 338 del r.d. 27 luglio 1934 n. 1265, per il quale i cimiteri devono collocarsi ad almeno m. 200 dai centri abitati opera automaticamente e nel caso l'ampliamento del cimitero, per cui è avvenuto l'esproprio, ha determinato l'automatico spostamento del vincolo di rispetto sulla residua proprietà AVA costituita da un terreno in precedenza edificatale.

3.2. Il quarto motivo di ricorso deduce omessa motivazione della sentenza su un punto decisivo della controversia, per avere affermato che il vigente Programma di fabbricazione del comune di Palau stabilisce il trasferimento della cubatura in precedenza realizzabile sull'area assoggettata a vincolo di rispetto cimiteriale ai terreni contigui rimasti alla espropriata. La Corte ha fatto proprie le conclusioni del consulente del Comune e non quelle del c.t.u. immotivatamente, affermando solo che esse erano incontestate mentre l'AVA aveva dato prova che la fascia di rispetto conseguente all'ampliamento del cimitero aveva provocato una perdita di cubatura edificabile e un pregiudizio ulteriore rispetto all'espropriazione di altra parte della proprietà della ricorrente.

Lo stesso consulente del comune non ha dato per sicuro lo spostamento della cubatura non realizzabile sulle nuove fasce di rispetto che hanno vincolato aree in precedenza fabbricabili al residuo terreno rimasto all'AVA, ma ha affermato che solo "con uno studio approfondito può essere dimostrata la difficoltà o meno di esplicare tutta la volumetria potenziale..." proponendo "all'Amministrazione eventuali soluzioni". 3.3. Si rileva infine violazione dell'art. 5 bis della L. 8 agosto 1992 n. 359 e falsa applicazione dell'art. 7 della L. 8 agosto 1942 n. 1150, in rapporto all'art. 360 n. 3 c.p.c. e illogicità della sentenza per travisamento dei fatti, contenendo essa gli errori logico-giuridici e di valutazione in cui era incorso il c.t. di parte dell'ente locale.

Si è violato l'art. 5 bis della L. 359/92 e negata la edificabilità legale che sussiste pure quando sia necessario un piano di lottizzazione; la misura di essa incide sul valore del bene e sulla stessa qualità del suolo come fabbricabile; sussiste violazione dell'art. 7 della L. 17 agosto 1942 n. 1150 (legge urbanistica), in rapporto all'art. 11 delle Norme Transitorie e d'Attuazione del Programma di Fabbricazione del Comune di Palau, dovendosi concretamente verificare la possibilità di trasferire la cubatura realizzabile sul terreno vincolato alle aree attigue dell'AVA, mentre la decisione apoditticamente segue il consulente del Comune secondo il quale"la realizzazione del cimitero non intacca minimamente la potenzialità volumetrica della Zona C di espansione".

Infine illogica per travisamento dei fatti è la relazione del c.t. del Comune sulla circostanza che le costruzioni possono essere spostate al limite dei 50 mt. non dall'area espropriata ma dal muro di cinta del cimitero esistente, misura corrispondente a quella dello spostamento della fascia di rispetto e non confondibile con la distanza tra eventuali future costruzioni e il muro del cimitero, che è di almeno 200 mt.

4. Anche gli ultimi tre motivi di ricorso devono essere rigettati.

E' errata la deduzione di cui al terzo motivo di ricorso sulla natura del vincolo della fascia di rispetto e di inedificabilità intorno ai cimiteri e alla sua indennizzabilità; non si tratta infatti di vincolo insito nella natura delle aree su cui incide ma d'un limite connaturale alle proprietà, che incombe sulla intera "fascia" di rispetto cimiteriale imposta dalla legge e riportata negli strumenti urbanistici in via meramente ricognitiva. Di detti limiti permanenti si è logicamente negata la indennizzabilità per il loro carattere generale e conformativo (C.Cost. 22 giugno 1971 n. 133 e 20 maggio 1999 n. 179); è quindi irrilevante l'art. 42 Cost. e si deve negare comunque, per la affermata mancanza di pregiudizio al suolo residuo, che possano avere rilievo le sentenze citate in ricorso relative a casi nei quali lo spostamento della fascia di rispetto ha determinato pure la diminuzione di valore delle aree che in questo caso, secondo la Corte, non v'è stata. Pur incidendo sulla qualifica di legalmente edificabile il vincolo di rispetto cimiteriale, di regola le aree ad esso soggette sono computate unitamente a quelle vicine per la determinazione delle superfici minime indispensabili per l'edificabilità e delle volumetrie realizzabili in rapporto alle superfici stesse. Nel caso nessun significato peculiare assume la circostanza che il vincolo d'inedificabilità deriva direttamente dalla legge, come afferma il ricorso, e non da atto amministrativo, come ritiene la sentenza impugnata e quindi il terzo motivo di ricorso non incide sulla decisione e va quindi rigettato.

Deve pure negarsi l'omessa motivazione di cui al quarto motivo di ricorso, perchè la Corte di merito, aderendo alle conclusioni del c.t. di parte del Comune ha ritenuto che, per l'art. 11 delle Norme transitorie e d'attuazione del Programma di Fabbricazione del Comune di Palau "le volumetrie realizzabili (previa presentazione di apposita lottizzazione convenzionata) si possono trasferire sulle porzioni di predio contigue alle zone di rispetto" (ultima facciata della sentenza). Nessun rilievo ha la circostanza che l'edificabilità si deve riconoscere solo in rapporto a lottizzazione convenzionata, attenendo questa modalità di riconoscimento dell'edificabilità non all'evento ablatorio ma alle destinazioni conformative degli strumenti urbanistici locali.

Il ricorso deduce che non si può negare l'esistenza di ogni pregiudizio sull'area rimasta in proprietà della AVA, ma non afferma nè evidenzia le ragioni per cui i detti pregiudizi siano da ritenersi certi, rimanendo sul punto generico e quindi inammissibile.

Lo stesso riferimento ad una memoria dell'AVA dalla quale emergerebbe la perdita di cubatura costruibile sulle aree rimaste alla società per negare che fosse incontestata la conservazione della precedente edificabilità affermata dalla Corte di merito, non appare esplicato nell'impugnazione, che sul punto è priva di autosufficienza, non chiarendosi in questa sede le ragioni del pregiudizio negato dalla Corte di merito con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso. In rapporto al quinto motivo d'impugnazione, è da negare la violazione dell'art. 5 bis della L. n. 359/92, considerato che la Corte di merito ha esattamente negato la natura edificabile dell'area ablata perchè sita in fascia di rispetto cimiteriale e non perchè la edificabilità di essa sarebbe condizionata a piani di lottizzazione, come deduce la ricorrente. Inammissibile è poi la denuncia dell'omessa valutazione del concreto effetto dello spostamento del vincolo di inedificabilità nei duecento metri dal cimitero, in quanto nel caso vi è stata solo una diversa valutazione dai giudici, dell'indicata circostanza, rispetto a quella data dalla società ricorrente, per ragioni che restano come già detto generiche anche in questa sede, con inammissibilità della censura per detto profilo. La impugnazione proposta infine in rapporto alle conclusioni del consulente di parte del Comune sulla distanza delle costruzioni sulle aree rimaste all'AVA, non è rilevante in questa sede, non avendo la Corte di merito fatto alcun riferimento nella sua decisione alle dette distanze nella decisione. In conclusione il ricorso deve rigettarsi e le spese di questa fase per la soccombenza devono porsi a carico della ricorrente, liquidandosi come in dispositivo. »»


CASS 13745/2003: «« a) che le particelle di terreno di proprietà del Cavallaro ricadessero, secondo il programma di fabbricazione approvato nel 1979, in zona destinata ad edilizia economica, mentre il suolo occupato ed utilizzato dall'Ente Ferrovie per la realizzazione del secondo binario era costituito da una striscia, adiacente la strada ferrata preesistente, già colpita da vincolo di inedificabilità assoluta siccome posta nella fascia di rispetto della sede ferroviaria;

b) che, per la determinazione dell'indennità di espropriazione, il consulente avesse confermato la valutazione dell'arca direttamente occupata dalla nuova linea ferroviaria alla stregua della stima, quale terreno agricolo, effettuata dalla Commissione Provinciale, in considerazione della circostanza che detta area ricadeva in una simile fascia, laddove il consulente medesimo aveva successivamente determinato altresì il valore della nuova zona di rispetto nella differenza tra il valore di quest'ultimo terreno (considerato edificabile) ed il valore dell'anzidetto terreno considerato agricolo, occorrendo rilevare - questo l'assunto della Corte territoriale - che la determinazione dell'indennità di espropriazione, nel caso di opere come le linee ferroviarie (o le autostrade o le altre strade pubbliche), tali cioè da imporre la costituzione di una zona di rispetto, comprendeva necessariamente un indennizzo per il terreno che, pur restando nella disponibilità del proprietario, fosse rimasto sottoposto a vincolo assoluto di inedificabilità e che la vocazione edificatoria della nuova zona di rispetto non poteva essere esclusa in presenza di vincoli preordinati all'esproprio, quali appunto la viabilità prevista dallo strumento urbanistico;

c) che l'indennità per il periodo di occupazione legittima decorresse dal 20 agosto 1983 (data del decreto di occupazione) sino alla data del provvedimento ablatorio e che siffatta indennità dovesse essere calcolata in base al tasso degli interessi legali sulla complessiva somma come sopra determinata;

d) che non dovesse, invece, venire liquidato il danno per la perdita di edificabilità di un tratto di terreno adiacente alla fascia di rispetto, secondo quanto richiesto dall'opponente in sede di precisazione delle conclusioni, atteso che il terreno medesimo, secondo il consulente di ufficio, risultava edificabile sia per l'estensione, superiore a quella indicata dal proprietario, sia perché il distacco di metri 5 andava calcolato solo dal confine e non anche dalla fascia di rispetto.


Avverso la sentenza anzidetta, propone ricorso per cassazione la Ferrovie dello Stato - Società di Trasporto e Servizi per Azioni, deducendo cinque motivi di gravame, illustrati da memoria, cui resiste con controricorso il Cavallaro, il quale, a propria volta, spiega ricorso incidentale affidato ad un unico motivo.


Motivi della decisione

Deve innanzi tutto essere ordinata, ai sensi del combinato disposto degli artt. 333 e 335 c.p.c., la riunione di entrambi i ricorsi, relativi ad altrettante impugnazioni separatamente proposte contro la medesima sentenza.

Con il primo motivo di impugnazione, lamenta la ricorrente principale violazione e falsa applicazione degli artt. 39 e seguenti della legge n. 2359 del 1865, del D.P.R. n. 753 del 1980 (in specie, degli artt. 49 e 60) e di ogni altra norma e principio in tema di determinazione dell'indennità di esproprio, anche nel caso di esproprio parziale e di vincoli legali di inedificabilità, nonché omessa ed insufficiente motivazione circa punti decisivi della controversia (art. 360 c.p.c., n. 3, n. 4 e n. 5), assumendo l'erroneità della sentenza impugnata là dove questa ha liquidato a favore dell'espropriato un danno per vincolo di inedificabilità derivante da previsione legale (art. 49 del richiamato D.P.R. n. 753 del 1980), mentre i vincoli di rispetto non sono suscettibili di indennizzo ed, in caso di esproprio, la fascia di terreno gravata da vincoli siffatti non è indennizzabile come terreno edificabile.

Il motivo non è fondato.

Nell'ipotesi, infatti, di espropriazione parziale di un fondo non edificabile perché gravato da preesistente vincolo di inedificabilità relativo all'obbligo di osservanza delle distanze previste per le costruzioni rispetto al "limite della zona di occupazione della più vicina rotaia" (art. 49 del D.P.R. 11 luglio 1980, n. 753) e di successivo allargamento del tracciato della linea ferroviaria, il terreno originariamente compreso nella zona di rispetto non può essere considerato edificatorio ai fini della determinazione dell'indennità di esproprio, mentre è indennizzabile, attraverso il calcolo condotto con il criterio della differenza tra il valore dell'intero fondo prima dell'espropriazione e quello della porzione residua, ex art. 40 della legge n. 2359 del 1865, il vincolo che discende dall'obbligo, novellamente insorto rispetto alla restante parte dello stesso fondo, di mantenere le costruzioni alla distanza (metri trenta) stabilita dal sopra citato art. 49, in quanto detto vincolo, che già gravava sulla parte espropriata, ancorché in via di principio non indennizzabile, costituendo effetto legale che colpisce non solo il terreno espropriato ma tutti quelli che si trovino in una determinata relazione spaziale con la linea ferroviaria medesima, viene tuttavia a spostarsi dall'area su cui gravava originariamente a quella contigua, la quale diviene perciò, nella stessa misura, inedificabile, onde l'esproprio, in questo caso, colpisce un'area edificatoria resa inedificabile nella parte in cui va a sostituire quella precedentemente destinata a zona di rispetto (Cass. 26 marzo 1988, n. 2592; Cass. 23 luglio 1996, n. 6592; Cass. 7 agosto 1997, n. 7303).

Con il secondo motivo di impugnazione, lamenta la ricorrente principale violazione e falsa applicazione delle stesse norme e principi di cui al precedente motivo primo, come pure degli artt. 61 c.p.c. e segg. e di ogni altra norma e principio in tema di valutazione dell'operato del C.T.U. e di motivazione sulle osservazioni del CT di parte, nonché omessa ed insufficiente motivazione circa punti decisivi della controversia (art. 360 c.p.c., n. 3, n. 4 e n. 5), deducendo:

a) che il consulente tecnico di parte aveva sottoposto a critica la consulenza di ufficio, vuoi sotto il profilo secondo cui l'area residua rimasta in piena ed esclusiva proprietà del Cavallaro ricadeva in zona Peep, la quale prevedeva, proprio per la fascia assoggettata a vincolo di rispetto ex art. 49 del D.P.R. n. 734 del 1980 ("rectius", D.P.R. n. 753 del 1980), la costruzione di una strada, onde l'ablato non aveva subito dall'esproprio alcun pregiudizio indiretto, vuoi sotto il profilo secondo cui, in base alla disciplina urbanistica vigente nel Comune di Riposto ed in specie applicabile alla zona "167" (in cui ricadeva il terreno "de quo"), l'eventuale volumetria eseguibile su quella fascia era comunque traslabile ad altra porzione rimasta in proprietà dell'ablato medesimo, vuoi sotto il profilo secondo cui il vincolo di inedificabilità derivante dall'applicazione del sopra citato art. 49 non era assoluto, essendo rimuovibile ai sensi dell'art. 60, in guisa che non poteva sostenersi una perdita di tal genere della idoneità edificatoria del sito, vuoi, infine, sotto il profilo secondo cui era stato demandato al consulente di ufficio l'accertamento relativo al solo valore del terreno espropriato, senza alcun riferimento alla perdita di valore dei terreni residui, onde la mancata corrispondenza fra mandato e relazione peritali;

b) che la Corte adita, mentre ha preso in considerazione quest'ultima osservazione e quella relativa alla previsione di Prg ("rectius", di Peep), non ha tenuto alcun conto delle altre osservazioni del medesimo consulente di parte, malgrado queste fossero rilevanti e documentate.

Il motivo non è fondato.

Ambedue i profili, infatti, sui quali la ricorrente principale articola le proprie censure, si palesano per nulla decisivi.

Per quanto attiene, invero, all'omessa considerazione della possibilità di traslazione, sopra altra porzione rimasta in proprietà dell'ablato, della cubatura eseguibile sulla fascia assoggettata a vincolo di rispetto (censura ribadita dalla ricorrente principale anche nell'ultimo capoverso del terzo motivo di gravame), si osserva, pur a prescindere dal rilievo circa l'assoluta genericità del richiamo alla "disciplina urbanistica vigente nel Comune di Riposto ed in specie applicabile alla zona "167"" (non meglio illustrata), come, in ogni caso, la riferita possibilità non appaia evidentemente tale da rimuovere il pregiudizio connesso alla sopravvenuta inedificabilità dell'anzidetta fascia di rispetto, trattandosi in ogni caso, indipendentemente cioè dal trasferimento su "altra porzione" della volumetria eseguibile sopra quest'ultima fascia, della perdita di una possibilità edificatoria che, anteriormente all'esproprio, si "aggiungeva" a quella relativa all'"altra porzione" stessa, la quale, invece, per effetto del provvedimento ablatorio, è così divenuta (semmai) l'unica possibilità di edificazione.

Circa, poi, il fatto che il vincolo di inedificabilità derivante dall'applicazione dell'art. 49 del D.P.R. n. 753 del 1980 non fosse assoluto, essendo rimuovibile ai sensi dell'art. 60, giova notare al riguardo come, a fronte dell'apprezzamento della Corte territoriale che ha espressamente qualificato in termini simili ("assoluto" cioè) un tale vincolo, la ricorrente principale non abbia neppure minimamente prospettato che detto vincolo sia stato rimosso o che, comunque, ai sensi del medesimo art. 60 del sopra citato D.P.R. n. 753 del 1980, sia stata autorizzata la riduzione della distanza di rispetto.

Con il terzo motivo di impugnazione, lamenta ancora la stessa ricorrente principale violazione sotto altro profilo di tutte le norme e principi di cui ai precedenti motivi, nonché omessa ed insufficiente motivazione circa punti decisivi della controversia (art. 360 c.p.c., n. 3, n. 4 e n. 5), deducendo:

a) come la Corte di merito, a fronte dell'osservazione del consulente di parte secondo cui l'area residua rimasta in piena ed esclusiva proprietà del Cavallaro ricadeva in zona Peep la quale prevedeva, per la fascia assoggettata a vincolo di rispetto ex art. 49 del D.P.R. n. 753 del 1980, la costruzione di una strada, abbia affermato che la vocazione edificatoria non può essere esclusa in presenza di vincoli preordinati all'esproprio, quali, appunto, la viabilità prevista nello strumento urbanistico;

b) come una simile soluzione appaia errata, sia alla luce dei principi ricavabili dall'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992 (ed, in specie, dei vincoli derivanti da piani di edilizia economica e popolare, nonché della rilevanza della classificazione dei suoli in ambito Peep ai fini della determinazione dell'indennità) sia in considerazione del rapporto fra piani Peep e Prg.

Il motivo non è fondato.

La Corte territoriale, infatti, con apprezzamento di per sé incensurato, ha ritenuto che la viabilità prevista nello strumento urbanistico" costituisca uno dei "vincoli preordinati all'esproprio".

Tanto basta per escludere, ai fini della determinazione dell'indennità spettante in caso di ablazione, la rilevanza della classificazione dei suoli in ambito Peep, il quale, secondo la prospettazione della ricorrente principale, "prevedeva, proprio per la fascia assoggettata a vincolo di rispetto ex art. 49 del D.P.R. n. 753 del 1980, la costruzione di una strada" e per riconoscere, invece, la correttezza della conclusione cui è addivenuta la Corte territoriale affermando che la vocazione edificatoria dell'area non può essere esclusa", atteso che: (...) b) che, per ragioni di rispetto delle distanze, il tratto di terreno residuo che si è venuto a trovare tra gli edifici già esistenti e la strada ferrata, pur senza considerare la zona di rispetto del tratto di terreno parallelo alla nuova linea ferroviaria, già di per sé è stato reso di fatto inedificabile, non dalla fascia di rispetto ma dalla stessa opera realizzata;

c) che nel terreno residuo del Cavallaro esiste una fascia parallela alla nuova strada ferrata che è inedificabile per vincolo legale ed una ulteriore fascia, parallela alla prima, che è divenuta di fatto inedificabile per ragioni di rispetto delle distanze tra la nuova strada ferrata e gli edifici già esistenti;

d) che tale inedificabilità di fatto del restante terreno sito oltre la zona di rispetto rileva ancor di più, poi, se le distanze tra costruzioni vanno misurate dal limite della zona di rispetto con gli edifici già esistenti;

e) che va, quindi, in ogni caso risarcito il danno subito dal restante terreno del Cavallaro sito oltre la zona di rispetto, il quale, in ragione dell'osservanza delle distanze tra costruzioni sia dall'opera realizzata sia dal limite della zona di rispetto legale, diviene di fatto inedificabile ed inutilizzabile.

Il motivo non è fondato.

La Corte territoriale, infatti, espressamente argomentando dalle osservazioni del consulente di ufficio, ha ritenuto che il "tratto di terreno adiacente alla fascia di rispetto (di cui l'opponente ha lamentato la perdita di edificabilità invocando la liquidazione del danno corrispondente)... è edificabile sia per l'estensione, superiore a quella indicata dal proprietario, che perché il distacco di m. 5 va effettuato solo dal confine e non anche dalla fascia di rispetto".

Un simile apprezzamento, segnatamente per quanto attiene allo specifico profilo da ultimo indicato (e cioè al fatto che "il distacco di m. 5 va effettuato solo dal confine e non anche dalla fascia di rispetto"), il quale, all'evidenza, sottende che, nella specie, non sia dato di ravvisare in concreto, e per la ragione dianzi riportata, la sussistenza di alcun obbligo di rispetto delle distanze, ha formato oggetto di censura da parte del ricorrente incidentale senza che, tuttavia, quest'ultimo abbia specificamente denunziato, in capo al riferito apprezzamento, né alcun vizio di motivazione né alcuna violazione di legge (in particolare per quel che riguarda la misura del distacco - m. 5 - e la determinazione del relativo computo "solo dal confine e non anche dalla fascia di rispetto"), essendosi il Cavallaro limitato a dedurre genericamente che l'ulteriore fascia di terreno parallela alla fascia, di per sé inedificabile per vincolo legale, a sua volta parallela alla nuova strada ferrata, sia divenuta di fatto inedificabile per ragioni di osservanza delle distanze tra costruzioni, vuoi dall'opera realizzata (nuova strada ferrata appunto), vuoi, ancor di più, dal limite della zona di rispetto »»


CASS 11133/1991: «« Propose gravame principale l'Amministrazione comunale, ma la corte d'appello, con sentenza 28.3.1988 respinse la predetta impugnazione, riaffermando la natura edificatoria del suolo nonostante fosse situato nella fascia di rispetto cimiteriale, come tale inedificabile, non tanto per l'edificabilità interna propria dei cimiteri, ma per la vicinanza del suolo alla periferia dell'abitato che ne esclude la vocazione agricola. Da questa impostazione, la Corte derivò l'ulteriore corollario del risarcimento del danno di lire 4 milioni per il deprezzamento della residua superficie del suolo, nonché la determinazione di L. 1.146.000 = come indennità per l'occupazione legittima. La Corte territoriale accolse, invece, l'appello incidentale, liquidando l'ulteriore danno da svalutazione sulle somme liquidate nella sentenza in ragione del 6%.

Avverso questa decisione l'Amministrazione comunale di Altamura propone ricorso sulla base di due motivi. Resiste con controricorso il Maiullari. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
Motivi della decisione

Con il primo motivo del proposto ricorso l'Amministrazione comunale censura l'impugnata sentenza per violazione della normativa che impone fasce di rispetto e quindi di inedificabilità rispetto ai suoli limitrofi al cimitero, nonché insufficiente motivazione su un punto decisivo.

La questione che si pone all'esame del collegio è la rilevanza, ai fini della determinazione del valore di un suolo del vincolo di inedificabilità, vincolo non derivante da piano urbanistico, né necessariamente preordinato o finalizzato ad una successiva espropriazione, ma scaturente da specifiche leggi che impongono siffatti vincoli per ragioni di interesse generale, quali appunto ragioni di sicurezza o di sanità pubblica. Si pensi all'art. 41 septies, della legge urbanistica, aggiunto dall'art. 19 della legge 765/1967 al successivo D.M. 1.4.1968 nonché all'art. 9 della legge 24.7.1961 n. 729 (piano di nuove costruzioni stradali ed autostradali) che fissano fasce di inedificabilità senza indennizzo di 60 metri dal ciglio stradale, se si tratti di un'autostrada, di 40 per strade di grande comunicazione, di 30 per strade di media importanza fino al limite di 20 metri per strade di interesse locale.

Si pensi ai limiti di inedificabilità, senza indennizzo, per la presenza di strade ferrate (art. 235 l. 20.3.1865 all. F), di aeroporti statali o privati aperti al traffico (artt. 714-717 cod. nav.), di servitù stabilite da leggi speciali (art. 46, co. 3 legge 25.6.1865 n. 2359). Lo stesso art. 338 T.U. 27.7.1934 n. 1265 della legge sanitaria, così come modificato dalle leggi 4.12.1956 n. 1428 e 17.10.1957 n. 983, al primo comma sancisce una fascia di rispetto di 200 metri, vietando di costruire intorno ai cimiteri nuovi edifici o di ampliare quelli preesistenti. La stessa fascia di rispetto è ribadita e riconfermata dall'art. 57 del d.p.r. 21.10.1975 n. 803 che è il regolamento di polizia mortuaria, all'epoca vigente ed oggi sostituito dal D.P.R.. 10.9.1990 n. 285.

Proprio in relazione a questi vincoli, che derivano dalla programmazione e dalla pianificazione urbanistica, ma sono espressamente sanciti, nell'interesse pubblico, con leggi speciali che prevedono apposite fasce di inedificabilità, senza alcun indennizzo, la Corte costituzionale, con sentenza del 22 giugno 1971 n. 133, ebbe a dichiarare la piena costituzionalità di queste normative e l'inesistenza di ogni contrasto con gli artt. 3 e 42 Cost. Tanto premesso, poiché nel caso di specie il Comune di Altamura non si è avvalso della normale procedura amministrativa, ma ha lasciato scadere i termini dell'occupazione legittima, procedendo ugualmente all'ampliamento del cimitero, durante la occupazione sine titulo, senza provvedere a far emettere il relativo decreto di esproprio, ritiene il collegio che il problema del valore del suolo, già facente parte della fascia di rispetto, debba risolversi in conformità di propri precedenti, in base ai quali il valore del suolo in questione, non può assolutamente valutarsi come edificatorio anche se nella zona esistono costruzioni illegittimamente realizzate (Cass. 1.8.1980 n. 4908 - stante il predetto vincolo assoluto di inedificabilità ex lege direttamente incidente sul valore del bene e non suscettibile di deroghe di fatto

- ma neppure deve necessariamente valutarsi come agricolo, dovendo, invece, consentirsi alla parte di poter dimostrare, quando ne ricorrano le condizioni, che il valore agricolo del suolo sia mutato in conseguenza di una diversa destinazione dello stesso, ugualmente compatibile con la predetta non edificatorietà, come parcheggio, presenza di chioschi o di altre strutture mobili per la vendita di fiori o di altre merci (Cass. 25.2.1987 n. 1988; 16.3.1987 n. 2685).

Le non edificatorietà del suolo destinato a fascia di rispetto cimiteriale discende direttamente dall'esistenza stessa del vincolo sancito in apposita legge per la tutela di interessi generali come sicurezza o sanità. Né vale in contrario rilevare, come pure si è tentato, che nell'ipotesi di ampliamento del cimitero comunale con occupazione delle precedenti fasce di rispetto, i suoli già privati e non edificabili, acquistando il carattere di demanialità necessaria propria del cimitero, in base al disposto del capoverso dell'art. 824 c.c., sarebbero suscettibili di eventuale attività edificatoria (loculi, nicchie, cappelli cimiteriali) da parte del Comune stesso o di privati su concessione della amministrazione comunale. Ed infatti è sufficiente considerare, secondo la giurisprudenza formatesi sulla norma-frammento contenuta nel vecchio art. 39 legge 2359/1865, la preminenza del valore di mercato commerciale del suolo rispetto a quello connesso alla sua condizione giuridica; ed il valore commerciale tra privati, in una libera compravendita se può certamente tener conto di un maggior o più intenso utilizzo del bene rispetto a quello agricolo per la destinazione a parcheggio, a localizzazioni di strutture mobili, non è assolutamente scalfito dalla possibilità edificatoria rimessa non a qualsiasi privato, ma al solo Comune e solo dopo che il suolo stesso sia divenuto parte integrante del cimitero e cioé del bene demaniale comunale ex-art. 824 c.c., su cui i privati non possono ovviamente vantare alcun diritto se non di tipo concessorio.

La riconosciuta inedificatorietà ex-lege e la conseguente esclusione della valutabilità del bene come edificatorio non comporta, come pure si è sostenuto, che i suoli stessi ricadenti nelle fascie di rispetto cimiteriale debbano necessariamente qualificarsi e valutarsi come agricoli sol perché tertium non datur.

Da tempo infatti la giurisprudenza ritiene che i terreni obiettivamente suscettibili di sfruttamento per cava o per altre utilizzazioni, diverse da quella agricola pur senza raggiungere i livelli dell'edificatorietà, abbiano una valutazione di mercato che rispecchia queste possibilità di utilizzazione intermedie tra l'agricola e l'edificatoria, anche nell'attuale inerzia da parte del proprietario (Cass. 18.12.1980 n. 6550), con la precisazione che di siffatta utilizzazione intermedia la prova deve essere comunque fornita dal privato il cui suolo è divenuto irreversibilmente parte integrante dell'opera pubblica.

Sgombrato il campo dalla possibilità di valutare la fascia di rispetto cimiteriale come suolo edificatorio, occorre ora stabilire la profondità, in quanto come sostiene il comune ricorrente, l'inedificabilità riguarda l'intera porzione del fondo occupato.
Anche questa censura è fondata. Ed infatti, i vincoli legali di inedificabilità non possono essere derogati dai piani urbanistici, e quindi nella specie della norma tecnica di attuazione dell'art. 32 del p.r.g. di Altamura. L'unica deroga possibile è quella prevista nella stessa legge che ha sancito l'inderogabilità del vincolo e che richiede un apposito procedimento che garantisce con tempi e modi prefissati la ponderata valutazione dell'interesse pubblico. Ed infatti, l'art. 338, 1° co. del t.u. della legge sanitaria, demanda al prefetto il compito di autorizzare, sulla base di speciali situazioni locali e sull'impossibilità di provvedere altrimenti, l'ampliamento di cimiteri a meno di duecento metri da preesistenti centri abitati.

Inoltre, il comma quinto della stessa norma, sul punto modificato dall'art. 1 della legge 17.10.1957 n. 893, prevede espressamente una possibilità di riduzione della fascia di rispetto, ma richiede un provvedimento prefettizio di modifica, fondato su gravi e giustificati motivi e sull'inesistenza di controindicazioni igieniche, nonché subordinato ad una motivata richiesta del consiglio comunale deliberata a maggioranza assoluta dei consiglieri in carica - ed al previo conforme parere del Consiglio provinciale di sanità. Come si evince dallo stesso contesto normativo, il delineato procedimento che assicura una corretta e ponderata valutazione del pubblico interesse è presupposto indispensabile per l'eventuale riduzione della fascia di rispetto. Non essendo stata provata l'esistenza del predetto provvedimento prefettizio, neppure aliunde attraverso l'espletata consulenza tecnica, e non essendo possibile, in un sistema di gerarchia delle fonti, come il nostro, che una tavola del piano regolatore o una norma di attuazione dello stesso piano regolatore, possa derogare una disposizione di legge, anche questa parte della decisione impugnata non merita di essere condivisa. Infatti, al più il piano regolatore, ove fosse stato adottato con una delibera del consiglio comunale a maggioranza assoluta dei consiglieri potrebbe valere quale motivata richiesta del consiglio comunale, ma non potrebbe mai sostituirsi al provvedimento prefettizio che è l'unica possibilità di deroga prevista dalla legge con esclusione, pertanto, di ogni forma di automatismo. Infine, il regolamento di polizia mortuaria del 21.10.1975 n 803 all'art. 57, non modificato sul punto dal più recente d.p.r. 10.9.1990 n. 285 distingue tra fascie di rispetto di cimiteri preesistenti e fasce di rigetto di cimiteri dopo l'avvenuto ampliamento, ribadendo per i primi, che sono poi quelli che interessano la fattispecie, la puntuale applicazione del predetto art. 338 della legge sanitaria.

Applicando questi principi al caso di specie ne consegue che la sentenza della Corte barese relativa all'ampliamento del cimitero comunale mediante l'occupazione del suolo del Maiullari già ricadente nella precedente fascia di rispetto di 200 metri, debba essere cassata per aver erroneamente determinato il risarcimento del danno per la perdita del bene, come le altre indennità sulla base del valore edificatorio del terreno. »»


CASS 13676/1991: «« ropose gravame principale l'Amministrazione comunale, e la corte d'appello di Bari, con sentenza 18.2.1988, accogliendo la predetta impugnazione, negò la natura edificatoria del suolo, situato nella fascia di rispetto cimiteriale, come tale inedificabile, ed escluse altresì per mancanza di prova da parte degli istanti, di ogni e qualsiasi possibilità di utilizzazione del suolo che non fosse quella agricola.

Con questa impostazione, riformò la sentenza impugnata e condannò l'Amministrazione comunale al pagamento della somma di lire 43.237.438, comprensiva sia della rivalutazione che del soprassuolo con gli interessi legali. Con la stessa decisione la corte, dichiarò che l'intera fascia di rispetto della profondità di 200 è inedificabile e che, in mancanza di provvedimento prefettizio, il solo p.r.g. del Comune non può apportare deroghe di sorta al vincolo ex lege. Riformò, infine, la sentenza di primo grado per aver concesso l'indennità di occupazione legittima non richiesta.

Avverso questa decisione i proprietari dei fondi oggetto dell'ampliamento cimiteriale propongono ricorso sulla base di tre motivi. Resiste con controricorso l'Amministrazione comunale che ha altresì proposto ricorso incidentale in ordine alle spese del giudizio di gravame. Resistono i ricorrenti con controricorso incidentale ed hanno altresì depositato memoria.
Motivi della decisione

Con i primi due motivi della proposta impugnazione i ricorrenti censurano la sentenza della corte territoriale che avrebbe violato l'art. 338 t.u. 1265/1934, il regolamento di polizia mortuaria, la normativa sulla valutazione del bene espropriato; la decisione della Corte territoriale sarebbe inoltre affetta da insufficiente motivazione su un punto decisivo, per aver ritenuto che l'intero fondo rientrasse nella zona di rispetto, da non potersi considerare agricola, tenuto conto del reale stato dei luoghi, quale emerge dalla perizia d'ufficio.

La questione che si pone all'esame del collegio è la rilevanza, ai fini della determinazione del valore di un suolo, del vincolo di inedificabilità, vincolo non derivante da piano urbanistico, né necessariamente preordinato o finalizzato ad una successiva espropriazione, ma scaturente da specifiche leggi che impongono siffatti vincoli per ragioni di interesse generale, quali appunto ragioni di sicurezza o di sanità pubblica. Si pensi all'art. 41 septies, della legge urbanistica, aggiunto dall'art. 19 della legge 765/1967 e al successivo D.M. 1.4.1968 nonché all'art. 9 della legge 24.7.1961 n. 729 (piano di nove costruzioni stradali ed autostradali) che fissano fasce di inedificabilità senza indennizzo di 60 metri dal ciglio stradale, se si tratti di un'autostrada, di 40 per strade di grande comunicazione, di 30 per strade di media importanza fino al limite di 20 metri per strade di interesse locale. Si pensi ai limiti di inedificabilità, senza indennizzo, per la presenza di strade ferrate (art. 235 l. 20.3.1865 numero 2248 all. F.), di aeroporti statali o privati aperti al traffico (artt. 714/717 cod. nav.), di servitù stabilite da leggi speciali (art. 46, co. 3 lege 25.6.1865 numero 2359). Lo stesso art. 338 T.U. 27.7.1934 n. 1265 della legge sanitaria, così come modificato dalle leggi 4.12.1956 n. 1428 e 17.10.1957 n. 983, al primo comma sancisce una fascia di rispetto di 200 metri, vietando di costruire intorno ai cimiteri nuovi edifici o di ampliare quelli preesistenti. La stessa fascia di rispetto è ribadita e riconfermata dall'art. 57 del D.P.R. 21.10.1975 numero 803 che è il regolamento di polizia mortuaria, all'epoca vigente ed oggi sostituito dal D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285.

Proprio in relazione a questi vincoli, che non derivano dalla programmazione e dalla pianificazione urbanistica, ma sono espressamente sanciti nell'interesse pubblico con leggi speciali che prevedono apposite fasce di inedificabilità, senza alcun indennizzo, la Corte Costituzionale, con sentenza del 22.6.1971 n. 133 ebbe a dichiarare la piena costituzionalità di queste normative e l'inesistenza di ogni contrasto con gli artt. 3 e 42 Cost.

Tanto premesso, poiché nel caso di specie il Comune di Altamura non si è avvalso della normale procedura espropriativa, ma ha lasciato scadere i termini dell'occupazione legittima, procedendo ugualmente all'ampliamento del cimitero, durante l'occupazione sine titulo, senza provvedere a far emettere il relativo decreto di esproprio, ritiene il collegio che il problema del valore del suolo, già facente parte della fascia di rispetto, debba risolversi in conformità di propri precedenti, in base ai quali il valore del suolo in questione, non può assolutamente valutarsi come edificatorio anche se nella zona esistono costruzioni illegittimamente realizzate (Cass. 1.8.1980 n. 4908) - stante il predetto vincolo assoluto di inedificabilità ex lege direttamente incidente sul valore del bene e non suscettibile di deroghe di fatto

- ma neppure deve necessariamente valutarsi come agricolo, dovendo, invece, consentirsi alla parte di poter dimostrare, quando ne ricorrano le condizioni, che il valore agricolo del suolo sia mutato in conseguenza di una diversa destinazione dello stesso, ugualmente compatibile con la predetta non edificatorietà, come parcheggio, presenza di chioschi o di altre strutture mobili per la vendita di fiori o di altre merci (Cass. 25.2.1987 n. 1988; 16.3.1987 n. 2685).

La non edificatorietà del suolo destinato a fascia di rispetto cimiteriale discende direttamente dall'esistenza stessa del vincolo sancito in apposita legge per la tutela di interessi generali come sicurezza o sanità. Né vale in contrario rilevare, come pure si è tentato, che nell'ipotesi di ampliamento del cimitero comunale con occupazione delle precedenti fasce di rispetto, i suoli già privati e non edificabili, acquistando il carattere di demanialità necessaria propria del cimitero, in base al disposto del capoverso dell'art. 824 c.c., sarebbero suscettibili di eventuale attività edificatoria (loculi, nicchie, cappelle cimiteriali) da parte del Comune stesso o di privati su concessione dell'amministrazione comunale. Ed infatti è sufficiente considerare, secondo la giurisprudenza formatasi sulla norma frammento contenuta nel vecchio art. 39 legge 2359/1865, la preminenza del valore di mercato o commerciale del suolo rispetto a quello connesso alla sua condizione giuridica; e il valore commerciale tra privati, in una libera compravendita, se può certamente tener conto di un maggior o più inteso utilizzo del bene rispetto a quello agricolo per la destinazione parcheggio, a localizzazioni di strutture mobili, non è assolutamente scalfito dalla possibilità edificatoria rimessa non a qualsiasi privato ma al solo Comune e solo dopo che il suolo stesso sia divenuto parte integrante del cimitero e cioé del bene demaniale comunale ex art. 824 c.c., su cui i privati non possono vantare alcun diritto se non di tipo concessorio.

La riconosciuta inedificatorietà ex lege e la conseguente esclusione della valutabilità del bene come edificatorio non comporta, come pure si è sostenuto, che i suoli stessi, ricadenti nelle fasce di rispetto cimiteriale, debbano necessariamente qualificarsi e valutarsi come agricoli sol perché tertium non datur.

Da tempo infatti la giurisprudenza ritiene che i terreni obiettivamente suscettibili di sfruttamento per cava o per altre utilizzazioni, diverse da quella agricola pur senza raggiungere i livelli dell'edificatorietà abbiano una valutazione di mercato che rispecchia queste possibilità di utilizzazioni intermedie tra l'agricola e l'edificatoria, anche nell'attuale inerzia da parte del proprietario (Cass. 18.12.1980 n. 6550), con la precisazione che di siffatta utilizzazione intermedia la prova dev'essere comunque fornita dal privato il cui suolo è divenuto irreversibilmente parte integrante dell'opera pubblica.

Sgombrato il campo dalla possibilità di valutare la fascia di rispetto cimiteriale come suolo edificatorio, occorre ora stabilirne la profondità, in quanto come sostengono i ricorrenti, l'inedificabilità non riguarda l'intero porzione del fondo occupato.

Anche questa censura non è fondata. Ed infatti, i vincoli legali di inedificabilità non possono essere derogati dai piani urbanistici, e quindi, nella specie, dalla norma tecnica di attuazione dell'art. 32 del p.r.g. di Altamura. L'unica deroga possibile è quella prevista nella stessa legge che ha posto il vincolo e che richiede un apposito procedimento che garantisca con tempi e modi prefissati la ponderata valutazione dell'interesse pubblico. Ed infatti l'art. 338, 4 co. del t.u. della legge sanitaria, demanda al Prefetto il compito di autorizzare, sulla base di speciali situazione locali e sull'impossibilità di provvedere altrimenti, l'ampliamento dei cimiteri a meno di duecento metri dal centro abitati. Inoltre, il quinto comma dello stesso art. 338 sul punto modificato dall'art. 1 della legge 17.10.1957 n. 893, prevede espressamente una possibilità di riduzione della fascia di rispetto, ma richiede un provvedimento prefettizio di modifica, fondato su gravi e giustificati motivi e sull'inesistenza di controindicazioni igieniche, nonché subordinato ad una motivata richiesta del consiglio comunale deliberata a maggioranza assoluta dei consiglieri in carica ed al previo conforme parere del Consiglio provinciale di sanità. Come si evince dal contesto normativo, il delineato procedimento che assicura una corretta e ponderata valutazione del pubblico interesse è presupposto indispensabile per l'eventuale riduzione della fascia di rispetto. Non essendo stato provato l'esistenza del predetto provvedimento prefettizio, neppure aliunde attraverso l'espletata consulenza tecnica, e non essendo possibile, in un sistema di gerarchia delle fonti, come il nostro, che una tavola del piano regolatore o una norma di attuazione dello stesso piano regolatore possa derogare una disposizione di legge, anche questa parte della motivazione dei giudici di merito, correttamente argomentata, si sottrae ad ogni censura in questa sede. Infatti, al più il p.r.g., ove fosse stato adottato con una delibera del consiglio comunale a maggioranza assoluta dei consiglieri, potrebbe valere quale motivata richiesta del consiglio comunale, ma non potrebbe mai sostituirsi al provvedimento prefettizio che è l'unica possibilità di deroga prevista dalla legge con esclusione, pertanto, di ogni forma di automatismo. Infine il regolamento di polizia mortuaria del 21.10.1975 n. 803, all'art. 57, non modificato sul punto dal più recente d.p.r. 10.9.1990 numero 285 distingue tra fasce di rispetto di cimiteri preesistenti e fasce di rispetto di cimiteri dopo l'avvenuto ampliamento, ribadendo per i primi, che sono poi quelli che interessano la fattispecie, la puntuale applicazione del predetto art. 338 della legge sanitaria.»»


CASS 11406/2004: «« - Denunzia, poi, il Comune, le predette violazioni perpetrate con la erronea affermazione della compatibilità della affermata edificabilità dell'area con la insistenza del vincolo di elettrodotto (nella cui fascia di rispetto l'area era interamente inserita).

- Censura quindi il ricorrente, per le ridette violazioni, la confusione operata tra area espropriata (tutta giacente in fascia di rispetto) ed area residua (che semmai sarebbe stata deprezzata ex art. 40 L. 2359/1865). (...)Non assorbita, e quindi da esaminare, è poi la censura (secondo motivo) afferente gli effetti della sottoposizione dell'area a vincolo di elettrodotto per la ed. fascia di rispetto, censura che il Comune propone come ipotesi alternativa (a quella proposta con il primo mezzo) di evidente non edificabilità dell'area stessa. La Corte di Firenze ha affermato che non può ritenersi "oggettivamente" inedificabile l'area interna alla fascia di rispetto dall'elettrodotto (nella specie profonda 28 ml.) e che, anzi, la volumetria non realizzabile all'interno della fascia (evidentemente..... inedificabile) potrebbe essere trasferita al suo esterno (se pur sfociando in un prodotto globalmente non "appetibile"). L'assunto in fatto dal quale pare muovere la sentenza è quindi quello per il quale l'area espropriata era interessata solo da fascia di rispetto esterna ad elettrodotto, questo dovendo passare (con cabine, basamenti, conduttori e quant'altro) su area con essa confinante, si da far nascere, se e quando realizzato, il diritto alla sola indennità di cui all'art. 46 della L. 2359/1865 in capo alla parte proprietaria oggi controricorrente.

A tali statuizioni si oppone il Comune adducendo il principio di inedificabilità assoluta dell'intera area espropriata sulla premessa in fatto che in detta area sarebbe presente un elettrodotto comportante l'imposizione della fascia di rispetto (pagg. 19 e 21 ricorso): e pertanto invoca le pronunzie di questa Corte in tema di inedificabilità per vincoli di rispetto cemeteriali, stradali e ferroviari, inedificabilità per la quale all'indennità di esproprio si sarebbe dovuto applicare il VAM di cui all'art. 16 della L. 865/71. Pare al Collegio che le censure del Comune siano del tutto fuor di segno, esse muovendo da una ricostruzione del "fatto" divergente da quella fatta propria in sentenza (e neanche contestata in termini di incongruità o travisamento) e pertanto muovendo alla pronuncia non già le censure ad essa pertinenti ma altre, nè pertinenti nè esatte. Infatti, sotto tal profilo, se fosse esatta la premessa in fatto del motivo, in tema di effetti dell'asservimento ad elettrodotto, dovrebbe applicarsi la disciplina di cui all'art. 123 del R.D. 1775/33 alla stregua della quale è dovuta indennità (anche) per la imposizione di area di rispetto, la quale viene commisurata all'art. 5 bis della legge 359/92 od alle norme di cui al titolo secondo della legge 865/71 a seconda della natura edificabile o non edificabile delle aree asservite (cfr. Cass. 8989/99 e 8097/00). Ma se ciò è vero - nel senso che è sempre alla natura del suolo desumibile dallo strumento generale che occorre far capo, stante il valore di strumento preordinato all'asservimento che assume il vincolo di elettrodotto e del quale non devesi pertanto tener conto - da un canto si coglie la differenza con gli altri vincoli a fascia di rispetto (che sono generali e conformativi proprio perchè di natura urbanistica e non pre-ablativi) e, dall'altro canto, si deve concludere che il carattere preordinato del vincolo de quo ne inibisce la considerazione come vincolo urbanistico ad ogni effetto e quindi anche agli effetti della valutazione di edificabilità dell'area. Che, poi, sia ipotizzabile un effetto in bonam o in malam partem della imposizione de qua, consistente nella possibilità di trasferimento in fascia esterna della volumetria impedita dalla fascia di rispetto (come parrebbe aver astrattamente affermato la Corte di merito) è statuizione estranea al regime del divieto di jus aedificandi (sin qui discusso) e che viene fatta segno a censura nel terzo motivo del ricorso.

A tal proposito, quanto alle censure esposte nei motivi terzo e quarto (correlate alla affermata trasferibilità sull'area esente della volumetria negata per l'insistenza della fascia di rispetto ed alla stima del valore edificatorio al netto dei costi di urbanizzazione), appare evidente trattarsi di questioni assorbite nell'accoglimento del primo motivo, potendo passarsi al loro esame soltanto ove venga accertato il carattere edificatorio dei suoli alla stregua delle questioni coinvolte nel primo motivo (e, per quel che attiene al terzo mezzo, soltanto ove sia acciaiato anche il fatto che la statuizione di trasferibilità abbia avuto un riscontro reale, in termini di indagine effettuata e di computo recepito, e non virtuale, nel calcolo dell'indennizzo formulato dalla Corte). »»

CASS 10887/2004: «« Denunzia, poi, il Comune, le predette violazioni perpetrate con la erronea affermazione della compatibilità della affermata edificabilità dell'area con la insistenza del vincolo di elettrodotto (nella cui fascia di rispetto l'area era interamente inserita).

Censura quindi il ricorrente, per le ridette violazioni, la confusione operata tra area espropriata (tutta giacente in fascia di rispetto) ed area residua (che semmai sarebbe stata deprezzata ex art. 40 L. 2359/1865). (...)Non assorbita, e quindi da esaminare, è poi la censura (secondo motivo) afferente gli effetti della sottoposizione dell'area a vincolo di elettrodotto per la c.d. fascia di rispetto, censura che il Comune propone come ipotesi alternativa (a quella proposta con il primo mezzo) di evidente non edificabilità dell'area stessa. La Corte di Firenze ha affermato che non può ritenersi "oggettivamente" inedificabile l'area interna alla fascia di rispetto dall'elettrodotto (nella specie profonda 28 ml.) e che, anzi, la volumetria non realizzabile all'interno della fascia (evidentemente...inedificabile) potrebbe essere trasferita al suo esterno (se pur sfociando in un prodotto globalmente non "appetibile"). L'assunto in fatto dal quale pare muovere la sentenza è - quindi, quello per il quale l'area espropriata era interessata solo da fascia di rispetto esterna ad elettrodotto, questo dovendo passare (con cabine, basamenti, conduttori e quant'altro) su area con essa confinante, (sì da far nascere, se e quando realizzato, il diritto alla sola indennità di cui all'art. 46 della L. 2359/1865 in capo alla parte proprietaria oggi controricorrente). A tali statuizioni si oppone il Comune adducendo il principio di inedificabilità assoluta dell'intera area sulla premessa in fatto che in detta area sarebbe presente un elettrodotto comportante l'imposizione della fascia di rispetto (pagg. 19 e 21 ricorso): e pertanto invoca le pronunzie di questa Corte in tema di inedificabilità per vincoli di rispetto cemeteriali, stradali e ferroviari, inedificabilità per la quale all'indennità di esproprio si sarebbe dovuto applicare il VAM di cui all'art. 16 della L. 865/71.

Pare al Collegio che le censure del Comune siano del tutto fuor di segno, esse muovendo da un ricostruzione del "fatto" divergente da quella fatta propria in sentenza (e neanche contestata in termini di incongruità o travisamento) e pertanto muovendo alla pronuncia non già le censure ad essa pertinenti ma altre nè pertinenti nè esatte.

Infatti, sotto tal profilo, se fosse esatta la premessa in fatto del motivo, in tema di effetti dell'asservimento ad elettrodotto, dovrebbe applicarsi la disciplina di cui all'art. 123 del R.D. 1775/33 alla stregua della quale è dovuta indennità (anche) per la imposizione di area di rispetto, la quale viene commisurata all'art. 5 bis della legge 359/92 od alle norme di cui al titolo secondo della legge 865/71 a seconda della natura edificabile o non edificabile delle aree asservite (cfr. Cass. 8989/99 e 8097/00).

Ma se ciò è vero - nel senso che è sempre alla natura del suolo desumibile dallo strumento generale che occorre far capo, stante il valore di strumento preordinato all'asservimento che assume il vincolo di elettrodotto e del quale non devesi pertanto tener conto - da un canto si coglie la differenza con gli altri vincoli a fascia di rispetto (che sono generali e conformativi proprio perchè di natura urbanistica e non pre-ablativi) e, dall'altro canto, si deve concludere che il carattere preordinato del vincolo de quo ne inibisce la considerazione come vincolo urbanistico ad ogni effetto e quindi anche agli effetti della valutatone di edificabilità dell'area. Che, poi, sia ipotizzabile un effetto in bonam o in malam partem della imposizione de qua, consistente nella possibilità di trasferimento in fascia esterna della volumetria impedita dalla fascia di rispetto (come parrebbe aver astrattamente affermato la Corte di merito) è statuizione estranea al regime del divieto di jus aedificandi (sin qui discusso) e che viene fatta segno a censura nel terzo motivo del ricorso.

A tal proposito, quanto alle censure esposte nei motivi terzo e quarto (correlate alla affermata trasferibilità sull'area esente della volumetria negata per l'insistenza della fascia di rispetto ed alla stima del valore edificatorio al netto dei costi di urbanizzazione), appare evidente trattarsi di questioni assorbite nell'accoglimento del primo motivo, potendo passarsi al loro esame soltanto ove venga accertato il carattere edificatorio dei suoli alla stregua delle questioni coinvolte nel primo motivo (e, per quel che attiene al terzo mezzo, soltanto ove sia acclarato anche il fatto che la statuizione di trasferibilità abbia avuto un riscontro reale, in termini di indagine effettuata e di computo recepito, e non virtuale, nel calcolo dell'indennizzo formulato dalla Corte).»»

CASS 18544/2006: «« d) che "con delibera del 30 luglio 1975 la Giunta Regionale del Lazio approvò una variante del P.R.G. che, nel prevedere lo svincolo tra G.R.A. e Via Laurentina, stabiliva un'ulteriore fascia di rispetto della larghezza di m. 50 rispetto alla rampa dello svincolo".

Sulla base dei riportati apprezzamenti, del tutto correttamente la Corte territoriale è pervenuta alla conclusione secondo cui, ferma la stima (che non ha formato oggetto di censura, in questa sede, da parte delle odierne ricorrenti) dell'area da considerare edificabile per complessivi mq. 385 risultando situata in zona E/1 senza vincoli di inedificabilità, "tanto la parte ricadente in zona N che quella ricadente in zona E/1, ma con vincolo di inedificabilità, sono assimilabili, ai fini della valutazione, a terreno agricolo".

Giova, al riguardo, osservare:

a) per un verso, che il vincolo imposto sulle aree site in fascia di rispetto stradale o autostradale si traduce in un divieto di edificazione che rende le aree medesime legalmente inedificabili, trattandosi di vincolo di inedificabilità che, pur non derivando dalla programmazione e pianificazione urbanistica, è pur sempre sancito nell'interesse pubblico da apposite leggi (L. n. 1150 del 1942, art. 41 septies; aggiunto dalla L. n. 765 del 1967, art. 19; L. n. 729 del 1961, art. 9) ed ai relativi provvedimenti di attuazione (decreto ministeriale 1^ aprile 1968), con la conseguenza che, ai fini della determinazione dell'indennità di esproprio, non è in alcun modo predicabile la natura edificatoria del terreno sottoposto al vincolo de quo (Cass., 2 marzo 2001, n. 3048; Cass., 19 settembre 2001, n. 11764), tenendo anche conto che la fascia di rispetto, come ogni vincolo imposto dalla legge al di fuori della logica espropriativa, prevale sulle previsioni urbanistiche (Cass., 3 maggio 2000, n. 5513);

b) per altro verso, che, agli effetti della valutazione del fondo per la determinazione dell'indennità di espropriazione, nel contesto di una destinazione del suolo espropriato ad utilizzazione pubblicistica (a verde pubblico), occorre valutare se tale destinazione sia riconducibile agli aspetti generali della ripartizione del territorio comunale in zone omogenee, nel qual caso essa assume aspetti conformativi che incidono sul valore del bene sotto il profilo della qualificazione in termini di inedificabilità, ovvero, diversamente, se sia previsione a carattere particolare, asservita ai servizi necessari a porzione circoscritta del territorio (Cass., 21 settembre 2001, n. 11932; Cass., 12 marzo 2004, n. 5106; Cass., 17 marzo 2004, n. 12966);

c) per altro verso, ancora, che, a fronte dell'apprezzamento della Corte territoriale sopra riportato, relativo al fatto (come tale incensurabile se non sotto le specie del vizio di motivazione, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) che l'area interessata all'esproprio ricadeva "per la maggior parte in zona N (verde pubblico naturale o attrezzato)" già secondo la classificazione operata dal P.R.G. del Comune di Roma (del 1965), laddove la variante approvata nel 1975 "stabiliva (soltanto) un'ulteriore fascia di rispetto della larghezza di m. 50 rispetto alla rampa dello svincolo", le odierne ricorrenti non hanno minimamente specificato (trascrivendone, semmai, analiticamente il contenuto così da non contravvenire allo stesso principio di autosufficienza del ricorso) la sussistenza di elementi istruttori, dei quali la Corte territoriale non abbia tenuto conto, tali da consentire a detto Giudice di addivenire, con carattere di assoluta certezza, alla diversa conclusione che l'inserimento dell'area espropriata "per la maggior parte in zona N (verde pubblico naturale o attrezzato)" sia stato il frutto della sopraindicata variante del 1975, ove pure, del resto, debba essere riconosciuta a quest'ultima natura sicuramente "espropriativa" e non già conformativa.

Con il secondo motivo di impugnazione, lamentano le ricorrenti violazione e falsa applicazione (sotto altro profilo) della L. n. 2359 del 1865, artt. 39 e 40 e della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonché omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, , assumendo:

a) che la Corte territoriale ha implicitamente condiviso le valutazioni del consulente tecnico di ufficio, secondo cui, ai fini dell'individuazione della natura edificatoria delle aree, le possibilità legali ed effettive di edificazione dovrebbero coesistere entrambe;

b) che detto Giudice ha così ignorato quanto dedotto dalle medesime ricorrenti, non essendo stata ritenuta sufficiente, ai fini di cui sopra, la sussistenza anche di una sola di tali condizioni;

c) che la stessa Corte, se avesse correttamente applicato tale principio, sarebbe necessariamente giunta alla conclusione secondo cui l'area, essendo pressoché interamente destinata a zona di espansione E/1 nel momento in cui la variante al P.R.G. del 1975 imponeva il vincolo a zona N (verde pubblico) preordinato all'esproprio, presentava il requisito dell'edificabilità di diritto;

d) che il Giudice del merito ha, inoltre, omesso qualsiasi indagine in ordine alla sussistenza dell'altro requisito circa la edificabilità di fatto, nella specie comunque accertata dal consulente tecnico di ufficio e che non solo ribadiva la natura edificatoria della superficie declassata da zona E/1 a zona N dalla variante al P.R.G. del 1965, ma consentiva di considerare edificabile anche la minor superficie destinata a zona N dal medesimo P.R.G. (fascia di 10 metri dal G.R.A.);

e) che i rilievi di cui sopra in ordine alla edificabilità di diritto, ed in via sussidiaria dell'edificabilità di fatto, non sono inficiati dalla presenza della fascia di rispetto dal G.R.A. (tra l'altro di m. 60 e non di m. 100, come indicato dal C.T.U.);

f) che il discorso, infatti, secondo cui il vincolo di rispetto stradale conformerebbe l'area, rendendola inedificabile, non può valere quando questa è anche inserita in una destinazione edificatoria di piano regolatore generale, mantenendo, in tal caso, la potenzialità (edificatoria appunto)) prevista dalla riferita destinazione. (...) a) che la Corte territoriale ha considerato non edificabile la superficie rientrante nella supposta fascia di rispetto, ancorché compresa nella zona di espansione E/1, in quanto la relativa cubatura risulterebbe trasferita nell'ambito del comprensorio E/1 di cui è parte;

b) che detto Giudice, su tale presupposto, ha ritenuto di dover valutare anche tale superficie come agricola, giacché, appunto, la cubatura sopra riferita sarebbe stata "salvata" rifluendo nella parte residua del comprensorio E/1;

c) che il medesimo Giudice non ha considerato che, in caso di esproprio, l'ex proprietario non può più disporre di un'area computabile ai fini del calcolo della cubatura, venendo, quindi, privato della corrispondente volumetria, onde una simile sottrazione deve essere indennizzata.

Il motivo è manifestamente infondato.

Al riguardo, premesso come, secondo l'apprezzamento della Corte territoriale, "dei 25.375 mq. espropriati, 954 (ricadano) in zona E/1, con vincolo di inedificabilità, ma con trasferimento della tubatura ammessa nell'ambito del comprensorio", si osserva che il carattere conformativo del vincolo di rispetto stradale comporta l'inedificabilità dell'area, senza che assuma rilievo, ai fini dell'accertamento della natura del fondo, l'eventuale possibilità di cumulare la cubatura su altri immobili (Cass., 2 marzo 2001, n. 3048, in motivazione), laddove, del resto, una simile possibilità, ove pure rilevante, si paleserebbe, semmai, tale da escludere, piuttosto, la stessa configurabilità di un danno indennizzabile, atteso che i trasferimenti di cubatura incrementano l'edificabilità di un'area ampliando il contenuto del relativo diritto di proprietà. »»

CASS 24819/2005: «« L'occupazione cd. "usurpativa" comporta infatti un illecito permanente, che non consente l'acquisizione della proprietà in favore della P.A, che l'ha attuata, se non a seguito della domanda di risarcimento per equivalente, con la quale gli occupati evidenziano una volontà abdicativa del loro diritto in favore dell'occupante, per effetto della quale soltanto può aversi quindi l'eventuale acquisto da parte dell'Amministrazione espropriante dell'area stessa, destinata alla realizzazione di un'opera ritenuta attuativa di interessi pubblici di fatto della P.A. che la ha usata, incompatibili con l'uso di essa da parte dei privati, dovendosi negare che in diritto tali interessi siano individuati in una legittima e valida dichiarazione di pubblica utilità. Nel caso, alla data della domanda di risarcimento, già vi era stato il decreto di espropriazione fondato su una nuova dichiarazione di pubblica utilità e nessuna acquisizione v'era stata prima dell'atto dismissivo della proprietà implicito nell'esercizio dell'azione di risarcimento in luogo di quella restitutoria, per effetto della radicale trasformazione delle aree private occupate e divenute pertinenze e fasce di rispetto del carcere.

A avviso del ricorrente principale, l'atto ablativo fondato su una nuova dichiarazione di pubblica utilità implicita nella rinnovata approvazione del progetto della fascia di rispetto della Casa circondariale di Trani, era intervenuto validamente prima della domanda di risarcimento e della rinuncia alla proprietà delle controparti, che avrebbero potuto solo opporsi alla liquidazione delle indennità loro offerte nei termini di legge e giammai potevano domandare i danni per un'occupazione per pubblica utilità o acquisitiva, che la stessa sentenza aveva negato si fosse nel caso verificata in assenza di una valida procedura ablativa in cui detta condotta fosse inserita. E' quindi contraddittoria la sentenza impugnata che afferma dapprima la natura cd. "usurpativa" della occupazione e poi rileva essere stata la stessa a causa di pubblico interesse o "acquisitiva", con la trasformazione dell'area e la contestuale accessione invertita a favore della P.A., che non si può verificare nell'illecito comune non basato su una valida dichiarazione di pubblica utilità. 1.2. In secondo luogo il ricorrente ritiene non corretta e immotivata l'affermazione dei giudici di merito dell'avvenuta radicale trasformazione del suolo occupato, in modo da non potersi più distinguere lo stesso dall'opera pubblica su di esso realizzata; nel caso di specie, la sistemazione della recinzione esterna del carcere di Trani, che non fu peraltro allargata, e la estirpazione di vigneti, ulivi e alberi da frutta con lo spianamento del terreno per la costruzione, sul lato verso Andria della stessa casa circondariale, di una stradina perimetrale, non costituivano opere idonee a trasformare radicalmente la realtà esistente, essendo esse esterne alla struttura carceraria.

Secondo il ricorrente, è errato anche il richiamo della decisione di merito alla sentenza della Cassazione n. 7231/1991, la quale si riferisce ad un'occupazione che non riguarda la cd. area di rispetto esterna al carcere ma opere costituenti parti strutturali di un istituto penitenziario, incluse materialmente e incorporate in questo, con ovvio ostacolo di fatto alla restituzione delle aree stesse alle controparti.

Comunque gli interventi posti in essere sul terreno dei controricorrenti dall'Amministrazione nel caso non erano sufficienti a impedire con facilità il ripristino delle preesistenti coltivazioni e la loro restituzione, per cui la trasformazione non poteva qualificarsi irreversibile. Secondo l'Amministrazione, nessun cenno v'è in motivazione al rapporto tra la struttura preesistente e l'opera realizzata in concreto, che giustifichi la ritenuta irreversibilità della destinazione di questa a servizio e a fascia di rispetto della Casa circondariale di Trani e, anche per detto profilo delle carenze motivazionali, quindi, la sentenza impugnata deve essere cassata. (...)Nel caso di specie, emerge con chiarezza dallo stesso ricorso per Cassazione la stretta connessione della nuova approvazione del progetto per realizzare l'area di pertinenza e la fascia di rispetto della Casa Circondariale di Trani alla precedente tacita dichiarazione di pubblica utilità, che viene integrata, in rapporto alla carente indicazione dei termini di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 13, come dimostra la stessa fissazione di nuovi termini per la sola procedura espropriativa e la mancata indicazione dei tempi dei lavori, che non dovevano più eseguirsi, essendo già terminati nell'agosto 1977, dopo la pregressa approvazione del progetto e la precedente dichiarazione di pubblica utilità dell'opera emessa in carenza di poteri, esercitati senza individuare i limiti temporali degli effetti dell'atto amministrativo. (...)deve invece ritenersi corretta la sentenza impugnata nella dichiarazione di inammissibilità della domanda di indennità di occupazione legittima, perchè questa nel caso non si è mai verificata. In rapporto alla volontà di acquisire l'area dei controricorrenti espressa dallo stesso decreto ablativo illegittimo e con la mancata apposizione dei termini per i lavori perchè eseguiti in conformità al progetto nuovamente approvato, del quale realizzavano i fini pubblici, resta assorbita ogni questione proposta con il secondo motivo del ricorso principale, relativo alla pretesa mancata trasformazione irreversibile dell'area, quale pertinenza e fascia di rispetto della Casa circondariale di Trani, essendo certo che, per le opere realizzate, il terreno non è più utilizzabile se non per i fini per i quali esso è oggi usato dall'Amministrazione ricorrente. »»

CASS 19212/2005: «« La sentenza di primo grado, in accoglimento della domanda, condannava il convenuto al risarcimento del danno e al pagamento dell'indennità di occupazione, attribuendo distinti valori alle aree occupate, in dipendenza della loro appartenenza a zona di lottizzazione (L. 25.000/mq.) o alla fascia di rispetto autostradale, già esistente (valore agricolo: mq. 4.500/mq.): nessuna somma aggiuntiva doveva essere liquidata riguardo a quest'ultima, dato che in sede di accordo intercorso tra le parti nel 1972, nell'ambito di una precedente procedura espropriativa, il prezzo convenuto per la cessione, di L. 400/mq., comprendeva anche il corrispettivo di servitù di qualsiasi natura, e quindi anche la costituzione delle fasce di rispetto che, rimaste sostanzialmente immutate, venivano ora ad essere interessate dalla nuova occupazione.

Proponevano appello le Ruffo, e con sentenza depositata il 26.4.1995, la Corte d'appello di Messina aumentava le somme spettanti a titolo di indennità di occupazione, e riguardo all'occupazione delle aree in fascia di rispetto, riaffermava non competere altro indennizzo per la perdita di edificabilità, tenendosi conto che il vincolo già gravante sul terreno era stato considerato ed indennizzato in base all'accordo del 1972. (...)Venendo al secondo motivo, riguardante la pretesa indeterminabilità dell'oggetto del contratto di transazione del 1972, attesa l'impossibile proiezione alla futura perdita della prerogativa di inedificabilità, la doglianza si rivela infondata, pur se appare necessario correggere la motivazione della sentenza, che nel dispositivo è conforme a diritto. L'accordo di cessione delle aree, il cui prezzo viene previsto anche a copertura dei danni e per le servitù conseguenti alle opere di costruzione dell'autostrada, ha avuto ad oggetto, come esattamente rilevato dalla Corte d'appello, l'asservimento dalla fascia di rispetto venutasi a costituire per l'estensione prescritta dalla legga, ai margini della configurazione del tracciato. Che la pattuizione transattiva del 1972 possa essere considerata nulla per indeterminatezza dell'oggetto, per via dell'impossibilità di contemplare il danno conseguente alla sopravvenuta inedificabilità, è questione mal posta.

E' da considerare estranea alla pattuizione una perdita configurabile solo a posteriori, in rapporto all'acquisizione di una prerogativa, quella di edificabilità dei terreni asserviti, pacificamente successiva alla stipula, e imprevedibile a quel momento è da escludere che incida sul requisito della determinatezza dell'oggetto dalla transazione, la perdita di una qualità (da cui l'asserita configurazione di un danno) inesistente al momento della stipulazione, e la cui acquisizione non fosse prevedibile. Anzi, si può affermare proprio il contrario, ovvero che fosse prevedibile, se non addirittura certa, la non acquisizione futura dell'edificabilità, giacchè è noto che lo stato di inedificabilità concernente i terreni asserviti a fascia di rispetto autostradale, è di diretta derivazione legale, e prevale su qualsiasi determinazione di tipo urbanistico. E' dunque da dubitare, come viceversa appare nella prospettazione dei ricorrenti, che una sopravvenuta disciplina pianificatoria possa derogare alla disciplina legale, che si considera predeterminabile proprio in rapporto all'estensione del terreno a margine della configurazione assunta dal tracciato viario.

L'eventuale, successiva, assunzione della prerogativa di edificabilità dei terreni già collocati in fascia di rispetto, che i ricorrenti danno per pacifica - senza peraltro dar conto della vicenda urbanistica che l'avrebbe determinata - è circostanza assolutamente imprevedibile, che tuttavia non incide sulla determinatezza dell'oggetto della convenzione del 1972, l'oggetto di quel contratto deve essere qualificato, agli effetti dell'art. 1346 c.c., nella disciplina esistente al momento della stipulazione, e in previsione dell'attività potenzialmente dannosa, le cui conseguenze l'accordo transattivi ha voluto regolare. In altre parole, non può sostenersi che l'oggetto della transazione fosse indeterminato o indeterminabile, in quanto avente ad oggetto danni imprevedibili, ma, semplicemente, che il danno per la perdita della qualità edificatoria, non esistente al merito della stipula, non era oggetto della transazione, questo infatti, secondo l'accertamento compiuto dal giudice di merito, era costituito "dalla esecuzione del lavori di realizzazione dell'autostrada".

L'eventuale assunzione di edificabilità per effetto di variante urbanistica, che paradossalmente si estinguerebbe nel momento stesso in cui si configura, è, oltre che fuori dalla logica e dalla correttezza istituzionale, fuori della struttura contrattuale, della cui legittimità il giudice e chiamato a pronunciarsi. Se l'acquisizione della natura edificabile è stata successiva alla stipulazione dell'accordo, la fissazione dell'importo dei danni o dei corrispettivi per l'asservimento delle aree all'opera pubblica realizzata, è ben determinata, in quanto semplicemente relazionabile all'estensione del terreno, di cui è nota e non controversa la natura inedificabile.

La vicenda posteriore, connessa al preteso (e tuttavia improbabile, per le ragioni sopra evidenziate) acquisto della natura edificabile, e alla perdita della stessa (comunque non indennizzabile, data la natura conformativa del vincolo connesso alle fasce di rispetto), è estranea all'oggetto del contendere, quale circoscritto dalla precedente sentenza di Cassazione n. 11654 del 1998.

Il giudice di merito osserva esattamente che se in rapporto a danni futuri del tutto avulsi dall'oggetto della transazione, che diventino esorbitanti rispetto alle condizioni ragionevolmente prevedibili al momento dalla stipula, alla parte competeva la domanda di risoluzione del contratto per eccessiva onerosità (non proposta), o la domanda di risarcimento di danni ulteriori. Riguardo a quest'ultima, ammesso che essa sia da considerare implicita nella domanda di inefficacia della clausola in relazione al danno di inedificabilità, la Corte d'appello assume che la prova non è stata fornita, non essendosi specificato "per quale motivo nel 1970 non fosse prevedibile che un terreno, costituente parte di un maggior fondo rientrante pochi anni dopo in un piano di lottizzazione, sarebbe divenuto suscettibile di sfruttamento edificatorio".

In realtà, non è dato ravvisare alcun collegamento tra la convenzione inter partes ed il danno lamentato. Questo assume una sua autonomia, e deve essere provato, nei suoi elementi costitutivi, in particolare se rivesta gli estremi dell'ingiustizia, se derivi causalmente da una condotta amministrativa priva di giustificazione, e se questa sia assistita da dolo o colpa. Di nessuno di questi elementi è stata data non solo prova, e nemmeno appena sufficiente allegazione in cause, posto che i ricorrenti non riferiscono, in doverosa osservanza del principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione, la vicenda urbanistica in base alla quale terreni situati per legge in fascia di rispetto, possano essere - contrariamente ad ogni norma (vedi Cass. 14.6.1999, n. 5854, rv. 527409; 2.3.2001, n. 3048, rv. 544340/19.9.2001, n. 11764, rv. 549316) - divenuti edificabili, e in che modo la colposa condotta dell'attuale controricorrente avrebbe potuto privarli di tale qualità. »»

CASS 11669/2004: «« a) che il vincolo di rispetto cimiteriale rendesse i terreni oggetto di causa inedificabili sotto ogni profilo, secondo quanto risultava chiaramente dalla normativa al riguardo, ribadita nella specie dalla disciplina urbanistica contenuta nelle norme tecniche di attuazione del piano regolatore generale del 1984 del Comune convenuto; (...)a) che la Corte territoriale ha affermato la perfetta congruità delle indennità di esproprio e di occupazione nella misura determinata dalla Commissione Provinciale sul parametro del valore agricolo medio del terreno ai sensi dell'art. 16 della legge n. 865 del 1971, adducendo a sostegno la pretesa inedificabilità legale assoluta delle aree oggetto di esproprio (data dall'insistenza del c.d. "vincolo di rispetto cimiteriale", tale da comportare ex lege l'inderogabile divieto di qualsivoglia intervento modificativo dello stato dei luoghi, fatta eccezione per l'esercizio dell'agricoltura e per l'eventuale ampliamento delle strutture cimiteriali preesistenti) e la conseguente necessità, in applicazione dell'art. 5-bis, commi terzo e quarto, della legge n. 359 del 1992, di valutare i suoli della ricorrente secondo i criteri di stima dettati per i terreni agricoli, a prescindere dall'eventuale idoneità di detti suoli a prestarsi ad utilizzazioni diverse da quella meramente rurale; (...)d) che, del resto, anche a voler prescindere dal dato obiettivo dell'avvenuta realizzazione sui suoli della ricorrente di strutture cimiteriali fatte oggetto di commercializzazione da parte del Comune espropriante, alquanto discutibile appare l'equazione "vincolo di rispetto cimiteriale = inedificabilità assoluta del terreno" operata dalla Corte territoriale sulla base di una errata lettura delle norme di sanità pubblica (prima fra tutte l'art. 338 del regio decreto n. 1265 del 1934) le quali, disciplinando le fasce di rispetto cimiteriale, valgono ad escludere per le medesime soltanto una edificatorietà di tipo residenziale, senza precludere realizzazioni di altro genere.»»

CASS 21092/2005: «« Per guanto concerne il primo motivo va osservato che la Corte di merito ha ritenuto che la parte dell'area soggetta ad espropriazione che ricade nella zona N dovesse essere valutata come terreno agricolo. Obietta la ricorrente incidentale che il vincolo d'inedificabilità deriva dalla variante al P.R.G. costituita dalla deliberazione della Regione Lazio del 30/07/1995 di un nuovo svincolo tra il G.R.A. e la via Laurentina, direzione Ardea, con conseguente trasformazione da zona E1 a zona N - verde pubblico - dell'area interessata dallo svincolo e previsione di una fascia di rispetto stradale di mt. 50 in fregio a tutta la rampa dello svincolo.

Pertanto di tale vincolo la Corte territoriale non avrebbe dovuto tener conto perchè si tratterebbe di vincolo d'inedificabilità imposto dallo strumento urbanistico, preordinato alla successiva espropriazione.

Risulta dalla sentenza impugnata che lungo la fascia a ridosso del G.R.A., nella zona E/1, esisteva, anteriormente alla delibera del 1975 prima citata, un vincolo d'inedificabilità a rispetto della viabilità principale, costituita dallo stesso G.R.A., fino a 100 mt. dall'asse della sede stradale. La delibera del 1975 aggiunse un'ulteriore fascia di rispetto della larghezza di mt. 50 rispetto alla rampa dello svincolo, previsto dalla delibera stessa.

E' pacifico che l'espropriazione ha interessato una striscia di suolo lungo il confine del fondo, là dove correvano il G.R.A. e lo svincolo.

E' allora evidente che la ricorrente incidentale non può dolersi che la Corte d'appello abbia tenuto conto del vincolo derivante dall'inclusione nella zona N, destinata a verde pubblico, dei 935 mq che in precedenza facevano parte della zona E/1, posto che, come ritenuto dalla Corte stessa, tanto i terreni in zona N quanto quelli in zona E/1 dovevano essere considerati inedificabili ed essere assimilati, ai fini della valutazione, a terreno agricolo, in ragione del vincolo esistente a servizio del G.R.A. invero va premesso che questa Corte ha più volte affermato che ai fini della determinazione dell'indennità di espropriazione, deve tenersi conto dell'inedificabilità del suolo derivante da vincoli non espropriativi, ma conformativi, cioè di destinazione nell'ambito della cosiddetta zonizzazione del territorio, i quali rientrano nell'area della riserva di legge di cui al comma secondo dell'art. 42 Cost.. (cfr. Sez. 1, 14/03/1995, n. 2917, Rv. 491128).

Il vincolo imposto sulle aree site in fascia di rispetto stradale o autostradale ha certamente natura conformativa, perchè esso si traduce in un divieto di edificazione che rende le aree medesime legalmente inedificabili, trattandosi di vincolo di inedificabilità che, pur non derivando dalla programmazione e pianificazione urbanistica, è pur sempre sancito nell'interesse pubblico da apposite leggi e dai relativi provvedimenti di attuazione (art. 41 della legge urbanistica del 1942, come modificato dall'art. 19 della L. n. 765/1967, D.M. 01/04/1968, nonchè art. 9 della L. 729/1961, che fissano fasce di inedificabilità senza indennizzo di varia misura dalle strade ed autostrade), con la conseguenza che, ai fini della determinazione dell'indennità di esproprio, non è in alcun modo predicabile la natura edificatoria del terreno sottoposto al vincolo "de quo" (Sez. 1, 02/03/2001, n. 3048 Rv. 544340; Sez. 1, 17/01/2001, n. 556 Rv. 543172). (...)Nel caso di specie, peraltro, la sentenza impugnata non ha ritenuto che l'area sita in zona E/1 fosse inedificabile perchè difettava il requisito dell'edificabilità di fatto, ma, dopo aver premesso che alla data di occupazione essa aveva i requisiti dell'edificabilità, sia pure di non immediata esecuzione perchè ancora non era stata avviato il piano di sviluppo urbanistico previsto, ha evidenziato i vincoli esistenti sull'area, di cui s'è detto. Già si è visto, infatti, che l'esistenza del vincolo conformativo rappresentato dall'essere l'area appartenente alla fascia di rispetto autostradale escludeva, sul piano del regime giuridico dell'area stessa, la possibilità di considerarla edificabile.

3. Il terzo motivo del ricorso incidentale è del pari infondato.

La ricorrente incidentale si duole che il c.t.u. abbia considerato i 3460 mq in zona E1, derivanti dalla fascia di rispetto del G.R.A., inedificabili senza tener conto della perdita per il proprietario espropriato della possibilità di trasferire la cubatura sulla restante parte dell'area, in altri termini il trasferimento della cubatura sarebbe possibile soltanto sino a quando l'area cui essa si riferisce non viene espropriata, perchè con l'esproprio il proprietario ne perde la titolarità anche ai fini della possibilità di utilizzarla per il computo della cubatura edificabile sulle aree confinanti. »»

TAR MI 4045/2008: «« La ricorrente è proprietaria di un'area destinata dal p.r.g. a verde pubblico e parzialmente a fascia di rispetto stradale sito nel Comune di Pioltello, che utilizza come deposito di materiali inerti relativi alla sua attività imprenditoriale. In data 23.02.1999 il Comune ha negato l'autorizzazione edilizia in sanatoria per deposito di materiali edili sul terreno in questione e successivamente in data 04.03.1999 ha emesso un'ordinanza di rimozione del materiale ivi depositato con ripristino del tappeto erboso, come previsto dalla concessione edilizia n. 78/96. Successivamente, entrato in vigore il D.L. 279/2003, la ricorrente ha presentato domanda di condono, che veniva respinta con il provvedimento in data 23.01.2007. (...)La difesa dell'amministrazione sostiene che la comunicazione di avvio del procedimento non è un provvedimento impugnabile in quanto non lesivo. Con riferimento ai motivi di merito sostiene che il provvedimento impugnato con motivi aggiunti è meramente attuativo di precedenti provvedimenti; in secondo luogo il deposito realizzato è evidentemente in contrasto con la disciplina di zona in quanto sia la destinazione a fascia di rispetto stradale sia il vincolo a standard, che non risulta decaduto, impediscono l'attività in questione. Non sussiste neppure violazione della L.R. 1/2001 in merito alle destinazioni d'uso in quanto la liberalizzazione delle destinazioni d'uso non vietate comporta la preventiva individuazione delle destinazioni vietate, che il Comune non ha ancora effettuato. Analogamente non sussiste violazione dell'art. 3 del D.P.R. 380/01 in quanto il deposito realizzato dalla ricorrente comporta trasformazione edilizia ed urbanistica dei suoli. (...)Il terreno in questione risulta gravato di un vincolo a verde pubblico e rientra in parte nella fascia di rispetto stradale. La giurisprudenza ha da tempo chiarito che il vincolo di inedificabilità relativo alla "fascia di rispetto stradale" non ha natura espropriativa ma unicamente conformativa, in quanto riguarda una generalità di beni e di soggetti ed ha una funzione di salvaguardia della circolazione indipendentemente dalla eventuale instaurazione di procedure espropriative; esso, quindi, non è soggetto a scadenze temporali (T.A.R. Lombardia Brescia, 11 settembre 2006, n. 1088). (...)Come affermato dalla giurisprudenza unanime (T.A.R. Lombardia Milano, sez. II, 18 dicembre 1990, n. 892; T.A.R. Piemonte, sez. I, 07 marzo 1996, n. 155) il vincolo di rispetto stradale costituisce vincolo di inedificabilità assoluta che rientra nelle previsioni dell'art. 33 L. 47/85 applicabile al condono in questione in base all'art. 32, comma 25, del D.L. 30 settembre 2003, n. 269. Gli unici vincoli di rispetto stradale che rientrano nella disciplina dell'art. 32 della L. 47/85 sono quelli indicati al comma 2 lettera c) a condizione che siano stati imposti dopo l'esecuzione delle opere abusive. Quest'ultima circostanza è però esclusa nel caso in decisione in quanto il vincolo di rispetto stradale è per ammissione comune esistente ben prima della realizzazione del deposito in questione, come indicato dall'amministrazione nella comunicazione in data 23/01/2007, che integra il diniego di condono impugnato ed è a tempo indeterminato. Da ciò consegue l'inapplicabilità del comma 1 dell'art. 32 della L. 47/85 nella parte in cui richiede il parere dell'autorità preposta alla tutela del vincolo, in quanto la norma esclude espressamente i casi indicati all'art. 33. In secondo luogo deve escludersi la sanabilità dell'abuso su area occupata da vincolo stradale in mancanza di pericolo per la sicurezza della circolazione, in quanto l'art. 32 della L. 47/85 applica tale fattispecie solo ai casi di vincoli imposti dopo la realizzazione delle opere. »»

TAR CT 874/2008: «« Con riferimento al parere del genio civile, se ne deduce la illegittimità per ECCESSO DI POTERE PER FALSA RAPPRESENTAZIONE DELLA REALTA', CONTRADDITTORIETA" TRA RELAZIONI GEOLOGICHE , CARENZA DI ISTRUTTORIA E DI MOTIVAZIONE. Il genio civile ha formulato il proprio parere favorevole con riferimento all'intervento de quo, malgrado la sussistenza delle faglia sismica che aveva determinato l'interdizione di edificazione nella fascia di rispetto di 40 metri per lato. (...)Con riferimento all'ulteriore profilo di illegittimità fatto valere avverso gli atti impugnati, con riguardo alla allocazione della scuola all'interno della fascia di rispetto della faglia sismica esistente in zona, se ne rileva la infondatezza nella considerazione che la citata fascia di rispetto comporta la inedificabilità dell'area rientrante nei venti metri da ciascun lato della stessa, come statuito a seguito di articolata istruttoria da parte dei competenti uffici del Genio Civile, le cui risultanze sono state trasfuse nella variante al P.R.G. del comune di Tremesteri che ha delineato, nella sua effettiva consistenza, la faglia in questione e ne ha determinato la fascia di rispetto in dieci metri per lato. Poiché il corpo più avanzato della costruendo scuola dista m. 7,9 dal limite esterno della fascia di rispetto, conforme alle prescrizioni urbanistiche vigenti si presenta la sua allocazione, a nulla rilevando che, nella vigenza del precedente strumento urbanistico la fascia in parola fosse stata quantificata in quaranta metri, sulla scorta di accertamenti allora effettuati e superati dai nuovi rilievi, propedeutici alla adozione del vigente piano regolatore, che hanno evidenziato una diversa struttura e diverse dimensioni della faglia in parola. (...)Con riferimento ai vizi dedotti dalla cooperativa ricorrente avverso il parere del Genio Civile che ha formulato il proprio parere favorevole, non tenendo conto della faglia sismica esistente in zona e della preclusione di edificare nella fascia di rispetto della stessa, se ne riscontra la infondatezza alla luce di quanto già statuito nel corso dell'esame della prima articolata censura del ricorso introduttivo. »»

TAR RM 14141/2007: «« La scelta della localizzazione dell'impianto dovrebbe essere effettuata in modo da proteggere i centri abitati da rumori e odori molesti e sarebbe prescritta una fascia di rispetto con vincolo di inedificabilità circostante l'area destinata all'impianto per una larghezza non inferiore a 100 metri. (...)Per quanto attiene alla fascia di rispetto, il Comitato Interministeriale per la tutela delle acque dall'inquinamento, con deliberazione del 4 febbraio 1977, ha stabilito che, onde evitare che microrganismi patogeni o sostanze particolarmente pericolose raggiungano (per trasporto di aerosol) zone abitate, residenziali o commerciali, o di traffico notevole, è necessario che gli impianti che trattano liquami di provenienza domestica o che comunque possano contenere microrganismi patogeni o sostanze pericolose siano costruiti ad una distanza dagli insediamenti tale che sia evitata la possibilità di diffusione su tali zone. Tra l'altro, la scelta della localizzazione dell'impianto deve essere effettuata in modo da proteggere i centri abitati da rumori ed odori molesti.

La deliberazione del 4 febbraio 1997 ha poi in particolare previsto che, per gli impianti di depurazione che trattino scarichi contenenti microrganismi patogeni e/o sostanze pericolose alla salute dell'uomo, è prescritta una fascia di rispetto assoluto con vincolo di inedificabilità circostante l'area destinata all'impianto e che la larghezza della fascia è stabilità dall'autorità competente in sede di definizione degli strumenti urbanistici e/o in sede di rilascio della licenza di costruzione, ma, in ogni caso, non potrà essere inferiore ai 100 metri.

Tale fascia di rispetto assoluto, quindi, non è prevista in via generale ma è subordinata alla condizione che l'impianto di depurazione tratti scarichi contenenti microrganismi patogeni o sostanze pericolose alla salute dell'uomo.

Nel caso di specie - anche a prescindere dalla considerazione che nella relazione tecnico illustrativa al progetto preliminare è dato atto che nel Comune di Locorotondo il censimento risalente al 1991 mette in luce l'esistenza sul territorio di 3 centri abitati, i quali ospitano il 52,5% della popolazione totale, 5 nuclei abitati, con una modesta popolazione residente, ed una elevata percentuale di residenti in case sparse, per cui è verosimilmente difficile ipotizzare che la localizzazione dell'opera possa avvenire su un sito distante da case o edifici - occorre rilevare che nello studio di fattibilità ambientale del 27 novembre 2003, riguardo agli aerosol microbici, è tra l'altro indicato che "appare evidente come l'effetto della presenza dell'impianto di depurazione sull'immissione in atmosfera di aerosol batterici risulta trascurabile all'esterno del perimetro ed estremamente contenuta anche all'interno dell'impianto" e conclude che "per i residenti nei pressi dei depuratori, non esiste un significativo rischio per la salute legato all'emissione di aerosol'.

Lo stesso studio di fattibilità ambientale dedica il par. 4.6 alla salute pubblica facendo presente che "nel caso specifico, gli elementi che potrebbero potenzialmente intervenire sulla salute pubblica sono stati individuati nelle emissioni atmosferiche di sostanze odorigene e aerosol. Come già illustrato nei paragrafi precedenti, il rischio sanitario dovuto ad infezioni batteriche per quanto riguarda gli addetti agli impianti verrà limitato con la presenza di adeguati sistemi di aerazione dei locali mentre risulta non rilevante per i centri abitati circostanti. La persistenza di odori nell'area, i quali pur non presentando effetti nocivi sulla salute potrebbero rappresentare una forma di disturbo per la popolazione, verrà minimizzata con l'installazione di adeguati impianti di deodorizzazione".

Nel paragrafo 6, dedicato alle conclusioni, detto studio indica, tra l'altro, che "gli impatti negativi legati alla costruzione delle nuove opere (rumore, polvere, traffico veicolare) sono limitati nel tempo e di modesta entità".

Sulla base di tali elementi, non può ritenersi sic et simpliciter sussistente la condizione - che l'impianto di depurazione tratti scarichi contenenti microrganismi patogeni o sostanze pericolose alla salute dell'uomo - alla quale la deliberazione del Comitato Interministeriale per la tutela delle acque ha subordinato la prescrizione di una fascia di rispetto assoluto di cento metri con vincolo di inedificabilità.

Né la consulenza tecnica di parte fornisce una dimostrazione contraria, limitandosi ad affermare nelle conclusioni che "dai sopralluoghi effettuati è scaturito che è impossibile reperire notevoli estensioni di superficie per l'ubicazione di eventuali estese trincee drenanti a causa della diffusa urbanizzazione e del pregio paesaggistico della zona esaminata, nella quale è pure impossibile rispettare le distanze previste dalla normativa vigente: 300,00 m dalle zone residenziali del piano urbanistico e 100,00 m di fascia di rispetto da abitazioni civili ed opifici". »»


CDS 2586/2008: «« 2. Il TAR ha accolto il ricorso considerando fondato: il terzo motivo, con cui era stata prospettata la violazione dell'art. 16 della L.n. 109/94, non essendo avvenuta la progettazione nel rispetto della tripartizione prevista dalla predetta norma (era mancato il progetto definitivo); il quarto motivo aggiunto, relativo al mancato recepimento in sede progettuale di alcune prescrizioni imposte in sede di V.I.A.; il quinto motivo di ricorso, per violazione dell'art. 49 del DPR n. 753/80 (superamento della cd. fascia di rispetto di m. 30 tra linee ferroviarie e manufatti di qualsiasi specie). (...)Non sarebbe altresì corrispondente al vero che non sono state recepite le prescrizioni imposte in sede di V.I.A., né vi sarebbe stato il superamento della fascia di rispetto di 30 metri ex art. 49 del DPR n. 753/80, che vieta le edificazioni dei privati. (...)In sintesi, il giudice di I grado è pervenuto all'annullamento dei provvedimenti impugnati considerando fondate le censure relative: 1) alla violazione dell'art.16 della L.n. 109/94, per mancato rispetto della tripartizione progettuale prevista dalla norma; 2)al mancato recepimento in sede progettuale di alcune prescrizione imposte in sede di valutazione di impatto ambientale; 3)alla violazione dell'art.49 del DPR n. 753/80 per superamento della cd. fascia di rispetto relativa alla distanza di m. 30 tra linee ferroviarie e manufatti di qualsiasi natura. (...)4.2. Da ultimo, va esaminato il motivo di appello incentrato sulla erroneità della sentenza di I grado per ritenuta violazione dell'art. 49 del DPR n. 753/80, per violazione della fascia di rispetto di m. 30 tra linee ferroviarie e manufatti di qualsiasi specie. »»


APP FI 28/10/2009: «« Aggiungeva che le proroghe di cui alle leggi 42/85 e 534/87 erano inapplicabili al caso in esame per essere stata ultimata l'opera entro il periodo di occupazione legittima. Per altro il Comune evidenziava come il dies a quo del termine di prescrizione dovesse essere fatto decorrere, secondo recente giurisprudenza della S.C., dalla scadenza del termine di efficacia della dichiarazione di pubblica utilità dell'opera e, quindi, dal 04/12/1984. Per l'ipotesi in cui fosse da escludere l'intervenuta prescrizione, l'Amministrazione appellata faceva presente che il danno doveva essere quantificato considerando che il terreno non poteva essere ritenuto edificabile in quanto per la maggior parte ricompreso in "fascia di rispetto autostradale" e per il resto destinato dallo strumento urbanistico a strada. (...)Il C.T.U., nella sua relazione depositata in data 08/03/2002, ha evidenziato che la porzione di terreno già di proprietà (...) acquisita dal Comune di Scandicci, per mq. 81,77 ha destinazione ad uso industriale mentre per mq. 1.363,67 rientra nella fascia di rispetto autostradale. Per la prima porzione il C.T.U. ha determinato il valore di mercato in Lire 130.000 a mq., riferendosi correttamente alla data del 06/02/1990 quale data in cui si è determinata l'occupazione acquisitiva da parte del Comune di Scandicci. Per tali mq. 81,77 il C.T.U. ha, pertanto, sulla base di valutazioni esaurienti e non oggetto di censura ad opera delle parti, indicato il valore di mercato in Lire 10.630.100 (Lire 130.000 X 81,77) pari ad Euro 5.489,99. Sul punto, quindi, nulla quaestio.

Per la ben più ampia porzione di mq. 1363,67 il C.T.U. ha ritenuto di indicare un prezzo a mq. di Lire 85.000, rilevando che il vincolo autostradale impedisce la realizzazione di manufatti, ma non altre; utilizzazioni dell'area quali, ad es., quella a parcheggi privati. In relazione appunto ad una simile destinazione, avendo riguardo al costo a mq. dei terreni con destinazione residenziale e di quelli a destinazione industriale, ed operando un abbattimento di 2/3, è giunto alla detta conclusione. Questa è decisamente contrastata dal Comune di Scandicci il quale ha rilevato la assoluta inedificabilità dell'area, talché occorrerebbe avere riguardo al valore agricolo.

Il rilievo del Comune sul punto appare corretto. Infatti, "il vincolo di inedificabilità nella fascia di rispetto autostradale ha carattere assoluto e prescinde dalle caratteristiche dell'opera realizzata, in quanto il divieto di costruzione sancito dall'art. 9, L. 24 luglio 1961 n. 729 e dal successivo D.M. n. 1404 del 1968, non può essere inteso restrittivamente al solo scopo di prevenire l'esistenza di ostacoli materiali suscettibili di costituire, per la loro prossimità alla sede autostradale, pregiudizio alla sicurezza del traffico e alla incolumità delle persone, ma appare correlato alla più ampia esigenza di assicurare una fascia di rispetto utilizzabile, all'occorrenza, dal concessionario per l'esecuzione dei lavori, per l'impianto dei cantieri, per il deposito di materiali, per la realizzazione di opere accessorie, senza vincoli limitativi connessi alla presenza di costruzioni" (Consiglio di Stato, sez. IV, 30 settembre 2008, n. 4719). Pare evidente che anche opere minimali, quali quelle occorrenti per la realizzazione di parcheggi privati sarebbero idonee a vanificare le esigenze alla base del "rispetto autostradale", per cui non può che aversi riguardo ai valore di mercato del terreno sulla base della destinazione agricola. Sul punto la relazione del C.T.U. non contiene indicazioni, talché si impone un supplemento di C.T.U., ed al riguardo si provvede con separata ordinanza. »»


APP NA 3/10/2008: «« Con un secondo motivo, l'appellante ha lamentato l'eccessivo valore attribuito dal giudice al terreno, rilevando che lo stesso Tribunale di Avellino, in una sentenza del 1993, aveva stimato che nel 1982 un terreno attiguo valeva Lire 20.000 al mq., che inoltre occorreva tener conto del vincolo di inedificabilità derivante dalla posizione della porzione occupata nella fascia di rispetto e del vantaggio conseguito alla parte residua del fondo, che aveva acquistato un accesso sulla pubblica via. (...)L'appellante non contesta che, in base al PRG vigente alla data di apposizione del vincolo, e secondo quanto accertato dal CTU, il terreno di proprietà di An.Te. ricadesse in parte in zona destinata a verde, a parcheggio ed a viabilità e per altra parte nella zona semintensiva di tipo A e di tipo B (entrambe incluse nell'area di edilizia residenziale di nuova espansione): è dunque evidente che il suolo si trovava all'interno di un'area legalmente (e non solo potenzialmente) edificabile, con un indice di fabbricabilità di 2,41 mc/mq per la zona A e di 2,01 mc/mq per la zona B. Tali zone, del resto, erano all'epoca già caratterizzate da un intenso sviluppo edilizio (cfr. relazione ctu, nella quale si da conto che il fondo era già circondato da altri fabbricati di notevoli dimensioni, ad utilizzo abitativo e commerciale). Non v'è prova, per contro, che il suolo si trovasse nella fascia di rispetto dal ciglio stradale sottoposta a vincolo di inedificabilità. E' infondato anche il secondo motivo di gravame, con il quale l'appellante sostiene che il valore di Lire 145.000 a mq. attribuito dal giudice al suolo espropriato sarebbe eccessivo in quanto non terrebbe conto né della posizione del terreno in fascia di rispetto né dell'aumento di valore derivato alla residua proprietà Te. dalla costruzione della strada.

Si è già detto che non v'è prova della posizione del fondo in fascia di rispetto. Difetta, altresì, la prova che dalla costruzione della strada sia derivato un vantaggio alla residua proprietà Te. (ciò senza contare che la questione è priva di interesse nella presente sede, in cui si discute di risarcimento del danno e non già di determinazione dell'indennità di esproprio). »»

APP NA 6/9/2005: «« 3. Passando all'esame della domanda di determinazione della giusta indennità di espropriazione, va rilevato che, unica questione da risolvere è quella relativa alla destinazione urbanistica della superficie espropriata. Il c.t.u. ha accertato che essa è classificata nello strumento urbanistico di Benevento in zona D/1, destinata alle attrezzature produttive artigianali ed industriali, con un indice di edificabilità fondiaria di mc. 2,6/mq. ed un indice di copertura di 1/5 delle superficie fondiaria. Si tratta, dunque, con certezza di terreno edificabile e, come esattamente ha posto in evidenza il consulente, il fatto che l'area espropriata ricada nella fascia di rispetto della preesistente linea ferroviaria, larga m. 30, per la quale l'art. 49 del D.P.R. 11.7.80 n. 753 impone il divieto di ogni costruzione, non modifica la destinazione urbanistica del bene, atteso che della superficie ricadente nella fascia di rispetto si può comunque tener conto ai fini planovolumetrici, per determinare il volume, che è possibile realizzare sulla rimanente parte della proprietà sita oltre la fascia di rispetto, ed ai fini dell'indice di copertura, per determinare quanta superficie possa esser coperta nel localizzare l'edificio industriale o artigianale sulla parte del fondo sita al di là della fascia di rispetto. L'unico limite riguarda il posizionamento dell'edificio, che deve esser collocato a più di trenta metri di distanza dalla rotaia più vicina, ma ciò non ha alcuna incidenza concreta sulla valutazione dell'area espropriata, giacché essa è stata distaccata da un fondo di grande estensione (p.lla xxx e contigua p.lla xxx) utilizzabile per la collocazione di un edificio al di fuori della fascia di rispetto e comunque aggregatele ad altri fondi contigui aventi la medesima destinazione, al fine di conseguire la necessaria disponibilità di superficie. »»


APP NA 6/5/2005: «« Dalla c.t.u. è emerso che la superficie occupata è pari a mq. 8.801 e che la irreversibile trasformazione è avvenuta nel 1994. Pur risultando dal certificato di destinazione urbanistica che i fondi di cui alle particelle xxx, di proprietà della C. ricadono in parte in zona commerciale-artigianale, in parte nella fascia di rispetto stradale e in parte in zona agricola, il c.t.u. ha evidenziato (pag. 7) che la superficie occupata rientra tutta nella fascia di rispetto stradale. La circostanza che la zona oggetto di accessione invertita ricada totalmente nella fascia di rispetto comporta la sua inedificabilità (Consiglio Stato, sez. V, 8 settembre 1994, n. 968); la stessa va conseguentemente valutata quale zona agricola. (...)Vertendosi in giudizio risarcitorio e tenuto conto che l'area illegittimamente occupata rientra tutta nella fascia di rispetto stradale, si ritiene di poter liquidare a mq. una somma pari al VAM incrementata del 25%. Il risarcimento per occupazione illegittima viene quindi liquidato, al novembre 1996, in Euro 7.386,17 (mq. 8.801xEuro 0,84); somma che, rivalutata secondo indici istat alla data odierna, è pari a Euro 8.732,41. Spettano inoltre alla C. gli interessi legali sulla somma di Euro 7.386,17, annualmente rivalutata secondo indici Istat dal novembre 1996 al saldo, con accoglimento, per quanto di ragione, dell'appello incidentale sul punto. »»

TRAP NA 9/2/2006: «« Per le zone destinate a fasce di rispetto, considerando una larghezza di m 4, la larghezza del diametro della condotta ed un deprezzamento pari alla metà del valore calcolato si ha Lire 4.286.128 per la fascia di rispetto in zona agricola (207,4 x 20,666)e Lire 16.147.926 per la fascia in zona c3 (306 mq x 52.771) e quindi complessivamente Lire 10.217.027. (...)Quanto al valore delle fasce laterali, questo TRAP ha da tempo abbandonato un precedente più restrittivo indirizzo giurisprudenziale e sulla base di un più recente insegnamento della S.C. (Sez. Un. 13/2/2001 n. 51) ritiene che in materia di acquedotti interrati trovi (sempre) applicazione analogica l'art. 1038 c.c., onde (anche riguardo agli acquedotti interrati) per le fasce di rispetto necessarie per la manutenzione delle condotte, va corrisposta la metà del loro valore, tenuto conto della possibilità, espressamente riconosciuta al proprietario, di continuare a sfruttarle economicamente (purché senza danno per l'acquedotto e per la sua manutenzione), salvo che non ricorrano particolari circostanze in forza delle quali sia totalmente esclusa per esse tale sia pur limitata utilizzabilità.

Adeguandosi a tale insegnamento, questo Tribunale ritiene ormai di dover modificare il proprio precedente orientamento nel senso che non si possa scendere al di sotto della liquidazione della metà del valore delle fasce di rispetto, anche nei casi in cui, per l'entità dell'acquedotto e la destinazione colturale del fondo interessato, l'incidenza della presenza del primo sulla possibilità di utilizzazione economica delle fasce sia minima, mentre resta ferma la possibilità di liquidazione dell'intero valore di tali fasce nei casi in cui le circostanze concrete del caso portino a ritenere esclusa ogni possibilità di utilizzazione delle stesse. »»








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D.P.R. 327/2001
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ter quater quinquies sexies
septies octies nonies 53 54 55
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